La sevillana

scritto da ele_rubi
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Incontri di una notte d'estate.
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Testo: La sevillana
di ele_rubi

Montse aveva venticinque anni e da qualche settimana non riusciva più a ricordare il sapore dei profumi che vendeva tutti i giorni.

Lavorava in una boutique dentro un centro commerciale di Caen.

Otto ore tra vetri colorati, luci bianche e flaconi da spruzzare su mouillettes candide come particole.

Ogni tanto una cliente le chiedeva:

«Quale dura di più?»

Montse sorrideva.

Indicava una bottiglia.

Inventava una risposta.

Aveva scoperto che le persone non cercavano un profumo.

Cercavano la promessa che qualcuno si sarebbe ricordato di loro quando fossero uscite dalla stanza.

Adesso era a Torremolinos.

L'ultima sera.

L'albergo era uno di quei complessi costruiti negli anni Settanta, quando il turismo sembrava una cosa destinata a crescere per sempre.

Due torri.

Piscina enorme.

Palme.

Un buffet che sembrava non finire mai.

Da bambina pensava che gli hotel fossero città in miniatura.

Adesso le sembravano aeroporti.

Luoghi in cui nessuno abitava davvero.

Era partita con sua sorella Carmen e con Javier, il marito.

Era stata Carmen a insistere.

«Vieni con noi. Ti farà bene.»

Montse aveva risposto di sì solo perché dire di no avrebbe significato spiegare qualcosa.

E spiegare le costava più fatica che soffrire.

A tavola parlava poco.

Javier raccontava episodi del lavoro.

Carmen rideva e lo baciava, poi guardava la sorella e tornava a riempirle il piatto.

«Mangia.»

Montse mangiava.

Non aveva fame.

Ma le sembrava un modo semplice per non far preoccupare nessuno.

Vicino al buffet c'era una grande composizione di orchidee.

Ne osservò una mentre Carmen prendeva il dolce.

Aveva letto, qualche mese prima, che molte orchidee non offrono nettare agli insetti.

Li attirano imitando il colore o perfino la forma delle femmine della loro specie.

L'insetto arriva convinto di trovare una sua simile.

Se ne andrà senza aver ricevuto niente tranne il polline, che gli rimarrà addosso.

Montse pensò che esistevano incontri capaci di cambiare completamente una direzione senza dare quasi nulla in cambio.

Non le sembrò una cosa crudele.

Solo molto naturale.

La sera scese nella discoteca dell'albergo.

Era al piano sotterraneo.

Il soffitto basso.

Le luci viola.

Turisti inglesi dappertutto, già ubriachi.

Ragazzi tedeschi che cantavano senza conoscere le parole.

Qualcuno aveva chiesto reggaeton.

Qualcun altro rock.

Il dj aveva deciso di mettere tutto.

Montse rimase qualche minuto vicino al muro.

Poi sentì partire una sevillana.

Non era nemmeno eseguita bene. Ma bastò.

Entrò in pista.

Cominciò a ballare.

Le mani.

Le braccia.

I piedi.

Il corpo ricordava movimenti che la testa aveva dimenticato.

Per la prima volta, da settimane, non pensò a niente.

Nessun tribunale.

Nessun avvocato.

Nessun appartamento.

Nessuna notte in cui imparare a odiare il rumore di quei passi sulle scale, assieme a quei piedi e a quelle mani che tanto aveva agognato, un tempo.

Nessun livido.

Ballava. E basta.

Quando la musica finì s’accorse di lui.

Era fermo al bordo della pista.

Un ragazzo italiano.

Più giovane di lei, forse.

Maglietta chiara.

Braccia incrociate.

Ogni volta che Montse lo guardava, lui abbassava gli occhi.

Come se essere scoperto fosse una forma di maleducazione.

Quella delicatezza la colpì più del fatto di essere osservata.

Per troppe settimane aveva avuto l'impressione che ogni sguardo fosse una minaccia.

Quello, invece, sembrava una domanda che non pretendeva risposta.

Passandole accanto per tornare al bancone, lui disse soltanto: «Balli benissimo.»

Lo balbettò in uno spagnolo maldestro.

Con l'accento italiano che spostava tutte le vocali.

Montse sorrise.

Era il primo sorriso arrivato senza sforzo da molto tempo.

«Grazie.»

Continuò a camminare.

Poi si fermò.

Si voltò.

«Vuoi imparare?»

Lui rimase attonito.

«Adesso?»

«Adesso.»

Si guardò attorno, quasi come se cercasse una ragione per rifiutare.

Poi fece due passi verso di lei.

Montse gli prese la mano.

Gliela sistemò nella posizione giusta.

«No. Così sembri un soldato. Rilassati.»

Lui rise.

Era impacciato.

Sbagliava tutti i passi.

Chiedeva scusa ogni trenta secondi.

Montse smise di correggerlo.

Capì che non stavano ballando una sevillana.

Stavano facendo qualcosa di molto più semplice.

Due persone che, per pochi minuti, provavano a non avere paura dei propri corpi.

Più tardi uscirono sulla terrazza dell'albergo.

La piscina era deserta.

L'acqua rifletteva le finestre illuminate delle due torri.

Il ragazzo le disse che il giorno dopo sarebbe tornato in Italia.

Montse rispose che anche lei sarebbe partita.

Nessuno dei due chiese il numero dell'altro.

Sembrava di rovinare qualcosa.

Prima di rientrare, lui volle farle una domanda.

Non fece affatto fatica a farsi capire, come se quella vicinanza fosse più eloquente di qualunque possibile sintonia.

«Perché prima, quando ballavi, sembrava che non ci fosse nessun altro?»

Lei guardò la piscina.

Rimase qualche secondo senza parlare.

«Perché per un po' non c'ero nemmeno io.»

Si salutarono nell'atrio.

Una stretta di mano.

Nient’altro.

Lui prese l'ascensore della torre est.

Lei quello della torre ovest.

Le porte si chiusero quasi nello stesso momento.

Montse vide il proprio riflesso nell'acciaio.

Per la prima volta, da mesi, non le sembrò più quello di una donna che stava scappando: solo quello di una donna che aveva ricominciato a occupare il proprio corpo.

E, quella notte, le bastò.

La sevillana testo di ele_rubi
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