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Questa mattina avrei dovuto capire che qualcosa sarebbe andata storta semplicemente guardando il tempo.
Appena uscito dall’hotel piombai in una giornata livida, biancastra come un panno sporco steso sulla stratosfera a coprire i peccati del mondo e sferzata da una pioggia densa e fredda che si rovesciava a secchiate sui tetti, spinta da un vento affilato come un rasoio.
L’alba se ne era andata da un pezzo, ma il cielo era una tavola scura e i lampioni erano ancora accesi. La loro luce scrosciava giù con l’acqua e macchiava l’asfalto con pozze di riflessi pallidi.
La bruma mattutina si condensava in strati sottili e sembrava galleggiare nell’aria, seguendola in quel dondolio spavaldo come quello di un mare in burrasca.
La foschia si addensava, prendeva corpo sui prati e le montagne circostanti. Aria, che somigliava a saliva, bava viscida, si intrecciava in volute grigiastre e rancide avvolgendo il paesaggio con il suo drappo umido.
Eppure, da parecchi giorni l’alta pressione regnava sovrana. Il sole e la calura avevano scelto la seconda metà di maggio per dare il meglio del loro repertorio; la radio e la televisione sputavano fuori i bollettini meteo come fossero sentenze di tribunale, strombazzando che saremmo passati direttamente dal gelo dell’inverno al torrido dell’estate, senza nemmeno sfiorare lontanamente la mite primavera, con grande gioia di chi, nei weekend, mollava tutto e correva a imbottigliarsi sulle autostrade.
Ma già da ieri pomeriggio grosse nuvole nere si erano addensate minacciose e, calata la sera, un vento polare, che scavava le ossa come un bisturi, si era divertito a schiaffeggiare le case e le strade, riservando lo stesso trattamento ai boschi e alle valli circostanti. Nella notte, un violento temporale, una vera a propria bomba d’acqua, aveva urlato tutta la sua rabbia e si era sguinzagliato per il paese, come un branco di lupi affamati, allagando cantine e abitazioni e trasformando le strade in torrenti.
Mi accesi una sigaretta, “Bella giornata del tubo…ideale per bersi una tazza di catrame!”, borbottai contemplando il fumo liberarsi pigramente verso l’alto. Poi mi guardai un po’ in giro per cercare di capire dove diavolo fosse andato a finire il sole: avevo ancora tempo perché il treno inaugurale non sarebbe partito che tra un paio d’ore, ma prima dovevamo sorbirci i discorsi delle Autorità, la benedizione del Vescovo e il classico taglio del nastro.
La sigaretta finì e del sole neanche l’ombra. Evidentemente se n’era scappato chissà dove, lasciando il cielo a macerarsi nel suo grigiore cupo. Nuvole basse, gonfie e sporche come batuffoli di cotone immersi in una brodaglia marcia e maleodorante, avvolgevano le cime dei monti in un abbraccio glaciale e le case se ne stavano addossate l’una all’altra e si aggrappavano al campanile per ripararsi dalla sfuriata della natura.
Stavo crollando dal sonno perché, per buttare giù il mio pezzo, ci avevo praticamente messo tutta la notte. Ero andato avanti per ore a sigarette e caffè e l’ultima cosa di cui davvero avevo bisogno era certo un tempaccio simile.
Ed anche di certe strane storie che avevo sentito nei giorni scorsi.
Storie di paure, scioperi e strani lampi di luce colorata accompagnata da rumori non ben definiti provenienti dal fondo delle gallerie.
Storie di operai che nei bar parlano volentieri, soprattutto se gli si offre da bere e che, però, un bel giorno, improvvisamente, diventano tutti astemi e si fanno tutti taciturni fino poi a tapparsi completamente la bocca.
E per finire, quel capocantiere che era diventato mio amico e mi passava un sacco di informazioni e che poi, stranamente, si cucì la bocca a doppia mandata non prima di aver chiamato i Carabinieri per farmi allontanare.
Perciò non ci misi molto a capire che non mi aspettava una giornata piacevole, ma cercai di non lasciarmi suggestionare troppo e concentrarmi, invece, sugli avvenimenti che sarebbero successi da lì a poco. In fondo, in montagna il tempo cambia ogni cinque minuti, e quello era un giorno troppo importante per rovinarlo solo per un cazzo di temporale.
Però c’era sempre quel presentimento piantato dritto nel mio cervello.
Malgrado ce la mettessi tutta, non riuscivo a scacciare completamente l’idea che, sotto sotto, ci fosse qualcosa di sbagliato. Me lo sentivo fin nelle ossa da quando mi ero alzato dal letto perché, di solito, dopo ogni tempesta, il sole torna sempre a risplendere alla grande mentre là, invece, la pioggia continuava a cadere a cascate, gocce fitte sotto un cielo antracite, e la cosa durava ormai da ore, come se il cielo piangesse tutte le lacrime di una vita.
Dalle tapparelle, poi, filtrava una luce strana, indecifrabile, che colava lungo i muri e copriva l’asfalto e le auto con una patina lattiginosa.
In barba al calendario sembrava di essere ancora in autunno inoltrato. Sembrava come se non fosse cambiato solo il tempo, sembrava quasi che…
Quel giorno ci sarebbe stata l’inaugurazione della prima tratta della nuova linea ferroviaria TAV. Era l’avvenimento dell’anno ed io ero tra i numerosi giornalisti accreditati.
Dopo secoli di cantieri, manifestazioni e tante legnate, un treno vero poteva finalmente percorrere la nuova linea ad alta velocità, anche se il tanto atteso viaggio era più che altro simbolico perché durava solo una manciata di chilometri.
Per finire il tutto e volare veramente fino a Lione ci sarebbero voluti, soldi permettendo, ancora anni e anni di scavi, barricate e tante altre legnate, ma nessuno sembrava preoccuparsene granché perché il primo passo era stato finalmente fatto alla faccia dei NO TAV, dei gufi e di tutti gli altri detrattori da quattro soldi.
L’entusiasmo generale però era alle stelle e tutti i riflettori erano puntati su quel paese in mezzo alle montagne, assunto al ruolo di novello ombelico del mondo e trasformato da orde di giornalisti e manifestanti nella peggior Manhattan all’ora di punta.
Attraversai un paese fantasma, in balia del vento e della pioggia, insidioso e denso di umidità di altura che faceva salire dallo stomaco sensazioni poco piacevoli.
In strada non c’era nessuno e da nessuna abitazione si levavano quei brusii di civiltà a cui ero abituato.
Anche i negozi e i bar erano chiusi e in giro non si vedeva anima viva. Solo le bandiere con il simbolo “NO TAV” e qualche tricolore listato a lutto davano sporadici segni di vita ondeggiando ritmicamente al soffiare del vento.
Per terra, mucchi di sassi e cartucce di lacrimogeni e, sui muri, scritte che grondavano di violenza, vernice e sangue, spiegavano fin troppo bene come andava la vita tra quei vicoli stretti al cospetto delle montagne.
La situazione si capovolse in prossimità della stazione.
La Polizia, in tenuta antisommossa, aveva formato il classico cordone. All’esterno, tanti manifestanti urlavano a squarciagola, agitando bandiere e cartelli con su scritte cose tremende che caricavano di colpe i padroni del mondo mentre, all’interno, giornalisti e cameraman attendevano, non senza una certa apprensione, che le autorità salissero sul palco per i discorsi di rito.
Mi ricordo che tutta quella gente, stretta nel cordone della Polizia, mi fece un’impressione strana.
Là dentro erano protetti, è vero, però mi sembravano tanti tonni imprigionati in una tonnara.
E, dopo quello che è successo, potrei dire di averci quasi azzeccato.
Comunque, tra urla, petardi e cariche della Polizia, la cerimonia si concluse senza troppi danni e finalmente riuscii a salire sul treno ed accomodarmi nei posti riservasti alla stampa.
Il viaggio non ebbe praticamente storia. Il nostro FrecciaRossa, tirato a lucido e ben imbandierato, macinava il binario con un silenzio e un comfort impeccabili e, intorno a me, le varie autorità, sommerse da flash e telecamere, facevano a gara a chi le sparava più grosse.
Tutto stava procedendo senza intoppi: rilevai solo un paio di bruschi rallentamenti appena imboccato il tunnel “Buttigliera I”, ma non gli diedi molto peso, perché sapevo che il binario era stato appena posato e non si poteva correre troppo.
Eravamo ancora nel tunnel e io stavo dando gli ultimi ritocchi al mio pezzo quando il FrecciaRossa improvvisamente inchiodò.
Subito il frastuono nella carrozza si affievolì e qualcuno iniziò ad allarmarsi.
“Uhm...forse è un improvviso calo di tensione...”, pensai, “...o forse… qualcosa è caduto sui binari. Del resto, i lavori non sono ancora del tutto finiti e…”.
Mi sistemai meglio sulla poltrona senza dire niente, solo che mi vennero in mente tutte quelle storie che raccontava mia nonna sulle cose che cominciano male e finiscono peggio.
Chiusi il mio portatile e mi misi a guardare le pareti del tunnel al di là del finestrino.
Dopo una decina di minuti circa si spensero le luci.
La gente, già sovraccarica per l’imprevisto, prese a gridare e inveire. Qualcuno si attaccò disperatamente al cellulare, mentre il Capotreno e gli agenti di scorta, muniti di torce, correvano febbrilmente avanti e indietro per tutto il convoglio cercando di tranquillizzare i più scalmanati.
“Che sfiga però…proprio oggi, con il treno pieno di giornalisti e autorità…sai che bella figura di…”, pensai.
E mi domandai anche per quanto tempo avrei dovuto rimanere inscatolato là sotto.
Poi però mi calmai: la galleria non era molto lunga e, con tutta la Polizia che c’è in giro, eravamo al sicuro.
Se poi non fossimo proprio riusciti a ripartire, in pochi minuti sarebbero arrivati i soccorsi a tirarci fuori. Oppure ci avrebbero fatti scendere…
La situazione di stallo andò avanti ancora per un bel pezzo finché, complici la nottataccia in bianco e il buio, nonostante tutti i miei sforzi di resistere per vedere la fine di quel casino, cedetti e mi appisolai.
In quello stato di semi-incoscienza che precede di solito il sonno, riuscivo a sentire in sottofondo, attutita, la gente che ancora gridava e inveiva.
Poi sentii qualcos’altro.
All’inizio mi sembrò il classico fischiare del vento, poi divenne più uno schiocco, potente, come se qualcuno avesse aperto la madre di tutte le bottiglie di champagne, infine uno scrollone mi fece quasi cadere dalla poltrona e io mi risvegliai, giusto in tempo per accorgermi che, molto lentamente e con ripetuti strappi, il convoglio stava riprendendo a muoversi senza che, però, la luce tornasse nelle carrozze.
“Finalmente! Ci stanno rimorchiando fuori!”, annunciai preso dall’euforia, ma l’entusiasmo si spense subito, perché mi accorsi che la carrozza era insolitamente silenziosa. Strano: fino a un attimo prima rimbombava di grida e imprecazioni per lo stop fuori programma e ora che finalmente ci stavano tirando fuori, nessuno diceva più niente!
Stavo per alzarmi dalla poltrona quando avvertii una sottile sensazione, di qualcosa che non stava andando nel verso giusto, e non era solo per quella sosta improvvisa in galleria o per quel silenzio irreale, ma anche per uno strano fastidio al fondoschiena. Era come se qualcuno mi avesse piallato le natiche, era come se fossi seduto da lungo tempo su una superficie dura. Ecco, mi sembrava di essere tornato bambino quando, il sabato, il mio papà mi portava in quel piccolo cinema rionale vicino a casa e mi sedevo…
Era certamente la tensione per l’imprevisto, di sicuro, perché quel bambino non c’era più e al suo posto c’era un adulto, seduto su una bella e comoda poltrona di prima classe del FrecciaRossa!
Fu un gesto meccanico, improvviso e istintivo, comandato direttamente dal mio cervello e dettato più dal desiderio di soffocare un timore latente che per l’effettiva convinzione: allungai la mano per tastare il sedile e ciò che incontrarono le dita non era comodo e soffice tessuto ma legno duro e ben levigato.
Tutti i miei centri nervosi scattarono sull’attenti mentre una specie di mano calda cominciava a strizzarmi i testicoli: “MA COSA CAZZ…!” urlai, ma subito mi aggrappai con forza al grido, costringendolo a rientrare nei polmoni, perché mi accorsi di un’altra novità che c’era fuori dal finestrino.
Stavamo per uscire dal tunnel, perché già si intravedeva il tenue chiarore dell’esterno riflesso sulle pareti, e così riuscii a distinguere delle nuvole di fumo nero che lambivano il finestrino, danzando nella stretta intercapedine tra la carrozza e la parete.
C’era stato un incendio! Ecco perché c’era del fumo e andavamo così piano!
Ma…si trattava di un guasto, oppure erano i NO TAV che…?
Malgrado mandasse all’aria l’inaugurazione, un guasto poteva anche starci, però se effettivamente c’era pericolo, perché nessuno ci aveva avvisati? E perché nessuno ci aveva fatti scendere? E poi, particolare di non secondaria importanza, cosa cavolo ci facevo, io, seduto su quel legno?
L’oscurità, all’interno della carrozza, non si era ancora dissolta. Si sentiva solo il lento sferragliare del treno e null’altro, ma l’attesa stava per finire, così come quell’agghiacciante mix di angoscia, curiosità e terrore, perché, fra pochi istanti, saremmo usciti e io avrei potuto finalmente vedere cosa diavolo stava succedendo.
La mia mente, però, stava facendo suonare un po’ di campanelli di allarme e mi stava dicendo che stava per capitare qualcosa di brutto, ma io facevo di tutto per non darle retta, perché quello che mi stava suggerendo era decisamente troppo inverosimile.
Eppure, era difficile sbagliarsi: anche un bambino, avrebbe fatto al volo due più due: un sedile di legno e del fumo nero potevano significare soltanto una cosa.
Ormai eravamo fuori. Pioveva a dirotto, il cielo era nero, striato di viola elettrico e, finalmente, ebbi la possibilità di vedere bene dove mi trovavo.
Non ero pronto per quello che vidi. Per nulla pronto.
Là dentro c’erano due panche di legno smunto, da quattro posti l’una e, al soffitto, una lampada di un vetro sporco e ingrigito, che ce la metteva tutta per assomigliare vagamente a una decorazione di Murano di seconda scelta, si era appena accesa e irradiava una luce fioca e spettrale.
Mi concentrai per un attimo, per dare al cervello un’altra chance di ritrattare la visione che mi aveva appena trasmesso. Ruotai il capo tutto attorno, facendo scricchiolare i tendini del collo come fossero i cavi di un ascensore, ma non ci fu nulla da fare.
Mi ritrovai il cuore al posto del pomo d’Adamo, mentre una goccia gelata di sudore mi scivolava sulla guancia.
Approfittando di una curva, mi incollai al finestrino e, con il respiro sempre più flebile, riuscii a scorgere tutto il treno che zigzagava per la valle.
Rimasi bloccato, come colpito da una paresi improvvisa, con la bocca aperta e lo sguardo perso nel vuoto, mentre una sensazione gelida mi penetrò nelle ossa e mi fece rizzare la pelle della schiena rendendola simile a quella dei polli.
Eh no, non c’erano cazzi. La visione catturata dalle mie pupille era una strada senza uscita e mi restituiva l’immagine di una vecchia locomotiva a vapore che trainava una serie di carrozze d’anteguerra.
Altro che FrecciaRossa!
Il terrore sfondò gli argini e mi travolse frantumandomi il cervello, mentre il cuore batteva come una turbina nelle tempie e l’angoscia mutava il sangue in lingue di lava.
Provai a chiudere gli occhi, poi li riaprii e li stropicciai, feci un bel respiro e contai fino a venti, sperando che fosse tutto uno scherzo della mia immaginazione o della troppa bagna cauda a cena, ma la situazione non cambiò.
“Calma e sangue freddo!” cercai allora di ragionare, con la stessa vitalità di un tacchino a cui hanno appena spiegato cosa succederà a Natale, “Cosa è successo? Eravamo seduti comodamente sul FrecciaRossa, mi ero appisolato e ora…”.
E ora eravamo a bordo di un vecchio treno a vapore e non ci voleva certo Einstein per capirlo.
Che razza di scherzo era, quello? Come diavolo ero capitato in quella situazione?
E dove era andato a finire il nostro FrecciaRossa?
Lo smarrimento iniziale non era ancora passato del tutto, che già si presentava un altro problema, che se ne stava lì, impassibile, a tirarmi i pantaloni, come fa un bimbo capriccioso che insiste per farsi comprare il gelato: come diavolo avevo fatto a finirci sopra?
Non c’era altra spiegazione: qualcuno doveva per forza averci spostati di peso da un treno all’altro!
Ma chi era stato?
Era stato un sabotaggio dei NO TAV?
E come avevano fatto?
Mi sono sempre vantato di essere una persona pragmatica, calcolatrice e di guardare solo a fatti concreti e misurabili ma le coincidenze cominciavano a essere un po’ troppe e nella mia mente iniziavano a ronzare pensieri poco piacevoli.
Feci una rapida associazione di idee e, per un attimo, pensai che, forse, dietro a quella messinscena, poteva anche esserci dell’altro, ma preferii non crederlo, perché ciò avrebbe significato guai seri, di gran lunga superiori a quelli che finora avevo immaginato.
Mi afflosciai sul duro sedile con la leggerezza di un elefante moribondo.
Intanto, qualcosa dentro di me cominciò a muoversi, giù nel basso ventre.
Ero più che sicuro che, questa volta, i NO TAV, parcheggiati sassi e molotov, avessero alzato il tiro, però, nello stesso tempo, non riuscivo a non pensare a quell’idea che mi rincorreva sin dal primo mattino, l’idea che in quella giornata ci fosse qualcosa di anomalo.
L’istinto prese il sopravvento e io dimenticai tutto: l’inaugurazione, l’articolo, il giornale…tutte le altre cazzate erano magicamente scomparse dalla mia mente, fuggite via, come sabbia soffiata dal vento.
C’era solo una cosa che mi interessava: venire subito a capo di quel casino e tornarmene al più presto a casa!
Una strana sensazione di un brivido serpeggiò lungo la spina dorsale, mentre il petto divenne ostaggio della stretta di un panico che non provavo più da lungo tempo o che, meglio ancora, non avevo mai provato.
Perciò mi avventurai nel corridoio per vedere chi c’era negli altri scompartimenti. Ero praticamente sicuro di trovare qualche altra stramberia (non che ce ne fosse bisogno) dato che le stranezze mi stavano seguendo fin da quando mi ero svegliato, ma, in ogni caso, dovevo assolutamente vedere, capire e cercare aiuto.
Sbirciai in due o tre scompartimenti e subito vidi una cosa che non mi piacque per niente.
Negli scompartimenti c’erano solo contadini, operai e boscaioli. Gente normale, vestita con abiti lisi. Alcuni avevano vecchie valigie di cartone, altri semplici fagotti annodati, altri ancora portavano piccole gabbie con dentro galline e piccioni.
Da dove cavolo saltava fuori tutta quella gente?
E che fine avevano fatto i giornalisti?
Nella nostra carrozza avevo intravisto l’inviato del TG1, un paio di RaiNews, quello di Repubblica, quello del Sole24Ore e poi c’era anche la solita figona di SKY.
Tutti scomparsi e sostituiti da gente comune e trasandata!
Ma c’era anche qualcos’altro che non andava.
Le autorità! Che fine avevano fatto tutte le autorità?
E il Capotreno? E gli agenti di scorta?
Tutti spariti!
Di fronte a quella scena una parte di me, quella più razionale, mi diceva che non poteva essere vero, che mi stavo sognando tutto, ma qualcosa d’altro, di più antico e superstizioso, mi urlava di stare attento, perché c’era qualcosa che non quadrava e Il mio rilevatore di rogne continuava a lampeggiare rosso fisso.
Già da un po’ una certa idea si era scavata un buco nelle mie cellule cerebrali e se ne stava lì, in attesa. La mia mente si stava dibattendo, come una falena imprigionata in una lampada, per cercare un perché a tutte quelle cose fuori posto e mettere definitivamente a fuoco quell’elemento sbagliato che non riuscivo completamente a decifrare e che mi opprimeva come un bubbone infetto che si stava ingrossando sempre di più e che presto sarebbe degenerato.
Allora, guardai di nuovo al di là del vetro e cominciai a ragionare, con calma, per mettere al loro posto tutti quei tasselli che ancora non mi convincevano: lo stop in galleria, il vecchio treno a vapore e, per finire, quel paesaggio che…
Decisamente, un po’ di cose non erano come avrebbero dovuto essere e io volevo capire il perché di tutte quelle differenze, ma quando mi sembrava di aver trovato una spiegazione logica, questa se ne fuggiva via, come una piuma in balia della frizzante brezza serale di primavera.
Stava accadendo qualcosa di troppo strano e i miei sensi fiutavano il pericolo. Nella mia testa cominciavano a susseguirsi pericolosamente, come un fiume in piena, svariate domande e ipotesi, che, sempre più velocemente, affioravano, come alberi spogli pronti a ghermirmi.
No, decisamente tutto quel malessere era dovuto solo alla suggestione nata in una giornata da dimenticare. Non potevo credere al mistero, a quella parte oscura dell’animo umano insondabile persino per gli strizzacervelli.
Ci doveva per forza essere un limite, anche all’assurdo. Ero grande abbastanza per sapere che certe cose non possono succedere nella realtà. O meglio, non dovrebbero succedere. Eppure…
Mentre la parte più razionale di me e quella in ombra continuavano ad azzuffarsi, non avevo altra scelta, in quella carrozza decrepita, che mettermi tranquillo e aspettare.
Allungai le gambe per rilassarmi un po’ e scacciare i pensieri torbidi, ma subito, come un flash, mi tornò in mente una storia che mi aveva raccontato una sera un vecchio, incontrato in un’osteria, a Venaus, e i battiti del cuore iniziarono ad accelerare.
I giornalisti, in valle, non godevano di molte simpatie e, di solito, la gente non parlava molto volentieri con loro. Penetrare nella dura corazza della gente del luogo era come tendere una trappola ad animali selvatici, scaltri e diffidenti. A volte andava bene, ma, più spesso, si finiva per instaurare rapporti basati più sul lancio di pietre che sullo scambio di chiacchiere in amicizia.
Ma io, come sempre, anche quella sera ero in giro per cercare di raccogliere ogni briciola di informazione da appiccicare sulla carta.
Non so perché quel vecchio attaccò bottone proprio con me. Non era altro che una delle tante figure avvolte nei loro cappotti sformati, con la schiena appoggiata al bancone e l’immancabile bicchiere di rosso stretto nella mano. Forse voleva solo scambiare quattro parole o forse così tanta eloquenza era dovuta al fatto che era già pieno fino agli occhi.
Da quelle parti le notizie dovevano essere scovate scavandole tra le rocce, i cespugli e gli animi spinosi della gente.
Ore e ore a consumarsi le dita su citofoni muti e decine di porte sbattute in faccia solo per raccattare qualche sillaba da mandare in redazione. Ma quella sera no, quella sera quel vecchio si avvicinò, autonomamente e senza reticenze, cominciò a parlare del più e del meno, di frese, scavatrici e delle ultime cariche della Polizia.
Date le circostanze era indubbiamente un successo ma, in sostanza, non mi portava nulla di nuovo. Erano cose note e arcinote, che non mi interessavano e che mai avrei scritto.
Lo lasciai comunque parlare, limitandomi a deglutire, senza interesse, le sue parole insieme ai sorsi di vino che uscivano dal mio bicchiere come stormi di pensieri bizzarri.
Dopo un po’, però, si avvicinò di più, come se volesse parlarmi nell’orecchio, e cominciò uno strano discorso.
“La Val di Susa è un posto strano…”, biascicò sottovoce, “Se tu ti fermassi un po’ qui da noi e te ne andassi in giro per i paesi e per le vallate più remote, fin su, sugli alpeggi e le baite, ne sentiresti delle belle! Se tu parlassi con i vecchi, ti racconterebbero cose molto interessanti, cose che possono forse aprire la mente, ma che, in cambio, possono suscitare incredulità o compassione da parte dei più buoni e ilarità e disprezzo da parte di tutti gli altri…”.
“E perché…?”.
“Perché sono cose che atterriscono e fanno paura. Ci sono forze primordiali che non bisognerebbe mai disturbare: appartengono a un'epoca lontanissima e, di colpo, assumono comportamenti sconvolgenti…”.
Sgranai gli occhi e cominciai a pensare seriamente di aver buttato via il mio tempo. Avevo di fronte un vecchio, in fin dei conti, ben intriso d’alcool, probabilmente, e magari mi stava pure prendendo in giro.
“E allora, cosa mi racconterebbero, sempre ammesso che non mi rompano prima una spranga sulla schiena?”, mi informai allora con tono distratto, quasi assente, “I soliti e sani pettegolezzi di paese?”.
“No! Niente pettegolezzi, ma leggende! Leggende che vengono tramandate da generazioni, di cui la gente mormora piano, sgranando il rosario o facendosi il segno della croce. Leggende che vengono appena sussurrate perché nessuno se le possa ricordare il giorno dopo alla brillante luce del sole…e…io…tutte le volte che le sento, anche se sono vecchio, non posso fare a meno di pensare…”.
Cominciavo ad averne abbastanza. Era tardi e non stavo cavando un ragno dal buco.
“E a cosa pensa, sentiamo!” lo interruppi seccato.
“Ecco, penso che le nostre montagne sono belle, ma…custodiscono dei segreti…cose inimmaginabili, sepolte sotto la roccia!”.
“Ah! Ecco la solita storia dell’amianto! Guardi che, ormai, lo sanno anche i gatti che…”.
“No, aspetta! Ci sono tante cose sepolte sotto la roccia e non si tratta solo di amianto! E dove lo strato di roccia è bello solido non ci sono problemi, ma…vedi, in certi punti, lo strato è come…consumato. E in questi punti la roccia è così consumata, che è diventata sottile, come…un velo, e allora basta un niente per…”.
Strane cose sepolte sotto la roccia? Strati di roccia sottili come veli? Ma quelle erano tutte storie senza senso che, al massimo, potevano andare bene per una di quelle riviste che, di solito, affollano i saloni dei parrucchieri!
Dove si erano mai sentite delle balle del genere?
Stavo per dire al vecchio di piantarla lì con quella solfa, quando rincarò la dose: “E uno di questi punti sottili, una di queste porte, sembra si trovi proprio qui! E allora mi domando: cosa succederebbe se, scava oggi scava domani, l’ultimo velo di roccia si consumasse del tutto?”.
Poi fece una pausa e mi guardò in faccia, ma non dovette leggervi granché in termini di interesse, perché con un sorso vuotò il proprio bicchiere e prese le distanze dal bancone.
“Stai pensando che io sia un vecchio rimbambito?”, biascicò.
“Ehm…no…niente affatto…niente affatto...”.
Quindi si avviò deciso verso l’uscita, ma prima di arrivare alla porta si voltò e gridò minaccioso: “Non vogliamo cantieri qui in valle! C’è qualcosa che non deve essere portato allo scoperto! Non vogliamo che l’ultimo velo di roccia si consumi del tutto!”.
Ne avevo sentite di storie balzane in giro per la valle, ma quella era grossa davvero.
Avevo sempre prestato fede alle esternazioni della gente, anzi, me le andavo pure a cercare e, anche se molto spesso erano espressioni violente e colorite, cavate con le pinze o guadagnate a rischio dell’incolumità fisica, cercavo il più possibile di dare loro voce.
Però storiacce simili non me le potevo certo bere!
Cose inimmaginabili, segreti custoditi sotto le montagne: tutte balle spiritiche da quattro soldi!
Lasciai il mio bicchiere a metà e uscii imprecando dall’osteria, accompagnato dagli sguardi torvi e dai commenti a mezza voce dei presenti. Avevo sentito anche troppo e volevo mettere più strada possibile tra me e tutte quelle baggianate.
Per tanto tempo le avevo tenute sepolte nei meandri più reconditi della memoria, perché, per me, erano solo chiacchiere, frasi senza senso biascicate da un vecchio sdentato, forse con qualche rotella fuori posto, storie strampalate celate tra le foschie dei piccoli borghi, tenute a galla nella superstizione e nel troppo vino. Testimonianze evanescenti di quella vecchia cultura rurale, ormai dimenticata, che alle generazioni odierne non interessano e che le altre non vogliono più sentirsi raccontare.
Ma ora, invece, seduto su di un vecchio treno a vapore, che non assomigliava per nulla al fiammante FrecciaRossa sul quale ero salito, ripensavo a quelle parole e alcuni dei conti della giornata cominciavano a tornarmi.
Ripensavo a quello che avevo sentito in quella osteria invasa dalle bestemmie e dal fumo e, finalmente, riuscii a mettere a fuoco quel particolare che mi mancava, e che era sempre stato lì, a portata di mano, ma che la mia mente si era sempre rifiutata di vedere.
Immagini confuse si accavallavano nella mente, frammenti, indizi, riportavano a galla qualcosa che avevo intuito, ma poi sepolto, forse proprio per non voler capire.
Diedi un altro colpo di acceleratore ai miei neuroni, sommai tutti gli indizi e, in una frazione di secondo, la verità si scavò la strada nel cervello, dolorosa come una lama arroventata che affonda nella carne. Una parte remota della mia mente capì e il mio cuore iniziò a martellare nel petto chiedendo udienza per uscire alla svelta da quel posto.
Avrei tanto voluto accontentarlo e sfondare con la testa il finestrino per catapultarmi fuori e poi, magari, prendere l’autostrada per Giove, lontano da quell’orrenda prigione, lontano da quell’inaccettabile realtà!
Non ci potevo credere! Non doveva essere possibile! Non era vero!
Ormai i dubbi cominciavano lentamente a dissiparsi e i sospetti si stavano trasformando in un’atroce certezza.
Come in un maledetto puzzle, tutte le tessere alla fine si stavano incastrando, una per una al loro posto, ma il quadro che ne veniva fuori non era per nulla divertente e raffigurava una realtà inaccettabile.
Tutto stava scivolando lentamente in un incubo, di quelli che si vorrebbero dimenticare non appena suona la sveglia, ma che, invece, non ne vuole sapere di evaporarsene e rimane lì, come le classiche bomboniere nelle vetrinette delle nostre mamme, quelle che tutti i giorni vorrebbero buttare, ma che poi finiscono per rimanere per sempre lì, impolverate, avvizzite, ma allo stesso posto.
Non volevo ammetterlo, nemmeno a me stesso, ma, che mi piacesse o meno, la cruda e terribile verità stava prendendo forma dalle parole di quel vecchio, pesanti come macigni: “Ci sono punti dove le barriere sono così sottili che, per abbatterle del tutto, basta…”.
Un niente, oppure, ad esempio, una bella galleria…
Per stemperare l’angoscia presi lo smartphone ma…non c’era campo.
Mi misi allora a sfogliare la galleria delle foto per rivedere la mia famiglia.
Mi mancava mia moglie, con i suoi baci, le sue attenzioni e i quei tipici sfottò quando il Milan vinceva e l’Inter no.
Mi mancava mia figlia, con i suoi abbracci, i mille giochi che facevamo insieme e tutti i disegni che appiccicavamo in giro per la casa.
Pensai a mia moglie che mi stava aspettando per la cena e che tra non molto avrebbe chiamato il giornale perché il mio cellulare, anche se mi trovavo a Milano, risultava non raggiungibile. Pensai al nostro angioletto che voleva regalarmi l’ultimo disegno fatto all’asilo e che continuava a chiedere quando sarebbe tornato il suo papà.
Scorrevo le foto e i filmati fino a farmi dolere le dita, perché non volevo farmi sfuggire quei ricordi che, come una sottile bava di ragno, ancora mi legavano al mio mondo. Interrogavo con lo sguardo muto le immagini della mia famiglia, come se quei volti potessero parlarmi e suggerirmi la soluzione migliore o, addirittura, farmi volare lontano da lì.
La mia mente si ostinava a ricordare. Erano bei ricordi e io ne avevo un dannato bisogno.
Pensai che, forse, era tutto un sogno e che tra poco mi sarei svegliato.
Pensai che forse, dopotutto, non avevo fatto veramente la cosa giusta. Pensai che avrei fatto meglio a dare retta a quel vecchio, perché se quella sera, all’osteria, mi fossi spaventato sul serio, forse mi sarei tenuto lontano da questo posto invece che andare a ficcarmici dentro come una mosca nella tela di un ragno peloso.
Se solo non avessi frettolosamente associato quelle parole alle solite teorie antiche e oscure, che circolano nei recessi dell’ignoranza o come vecchie credenze, appena sussurrate di giorno, e racchiuse, di notte, in gabbie di preghiere e riti pagani di liberazione, mi sarei fatto un’idea un po’ diversa di quello che mi stava capitando, Se solo non avessi troppo facilmente bollato quelle parole come frutto dell’inesorabile decadenza senile o di una sbornia tutt’altro che casuale, quella parte di me razionale avrebbe… cosa? Intuito? Dubitato? Capito?
Nossignore, certe verità si rifiutano, proprio come aveva fatto Orsini, finché poi non le vivi sulla tua pelle e ti accorgi che ti hanno imprigionato, come un blocco di cemento ai piedi!
Ma non potevo nemmeno stare là fermo a pensare e continuare a girare il coltello nella piaga.
Qualcosa dovevo pur fare e dovevo sbrigarmi.
Non ne ebbi il tempo.
Un istante dopo passò il controllore e, dato che (chissà perché…) non avevo il biglietto, mi chiese i documenti per elevarmi la contravvenzione.
Mostrai la mia carta di identità digitale e quello prese a correre nel corridoio alla velocità della luce.
Stavo cercando di capire il perché di questo strano comportamento quando mi ricordai di un tizio seduto in uno degli scompartimenti che avevo ispezionato tempo prima.
A parte gli abiti di taglio decisamente non attuale, era stato il giornale che stava leggendo ad incuriosirmi.
Si trattava del Corriere della Sera e in prima pagina si poteva leggere questo titolo:
Travolgente avanzata dei britannici nell'Africa Orientale Italiana. Le truppe italiane rimaste al comando di Amedeo di Savoia, si sono ritirate da Addis Abeba per organizzare l'ultima resistenza sulle montagne…
Rispolverai i miei ricordi scolastici di storia.
Si parlava della fuga del nostro esercito da Addis Abeba e poi di una battaglia persa contro gli Inglesi.
Purtroppo, i conti tornavano: non poteva che essere la seconda battaglia dell’Amba Alagi che si era combattuta il 17 Maggio 1941.
E se sulla prima pagina del Corriere c’era quella notizia, significava che era una notizia fresca.
“CAZZO!”, urlai, “Ma…allora…vuol dire che…!”.
Non potei aggiungere altro perché il controllore ritornò, stavolta accompagnato da tre Camicie Nere che mi fecero scendere a Torino Porta Susa e mi scortarono fino alla più vicina caserma.
Qui aprirono la mia valigetta e trovarono il portatile, lo smartphone, il tablet e dei documenti datati 2025.
Poi mi perquisirono e dal mio portafoglio saltarono fuori degli assegni di una banca che nemmeno esisteva, poi delle strane banconote colorate mai viste prima e, dulcis in fundo, delle tessere di plastica, che non si sapeva neanche a cosa servissero ma che, gran bel colpo di culo in tempo di guerra, avevano scritto sopra -American Express-.
Quindi venni prima pestato a sangue per confessare una verità a cui nessuno avrebbe mai creduto e poi sottoposto ai più orribili supplizi per sputare un segreto che nessuno avrebbe mai capito.
Per farla breve, con tutta quella roba trovatami addosso, senza poter dimostrare validamente la mia identità e senza aver aperto bocca, non ci misero molto a considerarmi una spia senza passare dal VIA, come nel gioco del Monopoli che, forse, allora non esisteva nemmeno o forse sì…boh.
Ma, arrivati a questo punto, il problema non è il Monopoli, il problema è che sono qui, rinchiuso in una piccola cella in attesa che vengano a prendermi per portarmi davanti al plotone d’esecuzione.
Mi fa male tutto, devo avere parecchie ossa rotte e sono una maschera di sangue.
Con quel briciolo di forze che ancora mi rimangono vorrei, come ultimo atto, prendere una bomboletta spray e…eh, no, coglione, non lo sai che le bombolette spray non sono ancora state inventate? …ah, si…bene…allora vorrei prendere un pennello, della vernice e…e pensi veramente che qualcuno te le porti qui, in questa cella? …giusto allora… lo scriverò qui su questo muro, malconcio ed umido, con l’unghia del pollice.
Sento girare la chiave nella porta ed inizio a scrivere domandandomi se, un domani, qualcuno leggerà e, soprattutto, capirà.
Mentre mi trascinano fuori per mettermi al muro, mi volto per un attimo e vedo la scritta che ho appena tracciato: ho il pollice che sanguina, non che tutto il resto vada meglio, ma la scritta si staglia ben evidente e marcata sul muro come un testamento.
NO TAV