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Non solevano parlarsi, V. e M., ma accadde che lo fecero, in un gaio pomeriggio primaverile.
L’incontro fu casuale ma inevitabile, com’era loro costume, e nel frammezzo vi era quella solita barriera trasparente.
“Lo sai cosa stavo pensando?” disse V.
“Ehm, proprio no, mi spiace” rispose M.
“Pensavo: è possibile che non si possa mai stare assieme…?”
“Io e te, intendi?” fece M.
“Ma sì, certo, io e te… Oddio, ci si vede eh, però c’è sempre questa vetrata in mezzo a dividerci…”
“Sì, è vero, è un po’ fastidiosa” confermò M. picchiettando un po’ su quella superficie “ma almeno ci si vede… pensa quanti s’incontrano al bar e dopo qualche chiacchiera si salutano e dicono: ci si vede, ma in realtà non gliene frega niente a nessuno, che poi tanti effettivamente non si rivedranno più e non certo solo per causa mia, eh… Invece a noi interessa senz’altro vederci e rivederci…E’ importante per noi sapere che ci siamo, eh.”
“Sì, ho capito, ma questa vetrata… guarda che roba… è così anonima oltre che inopportuna… almeno ci fossero dipinti laghi, mari, fiumi, o qualche palazzo, insomma qualche bel disegno: sarebbe più sopportabile. Possibile che sia sempre in mezzo a dividerci?”
Le loro voci giungevano l’un l’altra un po’ attutite dalla diafana lastra, tuttavia non erano incomprensibili, anzi vi era una buona acustica.
“Beh, però… all’inizio, ma proprio all’inizio, eravamo assieme, eravamo assieme davvero, senza barriere o altro, ci potevamo pure toccare, ricordi…?” considerò M.
“D’accordo, ma che centra, all’inizio normalmente si sta tutti assieme, mica solo noi, ma devi ammettere che è passato davvero tanto tempo…” rispose V.
“E’ vero, tanto tanto tempo, che nemmeno ricordo…Possibile che io sia così smemorata?”
V. sollevò le braccia, quasi in segno di resa, ma era divertita e si riprese subito: “Hai poca memoria perché non ti dai fare, sei troppo pigra. Dovresti attivarti di più, essere entusiasta, viva! Il tempo è prezioso, sai, dobbiamo utilizzarlo al meglio.”
“D’accordo, ma ti prego, non esageriamo con i proclami, non è che noi due ne abbiamo così poco di tempo…”
“Beh, non credere, non è che tu sia in pensione, o almeno non mi risulta, e poi cosa pensi? Non crederai mica che noi ci saremo per l’eternità…?”
“…”
“Comunque sia, a me piace fare le cose, voglio essere in forma, atletica, amo l’energia, amo essere attiva, in una parola amo essere vitale. Detesto gli oziosi e i tempi morti.” fece V.
“E’ un po’ una mania la tua eh, questa dell’iperattività, comunque va bene così: i tempi morti lasciali pure a me.” borbottò M.
Così dicendo M. si avvicinò alla lastra divisoria. Era sì spessa e solida ma di una tal purezza che consentiva loro di vedersi con incredibile limpidezza.
“Sai, a dir la verità un po’ t’invidio” confessò M. “questa tua gran voglia di fare le cose, di agire, di costruire, di voler esser sempre protagonista. Hai una tenacia impressionante e dicono tu abbia anche una buona autostima. Eh sì, in fondo in fondo t’invidio.”
M. picchiettò di nuovo sulla lastra. Mi spiace, era troppo dura per poterla scalfire, figuriamoci passare dall’altra parte.
“E invece con me, cosa vuoi fare…” incalzò M. “quante volte mi dicono: la vita è bella, la vita va vissuta. Peccato io non mi senta mai bella, ma proprio mai, e peccato che spesso vorrei solo morire, ma che ti dico spesso, praticamente sempre. Quindi, sì, c’è una certa invidia che nutro nei tuoi confronti, per quanto abbia anche stima di te, eh…”
V. sembrò arrossire, ma mantenne la sua vitalità: “Lasciamo perdere i peccati: che se ne occupi qualcuno altro… Comunque dai, non fare così, su, anche tu sei importante, anzi molto importante… Ma non è che dipende dal fatto che ti vesti sempre in maniera diciamo poco vivace… O almeno quando ti vedo io, sei sempre vestita di nero, o al massimo grigio scuro, insomma un po’ di colore, vivaddio, che anche l’abito influisce sul nostro umore…E poi dai, non stare sempre a lamentarti, in fondo anche tu hai alcune attività, eh. Ad esempio a te piace tanto giocare a scacchi, vero?”
“Certo, certo, è vero, ma sai quante volte devo supplicare, quasi mendicare, per trovare qualcuno che voglia fare una partita… cosa credi, non c’è nessuno che voglia giocare a scacchi con me… quante preghiere devo fare agli altri, che poi è assurdo: a me tocca pregare gli altri e non c’è nessuno che preghi me…insomma la gente viene da me a giocare solo quando proprio non ne può fare a meno, in pratica solo quando è arrivato il loro momento di giocare… e poi a me il gioco piace ma non è che in queste partite mi diverta chissà che…Sono partite che vinco sempre, o meglio quasi sempre, che poi anche se non le vinco è praticamente scontato che io vinca la rivincita. La rivincita me la concedono sempre, ecco, questa è una buona cosa. Quindi, sì, ti ripeto, a me il gioco piace, ma sai che divertimento… è un gioco in cui sono pressoché imbattibile…la verità è che non ti diverti mica che quando non fai altro che vincere.”
“E vabbè, ma vedi che ti lamenti sempre…Sai quante persone darebbero chissà cosa per vincere sempre come fai tu? Farebbero pure un patto con il diavolo, o con la morte, ancora meglio.” sghignazzò V., che del resto gradiva canzonare M., spesso tacciata di scarso senso dell’umorismo.
“Allora, mi fa piacere tu ti sollazzi alle mie spalle, anzi alle spalle della vetrata, ma evidentemente non ti sei mai chiesta come mi possa sentire io” rispose M. “Ma lo sai quanti mi sfuggono, quanti mi evitano, quanti non hanno nessuna voglia di aver a che fare con me!!! No, loro devono sfuggirmi, anzi esorcizzarmi, beh, credimi, così emarginata non è mica un bel vivere…”
“Suvvia, non fare così…”
M. era contrariata, si vedeva, e si mise a pesticciare davanti al limpido divisorio. A dirla tutta, sembravano capricci infantili e per un attimo parve persino volersi levare il cappuccio.
“Ho capito” riprese M. “ma come dicevo, sì, un po’ t’invidio… prima mi hai detto che anch’io sono importante, anzi molto importante… mah, peccato che quando una cosa è molto importante si dice che sia di importanza vitale, mica mortale.”
A quel punto V. sembrò spazientirsi. “Ma che ti credi?” sbottò V. “Non pensare che la mia vita sia tanto meglio della tua. Non pensare insomma che fare la vita sia facile… Guarda che la maggior parte della gente vuole vivere, eh, e figuriamoci…E mi si attaccano in una maniera che non ti dico, beh, tu, proprio tu dovresti saperlo, e mi pedinano, direi quasi che mi stalkerizzano. Il problema è: quante volte non si riesce, ma proprio non si riesce a vivere, anzi a sopravvivere… del resto io dico, visto che si arriva alla fine, e purtroppo si deve arrivare, e sembra che ci sia sempre questa fine- se c’è un inizio ci deve pur essere una fine dico io, o forse no? - comunque almeno fino adesso è stato sempre così… Così stando le cose, a me, diciamocela tutta, a me tocca fallire, io fallisco, e insomma la cosa è un po’ frustrante, non trovi? Per me almeno è così…”
V. si ravviò la sua bionda chioma. Aveva una folta capigliatura che non riusciva mai a tenere in ordine. Mai avrebbe gradito un cappuccio.
“Anche se in realtà le persone con me stanno molto poco” proseguì V. “stanno molto ma molto di più con te… lo sai che uomini e donne sono tutti mortali, quindi di che ti lamenti, perché dici che sei sempre sola se la gente sta molto più con te che con me…la maggior parte del tempo la gente sta con te, mia cara!”
A quel punto M. borbottò un che di inudibile e ruotò il suo nero pastrano voltando le spalle alla grossa vetrata.
“Che fai adesso, te ne vai?” chiese V.
“Sì, me ne vado, è giunta l’ora…”
“L’ora?”
“L’ora di fare la spesa”
“Ah ok, aprono adesso?”
“No, in realtà è sempre aperto, letteralmente è sempre aperto, sai il mondo è grande…”
“Eh, lo so, lo dici a me… Ma, carne o pesce?”
“Vediamo quel che passa il convento.”