Miseria

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Ho provato, per qualche strano motivo – credo di essermi autosuggestionato – a fare un testo narrativo ispirato dall'ultima poesia "Deriva". Non so con quale risultato. Quindi ringrazio chiunque abbia la pazienza di leggerlo e di commentarlo.
- Nota dell'autore GZ

Testo: Miseria
di GZ

Quando il mare smise di avere un colore, nessuno a bordo se ne accorse.
Da giorni la nave avanzava senza vento, senza vele, senza rotta. La chiamavano ancora Misericordia, benché sul fianco, si leggesse appena una parola smozzicata dal sale: Miseria.

La cambusa respirava come una bestia malata.
Vi scendevano uno alla volta, curvi, stringendo le mani sui ventri vuoti. Il legno delle scale era umido di muffa, e ogni gradino pareva lamentarsi sotto il peso dei corpi. In fondo, dove una volta erano state ordinate botti, corde, sacchi di farina e carne salata, ora restavano soltanto casse sfondate, stoviglie untuose, croste di pane nero e una pozza d’acqua lattiginosa.
Il mozzo Elia fu il primo a dire che qualcosa, laggiù, li stava aspettando.
Aveva quindici anni, forse sedici, ma la fame gli aveva mangiato le guance e gli aveva lasciato addosso un’età indecifrabile. Gli occhi, enormi, parevano due finestre spalancate su una casa già bruciata.
«Ci guarda» sussurrò.
Nessuno gli rispose.
Il cuoco, che un tempo era stato grasso e feroce, ora raschiava il fondo di un paiolo con la delicatezza di un sacerdote. Il ferro produceva un suono secco, insistente, osceno. Dentro non c’era quasi nulla: un impasto grigio di acqua, grasso rancido e qualcosa di difficile da definire.
«Mangia» ordinò il nostromo.
Elia guardò la scodella: il liquido tremolava, denso.
«Non è cibo.»
Il nostromo rise senza allegria.
«Lo diventerà.»
Allora tutti abbassarono gli occhi, perché sulla Misericordia ogni cosa, prima o poi, diventava cibo.
All’inizio erano stati i topi; poi le cinghie; poi le suole degli stivali, bollite per ore finché l’acqua non prendeva il sapore della disperazione. Poi era toccato ai morti, ma quella decisione nessuno l’aveva davvero presa, era accaduta come accadono le tempeste: prima un silenzio, poi un gesto, infine l’impossibilità di tornare indietro.
Il primo era stato Bartolo, il carpentiere, morto di febbre nella notte. Lo avevano avvolto in una tela per affidarlo al mare, ma il mare non lo volle. La bonaccia lo tenne accanto alla nave, galleggiante e gonfio, e per un giorno intero il cadavere urtò piano contro lo scafo come se bussasse.
La sera il nostromo ordinò di tirarlo su. Da quel momento nessuno pregò più.
Il capitano, invece, continuò a stare al timone.
Lo vedevano da lontano, ritto sul cassero, immobile nella sua giacca irrigidita dal sale. Non parlava da settimane. Non mangiava, o almeno nessuno lo vedeva mangiare. Non dormiva. Le sue mani erano diventate scure e nodose come radici morte sulla ruota del timone
Qualcuno diceva che fosse impazzito. Altri che fosse già morto. Elia era certo di una cosa sola: il capitano non guidava la nave. 

Ogni mattina il ragazzo saliva in coperta e fissava l’orizzonte cercando un segno: un gabbiano, una vela, una linea di costa, ma il mondo si era ritirato. Restava soltanto una distesa piatta, metallica, muta. Sopra, un cielo bianco. Sotto, un mare bianco. In mezzo, la nave, nera e marcia come un dente.
I marinai peggioravano.
Le ferite si aprivano da sole. Piccoli tagli diventavano bocche purulente. Le bende, lavate e rilavate nella stessa acqua sporca, tornavano sulle piaghe più fetide di prima. Gli uomini si grattavano fino al sangue, ridevano nel sonno, chiamavano madri lontane, mogli dimenticate, figli mai conosciuti.
Una notte Elia sentì qualcuno piangere nella cambusa. Scese senza lanterna.
L’odore lo colpì alle narici prima ancora del buio: muffa, bile, sale, carne vecchia. Avanzò tastando la parete; sotto i piedi, l’acqua fredda gli lambiva le caviglie come se il mare la stesse lentamente reclamando.
Il pianto veniva dal fondo.
«Chi c’è?» chiese.
Una voce rispose:
«Ho fame.»
Era una voce infantile. O forse solo distorta.
Elia si fermò.
«Chi sei?»
«Ho fame» ripeté la voce.
Il ragazzo distinse una sagoma rannicchiata tra due botti. All’inizio pensò fosse uno dei marinai, poi vide che era troppo piccola: una massa pallida, tremante, avvolta in stracci fradici.
Lui fece un passo avanti. La cosa sollevò il volto: era Bartolo. O ciò che di lui era rimasto.
Il carpentiere lo guardava con occhi senza palpebre. La bocca era cucita con filo da vela, ma la voce continuava a uscire, umida e supplichevole.
«Ho fame.»
Elia non urlò. La fame, a bordo, aveva reso l’orrore una questione di abitudine.
Indietreggiò lentamente, risalì in coperta e andò dal capitano. Lo trovò al timone.
«Signore» disse.
Il capitano non si mosse.
«Nella cambusa c’è qualcosa.»
Il legno scricchiolò. La ruota girò di pochi gradi.
«Signore.»
Allora il capitano parlò. La sua voce sembrò uscire non dalla gola, ma dallo scafo stesso.
«Lo so.»
Elia sentì il sangue ritirarsi dalle vene.
«Che cos’è?»
Il capitano guardò finalmente il ragazzo. Gli occhi erano asciutti, chiarissimi, quasi vuoti.
«È ciò che resta quando gli uomini finiscono.»
Poi tornò a fissare il mare.

Il giorno seguente mancò il cuoco.
Nessuno chiese dove fosse andato, ma nella cambusa il paiolo era pieno.
Gli uomini mangiarono in silenzio: le mani tremavano, le bocche succhiavano, le lingue raschiavano il fondo delle scodelle. Il nostromo si leccò le dita una a una, con lenta devozione. Quando sollevò lo sguardo, Elia vide che piangeva.
«Non siamo più noi» disse il ragazzo.
Il nostromo sorrise. Aveva pezzi di carne tra i pochi denti.
«No. Finalmente.»
Da quel momento la nave cominciò a cambiare.
Non fu una trasformazione improvvisa, prima piccole cose: corde che parevano vene, chiodi che trasudavano ruggine fresca, assi del ponte tiepide sotto i piedi. Poi la cambusa si allargò. Ogni volta che Elia vi scendeva, la trovava più profonda, più vasta, come se lo scafo contenesse stanze impossibili. E in quelle stanze si udiva masticare.
A volte una mano spuntava dall’acqua sporca e spariva subito dopo; a volte dai barili vuoti provenivano sospiri; altre il ragazzo trovava appese ai ganci da macellaio, divise che nessuno indossava più. Sotto stillavano gocce scure.
Gli uomini, invece, salivano sempre meno in coperta.
Preferivano restare giù, accanto al paiolo. Si accovacciavano nell’umidità, stringendo le scodelle al petto. Non parlavano di salvezza, non parlavano di terra. Parlottavano di sapori.
Elia smise di mangiare.
Per tre giorni bevve soltanto acqua piovana raccolta in un telo, le gambe gli cedettero, le gengive sanguinavano, ogni suono gli arrivava lontano.

La quarta notte il capitano lasciò il timone.
Il fatto fu così enorme che persino i marinai risalirono dalla cambusa uno dopo l’altro. Lo videro attraversare il ponte senza fretta. La ruota rimase sola, eppure continuò a girare lentamente. Il capitano scese sottocoperta. Elia lo seguì.Nella cambusa, la cosa li aspettava.
Non era più Bartolo, non era più piccola, occupava il fondo della stanza come un altare molle. Aveva molti volti: guance, denti, barbe, lingue, occhi aperti; dalle sue ombre uscivano mani che impastavano il buio.
«Ancora» disse la cosa.
Il capitano si tolse il cappello.
«Ho portato l’ultimo.»
Elia capì.
Gli uomini alle sue spalle non lo guardarono. Avevano fame. Avevano sempre fame. Anche il nostromo, che un tempo gli aveva insegnato a fare i nodi, teneva la scodella alta, pronta.
Il ragazzo arretrò.
Il capitano gli posò una mano sulla spalla. Non c’era crudeltà nel gesto. Questo lo rese peggiore.
«La nave deve continuare» disse.
«Verso dove?»
Il capitano indicò il basso.
Allora Elia fece l’unica cosa che nessuno a bordo faceva più da tempo. 
Disobbedì. Afferrò la lanterna appesa alla trave e la scagliò contro il paiolo.
L’olio prese fuoco subito. Le fiamme si arrampicarono sul legno unto, sui cenci, sulle corde, sulle pareti umide che avrebbero dovuto respingerle e invece le accolsero come assettate. La cambusa urlò. Non gli uomini.
La cambusa.
Il capitano cadde in ginocchio. Dalla sua bocca uscì acqua nera. Il nostromo cercò di raggiungere il paiolo, ma una lingua di fuoco gli avvolse il braccio e lo trasformò in torcia. Gli altri si dispersero, strisciando, gemendo, chiamando il cibo con nomi di santi.
Elia corse.
Salì la scala mentre sotto di lui la Miseria bruciava dal ventre. Il ponte si andava spaccando, le vele morte assorbivano fiamma, l’albero maestro gemeva come un animale ferito. Il mare, attorno, rimaneva impassibile.
Il ragazzo raggiunse il timone. La ruota girava da sola. Elia la prese con entrambe le mani. Per la prima volta sentì la rotta: non una direzione, ma una fame. La nave non cercava terra, non cercava una rada: cercava soltanto di durare; di consumare corpi per trasformarli in movimento; di procedere senza scopo, purché qualcosa continuasse a marcire dentro di lei.
Elia serrò i denti. Poi spezzò la ruota. Il suono attraversò il mare come un colpo di cannone. La nave beccheggiò.
Per un istante assoluto, il mondo tacque.
Poi la Miseria si aprì. Non affondò: morì.
Il fuoco sprofondò nell’acqua, il legno si incurvò, le assi si staccarono una dopo l’altra. Dalla cambusa salirono vapori densi, miasmi, grida, preghiere masticate.
Elia cadde in mare.
L’acqua era fredda, pulita, terribile.
Nuotò senza sapere verso dove. Dietro di lui, la nave scompariva in un gorgo lento. Per un momento parve vedere il capitano sul cassero, ritto tra le fiamme, le mani ancora strette attorno a un timone che non esisteva più. Poi non vide nulla.

All’alba il mare aveva di nuovo un colore: era d'azzurro pallido, quasi innocente.
Elia galleggiava aggrappato a una tavola. Aveva la bocca spaccata dal sale, gli occhi gonfi, il corpo vuoto. All’orizzonte non c’era terra; non c’erano gabbiani; solo acqua, luce, silenzio. Eppure respirava.
Passarono ore.
Forse giorni.
Quando infine una nave apparve in lontananza, Elia provò a gridare, ma dalla gola gli uscì appena un rantolo. Vide uomini affacciarsi al parapetto, indicarlo, calare una scialuppa.
Lo tirarono a bordo. Gli diedero una coperta. Gli diedero acqua. Poi una scodella calda. Elia la prese tra le mani tremanti; il vapore gli salì al volto; il profumo era semplice, umano: brodo, pane, carne.
Il ragazzo fissò la superficie del liquido. Dentro, per un istante, vide oscillare un volto: una bocca cucita, due occhi senza palpebre.
«Ho fame» sussurrò qualcuno.
Elia lasciò cadere la scodella.
I marinai lo guardarono senza capire.
Il brodo si sparse sul ponte, lento, denso, dorato. Sembrava innocuo. Sembrava cibo.
Dal timone, il nuovo nocchiere rise piano.

La nave proseguì: silenziosa, affamata.

Miseria testo di GZ
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