In tempi che si perdono nella notte dei tempi, non erano matti pezzenti, clochard blateranti fatti annebbiati dall'alcool, zeccosi artisti di strada con la custodia della chitarra malconcia a raccogliere monete: i menestrelli erano giullari dell'universo.
Così li definiva Roberto, forse per dare un tono al suo lavoro fuori dai luoghi comuni. Gli piacevano i paradossi, le immagini surreali dei suoi sogni che ricordava sempre al risveglio, e che si sbrigava ad appuntare su un'agendina strategicamente posta sul comodino. Non erano sempre magicamente belli; i pochi incubi, che viveva nella fase rem, lo lasciavano con un senso di disagio per tutto il giorno, portandolo a riflettere sul messaggio latente di quelle visioni.
Le interpretava a modo suo, non avevano alcun senso, come quella volta che aveva sognato angeli impiccati ai cornicioni, con le ali lasse e pesanti, tarpate da demoni in giacca e cravatta e le corna come minotauri: aveva espresso alla moglie la volontà di ritirare il figlioletto dall'asilo, perché vessato da insegnanti incapaci. Al piccolo andava bene la decisione, si divertiva a casa col bizzarro papà, ma era sinceramente affezionato alle maestre.
"Ti rendi conto che è solo un sogno?", la moglie spazientita.
"Un incubo, sii precisa. Magari non sono demoni, letteralmente parlando, ma non sono buone per insegnare la vita, non sanno cos'è la libertà e io non sbaglio mai", convinto del suo potere.
Ma perché definirsi "menestrello"?
Nella notte dei tempi, era il cantastorie-poeta-musicista che allietava la corte e Roberto strimpellava a malapena, i suoi versi erano assurdi e le sue storie bislacche. Eppure, ogni pomeriggio, se ne andava al parco e, mentre il figlio giocava con gli altri bambini e si faceva le sue esperienze in assoluta libertà, lui si accomodava sulla panchina, accanto a qualche anziano, e raccontava le sue visioni, come fossero vere, come se fosse un illuminato, un prescelto tra gli uomini, traendo morali tutte sue che potevano trovare d'accordo altre menti o anche far sorridere gli scettici, a lui non importava.
La gente si fermava ad ascoltarlo, affascinata dal suo gesticolare, dalla voce che sapeva raggiungere l'ictus dell'interesse al momento giusto della storia, dall'aspetto gioviale e stiloso, pantaloni larghi e giacchetta abbottonata, come vestivano i menestrelli nella notte dei tempi, secondo la sua teoria.
Ed era aperto ad ascoltare i sogni degli altri, con sincera attenzione, con la cocciuta idea che fosse l'universo stesso a parlargli tramite quegli sconosciuti e lui fosse in dovere di interpretare. Non si faceva pagare per il tempo e la spiegazione, era felice d'essere d'aiuto, ma lo riteneva un lavoro, secondo l'esatta definizione: applicazione della sua energia al conseguimento di un fine, quale che fosse.
Forse perché si trattava di sciocchezze, i sogni non venivano mai ascoltati, anche se il dreamer aveva bisogno di raccontarlo, per sfogo, per diletto, per ansia, per curiosità, e Roberto era quell'orecchio disponibile; finito il frammentario ricordo del sonno, lui si concentrava un attimo e tirava fuori la sua storia. Era un piacere stargli appresso e si era sparsa velocemente la voce del menestrello del parco.
Lui era certo trattarsi di un dono, nonostante la moglie lo beffeggiasse ogni volta, arruffandogli la testa folta di ricci.
"Tu sei un fotografo con un'eccessiva fantasia. I menestrelli erano buffoni che riportavano gossip a nobili curiosi e annoiati: cosa ci trovi in comune con te? Ti piace fare il pettegolo? Renderti ridicolo?".
Indubbiamente lei era più razionale, ma piaceva anche a lei, a cena, sentire le sue storielle tratte dal parco.
"Nella notte dei tempi, non esistevano televisioni e distrazioni. Si faticava fino a sera e, prima di dormire, ci si riuniva attorno al menestrello per alleviare la mente. Pensi che lui fosse tanto sfaccendato da seguire e spiare gli altri? E cosa avrebbero avuto di tanto interessante da essere riferito alla combriccola riunita? No, te lo dico io: lui sognava e raccontava", fiero del suo asserire.
Teoria accettabile, se non fosse stata atempore; quella che lui definiva "notte dei tempi" era molto più in là dell'età feudale ma, a parer suo, prima di allora, esisteva il nulla, qualcosa di vissuto ma non tramandato: i menestrelli avevano rivoluzionato la storia e lui ne era un discendente, dotato del potere d'incantare le menti tra le reti di sogni surreali.
Ad ognuno le sue convinzioni.
"Pà, io ti credo. Ho sognato... campi di caramelle come... come girasoli", sollevando il braccino per indicargli l'altezza.
Soprattutto i sogni dei bambini sono pieni di significato, e Roberto aveva ascoltato tutto, mentre lo metteva a letto con l'augurio di proseguire l'avventura nel sonno.
Già aveva messo in riga i pensieri: uomini seriosi con la falce, pronti a mietere il raccolto abbondante dei bambini... il resto l'avrebbe narrato al parco, al momento.
La notte dei tempi testo di Deaexmachina