Chi è il padrone del testo?

scritto da aquilano
Scritto 17 anni fa • Pubblicato 17 anni fa • Revisionato 17 anni fa
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...parliamo di poesia?
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Testo: Chi è il padrone del testo?
di aquilano

Chiunque pensi di trovare risposte illuminanti alla domanda del titolo, è autorizzato a cambiare pagina all’istante.
Spero di suscitare almeno la curiosità e la voglia di indagare su temi che mi paiono interessanti.
Dunque, chi è disposto a farlo, mi segua.

Ci si interroga spesso sulla poesia, sulla scrittura, sull’interpretazione, sull’oggettività e la soggettività di un testo (poetico o in prosa).
Le definizioni sono sempre e comunque riduttive, a volte retoriche, altre volte oscure. Né ritengo di aver fatto un passo significativo io, scrivendo queste noterelle sulla poesia e sul grande enigma che si cela dietro ad ogni testo: il lettore.

" Nessuna descrizione non poetica della realtà potrà mai essere completa"
John David Barrow (astrofisico e matematico)

L’Oggetto poetico

Ora, il quesito è: cos'è che rende "poetica" una descrizione?
Dal momento che TUTTO può essere oggetto di poesia (spero che su questo siamo tutti d'accordo!), cos'è che trasforma in poesia l'oggetto della descrizione?
Le tecniche? Non credo siano sufficienti.
Basterebbe, allora, un semplice ricettario e sbucherebbero poeti da ogni dove.
Probabilmente è il nostro modo di guardare l'Oggetto (dentro e fuori di noi) come se nessuno l'avesse visto prima o come se non ce ne fosse un altro uguale al mondo.
Quindi, l'Oggetto diventa UNICO, non omologato, irripetibile, magico e misterioso, dove le parole diventano altro-da -sé.

Le parole

Le parole. Sono la nostra creta, il nostro marmo, i nostri colori. La scelta di questa o quella parola tinge di rosso, giallo, blu, verde, i nostri messaggi: a volte restano grigi o neri…e anche questo è un messaggio.
Le parole hanno un'anima complessa, composita.
Alcuni significanti sono ricchi di una propria fisicità: opulente, smilze, secche, ruvide, melliflue (sentite quanto è strisciante l’aggettivo m-e-l-l-i-f-l-u-e!).
E ancora.
A tutti noi è capitato, scrivendo, di non essere soddisfatti di questo o quel verso, di un periodo o di una frase, a causa di una parola che ci sembra incapace di esprimere il nostro pensiero oppure sentiamo una nota stonata nel loro suono.
E qui ci fermiamo a limare e a ricercare quella giusta, l'Unica giusta.
Ecco perché l’atto stesso dello scrivere spinge ciascuno a cercare il suo proprio linguaggio, diverso per ciascuno di noi perché ciascuno di noi è diverso.

Il lettore

Poniamo di aver portato a termine, e con soddisfazione, un testo.
Quesito: chi lo leggerà, vedrà i nostri stessi colori? Sentirà le nostre stesse emozioni?
Probabilmente no, perché ogni lettore aggiungerà, alle nostre, le sue emozioni, i suoi colori, il suo immaginario, la sua “enciclopedia” di conoscenze.
Questo è il concetto della scrittura-camaleonte: le chiavi di lettura sono dentro di noi. E la stessa poesia, lo stesso brano di prosa, letti in situazioni e per motivazioni diverse, cambiano connotazione e ci sembrano nuovi ogni volta.
Cito la risposta di Socrate a Fedro.
“Tu sai Fedro, che tra la scrittura e la pittura c’è una curiosa analogia.
L’opera del pittore ci sta davanti come se ciò che è dipinto fosse vivo; ma se tu lo interroghi, serba un maestoso silenzio. Lo stesso accade con la parola scritta; essa sembra parlarti come se fosse intelligente, ma se tu le chiedi qualcosa al di là di ciò che dice, per desiderio di sapere di più, essa continua a ripetere le stesse cose che ti ha già detto, e così per sempre”.
"Per Socrate, il testo scritto non va al di là delle parole che lo compongono.
Interpretazione, commenti, associazioni, sensi simbolici non derivano dal testo, ma da colui che legge.
Il testo, come un dipinto, dice solo “La luna di Atene”; è il lettore che gli presta un viso d’avorio, un cielo buio, un paesaggio di antiche rovine fra le quali passeggiò un tempo Socrate."

Queste ultime considerazioni, che ritengo illuminanti, sono tratte da “Una storia della lettura” di Alberto Manguel (saggista e romanziere argentino, a suo tempo “gli occhi” – il lettore - di Jorge Luis Borges ormai cieco).

E concludo con un interrogativo ancora attuale.

“Ma chi sarà il padrone? Lo scrittore o il lettore?”
(Denis Diderot, Jacques il fatalista e il suo padrone, 1796)
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