Ascolta, mia città, che l'ho incontrata;
ho visto il suo viso fra la gente,
per pochi istanti, poi più niente;
adesso dov'è? Dov'è andata?
I suoi occhi di luce due laghi gemelli,
la sua voce suono d'arpa celeste;
sarà in un rione o un borgo campestre?
Riportami al suo ondeggiar di capelli.
Ho visto lo sguardo di quel ragazzo;
che sguardo d'amore ho appena veduto!
Nemmeno in un sogno l'avrei mai creduto;
qual'è la sua via? Qual'è il suo palazzo?
Chissà se anche lui ha pensato qualcosa;
eppure, son certa, mi ha bene notata;
ma forse... adesso mi avrà già scordata,
pensando a chissà quale altra amorosa.
Sono vermiglie le sue dolci labbra,
son come le fragole di bosco;
mia adorata che non ti conosco,
dai capelli color d'oro e sabbia.
Tu, come la pioggia di settembre,
all'improvviso mi hai sconvolto;
come un frutto il mio cuore hai già colto,
per tutta la vita voglio dirtelo sempre.
Io voglio perdermi nelle sue mani,
oh, dove sei mio dolce adorato;
vi prego, qualcuno fra voi l'ha incontrato?
Perché non ti sento? Perché non mi chiami?
Ecco, i tuoi occhi son le stelle di notte,
le tue braccia son le mura di cinta,
stringimi forte, per sempre a te avvinta,
e se voglio fuggire sii ancora più forte.
Son belli i tuoi fianchi, d'avorio tornito;
son dolci i tuoi seni, due coppe ricolme,
la tua linea è dolce in tutte le forme,
meglio di ogni altra che Fidia ha scolpito.
Il tuo impero è grande, il più sconfinato,
non scende mai notte sui tuoi confini,
non c'è limitezza ai tuoi domìnii;
nemmeno l'Augusto l'ha mai eguagliato.
Un ragazzo e una ragazza, seduti vicini,
durante l'ora di religione,
poco prima di ricreazione,
si sono scambiati quei due bigliettini.
Cantico testo di Paolo R. 68