Il signor Codecchia

scritto da riccardo andreani
Scritto 12 anni fa • Pubblicato 12 anni fa • Revisionato 12 anni fa
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Leggere prima il signor Nori.
- Nota dell'autore riccardo andreani

Testo: Il signor Codecchia
di riccardo andreani

Com'è bello vedere ancora i panni stesi, come ai vecchi tempi, in via di valle Melaina, volare in direzione opposta al vento. Ed è bello anche osservare che i palazzi siano rimasti dello stesso colore di una volta; anche i balconcini sono messi bene, hanno solamente qualche crepatura qua e là. In una di quelle finestrelle, illuminate, come sempre, Codecchia assisteva la sua vecchia moglie la quale sembrava morire poco a poco. Dicevano che fosse cancro.
Egli portò la spazzola che stava sul comodino nei capelli della moglie: Dora.
Questa sillabò qualche cosa, poi si mise composta. Codecchia cominciò a pettinarla. Fu fatta mettere da Codecchia in una posizione che, nonostante fosse malata, potesse stare comoda mentre lui gli avrebbe pettinato i capelli.
Non diceva nulla, Dora, amabile signora del quartiere. La conoscevano in pochi, perché in vita sua stette sempre in disparte, come una bambina vergognosa. Poi conobbe, a causa del matrimonio, come diceva lei, Codecchia, e tutto prese un'altra piega. Finalmente aveva un uomo che la portava al cinema, perché sapete, al cinema ci si va da giovani, perché quando si è vecchi c'è poco da ammirare. Il cinema insegna: diceva Codecchia. Ma se impari dal cinema impari dalla realtà, quindi... ma torniamo a noi. Si alzò per prendere il libro delle preghiere; si sdraiò vicino alla vecchia amata e s'accinse a leggerne una parte. Finito di dire le preghiere si alzò. Guardò l'orologio e poi si spostò verso la cucina. Lì, con la luce che entrava dal balcone, pensava di aver visto un qualcosa di mistico, come una visione.
Poi si relazionò meglio con il proprio corpo. Ritornò in lui. Cominciò a sentire gli odori della cucina e il vento gelido che gli smuoveva i capelli brizzolati. Accese una sigaretta; ne fumò un pacchetto.


Dal balcone vide che nella piazza principale, vicino al cancello, c'era il signor Nori che stava passeggiando. D'istinto Codecchia urlò:

-Nori! Dove vai?
-Al cimitero!
- A trovare tua moglie?
-Si. Beato tu che ce la hai, ancora.


Codecchia aveva posto la sua ultima domanda in modo ironico, come se non sapesse che la moglie del signor Nori fosse morta l'anno prima. E per controbattere il signor Nori aveva risposto con quell' '' ancora '' come per dire:
'' Tra non molto tanto anche tua moglie morirà ''

Nori era entrato in macchina, per poi uscire e rientrare al posto di guida.
Codecchia pensava che Nori fosse un tipo strano.






Codecchia entrò dentro casa e si diresse in camera da letto. Lo squillo del campanello lo fermò. Andò ad aprire la porta: erano paffete puffiti, come a lui piaceva chiamarli. I sue due nipotini. Paffete era un ragazzino di dodici-tredici anni, aveva capelli neri e occhi azzurri. Puffiti era la sua dolce sorellina. Puffete andò dalla nonna e la salutò, gli diede un bacio in fronte e solo dopo salutò il nonno. Lui disse:

-Come va, ragazzo?
-Tutto bene nonno, e tu.
-Come vedi tua nonna ha molto male.
-Mi dispiace.

Puffete abitava con la sorella in un'altra parte di Roma ed era venuto per portare la spesa ai nonni. Infatti dopo non molto se ne andò insieme alla sorella. Doveva andare al cimitero, a trovare la sua mamma.
Codecchia salutò i due ragazzini e tornò in camera da letto.
Dora era sdraiata e piagnucolava; teneva un poco di dolore alla schiena; sulle labbra aveva l'arsura. Disse al marito di avvicinarsi. Gli disse qualche cosa all'orecchio e allora Codecchia arrossì e sorrise. Prese da un cassetto un rossetto e glielo portò alla bocca.

-Come i vecchi tempi?
-Si.
-Ti ricordi? La prima volta al cinema?
-O si, si. La dolce vita, o qual era quell'altro? A si, lo sceicco bianco.
-Si. Ricorda Dora, ricorda. Si che ricordi!
-Ti amo.
Come i vecchi tempi Codecchia prese per mano Dora e l'alzò dal letto, mise un cd dentro lo stereo e cominciarono a ballare. Ballarono, ballarono e mentre giravano si poteva notare che dai solchi degli occhi inumiditi cominciavano ad uscire vecchie lacrime. Ma che dico, lacrime giovani: di fanciullo.
Caddero infine tutti e due sopra il letto. Si era fatta la notte.





La mattina seguente, Dora era morta. Aveva ancora il rossetto un poco consumato del giorno prima sulle labbra.
Codecchia pianse, e si raccolse in lutto.
Avvertì i suoi familiari e gli disse che a quanto pareva Dora volesse esser sepolta insieme a sua figlia, al campo Verano. Poi uscì e avvertì il portinaio, anche tutti quelli della palazzina. Suonò al signor Nori, ma non rispose.
Verso undici e un quarto, suonò il campanello. Era Paffete. Salutò il nonno e poi volle a tutti i costi vedere la nonna. Voleva vegliarla. Andò in camera da letto, e sulle vecchie e rugose mani della nonna, egli posò una rosa rossa.
Poi si mise là, e la guardò tutto il tempo che poteva guardarla. Dopo non molto disse al nonno che oggi era un brutto giorno per lui, ma che adesso, in qualche modo, poteva sentirsi sollevato, se solo avesse visto la scritta ai quadri che avrebbe visto il pomeriggio, con scritto: ammesso. Quindi se ne andò.

Tornò tutto contento quattro ore dopo. Era stato promosso e non aveva ricevuto nessun debito. In quello stesso momento, una squadra di quattro poliziotti, stava tentando di scassinare la casa del signor Nori.
Codecchia se ne accorse e domandò cosa stessero cercando, e disse anche che
aveva visto Nori il giorno prima. Uno dei poliziotti disse:

-Il signor Nori è morto.
-E' morto?
-Si.
-E come?
-Di felicità.
-Come si muore di felicità?
-Non saprei. Ma è morto di infarto. Lo hanno trovato questa mattina
vicino la tomba della moglie. Aveva il sorriso stampato in faccia.
-A si, mi dispiace.


Codecchia rientrò dentro casa e andò in camera da letto. Si mise vicino al nipote e lo abbracciò. Paffete sorrise e baciò il nonno sulla guancia. Codecchia fece un sospiro.

Il signor Codecchia testo di riccardo andreani
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