Dentro il bunker

scritto da uranio
Scritto 6 anni fa • Pubblicato 6 anni fa • Revisionato 6 anni fa
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Racconto breve, ambientazione distopica, rapporto conflittuale madre-figlio
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Testo: Dentro il bunker
di uranio

Quando Marzia scoprì di aspettare un bambino, non le importava più se la metropoli era al collasso, e se il regime degli Arconti stava prendendo il sopravvento con subdola ferocia: lei sarebbe diventata mamma. Solo questo contava; quel figlio del resto era l’unico legame che le restava col marito, oppositore del regime, tradito dai compagni e confinato nell’oblio delle miniere antartiche.
Il suo stato di gravidanza le aveva impedito di svolgere ruoli operativi, per questo a Marzia fu assegnato un impiego amministrativo nel Tribunale Popolare. Rimasta sola, quella donna minuta ed energica aveva saputo trasformarsi in zelante servitrice del regime, con l’unico scopo di crescere il piccolo Nico, così aveva chiamato il bambino. Lavorando al Tribunale ogni giorno assisteva ai processi degli oppositori, giovani intellettuali o semplici ribelli che sarebbero finiti, nel migliore dei casi, a bonificare le colonie radioattive, altrimenti giustiziati con fredda determinazione. Nei loro sguardi riscopriva l’animo ingenuo e sognatore del marito, e aveva giurato a se stessa di preservare a tutti i costi il figlio da ogni anelito di vacua ribellione.
Nico cresceva, timido e un po’ gracile, educato con severo distacco, e isolato per quanto possibile dal mondo esterno. Marzia si era fatta carico anche della sua istruzione domestica: nei giudizi si esprimeva senza giri di parole: niente elogi, nessuna ricompensa per i risultati del figlio. Solo quando sentenziava "Nulla da dire" significava che un certo compito era stato svolto sufficientemente bene da non poter esprimere alcuna critica, e di quel tanto Nico doveva accontentarsi.
Si diceva che i droni-spia avessero scovato gruppi eversivi nei quartieri sotterranei, e la milizia degli Arconti lanciava spesso bombe a impulsi elettromagnetici per stanarli. Quando la luce iniziava a tremare, Nico andava a rifugiarsi nel ripido bunker scavato tempo addietro dal padre, e tenendosi al passamano si riparava vicino allo scatolone dei libri, ritirati in fretta dagli scaffali dopo che il regime ne aveva vietato la lettura. Col passare degli anni gli attacchi si facevano più violenti e quel bunker divenne anche rifugio per i vicini spaventati: fu in una di quelle sere di tremore che Nico aveva conosciuto Izmail. Era il figlio adottivo dei vicini, proveniva dalle colonie d’oltremare: quel ragazzo dall’aria malinconica, coi suoi occhi chiari e la pelle olivastra, era la cosa più vicina all’immagine che Nico si era fatto dei mitici beduini Tuareg, da quel poco che ne aveva letto nei libri di geografia, prima che venissero banditi.
Marzia trascorreva molte ore lontana da casa, la sua dedizione era stata ricompensata con una promozione al ruolo di Cancelliera del tribunale. Intanto la rassicurante penombra del bunker era diventata il rifugio dove Nico poteva riversare su Izmail tutta la sua curiosità per la vita. Lo ascoltava parlare per ore di quanto era pericoloso là fuori, dei centri educativi per giovani, dei suoi sogni di diventare ingegnere, di quanto erano strane le ragazze. La luce fioca, quasi rosa, dell’unico neon sfumava i lineamenti di Izmail; Nico era affascinato da quel corpo snello che più di una vittima aveva fatto tra le ragazze del quartiere. Fu un attimo intenso di calore quando provò a sfiorarne le labbra.
Ma i regimi si nutrono anche di compiaciuta delazione, e il loro tempo insieme non era passato inosservato. Quando Nico seppe che Izmail era stato imprigionato corse a supplicare sua madre di fare qualcosa, e Marzia rispose seccamente che gli Arconti non tolleravano alcuna devianza sessuale, che per lui forse avrebbero chiuso un occhio, ma sarebbe stato meglio tacere nella vergogna prima di essere accusati di perversione come il suo amico.
Nico trasgredì per la prima volta gli ordini di Marzia, e il giorno del processo prese posto nella platea del tribunale: voleva rivedere Izmail ancora una volta. Quell’inchiesta assurda, orchestrata anche da sua madre, aveva risvegliato in lui un senso di rabbia e di impotenza che non sapeva trattenere. La presenza materna ad un tratto gli era diventata insopportabile. Poi fu tutto chiaro: Nico si levò in piedi, e nello stupore della platea gridò il suo amore per Izmail, sapendo che questo gli sarebbe costato la vita. Quando anche la sua sentenza di morte venne pronunciata, l’avallo doveva venire proprio da sua madre. “Nulla da dire” sussurrò la Cancelliera.
Dentro il bunker testo di uranio
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