Tra spose, vendette e supereroi

scritto da Irene
Scritto 16 anni fa • Pubblicato 16 anni fa • Revisionato 16 anni fa
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Autore del testo Irene

Testo: Tra spose, vendette e supereroi
di Irene

Era morto di martedì.
Il quartiere, a distanza di mesi, parla ancora di quel cadavere imbrattato di sangue, che stringeva l’asfalto come se stesse dormendo su un comodo materasso, con il viso appoggiato sulla spalla di destra e con gli occhi spalancati, di un verde molto chiaro, e la bocca sottile paralizzata.
La folla si radunò velocemente accanto al corpo del cadavere, e fu semplice identificarlo, perché quella casa, dopo la morte della moglie Paola, era stata circondata da un affascinante velo di terrore.
Era una grande villa famigliare, con il tetto spiovente, ma da lontano si potevano vedere alcune crepe e alcuni mattoni mancanti. Sembrava un grande labirinto, lì dentro. Si vedevano, sempre da lontano, delle travi che dalla casa uscivano e conducevano in alto, verso l’erba azzurra.
Nessuno aveva più il coraggio di avvicinarsi ad essa, nessuno aveva la baldanza di passeggiare lì davanti: ora la si voleva soltanto osservare da lontano, trattenendo il respiro per paura di essere sorpresi da quel figuro che lì abitava.
Era un paesino piccolo, quello di Sintoro, e forse anche voi lettori non lo conoscete. Sono infatti poche le cartine che lo indicano, perché anche solo il pronunciare il nome o riportarlo è pericoloso; dicono che in quel paese succedono sempre cose strane; le persone vanno e vengono ma sempre più di rado ci rimangono.
C’erano diverse credenze in quel di Sintoro; alcuni dicevano che chi passeggiava di fronte alla casa sarebbe stato colpito da una terribile maledizione, altri dicevano che anche semplicemente lo sguardo sarebbe stato punito con la morte, altri ancora raccontavano che era la casa stessa e gli abitanti che ci vivevano a portare sfortuna.


Io mi trovavo lì quel martedì. Ero passata per caso, dato che ero in viaggio e avevo urgente bisogno di fare rifornimento carburante alla macchina.
Parcheggiai la macchina dal benzinaio, entrai nei piccolo bar accanto, che era appunto vuoto e con le pareti rivestite da una carta lugubre e incenerita, e sul viso del proprietario c’era stampato il terrore: faticava a parlare, quasi aveva fatto fatica ad alzare gli occhi per guardarmi e per chiedermi cosa volevo.
“Un cappuccino da portare via, e ti pago la benzina” – gli dissi a voce fiera, e dopo averlo pagato uscii.
Lui non rispose, ma non mi stupii più di tanto, perché per sorprendermi avrei dovuto vedere la palla di fieno che passa nei film western nel silenzio e nella desolazione.
Ignara di trovarmi proprio davanti a quella casa così strana, ignara delle credenze del piccolo paesino, mi piombò davanti un uomo sulla quarantina, e i miei vestiti si macchiarono di sangue rosso ancora caldo, e accanto a quel corpo, che ora giaceva ai miei piedi, dalle mie mani tremanti scivolò il cappuccino.
Urlai e il mio grido fece sobbalzare dalle sedie tutto il quartiere, che immediatamente mi circondò.
Tutti gli occhi lo fissavano, ma nessuno aveva il coraggio di avvicinarsi. Sui loro volti leggevo quasi una sorta di liberazione, una sorta di redenzione, come se si fossero finalmente sbarazzati di un supplizio.
Il mio viaggio poteva attendere, non potevo proseguire dopo aver visto un corpo morire di fronte ai miei occhi; volevo andare a fondo per scoprire cosa era successo.
Me lo promisi: non avrei più abbandonato Sintoro fino a quando non fossi riuscita a ricostruire il caso. D’altronde, sono una giornalista.
La piccola Sintoro, appena seppe della mia permanenza, si allarmò notevolmente: tutti appena mi vedevano girare per le strette vie si avvicinavano a me e ripetevano sempre le stesse cose: che dovevo andarmene da quel paesino, che non dovevo raccontare a nessuno di essere passata di lì e che quell’uomo morto era un mostro.
Rimasi lì tre giorni, prima che una piccola bambina, che teneva un gatto bianco in braccio, mi chiamasse afferrandomi la coda del vestito in voile.
“Ti posso raccontare io la verità” – mi disse mentre la chewingum roteava nella bocca.
Mi fece sedere sul muretto di pietra poco distante da dove ci trovavamo. Presi da una borsa una sigaretta per me e una caramella per lei.
“Mi spiace non poter offrire niente al gatto, ma di solito non esco con i croccantini” – le risposi per sdrammatizzare la situazione.
“Jenny” – ripeté lei passando una mano nel pelo lungo del gatto.
Era bellissimo, penso fosse di razza talmente era bello, con quegli occhioni chiari che stregavano.
“E’ tuo questo bel micione?” – le chiesi mentre ciondolava con le gambe.
“Jenny. Si chiama Jenny” – ribatté con voce più alta.
“Allora, cosa mi sai dire di quell’uomo?” – le dissi tirando fuori dal mio borsello un taccuino e una Bic.
“Lui la odiava”
Era difficile parlare con questa bambina dai capelli lunghi e neri raccolti in due trecce.
“Chi odiava?” – le dissi mentre allungai una mano per accarezzare il gatto che si era stiracchiato.
“Jenny!” – mi rispose guardandomi dritta negli occhi. Mi accorsi che aveva gli occhi lucidi.
Fin dall’infanzia ho avuto tanti animali in casa, ma tra tutti, i gatti sono sempre stati i miei preferiti. Mi chiedo come sia possibile non voler bene ai gatti!
“Perché Jenny da casa mia saltava sul cornicione che vedi lì alto e andava sul suo balcone” – riprese portando l’indice verso l’alto per indicarmi il cornicione.
Annotai tre parole sul mio taccuino: gatto, cornicione, balcone.
Mi veniva un po’ da ridere a prendere appunti davanti ad una bambina che avrà avuto forse otto anni e che continuava a masticare la cicca facendo rumore.
“Paola era una mia amica. Non giocavamo mai ad altri giochi, solo col gatto. Le faceva sempre le coccole sotto il mento, e quando verso le sei io dovevo uscire per fare i compiti con una ragazza che mi aiutava, Jenny aveva il permesso di andare a casa sua”
Fu in quel momento che capii che quella bambina che parlava ancora così male nonostante l’età, avesse tutte le informazioni che mi servivano. Non rispondeva a tutte le mie domande, ma solo quando passavamo alcuni minuti in silenzio lei diceva qualcosa. La cosa che mi spaventava era che diceva tutto ciò di cui avevo bisogno.
“Come si chiamava il marito di Paola?” – le domandai appoggiando la sigaretta sulle labbra.
Non poteva dirmelo. Nessuno poteva svelarmi il suo nome, perché sarebbe stato come invocare il diavolo.
“Poi Paola è stata uccisa. E’ stato quell’uomo malvagio ad ucciderla” – riprese ancora una volta la piccola dai capelli neri – “Jenny era lì, ho visto quell’uomo cattivo dirigersi verso il balcone con un’ascia in mano, ma in quel momento è arrivata sua moglie che si è lanciata sopra il mio gatto”
“Stai dicendo che quell’uomo ha ferito mortalmente sua moglie?”
“Il gatto è tornato a casa sporco di sangue e l’ho dovuto lavare tutto. Il giorno dopo non ho più rivisto Paola, e dicono che sia morta, o comunque si è allontanata da questa casa. Mia mamma non mi ha spiegato bene come sono andate le cose, dice che sono piccola per questo” – mi disse facendo il broncio.
L’aria si fece soffocante e facevo fatica a prendere il respiro: avevo paura di quello che la bambina avrebbe potuto dire da un momento all’altro.
Le chiesi se sapeva qualcosa in più sulla morte di quel quarantenne, se aveva visto qualcosa da lontano, se aveva sentito qualcosa provenire da quella casa.
Scoprii che anche questa scena l’aveva vista completamente.
“Soffriva di vertigini. Me l’aveva detto Paola. Aveva paura dell’altezza, e anche quando andava a fumare sul balcone sembrava che volesse far aderire il suo corpo al muro, come se il muro potesse trattenerlo; sembrava che avesse perso la capacità di sostenersi da solo. Odiava Jenny, forse odiava tutti gli animali. Ma ormai voleva a tutti i costi uccidere questa creatura. A tutti i costi, come se guardarla camminare sui cornicioni potesse far diminuire la sua paura di cadere. Ha cercato in tutti i modi di uccidere la mia, ma si sa, i gatti anche se cadono, hanno ancora sei vite”.

Dopo quel tardo pomeriggio passato ad ascoltare ciò che quella bambina aveva da dire, ripresi la mia macchina e proseguii il mio viaggio.
Per dire la verità, non ho mai capito perché i gatti si trovino così bene sui tetti.
Altro che Batman, il vero signore dei tetti è il gatto.
Ogni tanto quando vedo il mio sul cornicione lo chiamo per ore per farlo scendere, perché ho paura che possa perdere l’equilibrio, ma lui sembra a suo agio in quella situazione pericolosa.
Sospetto che i gatti nutrano un desiderio innato del rischio.
Io la chiamo follia, la loro. Forse lo sanno di rischiare, ma forse per loro è un bisogno.
Tra spose, vendette e supereroi testo di Irene
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