Una Giornata a Milano

scritto da Manoscritta
Scritto 6 anni fa • Pubblicato 6 anni fa • Revisionato 6 anni fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Manoscritta
Autore del testo Manoscritta
Immagine di Manoscritta
Non ti puoi strappare via Milano dalla carne.
- Nota dell'autore Manoscritta

Testo: Una Giornata a Milano
di Manoscritta


Le 6.45
e solo alla stazione
mi giunge la notizia:
è sciopero dei Cobas.
Pochi treni per andare
pochi treni per tornare.

In biglietteria un solo un impiegato grasso, dietro il vetro.

Il treno dell’una è soppresso?
Ci riesco a tornare alle tre?
Non posso saperlo, mi dice,
lo chieda a Milano, se c’è.

Intanto, mi faccia il biglietto.

Viaggio scomodo, in seconda. Non voglio appoggiare i capelli allo schienale, le Iene l’hanno fatto analizzare, ha più batteri di un cesso non lavato. Dopo un po’, però, mi arrendo. Li appoggio solo un poco, per riposare il collo. Quando torno farò una doccia. Con il Lysoform.

Di là dal finestrino
prima di entrare in Centrale
lente case di ringhiera sfilano
macchiate da tende scomposte
come d’abitudine.

File d’occhi opachi di parabole infestano balconi, connotano rifugi piccoli, sovraffollati, polverosi d’oggetti economici stipati che ti saltano addosso dai mobili di seconda mano, regalati un pezzo per volta da chi si rifà l’arredamento. Tazze sbeccate quasi fredde su piani di formica marrone crepati agli angoli, sedie di paglia sfilacciata che devi stare attento perché si stacca l’asse dello schienale, e ancora i letti, un tempo bianchi, rugginosi e aguzzi di pietre dove i binari s’intrecciano e compenetrano in giochi estenuanti.
Ma finalmente, in fondo, Lei. La Volta Grigia a ombreggiare il treno. Il segno dell’arrivo.

Milano, culla della mia infanzia. Milano, che ho amato così tanto da non riuscire più a odiare. Milano mia, tanto brutta diventi nel ricordo che ogni volta rimango basita, stupita e sconcertata della bellezza tua polimorfa appena muovo dentro te i miei passi, veloci sui tappeti d’asfalto.

Sciopero dei Cobas.
La metropolitana è chiusa e non riaprirà prima dell’una.
Il treno per tornare c’è, alle 12.55.

Sciopero dei Cobas.
I taxi diventano miraggi sfuggenti. Non ne troverei uno, lo so, neanche aspettassi mille anni fra mille persone nervose.

Sciopero dei Cobas.
Scusi, qual è il tram che va in Duomo?
Non lo so, mi spiace, non sono di Milano...
Non è vero! Non è vero! Non è vero!
Sono di Milano, invece.
Ma che dolce piacere negare la mia appartenenza.
Mi dissocio da te, Milano traditrice, e fingo di non conoscerti, come una vecchia amante fingerebbe se rivedesse l’amato suo, da lunghi anni perduto, ancor giovane e bello, per un crudele scherzo del tempo.

Sciopero dei Cobas.
Milano, Milano, Milano. Davanti a me spalanchi Piazza della Repubblica senza più pudiche impalcature a celarne la vastità. Cerco con gli occhi il sentiero dei semafori segnato dalle strisce pedonali, guado -forse- sicuro tra i flutti di macchine che ti attraversano rapidi e scintillanti, puzzando.

Ripasso mentalmente la strada per l’università, imparata a memoria guardando dai sedili di legno di tram arancioni. Assopita dal frastuono, immaginavo le vite degli altri e le case, e giravo sul dito una fede credendo davvero di sposarmi con lui. Laggiù sulla sinistra, lo so, c’è via Turati; in fondo si sbuca in Cavour, col Corriere della Sera, un cinema e l’arco giallastro. E dopo, finalmente, via Manzoni. Imbocco i portici alti e seguo il flusso dei pendolari, dei viaggiatori d’un giorno o di due che vanno di fretta, feroci, attirati dal centro, con trolley ballerini o 24 ore di cuoio scuro. Fratelli miei, viandanti, amici! Siamo tutti orfani, insieme, d’un metrò che - assente - obbliga al ricordo d’una capacità dimenticata: camminare e camminare e camminare, per centinaia di metri.
La fortuna è dalla mia. Il sole, che in giugno ti butta giù nuda a rotolar sul pavimento implorando un po’ di sollievo dalla morsa che stringe i polmoni, in maggio è ancora gentile e una brezza amica soffia costante un fresco venticello. Nonostante il caldo non sudo e di questo ringrazio l’Iddio, perché qui non ho più una casa e non saprei dove andare a lavarmi.
La strada è lunga, se sono gambe a doverti portare e non ruote. Cavalco me stessa tirando i muscoli uno a uno, trottando con passo veloce avanti e avanti, ma attenta! Non devo perdermi quella davanti, non posso andare più lenta, ne va del mio onore. Si tendono i muscoli, ancora, la stacco al semaforo, mi riempio d’orgoglio ma è un attimo. Ce n’è un’altra davanti, e poi un’altra ancora. Cammino veloce col passo d’allora, scappavo fuggendo il dolore.
Da via Tito Livio arrivavo al Castello, poi indietro dal Duomo, di sera, con la pietra pigiata sul cuore, che il sudore non riusciva a scacciare.

La pizza più buona del mondo!
Ma è presto.
Vicino alla pila di tavoli e sedie, spostato di lato, c’è un tavolo solo, rotondo e d'argento, e un anziano seduto che alza il bicchiere deciso e lo vuota, come fosse un saluto. Sorrido e lo immagino, davanti al suo mare, seduto a guardar la Sicilia, e nel cuore io prego di poterci tornare. Scilla, Scilla, che sentir sconquassante ammirare lo Stretto. Ma che rabbia, ma che pugno allo stomaco è stato avvertir sotto ai piedi, al posto di sabbia, cartacce e bicchieri e bottiglie e rottami.
Tre passi più avanti un signore, di poco più giovane, seduto in un bar.
Si volta stupito, mi segue con gli occhi, la faccia di uno che vuole parlare perché ti conosce.
Un gesto rimane sospeso, ma lui a me è sconosciuto.

Continuo spedita, ma volto un pochino la faccia sbirciando me stessa nel vetro, con la coda dell’occhio. Cosa vedi, Milano, di me, che cammino a Milano con passo veloce?
Le strade tue sono specchi, ti guardi camminare.
Milano vanitosa,
Pettegola, curiosa.
Se sto gobba,
Se son bella,
La maglietta mi fa snella?
Almeno è ben stirata!
Se sono spettinata
E come mi staranno
Quegli occhiali di Chanel?
E vorrei rimettere il profumo che usavo a 16 anni e che sapeva di signora.

In certi momenti, la cosa che ho dentro si scrolla di dosso le immagini e parla diretta al mio orecchio. Se noti, m’imbecca, il rumore è assordante. Ed ecco che clacson, frenate, motori, bestemmie al ciclista, fruscii di vestiti, discorsi, sirene, lontani clangori inondan le orecchie col mondo ch’è fuori, strappandolo agli occhi.

Ah, la mia casa! È rotto soltanto da un canto d’uccelli, il silenzio, e dal ronzio dell’acquario che chiede di farsi pulire.

Al semaforo corro perché è scattato il giallo e non voglio fermare le gambe entrando in Piazza della Scala, non voglio fermarle affatto. Con loro cammina la memoria e per scaramanzia non mi fermo per non fermare lei, come quando non volevo pestare le righe che chissà quale sciagura potevano scatenare. Un’aiuola di rose circonda il monumento del “liter in quater”, come lo chiamavano i milanesi una volta, e chissà se c’è ancora qualcuno, in questa Milano multietnica, in questa Milano multidelinquenziale, che ricorda i suoi nonni chiamarlo in quel modo. Così lo chiamava mia zia e io m’annotavo i modi di dire e i proverbi e qualche frase in dialetto e scrivevo poesie sull’agenda con la copertina rossa pensando alla paura di morire di mia nonna e a me che non sapevo consolarla e cercavo di non guardare il suo braccio gonfiarsi e la pelle tirare e lisciarsi e sembrare di giovane donna grassoccia creando uno strano contrasto col braccio normale che, risparmiato dal cancro, restava magro e rugoso, più adatto al suo corpo di nonna che aveva passato gli ottanta da tempo. Mi sei tanto mancata, nonnina, e se non t’avesse sepolta così lontana sarei venuta qualche volta a portarti un fiore sulla tomba. Ma tua figlia non ti vuol più parlare, da quando sei morta, e anche me non mi vuol più vedere e così ci portiam dentro un vuoto, a te di una figlia, a me di una madre. Due vuoti portiamo nel cuore, e una stessa persona a scavarli.

Le gambe mi fanno un po’ male e vado più piano. È presto, ma adesso sono stanca e stanca è la memoria.
Canticchio una canzone bassa bassa, che riempie la testa d’un ronzio.
Vattene, voce, ti tolgo le parole. Non voglio più pensare né ascoltarti, ho un treno che mi aspetta e una stazione.

Addio Milano mia, infetta di memorie.
La vita di adesso mi chiama lontano.
Lontano, lontano. Lontano da te.

É sciopero, Signora, è sciopero dei Cobas.
Così il taxista, gentile, mi dice, portandomi in stazione.
Son pochi ad andare e pochi a tornare.

Si muovono appena i pensieri.

Il treno dell’una è soppresso?
Ci riesco a tornare alle tre?
Non posso saperlo, mi dice.

Intanto, mi faccia il biglietto.

Non voglio appoggiare i capelli allo schienale. Ha più batteri, lo dicono le iene.
Ma poi, però, mi arrendo.
Li appoggio, dai, un pochino, di lato al finestrino, per riposare il collo. A casa, sai, li bollo.
Li disinfetterò.
Una Giornata a Milano testo di Manoscritta
17

Suggeriti da Manoscritta


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di Manoscritta