La ferita.

scritto da leela
Scritto 7 anni fa • Pubblicato 7 anni fa • Revisionato 7 anni fa
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Testo: La ferita.
di leela

A tredici anni, un giorno di scuola, il professore di educazione artistica ci portò in un laboratorio che aveva adibito negli scantinati della scuola, dovevamo ritrarre un nostro compagno, ritrassi un compagno scelto a caso, per il suo scontento gli attribui un acconciatura che non aveva, una cresta colorata come se fosse un punk londinese.

Al mio fianco mi tormentava un ragazzino di cui non ricordo il nome e vagamente il suo viso, ma ricordo che da ore mi stuzzicava con battute cattive e spintoni, forse gli piacevo, poi mi colpi alle spalle con un righello in mezzo alle gambe, mentre ero in piedi disegnando il volto che stavo ritraendo.

Arrivata a casa, avevo già le chiavi perché i miei lavoravano, andai in bagno non mi sentivo bene e dopo aver fatto la pipi pulendomi vidi del sangue.

Non pensai alle mestruazioni, nonostante mia madre mi avesse già preparata, spiegandomi nei dettagli cosa erano e a cosa servissero, erano mesi che perdevo liquidi biancastri e mi erano cresciuti i primi peli pubici, ma volli credere che il mio compagno di scuola mi avesse ferita con il righello.

Piansi un po' per la paura di essermi fatta male e sopratutto per il rifiuto di quello che stava succedendo.

Adesso ero come alcune compagne di scuola, portavo anch'io gli assorbenti nella cartella insieme ai libri, non ero più una bambina il mio corpo era pronto per la procreazione.

Non volevo più fare il bagno nella vasca con mio fratello, mi vergognavo, sapevo che ero cambiata.

Forse per i ragazzini è meno traumatico crescere, certo anche il loro corpo cambia, peli che crescono ovunque tra cui quella specie di peluria in viso, primo timido velo di una barba che verrà, la voce che piano si trasforma e si ingrossa come quella di un uomo, la scoperta della masturbazione, le prime voglie sessuali ...ma è tutto più graduale, lento, è una semplice crescita verso la virilità.

Per la donna è diverso. Ero e mi sentivo ancora una bambina, giocavo con le barbie, non avevo nessuna voglia sessuale, non immaginavo assolutamente cosa fosse la masturbazione e ne ne avevo voglia, pensavo all'amore in modo romantico e se provavo simpatia per un bambino della mia età era un attrazione che non aveva nulla di fisico, eppure il mio utero era diventato quello di donna.

La donna cresce in un giorno, segnata dalla violenza del sangue che perde, e dal dolore di pancia.

Deve subito fare i conti con l'evidenza, quel sangue è la prova della sua crescita, è la sofferenza che caccia via per non essere più una bambina.

I cattolici ci raccontano che è il prezzo da pagare per aver ingannato Adamo inducendolo a cibarsi del frutto proibito.

I medici ci raccontano che il nostro corpo si prepara e si abitua in questo modo alla sofferenza del parto.

Ci facciamo forza tra donne raccontandoci che abbiamo una soglia del dolore più alta rispetto all'uomo, perché siamo abituate a soffrire ogni mese.

Adesso a quarantanni, non ho ancora mai partorito, ho interrotto due gravidanze, una a vent'anni , mi sembrava la cosa giusta da fare non me la sentivo, e una a ventidue dove misi al corrente la mia famiglia, ma ero troppo debole e insicura per decidere, ho lasciato che loro decidessero per me.

Dopo il secondo aborto, che fu un esperienza molto dolorosa sia fisica che mentale non ci ho pensato per anni, ero presa dagli amori giovanili e dalle fantasie di una ventenne.

Poi una notte presi coscienza, come se mi fossi svegliata da un lungo sogno e sentii tutto il dolore di quello che avevo fatto, mi sentivo in colpa.

Pensavo di aver sbagliato, mi resi conto di quanto il mio animo di donna fosse fragile e che avrei dovuto accogliere quella vita come un dono.

Poi sono passati gli anni, sono nati i miei nipoti e con gioia e sofferenza li ho accolti e amati come se fossero un poco i figli che non avuto.

Ho cercato di avere un figlio per anni con il mio ex compagno, (che poi mi dico... Meglio così perché non era la persona giusta) ho avuto un risentimento molto forte verso mia madre attribuendole la colpa di aver scelto per me qualcosa che non volevo, mi sono detestata per non essere stata capace di decidere.

Da cattolica mancata ho pensato che non avere figli fosse una punizione divina per il grande peccato che avevo commesso.

Non ho mai smesso di pregare e ancora oggi chiedo a Dio come se fosse un grande giudice di perdonarmi, ma so che il perdono non ci sarà fino a quando non avrò perdonato me stessa.

Sono partita da mia madre, lei è già perdonata, l'ho capita, la sento vicina, ora nei miei pensieri la tengo per mano come se fosse una bambina.

Con Dio mi sono intrattenuta spesso in lunghi monologhi, e inizio a capire che il suo perdono c'è' già tempo, manca solo il perdono verso me stessa.

Mi dico che quando arriverà magari sarà troppo tardi. Ma almeno sarò in pace con me stessa.

Da quando ho conosciuto Raffaele sto iniziando a prendere coscienza che se anche non avremo figli, possiamo essere felici lo stesso, desidero averlo al mio fianco fino alle fine dei miei giorni.

Certo ogni volta che mi arriva il ciclo, mi dispiace perché in cuor mio ci spero sempre.

Perché sarebbe bello riconoscerlo e riconoscermi in un figlio, perché dopo tutto....forse potrei essere anche una brava madre.

E tornado al primo giorno in cui ebbi le mestruazioni... La sensazione è sempre quella.

Una ferita che sanguina e un pianto per un dolore e un rifiuto che non è solo fisico.



La ferita. testo di leela
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