Il crespo almo ruscello ippocastano che morbido indiadema le tue tempie, t’inserta di primizia entro un arcano trasfigurar d’oblio che di ansia m’empie.
La chioma tua si scioglie in un corimbo di aureola sul cammeo di infiorescenze pendule di languore e sfrangia il nimbo leggiadro che t’incarna di movenze
angeliche, o mia Clizia, messaggera di anfratti inesplorati senza accesso, nunzia che t’inumani a tarda sera nel trasparir grazioso d’inespresso!
Soffici crini ondosi, ondifrementi che la brezza sconcerta su una fronte di roseo liscio porfido, fra i lenti cerfogli di ranuncoli, su impronte
conteste di viburni, mia rugiada, chiome che un mulinello di scirocco annoda in ciuffi ovunque il soffio vada e le districa in vortici di fiocco,
ne slaccia il nastro intriso di dolcezza placida in un miraggio di capelli, chioma che mi proibisci la carezza ma gli amorosi sensi dissuggelli:
avvolgimi nel peplo di damasco che fluttua di tremore e al fiato arpeggia di un mio sospiro tacito e fuggiasco: conducimi nel cuor della tua reggia.
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