Il prescelto

scritto da Suomiblue
Scritto Ieri • Pubblicato 18 ore fa • Revisionato 13 ore fa
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Testo: Il prescelto
di Suomiblue

“Buongiorno, signorina”, disse lui, sedendosi sullo sgabello accanto a lei. “Mi chiamo Gerald e prima che la serata finisca avrò la sua attenzione, il suo nome e il suo numero di telefono.” 

“Come ha detto, scusi?”

"Ho detto: Buongiorno…" 

“Sì, ti ho sentito, cowboy”, rispose lei seccamente, sorseggiando quello che sembrava whisky. “Vengo qui ogni venerdì sera, da più di due anni. Non sei il primo a provarci e a fallire, sai? Arrivo sempre da sola e torno sempre a casa da sola.”

“Beh, prima di tutto, non ho intenzione di portarti a casa. In secondo luogo, non hai mai parlato con me in nessuno di quei venerdì sera. Se l'avessi fatto, avrei già il tuo numero.” 

"Oh, davvero?"

“Eccome. E, vorrei aggiungere, ti saresti già innamorata di me.” 

Lei scoppiò a ridere, incuriosita. "D’accordo cowboy, offrimi da bere e fai del tuo meglio. Ho un'ora di tempo da ammazzare."

“Va bene”, disse, facendo segno al barista di riempire i bicchieri. “Ma prima, ho un paio di regole.” 

"Cosa? Regole? Fammi capire bene… ti siedi accanto a me senza essere invitato, e sostieni che non solo ti darò il mio nome e numero di telefono, ma anche che mi innamorerò di te."

"Proprio così."

"E per di più, pretendi che io segua le tue regole. Cosa ti fa pensare che invece non mi alzerò, ti butterò il drink in faccia e me ne andrò?" 

“Questo tizio ti sta dando fastid…”  

“Non dire un'altra parola, JD”, disse lei alzando la mano per fermare il barista. “Gerald sta cercando di scoprire il mio nome e non voglio che tu faccia il lavoro per lui”. Con un sorriso stampato in faccia, JD riempì i loro bicchieri e tornò a servire al bar.

"Ora, cowboy, te lo chiedo di nuovo: cosa ti fa pensare che non me ne andrò?"

"Perchè hai riso." 

“Perchè ho riso?”

"Sì. Non te ne andrai perchè ti ho fatta ridere. Sono sicuro che molti ragazzi ti abbiano fatto la corte, ma a te piace ridere. L'ho capito dal momento in cui sono entrato."

“Ridevo di te, non con te.”

“Comunque sia, hai riso lo stesso. All'inizio è tutto ciò che conta.”

“Allora, quali sono queste regole?” chiese, divertita più di quanto volesse ammettere. “Non dico che le accetterò, ma sono curiosa.”

“Innanzitutto, sono tenuto a trattarti con rispetto. Non sto cercando di rimorchiarti, sto cercando di dimostrarti che valgo il tuo tempo. Ecco le due condizioni”, continuò. “La prima è che tu mi dia una possibilità concreta. Posso anche accettare un no come risposta. Ma se mi conquisterò un sì, allora avrò il tuo nome e il tuo numero.”

"E la seconda?"

“La seconda condizione è che, se indovino il tuo nome, tu debba darmi anche il tuo numero. Affare fatto?” Gerald tese la mano e attese.

"Aspetta un attimo, non è giusto. Potresti continuare a provare finchè non indovini."

“Sottovaluti la mia capacità di indovinare.”

"Ti do tre possibilità. Tre errori e sei fuori."

“Va bene, accetto le tue condizioni. Affare fatto?” Gerald le porse di nuovo la mano.

“Affare fatto”, rispose lei, stringendogli la mano con fermezza.

“Susan?”

Susan? Perchè mai dovresti pensare che mi chiamo Susan?”

“Non lo so”, rispose Gerald, “per tutta la vita mi è sembrato che ogni donna di nome Susan che ho conosciuto fosse bellissima. Ho ragione, vero?”

"Bel tentativo, cowboy, ma sei completamente fuori strada. Primo strike. Vuoi provare con il secondo?" Sorrise maliziosamente, prendendo un altro sorso del suo drink. "Lascia che ti chieda una cosa: perchè proprio io? Qui dentro è pieno di ragazze. Perchè perdere tempo con me?"

“Sono contento che tu me l'abbia chiesto”, rispose. “Vedi, quando avevo circa dieci anni, i miei genitori stavano cercando un terreno dove costruire la casa dei loro sogni. Noi quattro, mamma, papà, mia sorella minore ed io, trascorremmo quasi tre ore, in agosto, in una macchina senza aria condizionata diretti verso la campagna della Virginia per...”

“Questa storia sta andando da qualche parte?” lo interruppe lei.

"Ci sto arrivando", rispose lui. "Caspita, spero che tu non mi interrompa durante tutti i nostri prossimi appuntamenti."

"Sei piuttosto sicuro di te per uno che pensa che io sia una Susan."

“Lo sono”, ammise Gerald. “Ora, siccome finisco sempre le mie storie, continuerò. Dopo un lungo viaggio sotto il sole cocente, dicevo, gli animi erano un po' tesi. Quando l'agente immobiliare si offrì di accompagnarci in giro con la sua auto climatizzata, i miei genitori colsero al volo l'occasione. Io e mia sorella fummo relegati nel sedile posteriore, ma io ero abbastanza vicino da sentire l'agente dire qualcosa che mi ha cambiato la vita.”

"Non ci posso credere. Sei venuto da me per qualcosa che un agente immobiliare ha detto ai tuoi genitori più di quindici anni fa?"

“Proprio così. Vedi, l'uomo disse ai miei genitori: "Posso portarvi a vedere tutte le proprietà che abbiamo in catalogo e lasciarvi scegliere quella che preferite, oppure posso portarvi direttamente alla migliore". Beh, i miei genitori, reduci da un viaggio estenuante con un bambino di dieci anni irritato e una neonata nel seggiolino, scelsero la seconda opzione. E sai una cosa? La prima proprietà era davvero la migliore. Vivono ancora nella casa che poi hanno costruito lì”. Gerald fece una pausa, si guardò intorno e tornò a fissarla. “Certo, avrei potuto entrare in molti bar e parlare con un mucchio di donne… oppure avrei potuto parlare direttamente con la migliore. Anche in questo caso ho scelto la seconda opzione”.

“Te la sei inventata”, rispose lei bruscamente, alzando il bicchiere.

“No. Vedrai la proprietà quando ti porterò a casa a conoscere i miei genitori.”

“Non ho nessuna intenzione di conoscere i tuoi genitori!”, disse, dandogli una leggera pacca sul braccio. “Comunque, cosa ti fa pensare che sceglierei te?”

“Perchè mi ami.”

Ti amo? Non ti conosco nemmeno!” disse lei, incredula. “Come ti è venuto in mente?”

“Beh, vedi, quando stavo per iniziare il liceo...”

"Liceo? Non c'entra niente con noi qui oggi."

"Che sia messo a verbale che ti sei riferita a noi come a un noi per la prima volta."

“Non intendevo dire questo.”

“Però l’hai detto.”

Per un attimo sembrò infastidita, finchè la curiosità non ebbe la meglio. "Il liceo. Cosa c'entra con me?"

“Laura?”

Laura? No, il mio nome non è Laura. So che probabilmente mi pentirò di averlo chiesto, ma perchè Laura?”

“Quando penso al nome Laura, penso a una ragazza vivace e piena di energia, con un sottile senso dell'umorismo.”

"Beh, grazie… ma questo è il secondo errore, cowboy. Faresti meglio a finire la tua storia prima di fallire completamente."

"Ok, ci stavo arrivando. Vedi, ero piuttosto magro quando ho iniziato il liceo. Anzi, ero alto un metro e mezzo e pesavo poco più di cinquanta chili. Non avevo mai avuto una ragazza, e sembrava che dovessi fare una scelta: potevo passare il liceo da solo oppure potevo comportarmi come se tutte le ragazze mi amassero. Immagino che tu sappia cosa ho scelto."

“È un atteggiamento narcisistico.”

“Forse sì, e forse no. Vedi, per esperienza so che le ragazze sono attratte dagli uomini sicuri di sé: ma non è la sicurezza ciò che fa innamorare le donne. Per fare in modo che accada, devi trattarle bene. Anzi, devi trattarle in modo speciale. La buona notizia è che è esattamente così che mio padre tratta mia madre, quindi ho avuto un ottimo esempio. Lo vedrai quando lo conoscerai.”

"Ho capito cosa stai facendo. Stai fingendo che io ti ami già, proprio come facevano le ragazze del liceo."

“Sìssignora”, rispose Gerald. “Ma ecco il punto: sono disposto a fare anch'io la mia parte. Ti manderò fiori e ti porterò fuori il venerdì sera, ti scriverò lettere d'amore e ti canterò canzoni romantiche. Non voglio che ti innamori di me perchè l'ho deciso io. Voglio che ti innamori di me perchè scoprirai che sono l'uomo giusto per te. Ricordi la mia regola? Ti tratterò con rispetto. Non giocherò con te. Ah, e ricordati: ti ho già fatta ridere.” 

Quasi per inerzia, lei sorrise. "Ma se, dopo tutto il tuo duro lavoro, io mi alzassi e uscissi da quella porta? Cosa faresti allora? Mi inseguiresti nel parcheggio? Mi seguiresti fino a casa? Sei uno stalker?"

“No. Se ti alzi e te ne vai, ti farò quello che mio padre ha fatto a mia madre.”

"Un'altra storia?"

“Sì, ma è una bella storia, te lo prometto. La prima volta che mio padre vide mia madre, lavorava al bancone di un bar. A sentire mio padre, lei si comportò come se non si fosse nemmeno accorta della sua presenza; ma nel momento stesso in cui la vide, capì che mia madre era la donna giusta per lui. Quel primo giorno stesso le chiese come si chiamava.”

"Fammi indovinare... gliel'ha detto lei?"

“No, in realtà non l’ha fatto.”

"Comincio ad apprezzare tua madre."

"Te l'avevo detto che era una bella storia."

“Quindi tua madre non ha voluto rivelare il suo nome a tuo padre.”

“No, dopo il suo rifiuto lui si limitò a sorridere e le disse che un giorno sarebbe successo. Era disposto ad aspettare. Di solito a questo punto mia madre interviene e racconta la sua versione dei fatti: era rimasta così colpita da lui che avrebbe voluto dirgli subito il suo nome, ma temeva di essere troppo sfacciata. Così ritornò spesso in quel bar, ma anche se lui le parlava, le raccontava storie e la faceva ridere, mio padre non le chiese mai più il nome. Lei lo desiderava, ma lui le stava dando il tempo necessario per convincersi. Alla fine mia madre si spazientì, entrò nel bar, andò dritta al bancone e disse: 'Mi chiamo Mary Jane e sì, uscirò con te'.”

“E vissero tutti felici e contenti, vero?” aggiunse lei, fingendo disinteresse.

“Certo che sì. Sono passati trent’anni e sono ancora molto innamorati.”

"Ok, in effetti è una storia piuttosto carina."

"Vero? Quindi, per rispondere alla tua domanda: se dici di no e te ne vai, tornerò un altro venerdì sera a caso e, finchè me lo permetterai, ti racconterò altre storie. Credo che un giorno, proprio come mia madre, mi dirai il tuo nome. E fino ad allora, proprio come mio padre, sono disposto ad aspettare. Ma ti dirò una cosa."

"Sentiamo."

"Beh, mia madre dice sempre di essersi pentita di non aver dato il suo nome a mio padre fin dal primo giorno. Vedi, non importa quanti giorni abbiano trascorso insieme: ha sempre desiderato che fossero stati di più." 

"Davvero molto romantico."

Monica? Dev’essere Monica. Mia sorella minore si chiamava Monica, ed era la persona più gentile che io abbia mai conosciuto.”

Era?”

"Questa è più una domanda da terzo appuntamento", disse lui a bassa voce.

“Mi dispiace, cowboy: questo è il terzo errore e la tua ora è finita. Come ho detto, non sono qui per conoscere gente, sono qui solo per rilassarmi.” E detto questo, fece al barista il gesto per chiedere il conto.

"Va bene. Ci vediamo qui la prossima settimana?"

“Questo è un paese libero”, rispose lei con una risatina, mentre JD le porgeva lo scontrino. Firmò velocemente, finì il suo drink e uscì.

 

 

"Ehi, amico. Penso che questo sia per te."

Gerald alzò lo sguardo mentre il barista gli porgeva la ricevuta. "Girala", disse JD. 

Gerald girò lo scontrino e lesse la scritta sul retro.

Mi chiamo Mary Jane, proprio come tua madre. Chiamami e raccontami un'altra storia.

Subito sotto il biglietto c'era un numero di telefono.

Gerald tirò fuori il cellulare, e iniziò a comporre un numero.

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