Il ragno

scritto da Deaexmachina
Scritto 6 anni fa • Pubblicato 6 anni fa • Revisionato 6 anni fa
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Testo: Il ragno
di Deaexmachina

L'anno stava per finire e le feste per cominciare.
Strano come, quando qualcosa sta per terminare, tra mortaretti e fuochi d'artificio di buon augurio, ci si soffermi a tirar le somme, a pensare al passato e alle comparsi che ancora vagano nel teatro o a chi sta in un altrove in cui ci si ricongiungerà.
Per Alice era l'ultimo giorno di lavoro prima della pausa festiva e, in quel patetico pranzo aziendale, avrebbe desiderato soltanto tornare a casa, accendere le luci del suo alberello e aspettare di mettere il bambinello nel presepe.
Ci sono istanti che s'intessono come ragnatele nella memoria.
Non ci pensi mai, stanno lì, quasi invisibili nei loro fili contorti, e vai avanti anche per anni senza mai spazzarli via. Finché ti accorgi del ragno.

Matteo, cinque anni gomito a gomito, gli anni del liceo.
Erano capitati insieme per caso, lei completamente nuova e lui fuori dagli schemi; tutti belli che accoppiati e loro due come due chicchi di caffè in una bustina di camomilla.
Matteo era mezzo matto, in senso buono: il tempo non riusciva a scrollargli di dosso la genuina visione d'incanto dei bambini e studiava ben poco. Alice, al contrario, studiava per amore di conoscenza e le piaceva confrontarsi con menti dissimili.
In quel momento, senza un reale motivo, le era venuta voglia di scrivere al desaparecido Matteo; dopo il diploma, si erano persi di vista, malgrado le promesse di restare amici per sempre. All'epoca era sembrato un intento sacro come un giuramento di sangue.
Non aveva che un tovagliolo un po' unto, ma l'impellenza della scrittura no ne teneva conto.

"Matto, chissà come ti butta.
Avrei voluto rubare le parole a Dalla e cominciare con un 'Caro amico ti scrivo', ma tu hai sempre odiato le cose scontate, Matteo matto.
Adesso avrei voglia di stare seduta di fronte a te, a gambe incrociate per terra, con la stufetta che non scalda, i libri aperti che attendono di essere intesi, la tua lingua sulla punta del naso e gli occhi incrociati a distrarmi dall'insegnarti qualcosa.
Dicevi che Mussolini e Hitler avevano fatto il loro corso; che era inutile conoscere la geografia perché sarebbe sempre cambiata; che ti bastava conoscere le nozioni di base della matematica per contare le banconote che avresti guadagnato col tuo circo; che il latino non serviva: dove si parla il latino, mi chiedevi tutto serio.
Che matto! Ma ce l'hai fatta a prenderti il tuo pezzo di carta e a colorarlo coi pastelli come un bambino; le urla di tua madre, che flash!, me le ricordo ancora.
Mi piace pensarti sulla vetta del mondo. Mi piace pensare che, come me, ogni tanto ricordi. In realtà, sto pensando a te soltanto adesso e un po' me ne vergogno. Sembrava tutto così eterno in quei pomeriggi e poi la vita ha pensato di mettere i puntini sulle i, che tu tanto odiavi.
Io me la cavo, un passo dopo l'altro, con some di cui farei volentieri a meno, come un somaro che tira calci ma poi si fa accalappiare. Lo sai come sono. Sbraitavo già all'epoca, non sono cambiata poi tanto. Dicevo che il mondo era sbagliato, la gente lo era, ma, non sapendo come cambiarlo, mi limitavo a fantasticare di un albero in mezzo all'oceano, piantato da Bob Dylan.
Poi le ho tirate fuori le unghie, sai. Ho dovuto.
La tua leggerezza non mi è mai appartenuta, e la invidiavo. Ora ho talmente tanti calli che non riuscirei a cucirmela addosso.
Matto, ora mi manchi".

Un collega affettuoso le aveva portato fuori una flute di prosecco, il collega goffo precipitatole addosso. In un fiume di parole di scuse per averle macchiato il pullover, aveva preso la lettera-tovagliolo, appallottolando il suo tentativo di ricordare un caro vecchio amico.
Non che l'avrebbe poi spedita, e dove comunque. Ed erano solo parole, però...
Però pensò di affidarsi ai moderni social per ritrovare Matteo.
L'amicizia che prometti da adolescente, se è stata sincera, è sempre una buona base per riprenderla e ammodernarla con i cambiamenti dell'età.
Il ragno testo di Deaexmachina
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