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Era giorno di mercato,
mentre le candele si scioglievano
sopra le tavole dei monaci in penitenza,
tra il fango e il fumo dei maiali,
un pellegrino straniero
pose sul banco dello speziale
una fiala nera.
Chi la vide per primo
la scambiò per inchiostro,
chi per sangue rappreso,
forse appartenuto
a qualche santo decapitato.
Ma quando il vetro fu scosso,
al suo interno danzavano
perle scure,
e si udiva un sussurro,
come di strega rinchiusa.
Il prete urlò all’eresia,
il giullare volle berla.
Ne assaggiò un dito,
e cominciò a parlare
in lingue mai udite:
“Coke is it”, gridava,
mentre sputava dalle labbra
una schiuma dolce e velenosa.
Qualcuno pensò
fosse un filtro d’amore,
altri giurarono
che chi la beve
non dorme più,
ma sogna solo cavalli impazziti
e banchetti infiniti
dove nessuno mangia.
La regina volle assaggiarla.
Da allora si pettina
solo con la luna,
e ride quando piove.
Nessuno sa chi l’abbia creata,
ma i monaci la chiamano
“Vetro del Diavolo”,
e la tengono chiusa in una cassa
fra le costole di un drago,
nella cripta più profonda.
Dicono che di notte
brilli da sola e canti.