AMARE UNA ROCKSTAR

scritto da Silvia G
Scritto 17 anni fa • Pubblicato 17 anni fa • Revisionato 14 anni fa
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Autore del testo Silvia G
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- Nota dell'autore Silvia G

Testo: AMARE UNA ROCKSTAR
di Silvia G

Attenzione:
Grazie alle tante visualizzazioni di "Amare una Rockstar" lo scritto è stato tolto e pubblicato su carta.
Lasciamo solo qualche riga (in versione originale, non corretta, non modificata) per darVi un'idea dello scritto.
Per Ulteriori Informazioni
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Può un'adolescente innamorarsi così follemente del suo cantante preferito da inventarsi un intero diario con lui? Dal 1987 un'intensa storia d'amore per inseguire un sogno che almeno su carta può realizzarsi ...
Nonostante la stesura adolescenziale il romanzo continua ad avere successo anche nei giorni nostri. "Fa sognare" dicono "Ricorda con tono nostalgico gli anni '80" e "Le personalità dei personaggi sembrano vere".


PARTE PRIMA

1987

Avevo una sete pazzesca e il Rock Cafè era lì a due passi. Uno dei locali off limits per i giovani studenti di Stoccolma. Si diceva che alla sera era un casino perché frequentato dai ragazzi e dalle ragazze più grandi, che c’era troppo fumo e la musica era molto alta. Io e la mia migliore amica Manela eravamo tentate di farci un salto una qualche sera.
Ma a quell’ora del pomeriggio il locale sembrava vuoto e la curiosità prese il sopravvento alle raccomandazioni dei genitori.
Ci entrai.
Ammirai l’arredamento in legno scuro, coi grandi tavoli rettangolari circondati dalle cassapanche e l’enorme bancone che sfoggiava dinnanzi a me.
Il barista mi comparì e mi salutò aspettando che parlassi.
Chiesi una coca cola con un filo di voce, quasi imbarazzata.
Poi mi voltai e rimasi di stucco quando vidi seduto a pochi passi da me il cantante dei Continent, il mio preferito da circa un anno. Il mio diario scolastico era pieno delle sue foto e la mia camera era tappezzata dai suoi poster, la sua musica suonava tutto il giorno nel mio stereo. E l’interesse per il locale svanì di colpo.
Come lasciarsi sfuggire un occasione simile?
Con le gambe tremanti mi avvicinai a lui.
Stava mangiando un hamburger e sorseggiando una coca cola.
“Ciao” lo salutai.
Lui alzò il viso e mi fece un sorriso che mi confortò.
Mille pensieri balenavano nella mia testa in quel momento. Pensai “ora mi manda al diavolo perché lo sto disturbando mentre mangia” e poi “si domanderà che ci fa una ragazzina di 14 anni al Rock Cafè” e tante altre frasi che mi stavano impedendo di avere almeno un autografo. Le scacciai dalla mia mente e mi preparai ad aprire il mio zaino.
“Mi puoi fare un autografo?”.
E già pensavo alla faccia che avrebbe fatto Manela quando glielo avrei mostrato.
Joe Storm sorrise di nuovo, posò l’hamburger e prese un tovagliolo per pulirsi le mani.
“Con piacere”.
Frugai nel mio zaino e presi il mio diario. Nel panico trovai anche la penna.
Glielo porsi cercando disperatamente una pagina vuota. Lui continuò a sorridere notando le sue foto incollate ovunque, cuori e stelline e scritte che tentai di nascondere in fretta andando nelle ultime pagine finalmente vuote.
“Come ti chiami?” mi chiese preparandosi a firmare.
“Sylvia”.
Scarabocchiò qualcosa e mi riconsegnò il tutto.
Il barista posò la mia coca cola sul tavolo accanto a quella di Joe e si allontanò.
Lo maledii. Non volevo che Joe pensasse che fossi una persona invadente e mentre lo ringraziavo mi rimisi lo zaino su di una spalla pronta a prendermi la bibita e tornare al bancone.
Ma Joe mi disse inaspettatamente:
“Bè … tanto vale che mi fai compagnia” e m’indicò la cassapanca di fronte.
Allora mi sedetti e i pensieri stupidi continuavano a tartassarmi “e ora che gli racconto?” “preparati Sylvia a balbettare e fare papere”. Mi spaventava addirittura l’idea di dare un sorso alla mia coca per il timore che mi andasse per traverso. Mi accorsi che le mie mani stavano tremando e le nascosi rapidamente sotto il tavolo.
“Frequenti l’istituto tecnico?” mi chiese lui riprendendo a mangiare.
“Artistico” riuscii a rispondere.
Con la bocca piena Joe riuscì a farmi intendere che era un ottimo campo.
Era bellissimo. Ancora più bello che in foto e in tv. Praticamente perfetto ai miei occhi e con uno sguardo che ti paralizza quando lo incroci.
“Riesci a girare tranquillamente per Stoccolma senza essere assalito dai fans?” buttai lì.
“Li tengono lontano la mia guardia del corpo là fuori”.
Mi voltai a guardare verso la porta ma non vidi nessuno.
Joe rise:
“Ehi … sto scherzando”.
Arrossii di colpo pensando “ecco la prima papera”.
O dicevo qualcosa d’intelligente o sarei sprofondata nella cassapanca di legno.
“Sono italiana. Io e la mia famiglia ci siamo trasferiti qui da poco. Devo ammettere che la Svezia mi piace …”.
Sembrava mi stesse ascoltando ma mi chiese:
“Vieni spesso qui al Rock Cafè?”.
“N … No. E’ la prima volta. Io la mia amica Manela abbiamo pensato tante volte di venirci una qualche sera … Manela è persa per Ivan Hughes e perde tutto il suo tempo libero all’aeroporto con la speranza d’incontrarlo … sa che abita da quelle parti …”.
Lui sorrise e diede un occhiata all’orologio, poi finì la coca.
“Ora devo andare”.
“Si … certo” e nonostante lo sconforto mi sentii quasi sollevata. Avrei finalmente ripreso fiato non appena si fosse allontanato.
Lasciò le corone svedesi sul tavolo, sotto il bicchiere. Notai che diede un occhiata ai miei capelli lunghissimi che arrivano al mio fondoschiena sfiorando la cassapanca e disse indicando i soldi:
“C’è anche la tua coca”.
“No … non dovevi …”.
Fece per andarsene ma esitò un istante infilandosi le mani in tasca quasi a disagio.
Io lo guardavo e mi resi contò di quanto fosse alto.
“Io domani sono qui alla stessa ora … se vuoi farmi ancora compagnia …”.
Sgranai gli occhi sorpresa e balbettai incredula:
“C … certo … non mancherò …”.
“Ok … a domani allora … Ciao”.
“Ciao”.
E se ne andò.
Rimasta sola feci un lungo sospiro accompagnato da un sorriso idiota che mi si era stampato all’improvviso sul viso.
Il barista mi scoprì e lo vidi ridere scuotendo il capo.
“Sto sognando … non può essere vero …” dissi quasi ad alta voce, poi di colpo presi il mio diario e cercai l’autografo
“A Sylvia Joe Storm” c’era davvero.
I miei occhi scintillavano mentre lo ammiravo e finalmente riuscii a bermi la coca cola.

Riuscii a stento a trovare la strada di casa.
Continuavo a pensare al giorno dopo, fantasticando ininterrottamente su cosa ci saremmo detti e su cosa avremmo fatto.
Il flashback dell’incontro mi appariva ogni attimo e sembravo uno zombi appena uscito da un cimitero.
A casa non raccontai nulla per il timore di essere rimproverata dai miei perché avevo disubbidito entrando al Rock Cafè.
E quasi non riuscii a prendere sonno per l’emozione e l’adrenalina che mi avevano piacevolmente invasa.
Al mattino poi impiegai un ora per scegliere cosa mettermi. Tutto quello che avevo nell’armadio non mi pareva adatto. Forse volevo cercare di apparire più grande ma alla fine optai per jeans e t-shirt perché volevo essere sicura di sentirmi a mio agio.
A scuola non vedevo l’ora di raccontare il tutto a Manela e non appena la vidi corsi da lei entusiasta.
“Man non crederai a quello che sto per dirti!” e quasi gridavo.
Lei mi guardò stupita accorgendosi che doveva essere importante data la mia eccitazione.
“Cosa?”.
“Ieri ho incontrato una persona …” volevo tenerla un po’ sulle spine e mi preparavo a memorizzare la sua faccia non appena glielo avrei detto.
“Chi?”.
Non resistetti oltre:
“Joe Storm!”
“Ma dai! Dove?”
“Al Rock Cafè, dopo la scuola”.
“Ti sei fusa il cervello” e tornò seria “Il Rock Cafè è sempre chiuso di pomeriggio. Apre alle otto di sera”.
Non conoscevo questo aneddoto e ne rimasi un po’ perplessa sorvolandoci comunque.
“E’ la verità. Mi ha fatto anche l’autografo. Guarda!”.
Tirai fuori il diario e glielo mostrai.
Lei spalancò gli occhi ma ancora non mi credeva perché disse:
“Sai imitare la sua firma perfettamente e lo so”.
“Manela!” iniziavo ad irritarmi ma non volevo dirle dell’appuntamento perché altrimenti mi avrebbe sicuramente seguita rovinandomi l’incontro “Non mi credi?”.
“No” sorrise lei “a meno che tu mi dica com’è fatto il Rock Cafè in ogni suo angolo”.
“Ho visto solo l’arredamento in legno scuro e un bancone enorme”.
Manela alzò gli occhi al cielo:
“Quello lo vedo anch’io dalla vetrata ogni volta che ci passo davanti!”.
Quasi delusa dalla sua inaspettata reazione decisi di far cadere il discorso.
Poi cominciando le lezioni ed iniziai a pensare che forse avevo davvero sognato il tutto.
Giunsi al pub all’ora di ieri e quando feci per aprire la porta scoprii che era chiusa.
All’improvviso tutti i miei sogni si ruppero in mille pezzi e mi tornarono in mente le parole della mia amica.
Dunque era vero? Il Rock Cafè apriva alle otto di sera? Ma allora perché ieri era aperto e ci sono entrata? E Joe Storm? La mia faccia aveva assunto una maschera di delusione pazzesca. Poi sentii un rumore di chiavi oltre la porta e magicamente essa si aprì. Il barista mi fece entrare e poi richiuse. Ancora sottosopra riuscii solo a dire un grazie senza porre alcuna domanda.
E Joe come d’incanto era lì che mi aspettava. Sorrise e mi fece cenno di avvicinarmi al tavolo.
Feci un visibile sospiro:
“Per un attimo ho creduto di aver fatto un sogno ieri”.
Joe sorrise ancora spiegando:
“E’ stato un caso che tu abbia trovato la porta aperta ieri . Tommy fa le pulizie a quest’ora e mi permette di mangiare in tutta tranquillità”.
“Una vera fortuna …” sussurrai.
Mi sedetti ancora di fronte a lui e Tommy mi domandò se volevo qualcosa.
“Posso averne uno anch’io?”.
“Con una coca?”.
“Esatto grazie”.
Mi sentivo più rilassata stavolta. Come se stessi affrontando un esame dopo aver studiato bene. Il fatto che Manela non mi aveva creduta mi aveva dato il coraggio per continuare il tutto dimostrando più orgoglio e sicurezza in me stessa.
“Ora capisco perché non ci sono i fans e la guardia del corpo …” scherzai riferendomi ancora alla porta chiusa “Mi sorge spontanea una domanda allora: vorresti mangiare in pace e mi hai invitato a disturbarti ancora. Sei un masochista?”.
Joe rise di gusto, poi spiegò:
“Non gradisco molto mangiar solo e una sola fan potrei anche sopportarla” scherzò.
“Ed hai scelto una ragazzina …”.
“Così non corro alcun rischio d’impegnarmi data la differenza di età”.
Sorvolai sul fatto che poteva avermi offesa e tentai di essere diplomatica chiedendogli:
“Non vuoi impegnarti?”.
A bocca piena Joe rispose:
“Assolutamente no”.
E così dicendo aveva già messo in chiaro le sue condizioni.
E che ti aspettavi Sylvia? Che ti chiedesse di sposarlo e di fare figli?
Anche se avessi messo i tacchi ai piedi stava di fatto che ero una ragazzina. E Joe non aveva tutti i torti. Così i miei pensieri divennero parole:
“Meglio chiarire subito prima che qualcuno si monti la testa vero?”.
Joe mi guardò stupito. Non immaginava di sicuro che avrei capito al volo.
“Sei una ragazza alquanto intelligente noto”.
Spalleggiai accogliendo l’hamburger e la bibita.
Cominciai a mangiare e le mie mani non tremavano più.
“Siamo di cattivo umore oggi?” fece lui “Ieri mi sembravi più allegra”.
Ingoiai il boccone:
“La mia amica Manela non mi ha creduta quando le ho detto che ti ho incontrato, anzi quasi mi ha derisa. Il suo comportamento mi ha un po‘ delusa” gli confidai.
Joe fece un sospiro amaro.
“Non parlarmi di comportamenti degli amici. Ho da poco litigato con uno e ancora mi da sui nervi incontrarlo”.
Una confidenza. Joe Storm mi aveva appena fatto una confidenza e subito pensai di non sottovalutare la cosa.
Lo guardai con attenzione prima di domandargli:
“Sei arrabbiato o deluso?”.
Alzò il suo sguardo su di me, perplesso alla domanda.
Probabilmente non conosceva la risposta e ci stava riflettendo.
Infine ammise seriamente:
“Deluso”.
I miei occhi si socchiusero nel guardarlo ed abbozzai un tiepido sorriso.
Mi appoggiai allo schienale della cassapanca mollando l’hamburger quasi finito.
“Sai cosa penso? Che oltre ad essere bello fuori sembri una bella persona anche dentro”.
“E da cosa lo capisci?”.
“Simpatia, disponibilità e … sensibilità”.
Joe mi fece il sorriso più bello che gli vidi fare.
“Aggettivi rari. Di solito sento bello, sexi, alto ecc. ecc. E sai cosa penso io?”.
Per un attimo sognai che mi facesse anche lui un elenco di piacevoli aggettivi, invece disse:
“E’ la seconda volta che ti vedo e non abbiamo mai parlato di musica”.
Curvai le sopracciglia aspettando che si spiegasse meglio.
“Canzoni, i Continent, chitarre, concerti, turnèè, dischi … Argomenti che mi fanno sentire sempre al lavoro. Spesso mi chiedo perché la gente non parla d’altro quando mi conosce”.
Bè stavolta il sorriso migliore lo feci io e scherzai:
“Forse per la differenza d’età?”.
E diedi gli ultimi morsi all’hamburger sentendolo ridere.
Finito di mangiare Joe si alzò ed io lo imitai.
Stavo cercando il portafoglio per pagare quando lui mise i soldi come al solito sotto il bicchiere vuoto.
Sorrise dicendo:
“Aggiungi anche generoso agli aggettivi” e così dicendo ci dirigemmo all’uscita dopo aver salutato Tommy.
Non appena fuori a Joe venne un improvvisa fretta:
“Senti io ora devo filare prima che mi riconosca qualcuno dunque ti saluto e …”.
Non fece in tempo a finire la frase che un ragazzo dai capelli lunghi e un giubbotto con frange passò a un pelo di distanza da Joe dicendogli senza fermarsi:
“Te la fai con le ragazzine adesso?”.
Lo riconobbi, era Norman Wall, l’ex chitarrista dei Continent.
“Va all’inferno Norman!” gli rispose lui mentre Norum proseguiva facendo udire la propria risata sarcastica.
Joe scosse il capo all’improvviso turbato ed io capii.
“E’ lui l’amico di cui mi parlavi prima?”.
“Si”.
“Bè … la sua non è di certo invidia” sdrammatizzai.
Joe mi guardò addolcendo lo sguardo e sembrava non avesse più la fretta di prima:
“Dato che ti piace così tanto sottovalutarti che ne dici se domani passiamo qualche ora ancora insieme? Poi partirò per alcuni concerti e non so se ci rivedremo di nuovo”.
Stava un’altra volta mettendo in chiaro le cose ma inevitabilmente sorrisi facendo si col capo:
“E come dirti di no?”.
“Fatti trovare qui. Passerò a prenderti in macchina”.
“E dove andiamo?”.
“Sai cavalcare?”.
“Si”.
“A nord di Stoccolma ci sono parecchi maneggi se ti va”.
“Certo”.
Fece si col capo poi s’incamminò sul marciapiede e mentre lo stavo salutando lui si voltò camminando all’indietro gridandomi:
“E riguardo alla tua amica non raccontarle più nulla per il momento. All’occasione giusta rimarrà di stucco ed avrai la tua vendetta!”.
Risi e lo guardai rivoltarsi e scomparire dietro l’isolato.
Adorabile era un altro aggettivo da aggiungere.









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