La settimana bianca

scritto da Loris Nuvolari
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Autore del testo Loris Nuvolari

Testo: La settimana bianca
di Loris Nuvolari

La settimana bianca

7 gennaio 2006: citando il Presidente F. D. Roosevelt, “una data che resterà segnata dall’infamia”. I miei genitori infatti decisero di portarmi in settimana bianca. La mia prima settimana bianca. In realtà la condanna avrebbe dovuto avere luogo già l’anno prima, ma riuscii a cavarmela con una miracolosa influenza che fece saltare tutto. Ricordo ancora l’espressione sconfitta sul volto di mio padre quando gli esibii fiero il certificato del medico, come se quel documento mi fosse stato consegnato per qualche mio merito. Mi sentii come quelli che tramite fogli e foglietti riescono a saltare il servizio di leva o il carcere duro. Col senno del poi, quel certificato avrei dovuto incorniciarlo, o ancora meglio, farne delle copie, così da potermi sottrarre da quanto segue.

Ricordo che già alla partenza qualcosa non mi tornava: il fatto che si associassero nella stessa frase i concetti di “vacanza” e “sport”, due cose che al bambino tutto libri e soldatini che ero suonavano rispettivamente come “paradiso” ed “inferno”, rappresentava un bel paradosso. Non ho mai amato fare nessuno sport, nè sonò mai stato capace in qualcheduno. Mia madre non faceva che incoraggiarmi a fare del movimento, al parco era l’unica che al figlio gridava cose tipo: “Corri!”, “Suda e prendi freddo!”, “Fatti male!”. Siccome poi ero un po’ preso di mira da dei ragazzini prepotenti i miei decisero di iscrivermi a karate: nella loro logica se un ragazzino era preso in giro da dei bulletti, il modo migliore per invertire il trend era farlo vestire con delle tuniche bianche strette da delle graziose cinturine colorate.

Ma torniamo a noi.

La nostra destinazione era una località chiamata “Corvara”, in Alta Badia, sulle Dolomiti. Partimmo da Follonica alle cinque del mattino (orario che fino a quel momento avevo solo sentito pronunciare o visto nei film, ma che non credevo potesse avere a che fare con la vita reale), e uscendo dalla città le dedicai il mio personalissimo “Addio ai monti”. Fatta una prima sosta pipì all’autogrill di Campiglia Marittima[1], da lì il viaggio proseguì senza troppi intoppi. Un’ora dopo mio padre aveva già seccato un mezzo pacchetto di Camel blu, mia madre uno di Oro Ciok. Ognuno si dedicava ai suoi sollazzi: mia mamma leggeva Novella 2000, mio padre insultava gli altri automobilisti; io ammiravo il paesaggio, gioia che mi fu negata non appena entrammo nella nebbia della Pianura Padana. A fare da colonna sonora[2] al nostro viaggio c’era un cd masterizzato da mio babbo (all’epoca aveva da poco scoperto eMule), una compilation che aveva come quote di maggioranza pezzi di Biagio Antonacci, Eros Ramazzotti, Giorgia e Gianna Nannini, affiancati da qualche singolo di Grignani, Raf e dei Tazenda. Passata la pianura e avventurandoci su per quelle rocciose montagne, non potei non notare che fossero piene di cimiteri. “Sono i cimiteri della Prima guerra mondiale”, mi spiegò mia mamma. Pensai a quanti poveri italiani fossero andati a morire fra quei monti, e mi domandai che bisogno ci fosse di mandarcene un altro, peraltro di appena 9 anni.

Dopo un “Camogli” mal scaldato trangugiato in un autogrill nei pressi di Bussolengo, arrivammo all’Hotel Cristallo di Corvara nel primo pomeriggio. Appena posati i bagagli in camera mia madre si avventurò alla ricerca del centro benessere dell’albergo: sicuramente mi sbaglio e traviso i miei ricordi d’infanzia, ma giurerei di non averla più rivista fino al termine della vacanza.

Mio padre ed io invece prendemmo una navetta che ci portò agli impianti sciistici. Prima tappa: noleggio attrezzatura. Entriamo in una stanza sotterranea, a cui si accede scendendo una scala ghiacciata, dove si nasconde una creatura semi mitologica: un ragazzo senza età, visibilmente nato e cresciuto in quella stanza, che ignora l’esistenza della luce del Sole e che ti porge l’unica frase di senso compiuto che sa pronunciare: “Di che misura hai il piede?”. Dopodiché ti mette ai piedi due pesantissime armature medievali piene di lacci e ganci, ufficialmente “per non far scappare lo sci”, ma capisco ben presto che quello che non deve scappare sono io. Secondo step: acquisto dello Ski Pass. Settantordicimila miliardi di offerte si srotolano davanti ai nostri occhi: giornaliero per piste vicine, settimanale per piste vicine e lontane, mensile per piste dal Trentino all’Himalaya. Prendiamo il settimanale, “poi si vede”, dice mio padre. Infine, il passaggio cruciale: l’affitto del maestro. Ci portano in uno spiazzo dove adulti e bambini vengono divisi. “Probabilmente a noi piccoli ci fanno fuori subito”, penso fra me e me, ed evidentemente non sono l’unico, dato ogni singolo bambino piange come se gli avessero appena detto che in realtà è stato adottato, che il periodo di prova è finito e che i genitori hanno optato per il reso. Mio babbo mi augura di divertirmi, dopo di che si allontana con il gruppetto a cui è stato assegnato, i cui membri sono esattamente come lui: quarantenni fuori forma che approfittano della scusa di fare sport all’aria aperta per razziare ogni baita e rifugio delle Dolomiti di polenta, canederli e vin brulè. A fine giornata non sciano, rotolano o, nei casi peggiori, muoiono.

Io intanto vengo affidato ad un certo maestro di nome Stefan, non ricordo se tedesco o svizzero, un tipo dall’aspetto particolare: 30 anni circa, somiglia in modo inquietante ad Hermann Goring, ma con la capigliatura alla Marco Simoncelli. In teoria sono affidato a lui per tutta la settimana, ma la nostra conoscenza si rivela assai più breve. Non appena iniziata la lezione dobbiamo prendere lo skilift per salire in cima alla pista. Quindi, ricapitolando la situazione: indosso scarponi che a me paiono di metallo, a cui sono applicate due stecche che scivolano sulla neve; con le mani tengo salde due racchette (letteralmente gli unici due oggetti grazie ai quali mi tengo in equilibrio) e questo ibrido germanico-romagnolo mi chiede di sedermi su una seggioletta grande quanto un fresbee trainata da un cavo e infilatami in mezzo alle gambe. Manco a dirlo, a metà salita sono già caduto. Il problema è che sono il chiudi fila, e nessuno si accorge della mia caduta. Me ne torno strisciando sul sedere fino a fondo pista. Sono solo e non so che fare, quando ad un certo punto vedo un altro gruppo di allievi con un diverso maestro. Zitto zitto mi aggrego a loro, e così facendo arrivo a fine giornata. Terminata la lezione il Nuovo Maestro (proprio non ricordo il nome) ci dà appuntamento per il giorno dopo. Ormai è fatta, quello è il mio nuovo gruppo. Negli anni mi sono spesso chiesto come né Stefan né il Nuovo Maestro si siano accorti rispettivamente dell’assenza e della presenza di un alunno; col tempo, sono passato dal pensarla una semplice mancanza d’attenzione o di interesse fino ad arrivare ad una teoria più complessa: basandomi sulla teoria della “mano invisibile” di Adam Smith, sono arrivato a credere che esista appunto una sorta di mano invisibile che alloca gli alunni sperduti dei gruppi sci in altri gruppi a cui manca un alunno[3].

L’indomani c’è la seconda lezione, grandi novità. Prima di tutto, il Nuovo Maestro mi insegna la tecnica che per tutta la settimana mi salverà la vita e per cui ancora oggi lo ringrazio: lo spazzaneve. In pratica si mettono gli sci in posizione tale da farli sembrare una fetta di pizza: non utilissima se la tua ambizione è vincere l’oro alle olimpiadi invernali, ma preziosissima se il tuo unico scopo è quello di tornare a casa tua, nella tua stanza, nel tuo letto, al sicuro. In secondo luogo ci annuncia che al termine del corso si sarebbe tenuta una piccola gara con tanto di cerimonia di premiazione. Ora, io sono la persona meno competitiva del mondo. De Coubertin diceva: “L’importante non è vincere, ma partecipare”. Ecco, per me la situazione ideale sarebbe non partecipare neanche. Toh, potrei guardare, ma al massimo proprio. Il problema è che nel gruppo dove sono capitato c’è anche Giulio, uno spocchiosissimo bambino milanese, ahimè bravissimo sugli sci. Non si sa neanche perché sia nel gruppo principianti: è semplicemente bravissimo, non ha bisogno di lezioni, si vede che ha già esperienza. A conferma di questo fatto c’è il fatto che è l’unico ad avere l’attrezzatura di proprietà e non a noleggio, e puoi anche essere il nipote di Agnelli, ma non fai un investimento a fondo perduto come comprare degli sci ad un bambino se non hai la certezza non dico che diventi campione del mondo, ma che almeno ci si regga in piedi. Gli unici motivi che potrebbero spiegare perché sia nella classe delle schiappe sono o che gli piaccia fare il galletto, o più probabilmente (e avendolo conosciuto non avrei problemi a crederlo vero) che i genitori non vogliano stare con lui perché, cosa buona e giusta, non gli vogliono bene. L’esistenza di Giulio dà però tutto un altro senso alla mia settimana, in un certo qual modo dà addirittura un nuovo significato alla mia stessa vita. La mia unica occupazione in quei giorni diventa infatti sognare ad occhi aperti la capitolazione di Giulio: Giulio che cade e fa una figuraccia davanti a tutti, il Nuovo Maestro che umilia Giulio, Giulio che si perde e non trova un nuovo gruppo disposto ad accoglierlo, Giulio che cade in un burrone o che viene mangiato da un orso. La mia versione preferita è pero quella del “Buon samaritano”, in cui Giulio è in pericolo di vita e io lo salvo davanti a tutti, dimostrando a quella mezza sega la mia superiorità morale nei suoi confronti.

Per fortuna[4] Giulio sopravvive e, contro ogni pronostico iniziale, anche io. Arriva finalmente il giorno della gara. Sono determinato a batterlo, costi quel che costi. La gara consiste in una corsa a slalom fra degli ostacoli. La gara inizia, e Giulio si diverte a fare l’Alberto Tomba della situazione. Io, tanto per cambiare, spazzaneve. Mi sta staccando, è vicino al traguardo, e lì prendo una decisione inaspettata: raddrizzo gli sci e li avvicino fra loro disponendoli in linee parallele, piego le ginocchia, abbasso la testa, punto all’insù sedere e racchette. Vado giù a cannone, e passo Giulio un attimo prima che possa tagliare il traguardo. Mi sto godendo il momento più alto della settimana. Ma che dico? Il momento più alto della mia intera esistenza. Sfortunatamente però dura poco, pochissimo: il Nuovo Maestro mi spiega che era una corsa a slalom, e che io sono andato giù a dritto, evitando tutti quanti gli ostacoli. Il verdetto parla chiaro: a Giulio il gradino più alto del podio, a me l’ultimo posto. Lui vince una coppa, a tutti gli altri partecipanti viene data una medaglietta di partecipazione; a me, come premio di consolazione, il peluche di un animale notoriamente caratteristico dell’Alto Adige, un koala.

L’indomani ce ne torniamo a casa. Mamma fa di nuovo parte della famiglia, babbo è ingrassato di 5 chili. Io…io per mezzo minuto mi sono sentito un campione, e tanto mi basta. Babbo inserisce la compilation, Biagio canta “Convivendo”. E io ci voglio credere…e tu?


note

[1] appena venti minuti dopo Follonica, che si fossero scordati di farla a casa?

[2] O da marcia funebre.

[3] Sono dati tre gruppi di alunni denominati “1”, “2” e “3”. Essi hanno lo stesso numero di alunni, perciò sono in situazione di equilibrio. Se il gruppo 1 perde l’alunno A, il gruppo 2 perde l’alunno B, il gruppo 3 perde l’alunno C, la “mano invisibile” provvederà ad allocare C nel gruppo 1, B nel gruppo 3, e A nel gruppo 2, creando perciò un nuovo equilibrio, il tutto nell’indifferenza generale dei maestri.

[4] Nella versione originale era un “purtroppo”, ma l’editore ha imposto questa correzione.

La settimana bianca testo di Loris Nuvolari
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