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Capitava che, dopo il gioco delle mani,
il nonno mi invitasse a dormire da lui.
Quelle sere erano sempre una festa.
Non perché succedesse qualcosa di speciale,
ma perché non dovevo tornare a casa.
Ricordo lunghe esplorazioni
nei campi dietro casa.
Il nonno mi lasciava toccare
tutto quello che mi incuriosiva.
Così finivo sempre
per tornare con qualcosa in mano.
Mi insegnava il valore semplice di una foglia.
Mi mostrava le vene sottili
che la attraversano
e mi raccontava la sua nascita e la sua fine.
Mi faceva annusare il muschio
e mi portava dietro l’albero
dove si nascondeva un picchio rosso.
Il nonno era taciturno,
ma con me no.
Con lui anche un pomeriggio qualunque
diventava una conquista.
Partivamo senza sapere
che cosa avremmo conquistato.
A volte un sasso.
A volte un ovetto.
E a volte una foglia caduta.
Il nonno la prendeva piano
e diceva:
“È come un vecchio, questa foglia.
È diventata anziana
ed è giusto che adesso si riposi.”
Allora le facevamo il funerale.
La posavamo nella terra
e sopra mettevo un sassolino
per ricordarmi dov’era.
Io pensavo:
avrà ragione.
Cosa vuoi che ne sappia io.
E tornavamo a casa
come vincitori.