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Forse è in questo scarto di luce,
tra il cemento e il dente del rovo,
che la storia sosta.
Non un grido, ma un crepitio di ghiaia,
un'acqua che scava sudore e fango
sotto l'asfalto della dogana.
Vedi come il ferro si ossida in silenzio?
E' un alfabeto di ruggine che dice il vero,
mentre noi cerchiamo ancora il nome
di questo vuoto che preme tra i monti.
Sono le terre emerse
o solo un'illusione di solidità,
un'emulsione di zinco e carbone?
Siamo qui, frontalieri del senso,
col fiato corto di chi attraversa
una soglia che non ha guardiani,
se non la memoria, questo vetro rotto
che luccica nel buio della falda.