inedi
Vùlcheri
(dal manoscritto di Olga del Volga)
Alla mia prozia Tommasina, detta Zietta
L’Antefatto
Un concorso per il miglior romanzo inedito scritto da un extracomunitario che viva in Sardegna: ecco la splendida pensata del docente di “Organizzazione Eventi” nella neonata facoltà di Scienze della Comunicazione Letteraria, Università di Sassari.
Al nostro emerito professor Racetti in realtà non gliene può sbattere di meno del risultato artistico del concorso. Quello che lo solletica nei gangli sono i finanziamenti ottenuti dagli assessorati alle Politiche Sociali, alla Cultura, alla Scuola. La relazione che terrà il giorno della premiazione. Il suo nome sul quotidiano locale.
E’ accudito dalla più spersa è sconosciuta para università del Continente. Entusiasta della nostra ospitalità sarda. Uno che sa come muoversi. Ha iniziato a contattare, a manovrare chiunque avesse a che fare con la pubblica amministrazione, a ingraziarsi i colleghi, a inventare premi, manifestazioni e concorsi. A tessere intorno a sé reti sottili, intessute di gratitudine, ossequio, speranza di ottenere qualcosa. Ad avere potere. Denaro. Visioni di luminosa carriera.
E così eccomi qui a fare la preselezione per il suo concorso, premiazione di chi cazz’è, gli diamo la targa, la casa editrice universitaria pubblica venti copie della sua opera, avrà venti amici extracomunitari a cui regalarle? ci dimentichiamo di lui cinque minuti dopo averlo premiato, ma tutti ricorderemo il professor Racetti promotore, organizzatore, maneggiatore, (adoro fare la rima) dell’evento culturale di questa primavera sassarese.
E io che sto qui a scrivere queste righe con tanto livore chi sono?
E’ chiaro: sono l’assistente del professor Racetti.
Ho quaranta anni. Sono ricercatore con contratto rinnovabile ogni due anni. Una borsa di studio da fame.
Da fame, almeno per chi non possiede una rendita di famiglia. Io sono benestante per eredità.
Laurea in lettere come tanti poeti frustrati. Dapprima volevo studiare filosofia, la disciplina giusta se al tuo cervello manca qualcosa. Al mio manca di sicuro. Ma non avevo abbastanza talento neanche per la filosofia.
Optai per lettere. Mi laureai e scrissi quattro saggi incomprensibili che riscossero l’ammirazione del mio relatore. Un barone universitario sull’orlo della pensione. Amico d’infanzia di mio padre.
Mio padre. Un notaio figlio di notaio, nipote di notaio, pronipote di notaio, disonorato da me, l’unico figlio, che decise di studiare lettere.
Se vuoi fare il poeta, lo scrittore, il drammaturgo fallo, ma da notaio. Un notaio che fa il poeta suscita ammirazione, un mediocre professore che scrive poesie fa compassione.- e mi aveva fatto anche la rima, ammirazione-compassione. Lui, il notaio, a me, il poeta, lo scrittore senza talento.
Quando divenni dottore in lettere, mio padre si accordò con il suo amico, il barone universitario che mi aveva fatto da relatore alla tesi, perché mi aprisse le porte della carriera accademica. Laureato in lettere va bene, ma che almeno gli fosse evitato di avere per figlio un professore di scuola media!
Il barone mi fece avere un dottorato di ricerca. Senza lode e senza infamia. Dopo il dottorato una borsa di studio per ricercatore, il primo passo verso una luminosa carriera.
Un infarto. Fulminante. Quello di mio padre.
Un ictus. Paralizzante. Quello del docente amico di mio padre.
La mia carriera accademica: fottuta.
Ogni due anni mi rinnovano la borsa di studio. Ma da lì non mi muovo. E non sono destinato a muovermi. Ho smesso di scrivere saggi incomprensibili da pubblicare sulla rivista dell’università.
Ora faccio il lacchè del professor Racetti. Docente strutturato per il nuovo insegnamento offerto dalla nostra facoltà: “Organizzazione di eventi”. Quando sei massone, appartieni alla loggia giusta, e hai la tessera giusta in tasca non c’è niente da fare: ti costruiscono la cattedra universitaria su misura. Se poi con queste credenziali arrivi in Sardegna dal Continente stai meglio del papa. C’è ancora molto da colonizzare qui. Molta civiltà da portare.
Io sono sardo. E come tutti i sardi non sono intraprendente. Li guardo ammirato questi professori continentali arrivare qui da noi. Con le pezze al culo. In continente nessuno che se li fili. Capo a tre anni se qui non diventano presidi di facoltà poco ci manca. Hanno l’iniziativa. Ignorano il controllo sociale noi che sardi poniamo come sbarramento l’uno all’altro. E fanno carriera.
E io qui, a fregare la mano in terra.
Ho smesso di fumare.
Ho smesso di bere.
Ho smesso anche di scopare. Che fa rima con fumare. Ma l’endecasillabo non ritorna.
Ho messo di scopare due anni fa quando mia moglie mi ha liberato dalla sua presenza. L’avevo colta matricola e puttanella, ricciolo da barboncina bionda, quando ancora in facoltà era opinione diffusa che io fossi la futura promessa accademica.
Di dare esami lei non ne aveva voglia. Ma di diventare la moglie di un magnifico accademico sì, pochi anni ancora e sarei stato docente ordinario le sussurravo.
Sei mesi di matrimonio e il suo ricciolo biondo rivelò in pieno la radice scura. Smise di rasarsi e coltivò setole ispide sulle gambe. Ingrassò.
Ma io sono pigro, senza talento anche nell’andare in cerca di donne, quella mi era capitata, e per quello che serviva andava benissimo: compagnia senza fantasia, cucina senza fantasia e sesso (poco) senza fantasia.
La fantasia si sa è argomento di poeti e scrittori, gente perversa, e avevo rinunciato ad essere perverso, poeta e scrittore.
Quando mi disse che aveva un amante e che mi lasciava per lui rimasi basito: dove aveva trovato uno che se la caricasse?
A giorno d’oggi una chat-line fa miracoli. Agitava i riccioli da barboncino mentre singhiozzando mi raccontava della sua storia adulterina.
Non mi risparmiò nessun particolare, dai primi palpiti alla consumazione dell’adulterio. Devo riconoscerle una relazione esauriente, sebbene in forma piuttosto pedante.
Scomparve dalla mia vita con una separazione consenziente. La sua nuova fiamma mi faceva la cortesia di vivere a Cagliari. Dall’altra parte dell’isola.
Lo raggiunse. Non rischiavo neanche d’incontrarla per strada.
E intanto eccomi qui, circondato da manoscritti, a selezionare il romanzo che Racetti premierà, nella fulgida cornice dell’aula magna dell’Università, l’accento sulla à, affreschi di Delitala, la stampa riverente, gli studenti ossequienti, riverente ossequienti, rima imperfetta.
Il manoscritto
Quanti romanzi iniziano con il ritrovamento di un manoscritto, di un diario, di una pergamena? L’autore dichiara di riportare le vicende narrate da altri, un anonimo, un personaggio della storia, un parente, benissimo la nonna, meglio se questa nonna era una che la dava a destra e a sinistra, perfetto se aveva cornificato il nonno: è morta e ha fatto la cortesia (al nonno?) di lasciare un diario, dove ci racconta per bene ogni cornino del povero nonnino (nonnino, cornino, che chicca di rima). Oppure l’autore finge di essere uno psichiatra, e vai con il diario del paziente, maniaco, schizofrenico sicuramente con il complesso di Edipo, sogni erotici sulla madre, sogni assassini sul padre.
Anche io ho una mania: la rima. Da quando, al liceo, volevo scrivere un poema in ottave. Oggi i poeti scrivono senza usare la rima. Un mio conoscente si definisce poeta perché ogni anno paga una tipografia per pubblicare un libro con la sua ultima raccolta di poesie. E’ stato lui a farmi sapere che la rima non si usa più. Superata. Costrittiva. Va di moda il correlativo oggettivo.
Il mio conoscente ogni anno pubblica un libro di poesie e lo regala ai suoi centocinquanta pochi intimi, poi affitta una sala e ci fa su una conferenza. Dei centocinquanta presenti in sala centoquarantanove (cioè tutti tranne me) hanno appena pubblicato un libro di poesie a proprie spese (poesie a proprie spese: allitterazione della p e della s, non c’è niente da fare sono un poeta in prosa, e allora perché non scrivo poesie? sarei bravissimo se solo osassi farlo).
Parole d’ordine: Eliot, metafisica, realtà trascendentale, strazio della contingenza, strutturazione ermetica. Ma io che ci faccio? Sono stato invitato nella mia veste di aspirante accademico, nessun autentico accademico andrebbe mai a queste conferenze, a meno che il poeta non sia un amico o meglio un’amica di famiglia.
In tal caso la poetessa in questione è una signora recentemente restata vedova, o fresca di separazione. Il cadavere del marito è ancora tiepidino, nel catafalco o da un giudice di pace, intento (ma chi il cadavere o il giudice?) a stabilire la congruità degli alimenti, e finalmente il fuco si è tolto dai piedi! era ora che la sua signora realizzasse il sogno di una vita: pubblicare un libro di poesie, quella poesia che il marito, i figli, la vita l’hanno costretta a reprimere e ora, ora sì lei finalmente può librarsi come una farfalla, peccato che con la menopausa le è cambiato il metabolismo e la farfalla si è parecchio appesantita, ma che importa lo spirito è quello che conta e quello sì vola leggero, ma leggero come le sue poesie.
S’illudono i centoquarantanove presenti in sala oltre me nel credermi un promettente accademico, sono un portaborse di infimo livello, il tappetino di Racetti, che nella sua immensa magnanimità mi fa ottenere ogni due anni il rinnovo della mia borsa di studio con cui campo, non male, se consideriamo che sono figlio unico di un notaio defunto e che l’eredità paterna funziona come una discreta rendita.
Non voglio il denaro. Ma la fama. La gloria. Ed eccomi invece qui a scartabellare l’insipienza di manoscritti redatti in un italiano illeggibile.
Un’idea geniale questa di Racetti: il premio al migliore romanzo scritto in italiano da un extra-comunitario che attualmente viva in Sardegna. Avete idea di quale sintassi italiana usi un extra comunitario quando scrive un romanzo nella nostra lingua?
Le loro storie non sono il mio genere.
Clandestinità. Emarginazione. Rifugiati politici. Prostituzione. Droga. Lavoro nero.
Ma chi cazzo non se ne frega?
Io voglio leggere gli autori del Rinascimento. A me piace Ariosto. Angelica e Orlando. Lui che la segue nelle selve incantate. Lei che lo manda in fregola e poi gli sparisce sotto il naso.
Voglio coltivare il bello, l’armonia del verso, perdermi nell’equilibrio tra uomo e natura. Tra natura e natura. Tra natura e uomo, tra uomo e donna. Donna e natura. Natura: madre-matrigna. Ho dimenticato qualcosa?
Di questi manoscritti ne ho quanto basta. Ne sceglierò uno a caso. Il più lacrimevole. Quello più straboccante d’infelicità. Se non altro in queste storie l’infelicità viene dalla fame, dal bisogno di sopravvivere, non dalle malinconie di quei depressi cronici, che producono romanzi come seghe mentali.
Un’occhiata a questa scheda di partecipazione. Una donna. Un’autrice. Bielorussa. Olga. Il cognome è illeggibile. Un’insieme di consonanti impronunciabili. Olga del Volga. Il Volga non è in Bielorussa, ma Volga fa rima con Olga. La chiamerò così. Olga del Volga. Quaranta anni. Come me. Chissà, forse il suo romanzo non sarà gran che, ma Olga potrebbe possedere doti corporee più interessanti di quelle scrittorie.
Olga del Volga … suona bene.
Continuo a leggere la sua scheda. Viene da una città che ha un nome che suona come un’imprecazione: Minsk!
E’ in Italia da dieci anni. Parla e scrive perfettamente in italiano. Ne ha studiato lessico, grammatica e sintassi. Del suo romanzo dice “con questo lungo racconto riferisco quanto mi narrò la mia prima signora, quella che accudii per tre anni, dal momento in cui arrivai in Sardegna. Passavamo lunghi pomeriggi insieme, noi due sole, nel suo palazzo di Vulcheri…..”
Olga del Volga
Ci ho messo tre ore a leggere tutto il manoscritto di Olga del Volga. Ingenuità, riferimenti troppo precisi a famiglie realmente esistenti, necessità di caratterizzare meglio alcuni personaggi, di arricchire la descrizione a vantaggio di un miglior studio dell’ambiente umano, ma la storia funziona. Se funziona. La giusta dose di realismo fantastico, appena di noir, tanta Sardegna dei primi del Novecento, quella che fa tanto esotico e che le case editrici vendono bene, l’uso di un impasto d’italiano - sardo, va così di moda, fa difesa della lingua sarda, colore dell’etnia, fascino del folklore. Così come tu mi vuoi. Unico particolare: chi scrive questo romanzo non è nata e pasciuta in Sardegna, ma in Bielorussa, è un’Olga del Volga, sarà il caso letterario dell’anno, e io, io sarò il critico che la scoprirà e la recensirà!
Nella scheda c’è il numero di cellulare della nostra autrice. La chiamo. Non è previsto dalle regole del concorso. Ma io ora la chiamo.
Rendez vous con Olga del Volga
Eccomi qui, a un tavolino del Caffè B&B con Olga del Volga. B&B: una volta un bar pretenzioso, arredi Anni Settanta. Ora l’arredo si è incupito, le pareti sbiadite come il sorriso ingiallito della proprietaria che siede alla cassa.
Olga è bella, da copione. Più alta di me, almeno di cinque centimetri. I capelli tendono al mogano. Pelle ramata. Unghie laccate di rosso. Un totem con il cappotto attillato. Marrone. Sbottonato sino alla vita. Una maglia di lana aderente. Maglia aderente seno prorompente, ecco, ho trovato la rima, è l’abitudine, il pensiero ci corre subito. Alla rima. E l’occhio ci cade sempre. Sul prorompente.
Olga si esprime in italiano con grande proprietà, l’accento bielorusso nella sue labbra è un sottile incespicare delle parole sulle labbra, rallenta il suo racconto e mi rilassa.
Come avvenne che Olga del Volga scrisse un romanzo
Appunti. All’inizio erano solo appunti. Un minuto di libertà e correva a buttare giù i suoi appunti. Registrava in bielorusso le storie narrate in italiano dalla vecchia che accudiva.
Olga, a trent’anni proiettata da Minsk in Sardegna. In patria professoressa di storia, uno stipendio da fame, deve lasciare il suo liceo e venire a pulire il culo di una nobildonna sarda in odore di demenza senile.
Si accorge che l’unica cosa che attenua la sua nostalgia sono le storie che le racconta l’anziana signora. Melanconia e nostalgia, la rima lampeggia nel mio cervello di poeta mai realizzato.
All’inizio Olga capiva ben poco di ciò che la sua vecchia le raccontava.
Ma l’anziano, se affetto da demenza senile, ripete in continuazione quello che ha appena finito di narrare.
Ogni volta che la signora, per la seconda, per la terza, per la decima, per la ventesima, per la cinquantesima volta, le raccontava la stessa storia, Olga ne coglieva un particolare, una parola italiana che prima non aveva afferrato.
Vi erano pomeriggi in cui, finite le sue storie, la vecchia cadeva in catalessi, addormentata. E Olga scriveva. Pagine e pagine colme dei racconti della nobildonna.
Per tre anni. Tre anni al servizio di donna Caterina, marchesa di Tugia. Al terzo anno la marchesa morì.
Se la vecchietta muore la badante deve cercare un’altra vecchietta o un altro vecchietto. Finché non muore anche questo o anche questa. E allora un nuovo vecchietto o una nuova vecchietta. Non si annoiano mai queste badanti.
La morte stabilisce per quanto tempo durerà il loro impiego. Rinnova il loro bacino d’utenza. Le fa trasferire di casa in casa, di famiglia in famiglia e di paese in paese.
Di sepoltura in sepoltura, Olga arrivò a Sassari. Strada facendo aveva studiato l’italiano. Ed era riuscita a tradurre le storie narratele dalla marchesa.
Quattro mesi fa Racetti, pardon, il cattedratico professor Racetti, inventò il concorso “Sei un extracomunitario che vive in Sardegna? Scrivi un romanzo e spediscilo!”.
E Olga ci aveva spedito il suo manoscritto.
La mia proposta
Sono un discreto correttore di bozze. Un aggiusta-tesi, un sistema-saggi, un riordina-articoli, la mia firma non appare mai, ma quanto di me c’è nelle dotte pubblicazioni di Racetti!
Io, il suo portaborse, io, il suo factotum. Non ho alternative all’assegno biennale di ricercatore che il Consiglio di Facoltà mi rinnova grazie all’interessamento del professor Racetti.
Olga del Volga riscriverò il tuo romanzo. Gli inietterò la forza dello stile, caratterizzerò i personaggi che tu hai solo accennato. Mi inventerò le capacità poetiche che non ho e che per anni ho immaginato di avere. E le inietterò nel tuo manoscritto.
Ti farò vincere il concorso e vedrai il tuo libro stampato. Ma non ti fermerai qui. Scriverò un saggio sul tuo talento letterario e convincerò Racetti a farmelo pubblicare sulla rivista dell’Università.
Creerò un blog dove il popolo di internet possa discutere del tuo romanzo. Ti organizzerò presentazioni nelle scuole, nelle librerie, nella sale comunali, nelle biblioteche. Sarò il tuo agente letterario, il tuo scopritore, il tuo biografo, il tuo critico. Le case editrici faranno a gara per pubblicare il tuo libro. A Hollywood compreranno i diritti, ne trarranno un film…
Olga del Volga mi guarda.
Come fu che partii per Vulcheri
Il risultato di quel balzano colloquio: sono tornato a casa e ho preparato la valigia.
Domani parto. A Vulcheri. Il paese dove Olga del Volga ha vissuto i suoi primi tre anni in Italia. Anzi, in Sardegna. Ma la Sardegna fa parte dell’Italia?
E’ proprio a Vulcheri che Olga ha imparato il sardo e l’italiano, mentre accudiva donna Caterina e ne ascoltava i racconti allucinati.
Devo riconoscere che il manoscritto di Olga presenta diversi difetti: le descrizioni sono lacunose e superficiali. L’ambiente vi è appena accennato. Non che sia un male. Quando lo scrittore si compiace troppo nei particolari descrittivi il lettore si scassa le palle, trova il libro noioso, si sparge la voce e il romanzo resta invenduto negli scaffali delle librerie.
E tu o mio lettore, lo so, hai appena provato una delusione. Il mio appuntamento con la bielorussa Olga, che ormai anche tu chiami Olga del Volga, era denso di promesse di ben altro tipo, e avevi già lavorato di fantasia: una donna dell’Est, con due labbra grandi come polipi scarlatti e un ricercatore precario arrapato tendente alla calvizie. Tutti e due soli e bisognosi d’affetto. Bisognosi di quegli amori che si consumano d’inverno in una casa sul mare, nell’odore di umidità dei mobili una volta bianchi, ora ingrigiti dal tempo, dove la doccia non è mai stata messa e al suo posto c’è un tubo di plastica applicabile al rubinetto della vasca.
Ci potrebbe anche scappare il delitto. La polizia trova una donna, tratti somatici presumibilmente dell’Est, uccisa nella vasca da bagno di una villa al mare. La villa appartiene a un ricercatore universitario di Sassari. L’ha ereditata dal padre notaio. Una casa mai ristrutturata. Ombrosa come la pineta che la ospita. La donna? Sgozzata, ovviamente. Con lo strangolamento non si avrebbe il sangue. E si perderebbe il colore della vicenda.
In questo modo il romanzo che tu stai leggendo assumerebbe il sapore del noir, un genere per tutte le stagioni, e io, la voce narrante, potrei essere o l’innocente, accusato ingiustamente (hai colto la rima, o lettore?) oppure lo stesso assassino, e tu lo verrai a scoprire con un colpo di scena solo alle ultime righe del romanzo.
Mi dispiace deluderti, mio caro lettore, per il momento non rientra nei miei piani una squallida scopata con Olga del Volga, in una squallida casa al mare in pineta, né uno squallido omicidio, né uno squallido romanzo intriso con il sangue sgorgato dalla carotide della vittima.
Recensire un grande romanzo e diventare un famoso critico letterario. Questo voglio. Il grande romanzo? Non mi resta che scrivermelo. Ufficialmente non sarò io l’autore. Sarà Olga per tutti.
Parto. In ogni romanzo c’è sempre un viaggio. Non si può avere un romanzo senza un viaggio, reale o fittizio che sia. Se voglio che questa storia diventi avvincente è giunto il momento che io faccia i bagagli e mi avvii verso i luoghi in cui si svolgono le vicende narrate da Olga del Volga. Destinazione Vulcheri.
E Racetti? L’emerito docente cattedratico professor Racetti. Cosa gli dirò? Come giustificherò la mia assenza? E gli altri manoscritti sono rimasti da leggere? E il concorso?
Siamo a fine gennaio. Periodo d’influenze. Banale: mi darò per ammalato. La mia influenza sarà terribile. Febbri violente. Strascichi. Dolori alle ossa e tosse violenta. Non potrò uscire di casa per almeno quindici giorni. Racetti non mi chiederà il certificato medico. E’ magnanimo. Consente ogni tanto al suo lacchè di assentarsi. Sa che io ho troppo bisogno di lui e ritornarò a servirlo devotamente.
Nella valigia aggiungo un altro giaccone, due maglioni, pantaloni pesanti, scarpe sportive. Mi sono informato. Vulcheri è a 600 metri sul livello del mare e l’inverno da quelle parti è piuttosto freddo.
Il viaggio verso Vulcheri
Lasciata la statale 131 e voltato a destra all’altezza di … un momento lettore, ho già detto abbastanza, non vorrai che dia qui indicazioni così veritiere che tu possa individuare il paese di Vulcheri sulla cartina. Quello che sto per narrare non sempre sarà edificante. Fatti e personaggi devono apparire solo come parto della fantasia o io, o meglio l’autrice, la nostra Olga del Volga, potrebbe rischiare un denuncia per diffamazione.
Non sarebbe male. Una denuncia. Pubblicità per il nostro romanzo. Potrebbe valer la pena pagare un avvocato e sostenere un processo. No, per il momento è meglio evitare. Magari al secondo romanzo.
E chiaro però che tu ora, o lettore, ti aspetti un resoconto chiaro e spassionato dell’itinerario del mio viaggio verso Vulcheri. E io, nelle veci dell’autrice, Olga del Volga, non posso sottrarmi a questa ingrata bisogna.
Un romanzo ambientato in Sardegna non può esimersi dalla descrizione di panorami da parco deleddiano, trappole per turisti, meglio se tedeschi o olandesi, alla ricerca di circuiti secondari e di capricciose digressioni che mostrino il volto autentico dell’isola. C’è qualcuno fra voi lettori che mi può dare una definizione univoca dell’espressione “volto autentico dell’isola”?
E dunque non mi sottrarrò alle aspettative editoriali e inserirò in questo capitolo tutti gli ingredienti che possano dare titolo di strada panoramica alla via che in questo momento percorro con la mia auto in direzione di Vulcheri.
La strada scende suggestivamente attraverso dodici chilometri di tornanti dal passo del monte Cerro in direzione di Vulcheri. Il monte Cerro: un massiccio di origine vulcaniche che i geologi assicurano essere stato attivo nel Miocene. Il Miocene è trascorso e lave e basalti sono stati ricoperti da boschi di leccio, roverella, corbezzolo e agrifoglio. Non mancano in boschi di castagni. Ogni estate un incendio distrugge una parte della copertura boschiva. Allora i tronchi neri, carbonizzati di recente, scoprono il fianco delle rocce grigie.
Ed ecco che, a sinistra della strada, si apre l’orizzonte. Oltre le estreme pendici del monte Cerro, la baia di Santa Lucia. Il mare del Sinis. Un luccichio pomeridiano verso occidente. A Nord - Ovest, in direzione di Bosa, si staglia scuro Capo Marargiu, e, più oltre, indistinto nella lontananza, biancheggia l’imponente e calcareo promontorio di Capo Caccia, che delimita la parte finale del golfo di Alghero.
Ho assolto il mio compito? E’ stata una descrizione sufficiente? Se poi o lettore sei curioso e abile in topografia non ti sarà difficile da queste indicazioni capire su quale strada io viaggi. Ma la finzione letteraria vuole che io non ti conceda ulteriori indicazioni, e così ho alternato toponimi falsi a toponimi veri.
E questo ti basti.
Ecco Vulcheri
Consolati lettore del tuo pellegrinare.
Siam giunti. Ecco Vulcheri, ornata di trofei.
Presso quell’osteria potremo riposare,
che troppo stanco sono e troppo stanco sei.
Il campanile scocca
lentamente le sei.
Nella Notte Santa non era Vulcheri. Era Betlemme.
Ma Vulcheri mi appare improvvisa, dopo l’ennesima curva, come Betlemme, nel mio immaginario di bambino alla recita di terza elementare, apparve a San Giuseppe e alla Madonna sull’asinello.
Ecco perché non potrò mai essere un GRANDE. Né un grande poeta né un grande scrittore.
Un GRANDE scrittore a chi gli chiedesse:
- Quali opere hanno fatto nascere in lei la passione per la letteratura?-
Risponderebbe immancabilmente:
- Borges, Proust, Eliot (Eliot e Borges, non so perché, non mancano mai), e naturalmente (perché a questo punto il grande scrittore sente sempre la necessità di aggiungere “naturalmente”?) la letteratura anglo americana. –
E io, che risponderei?
- I versi che hanno fatto nascere in me la passione per la letteratura si trovano nella poesia La notte santa, di Guido Gozzano e recitano così: mia moglie più non regge ed io son così rotto. -
C’è tutto il dramma di San Giuseppe in quel “ed io son così rotto”. C’è tutto il mio dramma: “ed io son così rotto”!
E dunque lettore, come ti dicevo, Vulcheri mi appare improvvisamente dietro un tornante. Fermo l’auto in una piazzola sul ciglio della strada. Taccuino degli appunti. E’ una bella angolatura. Nel manoscritto di Olga questa descrizione manca, sarà il caso d’inserirla.
Il paese di Vulcheri è situato su un colle alle pendici occidentali del monte Cerro. Il suo territorio è caratterizzato da una grande varietà di paesaggi: si spazia dalla montagna al mare con squarci d’ineguagliabile bellezza. Il territorio digrada da Vulcheri verso la baia di Santa Lucia in una zona intensamente coltivata a uliveti.
Nella parte più alta dell’abitato, in cima al colle Bardasi, in una posizione straordinariamente panoramica, si erge la basilica della Madonna della Neve.
A Vulcheri
La ricerca di un luogo dove dormire e mangiare nei giorni che trascorrerò in questo paese si rivela estremamente semplice: a Vulcheri c’è solo una pensione.
Un vicolo acciottolato. Un ingresso con pergolato ( acciottolato-pergolato, non riesco a evitare la rima è più forte di me). Una sala da pranzo con camino acceso. Presenti tutti i complementi d’arredo sardo che fanno locale caratteristico per turisti continentali e sardi cittadini: sa cardiga e sa pingiada vicino al camino; su canneddu, s’isprumadore, su talleri e sa cullera ‘e linna appesi alle pareti.
La locandiera, due tette rifatte, appuntite e rialzate (rialzate - rifatte, rima imperfetta), a chi la dai a bere, ostessa dei Tre merli? Hai almeno di cinquantadue anni e porti con tanta gloria, come una fanciulla in fiore, tutta quella grazia di Dio?
La donna sarda di mezza età si è evoluta, ma c’è chi continua a rappresentarla come una vedova con la crocchia, due fichi secchi avvizziti che le s’intravedono dalla scollatura della camicia di lino bianca.
Invece, due titte così e fino ai settant’anni! Forse che a Cagliari e a Sassari non abbiamo i chirurghi plastici? Ma queste cose restino fra noi, o lettore. Altrimenti si perde il volto autentico dell’isola.
Ve l’immaginate la madre del bandito Stocchino che si rifà le zinne? Una bestemmia!
E’ ora d’iniziare la storia
Manoscritto di Olga del Volga alla mano, inizio a percorrere la strada principale del paese. La storia narrata dalla badante bielorussa inizia qui. Davanti a un minuscolo, ma elegantissimo negozio d’abbigliamento.
C’è a Vulcheri, nella strada principale, un negozio di alta moda. La proprietaria, bruna dirompente capelli a caschetto, ha trasformato la bottega originaria in una boutique.
Scarpe, giubbotti, maglioni, vestiario. Marche costose e famose. Griffe esposte a Roma nelle vetrine di via Condotti e via Frattina.
A disposizione delle tremila anime di vulcheritani . Tremila… per il momento.
Il numero degli abitanti di Vùlcheri decresce progressivamente ad ogni funerale.
I funerali: l’ultima occasione mondana. L’autentico business:
- Margherita, dammi un paio di scarpe eleganti che così, se mi esce un funerale, ho qualcosa di nuovo da mettere -.
Margherita tira fuori scatole dagli scaffali. Le apre: sciorina scarpe con tacchi improbabili, punte acuminate per ammazzare la mosca nell’ angolo, borchie argentate, lacci, mezzo metro di cuoio da arrotolare alla caviglia e al polpaccio, neanche allo spettacolo sado-maso del Crazy Horse,
Che bella Parigi, c’ero ad agosto!-
Su quei tacchi ondeggiano, nere come corvi, le donne di Vùlcheri, reduci dai viaggi estivi destinazione Parigi, Kenya, capitali del Baltico, Guatemala, Piramidi. Camminano sul selciato dei vicoli del paese.
Scarpe come coltelli, gonne con spacchi sino all’inguine, capi contriti, si arrampicano dietro la bara del morto di turno, su, in cima al paese, verso la basilica di Santa Maria della Neve.
In uno slargo tra i vicoli che conducono alla chiesa si erge, a occupare l’intero isolato, il palazzo dei marchesi di Tugia. Il pesante portone raramente è aperto. Solo ogni tanto qualcuno lo dimentica spalancato: nell’atrio nobiliare botti, damigiane, fiaschi, bottiglie, imbuti, attrezzi; odore di olio e di grasso, e, al di sopra del polveroso disordine, un sontuoso scalone a tenaglia di marmo bianco.
Il palazzo dei marchesi di Tugia
Proverò a trovare il palazzo dei Tugia seguendo l’itinerario tracciato da Olga nel suo manoscritto. Un itinerario un po’ approssimativo a dir il vero. Nella stesura definitiva del romanzo sarà il caso di precisarlo meglio.
Decido di abbreviare la ricerca e chiedo a un avvinazzato, seduto a un tavolino del bar nel corso, dove si trovi il palazzo dei marchesi di Tugia. Mi dice di svoltare a destra, risalire per una scalinata e poi percorrere il vicolo alla mia sinistra. Seguo le indicazioni. Eccomi nello slargo indicato dal manoscritto. L’avvinazzato non era ubriaco come credevo: sono davanti al nobiliare palazzo dei Tugia.
Ma non posso vederne niente, né della facciata, né del portone. Il palazzo è in fase di restauro: completamente circondato dai ponteggi. Nello slargo davanti all’ingresso un’impastatrice per il cemento non smette di girare, accanto a un mucchio sabbia color ocra. Polvere, grida di muratori, rumore di calcinacci. Leggo il cartello dei lavori. Il progetto è dell’architetto Anacleto Orsini, i calcoli dell’ingegner Barzizza, per conto di un’impresa di Bergamo, la Vitali SpA.
Saranno di Bergamo anche i muratori? Forse no. Quelli devono averli reclutati in loco. Per la bassa manovalanza i sardi vanno benissimo.
Nel palazzo dei marchesi di Tugia secondo il manoscritto di Olga
Al secondo piano del palazzo, in un appartamento ricavato da tre camere, vive donna Caterina dei marchesi di Tugia, in compagnia di una badante bielorussa.
Ogni notte donna Caterina ordina alla badante di accendere dei lumini e di distribuirli per tutto il palazzo. Nella cucina vecchia, in disuso, i mattoni di cotto riflettono le fiammelle.
Donna Caterina è l’ultima discendente dei Tugia. Quando morirà non ci sarà nessuno ad accendere i lumini per lei.
Gli spiriti ritornano, ma non sentono parole, grida o risate, né il profumo di foglie d’alloro e di castagne che si sprigiona dalla pentola in cucina. Lasciano aleggiare il proprio soffio sulle pareti del palazzo, le pietre assorbono le loro voci silenziose.
- Una fiamma per ogni morto di famiglia. Gli spiriti stanotte vogliono sapere se ci siamo ricordati di loro. Vedono che abbiamo acceso i lumini e sono contenti. –
- Non hai paura signora? E se i morti si fanno vedere?-
Non è mai tornato nessuno dall’altro mondo a dirci come si sta. Se venissero sistemerei le sedie qui intorno, li farei accomodare e ci faremmo una bella chiacchierata. –
- Che paura.-
- Non è dei morti che bisogna aver paura, ma dei vivi.–
Mi pare che come inizio ci siamo. Un palazzo nobiliare in decadenza. Una vecchia marchesa. Un sentore di morte e di mistero.
Ora bisogna ritornare indietro nel tempo. Un flash-back. Una dissolvenza cinematografica. Anno 1928: donna Caterina è una bambina di sei anni appena compiuti. La scena è sempre questa: il palazzo dei marchesi di Tugia a Vulcheri.
Interno: lo studio del vecchio marchese.
Rimasi orfana di entrambi i genitori all’età di sei anni. Mio nonno paterno, don Pietro dei marchesi di Tugia, fu costretto ad accogliermi a Vùlcheri, in casa sua.
Il vecchio mi ricevette nello studio. Io a distanza, in piedi, a fissarlo: sprofondato nella sua poltrona, le gambe allungate sul poggiapiedi, a fianco la sputacchiera in cui ogni tanto scatarrava. Mi fissò da capo a piedi:
- Per essere una Tugia sei piuttosto bassa. Tuo padre invece era alto come noi tutti. Hai preso da tua madre.-
Si frugò nella tasca, ne estrasse un borsellino di pelle verde, lo aprì, e tirò fuori due centesimi:
- Tieni. Questi sono per le mentine. Te li darò tutti i giorni se mi farai un favore.-
Lo guardai senza rispondere. Le mentine mi erano sempre piaciute. Allungai la mano per prendere i due centesimi.
- Ti darò due centesimi ogni volta che andrai al cimitero a controllare la mia tomba.-
La tomba del marchese
Non ho altro da fare qui, davanti al palazzo dei Tugia in restauro. Solo polvere da respirare. Se mi trattengo ancora sarà la rinite assicurata. Sono allergico. Non se ne può fare a meno oggigiorno. Di essere allergico. L’allergia è uno status sociale. Chi non ha allergie non merita alcuna considerazione. Chi non ne ha neanche una, deve cercare di procurarsela il prima possibile. O resterà escluso da molte conversazioni. Non avere allergie di questi tempi significa avere una vita sociale monca.
Ma non è il caso di divagare oltre. Rispetto l’ordine degli avvenimenti narrati da Olga e mi avvio verso il cimitero di Vulcheri.
Il camposanto si trova in cima al colle Bardasi, alla destra della basilica di Santa Maria della Neve. Guarda a Nord verso i castagneti del Monte Cerro e a Ovest verso il mare.
Siamo a gennaio. Il vento è pungente qua in alto, nella parte più antica del cimitero. Le indicazioni del manoscritto sono chiarissime. Non ho alcuna difficoltà a rintracciare il mausoleo del vecchio marchese con la sua effige scolpita nel marmo. Una posizione privilegiata quella del nostro convitato di pietra. La sua visuale spazia dal monte al mare senza interruzione.
Nel suo manoscritto Olga riporta le parole di donna Caterina.
Mio nonno si era fatto costruire nel cimitero di Vùlcheri una tomba in marmo bianco di Carrara con un mezzobusto che lo ritraeva. Ci andava tutte le mattina e così, ancora vivo, contemplava se stesso alla memoria. Il cranio pelato, il naso dritto dei Tugia, la statua controllava il camposanto con lo sguardo di chi è nato padrone e tale è destinato a rimanere anche da morto.
I piccioni trovarono di loro gradimento il mezzobusto del nonno: si poggiavano sul suo cranio e vi defecavano generosamente (il custode del cimitero sapeva solo rubare i soldi: cosa lo pagava a fare il Comune se non scacciava gli uccelli dalle tombe? )
Così ogni volta il nonno ritornava a casa come una furia e gridava, rivolto alla moglie:
- Manda a pulire al cimitero, che mi hanno cagato in testa i piccioni!-
Se scoppiava un temporale, appena spioveva mio nonno correva in camposanto a vedere se dell’acqua fosse entrata nella sua tomba: se la trovava allagata, mandava a chiamare il muratore che l’aveva costruita:
- Mi entra l’acqua! Vuoi che ci stia all’umido? –
Era un periodo in cui le gambe non lo reggevano più tanto bene. Iniziava a far troppo freddo per lui.
In cambio di due centesimi potevo rendermi utile andando ogni giorno al cimitero in compagnia della domestica, Peppa. A controllare la tomba del nonno. Ero minuta, ma non avevo l’aspetto di un’idiota.
In fin dei conti ero sempre una Tugia.
A sinistra del monumento funebre di mio nonno c’era una lastra tombale. Un bassorilievo. Un profilo femminile.
- Iolanda Belledonne, marchesa di Tugia, qui riposa. Lo sposo afflitto la piange sconsolato. Chi era, Peppa? –
- Tua nonna.-
Peppa si fece il segno della croce.
- Mia nonna è donna Antonia! –
- Donna Antonia non è tua nonna di sangue. –
- Come? Cosa vuol dire che non è mia nonna di sangue? –
- Vuol dire che donna Antonia è la seconda moglie del Marchese. La madre di tuo padre era la prima moglie di don Pietro e si chiamava Iolanda Belledonne.-
- La donna sepolta qui? Papà non mi ha mai raccontato niente. –
- Era molto piccolo quando lei è morta. Non sono cose da raccontare a una bambina. -
- Dai Peppa … raccontami della mia vera nonna. –
- Torniamo a casa. Guarda. La nebbia sta scendendo dal monte. –
Il freddo e l’umido sono sempre più insopportabili. Il vento si è fermato. Sale la nebbia. Le cime del monte Cerro scompaiono progressivamente in una bambagia grigia che si estende sino a nascondere i boschi di castagno e di querce.
Sembra che la nebbia salga anche dalla terra del camposanto.
Sono così. Amo questi paesaggi melanconici e demodé da fien de secle. Se non fosse per la mia sciatica, che potrebbe risvegliarsi da un momento all’altro, continuerei a crogiolarmi in questa umida bambagia mortuaria, ad assaporare il dissolversi dei marmi bianchi tra la nebbia che confonde la vista e fa immaginare fantasmi.
- La nebbia agli irti colli piovigginando sale e sotto il maestrale urla e biancheggia il mare ….. l’eterno riposo dona a lei .. Signore. – recitò Peppa, rivolta al bassorilievo di donna Iolanda, e si fece il segno della Croce .
- Cosa stai dicendo, Peppa?-
- Non lo so. Era una poesia che ripeteva sempre donna Iolanda quando saliva la nebbia, lei aveva studiato dalle suore, riposi in pace.-
“Amen”, dico fra me, chiudo il manoscritto di Olga, e mi avvio verso la pensione I tre merli, dove mi attende una camera calda e la cena.
A “I tre merli”
Grande cena stasera a I tre merli. E’ sabato di carnevale. Fave e frittelle. E dopo mangiato l’ostessa mi trascina nella saletta semi interrata della pensione. La saletta dove ogni sabato si radunano gli appassionati di liscio di Vulcheri.
Età media: dai quaranta in su. Fino a settantacinque. Se la ballano. Com’è bello far l’amore da Trieste in giù, l’importante è farlo sempre con chi hai voglia tu. Canta il complessino: due signori brizzolati in panama bianco con la chitarra elettrica. Simone dice ch’è tanto semplice: butta in aria le mani e poi falle vibrar. Tutti saltano con le mani in alto ignorando di essere a rischio attacco cardiaco. L’ostessa mi ha preso in simpatia. Si dimena sventolandomi sotto il naso l’opera scultorea del chirurgo plastico. Clinica di Sassari o di Cagliari, signora? Mi manca il coraggio di chiederle.
Forse abbandonerò l’astinenza monacale a cui mi sono votato per due anni, dopo la separazione da mia moglie: l’ostessa promette un letto con lenzuola che odorano di salsiccia, fave, frittelle e fil’e ferru, acqua ardente, acquavite clandestina. Promesse da marinaio. A fine serata sono troppo ubriaco per infilarmi nel letto di un’ultracinquantenne rifatta.
Mi risveglio a mezzogiorno nella mia camera singola. Saliva acida. Acquavite e frittelle: la mano di Dio per la mia esofagite da reflusso. Allungo la mano destra e raccolgo da terra il manoscritto di Olga. Mi è sempre piaciuto trattenermi a letto dopo una notte di bagordi, restarmene sotto le coperte a oziare, sfogliando una rivista o un libro. Nella camera de I tre merli non ho portato né libri né riviste. Ne approfitto per rileggere il manoscritto della nostra Olga del Volga.
A parlare è sempre donna Caterina
In cucina, al palazzo dei Tugia, le castagne bollivano. Nella pentola Peppa aveva messo una foglia d’alloro. L’odore dell’alloro, mischiato a quello delle castagne si diffondeva per tutta la stanza. Io mi appendevo alla gonna di Peppa, impedendole di cucinare. Le abbracciavo i fianchi larghi e le tiravo i peli neri dalle braccia.
- Racconta … racconta. –
- Ho da fare.-
- Dai Peppa! –
- Tuo nonno non vuole. –
- Basta non dirglielo. –
- Questi sono segreti!–
- Non li dirò a nessuno. –
- Non lo devi mai dire che te l’ho detto. Specie a tuo zio, don Giacomo.-
-Promesso. Dimmi la storia, Peppa!-
Peppa chiamava mio zio Giacomo il figliol prodigo, perché era destinato a prendersi la parte migliore dell’eredità. Don Giacomo: il figlio prediletto, mentre gli altri …don Eraldo, in capo al mondo e don Alberto, mio padre, morto da un mese, pace all’anima sua, come non siano mai nati. Da quando è arrivato lui .. il figlio di donna Antonia, la seconda moglie… donna … lasciamo perdere … una zeracca … un pidocchio alzato … marchesa quanto lei, Peppa, che nasceva e moriva zeracca.
Peppa racconta
Donna Antonia non assomiglia certo alla prima moglie di don Pietro. Un angelo del cielo, quella, bianca che la luna, magra, sottile, troppo delicata per questa terra.
Iolanda Belledonne!
Quel prepotente di Don Pietro se l’era presa poco più che bambina. Nobile anche lei, ricca e figlia unica: gli aveva portato in dote giardini di olive.
Era lei, donna Iolanda, la mia vera nonna. La madre don Alberto, mio padre, e di mio zio don Eraldo, pro sa caritade a non lo nominare mai! Perché per don Pietro este morto … comenti mortu!
La mere, la padrona di adesso, donna Antonia, quando donna Iolanda era viva, faceva la zeracca a palazzo Tugia. Sa zeracca! Sì! Come me, comenti Peppa! … e a su meri, al padrone, gli piaceva quella zeracchedda … una specie di oliva nera con una moglie che era un’istedda, una stella, Iolanda Belledonne….
Ma sos homines sono così … a contare è il letto .. e quando una è un tizzone d’inferno, una bagassa, il letto glielo arroventa meglio!
Donna Iolanda iniziò a scendersene … già era così delicata dalla nascita.
Non mangiava più. Su dottore, quell’affroddieri di Bastianino Zampa, le aveva ordinato uno futtiu di medighinasa … tutta porcheriasa … se le dava invece unu toccu di pane abbrustolito, bagnato nel vino rosso, a fortificarle lo stomaco!
Ah, ma lui sì … don Pietro pane abbrustolito bagnato nel vino non se lo faceva mancare mai. Lui già era fracco, e sua moglie un lumicino, un visino da medaglietta.
Poi dottor Zampa ci porta quelle pastiglie viola.
- Una al giorno, e non di più. Mi raccomando!-
Ma una notte donna Iolanda diventò tutta viola, del colore de sa pasticchedda, su core a mille … pure le coperte del letto si sollevavano pro sa violenza di su battitu.
Tutta sa notte gai… fino all’alba. Unu strazio. Su core di donna Iolanda si era spaccato in due, e s’anima era fuggita in su ghelu, nel cielo, lasciandomela sui cuscini, bianca comenti la cera delle candele in chiesa.
Peppa l’aveva lavata, vestita e acconciata per la veglia funebre.
Aveva riordinato la camera della padrona: quelle pastiglie … lo diceva lei che non servivano a niente.
Ma, come era questa cosa? Gesù, Gesù …
La boccetta delle pastiglie viola, fino a ieri era quasi piena, oggi ne restavano solo tre. E come era possibile? Donna Iolanda aveva bevuto da sola tutte quelle pastiglie insieme?
E come aveva fatto? Che da sola non riusciva neanche ad arrivare al bicchiere dell’acqua!
E allora, chi gliele aveva date?
Donna Iolanda la seppellirono là, in quella tomba in cima al cimitero, e le fecero fare pure il ritratto di profilo sulla lastra di marmo. “Iolanda Belledonne qui riposa. Lo sposo desolato la piange inconsolabile”
- E questa è la storia della tua vera nonna!-
- L’altro figlio di nonna Iolanda, il fratello di mio padre … Eraldo. Perché non l’ho mai conosciuto? Dov’è? –
- Zitta! Per carità .. te l’ho detto … è come morto … e non lo nominare mai davanti a tuo nonno … e davanti a Donna Antonia poi! … mai … per carità!-
- Ma non è morto, vero?
- Morto… morto no … ma non lo vedremo mai più. Come se fosse morto. –
- E dov’è allora, Peppa?-
- Lontano. Molto lontano. In America!-
- In America?-
- A Rio di Gianerio!-
- In Brasile?-
- In America!-
- E non scrive mai? Almeno al nonno?-
- A tuo nonno? Per carità! Fu proprio lui a scacciarlo di casa!-
- Perché Peppa? Perché lo ha mandato via? –
- Ora basta. Hai già saputo troppe cose! –
- Peppa, dai … -.
La supplicavo saltandole al collo e la baciandola sulle guance pelose
- Senza vergogna don Pietro … neanche un mese l’avevano messa nella tomba donna Iolanda che Antonia. Donna Antonia …. Dormiva già nel letto matrimoniale.
Tra le lenzuola di lino del corredo di quella poveretta. Nel lino di donna Iolanda l’aveva sistemata, don Pietro!
- E i figli?-
Don Alberto era ancora piccolo: non capiva niente di quello succedeva. Ma Don Eraldo. Eh! Eraldo no, lui aveva sedici anni, un giovanotto … e che giovanotto … Dio lo benedica. Capiva tutto e soffriva a vedere quella serva nel letto della madre.
Antonia in quel lino ci ingrassava. Ogni giorno più florida. Fianchi e il ventre si arrotondavano sotto la gonna.
Una volta il marchese andò a Oratti per trattare l’acquisto di una tanca. Ma non si potevano mettere d’accordo e don Pietro mandò a dire che quella notte non sarebbe ritornato.
La notte stessa, mentre donna Antonia russava nel letto di donna Iolanda, lei sì che è in Paradiso, Eraldo entrò in camera con la lampada ad olio accesa: “Bagassa, fuori da questa casa!”
Spalancò l’armadio (pure di quello si era fatta padrona, Antonia).
Via le gonnelle di quella troia, che puzzavano l’armadio di sua madre.
Strappava i vestiti dalle grucce e li gettava in un sacco per le olive.
Quando il sacco fu pieno, don Eraldo lo legò ben bene, aprì la finestra e lo lanciò di sotto, in strada. Antonia piangeva.
Eraldo l’afferrò per le spalle, le fece le scale fare a calci in culo e la buttò fuori di casa: si prendesse il sacco dei suoi vestiti e se ne andasse, così com’era, in camicia da notte, con una pancia che già si capiva cosa c’era dentro.
La mattina dopo, verso mezzogiorno, don Pietro tornò da Oratti.
Non appena scoprì che Antonia non era più in casa e sa che cosa don Eraldo aveva fatto e aveva detto …Gesù Giuseppe e Maria!…. tutti i demoni dall’Inferno….
Per riscrivere questa parte del manoscritto di Olga del Volga sono ricorso a quell’usurato impasto linguistico sardo-italiano di cui tanto si compiace la nostra Arcadia isolana. Olga naturalmente non sarebbe mai stata in grado di utilizzare questo pastiche linguistico.
E noi accademici grideremo al miracolo: una badante bielorussa romanziera, capace non solo di scrivere in italiano, ma anche di avere uno stile letterario, dal sapore dialettale quando serve, adeguato a ciascun personaggio della storia narrata.
Ho difficoltà ad alzarmi dal letto. L’acquavite di ieri sera. Anzi il fil’e ferru. Se scriverò che mi sono ubriacato a fil’e ferru, invece che ad acquavite, la sbronza assumerà una sfumatura più etnica – sarà una sbronza folklorica. Una sfumatura che di questi tempi vende bene.
Puzzo. Di fritto. Di alcol. Di maschio rimasto a letto fino a tarda mattinata senza aprire la finestra. Puzzo.
Fresco di doccia e di dopobarba. Lascio la mia camera con il manoscritto di Olga in mano. L’ora di pranzo è passata da un pezzo. Non che io abbia fame. Il mio stomaco è ancora infastidito.
- Buongiorno, professore. Si è divertito ieri sera?- l’ostessa. L’ostessa che non colsi.
- Moltissimo. Ma non sono abituato e adesso mi sento ancora stordito. Un po’ di mal di testa.-
- Non ha fatto colazione? Le preparo un caffè?-
- Preferirei un tè caldo-
- Si sieda là, al tavolo davanti al camino. Glielo porto subito.-
- La camera… -
- Non si preoccupi. Mando subito la cameriera a rimetterla in ordine.-
- Mi sono alzato troppo tardi …-
- Ma certo, lei qui non si deve preoccupare, professore. Ieri ha festeggiato il carnevale con noi. E allora, che problema c’è? Deve studiare? – lancia un’occhiata al mio manoscritto-.
- Una ricerca storica su alcune antiche famiglie di Vulcheri.-
- Interessante. Si accomodi nella sala professore. Le porto subito il tè.-
Una donna discreta. Pratica e accogliente. Mi dispiace aver bevuto troppo ieri sera. Avrò un’altra occasione con lei?
La sala della pensione è illuminata dalla luce di questo pomeriggio di fine gennaio. Nel camino il fuoco è acceso. Non saprei immaginare un’atmosfera più adatta per uno scrittore che lavora a un romanzo. Ma, un momento, io non sono uno scrittore, io sono un futuro critico, non devo mai dimenticare che l’autrice ufficiale sarà Olga del Volga.
Mentre sorseggio il tè caldo con limone, sfoglio di nuovo il manoscritto della badante bielorussa.
Sulla famiglia di donna Caterina, dal manoscritto di Olga del Volga
Don Eraldo, dopo lo scontro con il padre, scappò via di casa , aveva sedici anni, e a Vulcheri non ritornò mai più. Andò in America. E nient’altro si seppe di lui. Disperso nel Nuovo Continente e cancellato dal testamento del padre. Guai a chi lo nominava.
Antonia ritornò a casa da padrona: don Pietro se la sposò e pochi mesi dopo nacque Giacomino … don Giacomo, buono quello.
A quell’epoca Alberto, il figlio minore di donna Iolanda e don Pietro aveva otto anni … cosa poteva capire?
Il marchese, novello sposo di secondo letto, non aveva alcun interesse a tenersi quel figlio per casa e così lo spedì in collegio.
Quando compì diciotto anni Alberto andò alla scuola militare e divenne ufficiale di artiglieria. Un tenente sempre in giro tra Sardegna e Continente. A Vulcheri, a casa sua, ci tornava una o due volte all’anno, per pochi giorni.
Durante una di questi brevi permanenze a Vùlcheri, don Alberto vide, conobbe, amò, chiese in moglie Angela, la figlia più piccola di Sebastiano Casule, proprietario di vigneti, ricco senza blasone.
Nonostante l’assenza del “don” davanti al nome del futuro consuocero, l’anziano marchese di Tugia non ritenne opportuno negare la propria benedizione al figlio e alla sua promessa sposa.
Il ricordo delle origini ancillari di donna Antonia era sempre fresco in paese: non concedere ad Alberto il permesso di sposare la figlia di Sebastiano Casule, solo perché questo riforniva di vino tutte le bettole di Vùlcheri, avrebbe significato levare il coperchio da una pentola che non aveva mai smesso di bollire. Sarebbe stata l’occasione giusta per tirare in ballo la storia di don Pietro e della sua serva Antonia, la morte misteriosa di donna Iolanda, la fuga di don Eraldo in America.
Quanto a Sebastiano Casule non volle sfigurare davanti ai marchesi di Tugia: diede in dote alla figlia tanto denaro che non sarebbero bastate a contenerlo tutte le botti che ogni autunno egli riempiva di mosto.
Fu così che don Alberto chiese un permesso al generale, tornò a Vùlcheri per un paio di giorni, sposò la bella Angela Casule e la condusse con sé sulle orme dell’artiglieria.
Bibia Carrogna
A questo punto nel manoscritto di Olga del Volga compare un nuovo personaggio. Bibia Carrogna.
Il mio vero nome non lo ricordo più.
Mi chiamano Bibia Carrogna: io lo so che sono Bibia Carrogna.
Tutti hanno pietà di me e non mi scacciano mai.
Lasciano aperti i portoni perché io mi possa accucciare nell’andito dei loro palazzi. Mi danno gli avanzi del pranzo.
Puzzo di piscio e cammino a piedi nudi.
Mi hanno regalato un paio scarpe per fare atto di carità, ma se le possono tenere.
I miei piedi sono rossi e grossi, callosi dal caldo e dal gelo: hanno fatto il cuoio.
Un cuoio nero per la sporcizia delle strade di Vulcheri.
Quella marchesina dei Tugia, l’orfana…. quella arrivata da Cagliari…. Se ne sta per ore a guardarmi i piedi. Non una parola, immobile, davanti a me, buttato per terra all’incrocio della strada, a esaminarmi i piedi.
Io non mi muovo. Fingo di dormire e la osservo tra le palpebre socchiuse. Mi fissa con gli occhi verdi di sua nonna, Iolanda. Rotondi, verdi e sgranati.
Da bambino non ero Bibia Carrogna. Giocavo a Paradiso con Iolanda. Una pietra piatta, un disegno con il gesso sul basalto nero che lastrica la piazza, i salti dentro quel disegno per raccogliere la pietra che vi lanciavamo a turno
Poi sono diventato Bibia Carrogna e Iolanda se l’è sposata don Pietro. E’ diventata donna Iolanda, mi vergognavo anche a rivolgerle la parola.
Sono diventato Bibia Carrogna perché ho visto i diavoli.
In paese mi hanno ribattezzato così, Bibia Carrogna, lo scemo che parla col demonio, e mi sono dimenticato come ero prima.
Ero un ragazzino.
Quattordici anni, quasi quindici.
Agosto.
Notte.
Pietre nere della strada.
Esalavano il calore accumulato durante il giorno.
In cielo le stelle.
Luna no, non ce n’era, lo ricordo bene.
Tutti a dormire.
Chiuse le persiane delle case.
Silenzio.
Perché non ero ritornato a casa mia?
Avevo una madre bella e profumata di sapone.
Avevo una casa linda.
Mia mamma mi aveva allevato con cristiana educazione.
Il suono di una fisarmonica … un valzer … c’è una festa?
Non mi hanno detto nulla.
E gli altri dove sono?
Perché dormono se c’è una festa?
Mi avviai, attratto dalla musica, verso piazza del Convento.
In quella piazza c’era una festa.
Le coppie volteggiano nel valzer.
Dov’è la fisarmonica? Non vedo chi suona.
Dall’altra parte della piazza appare un uomo a cavallo.
Sul volto ha una maschera bianca.
La musica cessa.
Le coppie si sciolgono.
Uomini e donne si prendono per mano fino a formare un unico, immenso, cerchio rotondo.
Un concerto
un violino
un mandolino
un ritornello mordente
patetico
scherzoso
appassionato.
Una donna si volta verso di me.
Mi sorride.
Mi prende per mano.
Entro nel girotondo.
Ballo con loro.
L’uomo con la maschera mi guarda.
Abbasso lo sguardo.
Guardo le gambe degli altri ballerini.
No, non sono gambe.
Sono zampe.
Zampe di gallo.
Voglio scappare.
Voglio farmi il segno della croce.
Voglio divincolarmi.
Mi tengono saldamente.
Mi obbligano a danzare in tondo
in tondo
in tondo.
Da allora tutti mi chiamano Bibia Carogna.
Io sono lo scemo.
Io sono quello che ha visto Satana.
Bibia Carrogna: ogni paese della terra ne ha uno. Un folle, un poeta, un indemoniato, un veggente.
Donna Antonia
Donna Antonia era dunque la matrigna del padre di Caterina. La seconda moglie di don Pietro. Dapprima serva infida, poi cattiva matrigna, infine nonnastra crudele. Le storie narrate diventano scialbe se le priviamo di un personaggio femminile crudele e malvagio.
La piccola Caterina imparò presto a detestare la nonnastra. La prima occasione fu un episodio occorso alcuni mesi dopo l’arrivo della bambina nella casa dei marchesi dei Tugia.
Dai ricordi di donna Antonia
A Vulcheri ogni gatto ha una casa. Odore di pipì di gatto in ogni sottoscala.
Anche donna Iolanda, quando era la padrona, prima che morisse, aveva una gatta. Cenerina. Grigia come la cenere.
Cenerina, quando la padrona si ammalò non si staccò più da lei. Sempre nella sua camera da letto. Anche la notte che morì.
Io ad accudire donna Iolanda e lei, la gatta, a fissarmi con quegli occhiacci verdi, accucciata nell’angolo dietro la poltrona. Io a far bere le medicine alla padrona, quelle pastiglie viola, e lei neppure un miagolio mentre quella rantolava. Si sa i gatti sono traditori.
E ora ci è toccata la nipote, Caterina, l’orfana. La gente ci avrebbe criticato se mio marito … don Pietro…. non l’avesse presa in casa. Figuriamoci… l’unica figlia di Alberto. La sua unica nipote. La più piccola dei Tugia. Ma già non ci resterà per molto. Fino a che compie dieci anni. Con Pietro abbiamo già deciso: a dieci anni la manderemo dalle suore. In Continente. A Spoleto. In collegio. Lo stesso dov’era andata la figlia dei Machiavelli. Aveva a diciotto anni quella quando a Spoleto ha conosciuto un continentale che se l’è sposata. E a Vùlcheri non si è più vista.
Adesso Caterina ha fatto come la nonna, quella superba di donna Iolanda, e mi ha anche lei messo la gatta a girare per tutta la casa. Dove vado mi trovo sempre davanti quegli occhi verdi, della bambina e della gatta. Tutt’e due mi fissano. Sguardi verdi come quelli di donna Iolanda e di Cenerina. Tutt’e due pronte a graffiarmi.
Questa nipote di mio marito passa troppo tempo in compagnia di Peppa, la zeracca. Chissà cosa le racconta quella pettegola.
Caterina: una viziata…. E mio marito è un cuore molle, si preoccupa solo della propria lapide e protegge la bambina perché tutti i giorni va al cimitero a controllargli la tomba.
Ora la gatta ha pure partorito. Sei gattini ciechi ciechi. Caterina ha preso una cesta, ci ha messo dentro un cuscino del salotto, con le rose tutte ricamate a punto croce da me, e sopra il cuscino gatta e gattini. A pisciarmelo e a cagarmelo.
Almeno si consola! – ha detto mio marito – E cosa vuoi che sia? Per un cuscino e una cesta …. E’ orfana …-
Orfana? Maleducata è!
Ho ingoiato la gatta, ma non ingoierò i gattini! I gattini crescono, si accoppiano e fanno altri gattini. Pipì di gatto odorosa per tutta la casa.
La prima testimonianza di Bibia Carrogna
Ho conosciuto Satana e conosco donna Antonia. E Satana è più buono di donna Antonia.
Non è possibile tenere in casa tutti i gattini che le gatte partoriscono. Sono un indemoniato, ma non sono scemo. Quello che si è pensata donna Antonia neanche all’inferno per torturare le anime perdute.
Caterina, l’orfana, era appena uscita dal palazzo dei Tugia, accompagnata da Peppa, per andare a scuola.
Ed ecco che viene fuori dal portone Donna Antonia. Tra le braccia una cesta coperta da uno straccio vecchio. Sotto lo straccio un miao miao sottile sottile.
Quando cammino per le strade di Vùlcheri nessuno mi vede. Come se fossi una cantonata e come le cantonate puzzo e sono nero. Satana mi ha insegnato ad essere invisibile.
Seguo donna Antonia mentre cammina silenziosa con la sua cesta tra le braccia, in direzione degli orti. Imbocca il viottolo che porta a una delle proprietà dei Tugia: orto e frutteto, appena usciti dal paese, a Funtana.
Il mezzadro Costantino Are sta zappando. Donna Antonia lo chiama dal muretto a secco. Quello viene ad aprirle il cancello. Parlottano. Li vedo in controluce. Lei gli indica un punto dove la terra è più soffice e nera, dove lui ha appena zappato.
Il cancello di legno è rimasto socchiuso. Non si accorgono di me che entro nel podere. Troppo intenti a fissare il terreno. Mi nascondo dietro un albero di ciliegie. Sono piccole, rosse e aspre. Mentre li osservo mi riempio la mano e la bocca di ciliegie.
Il mezzadro inizia a scavare. Non è una buca profonda. Non ce n’è bisogno. Donna Antonia solleva lo straccio che copre la cesta. A uno a uno getta dalla cesta i gattini nella buca. Sei. Li conto.
Nella buca i gattini si muovono alla cieca odorando il terreno umido. Donna Antonia fa un cenno al mezzadro e quello inizia a gettarci terra sopra.
Due minuti e i gattini sono tutti ricoperti.
Quello che disse Peppa sulla scomparsa dei gattini
Se queste sono cose da raccontare a una bambina….
Ah ma l’ho cacciato! Bibia da me non avrà più neanche un piatto di minestra … vada a chiedere l’elemosina a casa d’altri … Caterina … pizzinna mia… comenti pranghia, come piangeva. Singhiozzi per tutta sa domo .
E Donna Antonia? Come se non l’avesse intesa.
In chiesa, alla novena di Santa Imbenia. Uscita a dire il rosario. Non le mancava altro. Chissà la Madonna quanto è contenta di vedersela davanti.
La gatta miagolando per tutta la casa cercando i suoi gattini. Le bestie soffrono come i cristiani.
Bibia limba putida, linguacciuto puzzolente. Indemoniato che non è altro!
La terra continuava a sollevarsi dopo che Costantino li ha sepolti. Così le ha detto a quella bambina. Perché loro, i gattini, erano ancora vivi e cercavano l’aria per respirare. Finché la terra non li ha soffocati.
Cuore di mamma. Caterina non faceva a tenerla. Lei e la gatta, con sos ojos, gli occhi, verdi, spalancati, che mi giravano tutta la casa chiamando i gattini.
E il nonno? Il marchese? Sordo a balla. Piscia, troddia e scatarra. Dio mi perdoni. Ma la pelle cattiva non muore mai. La tomba già se l’ha fatta. Ma prima che ci finisca lui, andremo noi sottoterra.
Il palazzo dei Casule
Mi sono riscaldato quanto basta tra camino e calorifero nella sala de I tre Merli. L’acidità di stomaco si è attenuata grazie al tè che l’ostessa mi ha premurosamente servito. Ora nell’alberghetto tutto tace. Anche la hall è deserta.
Indosso il mio giaccone. Manoscritto alla mano. Esco dalla pensione. (giaccone - pensione, non perdo il vizio, la rima è azzeccata, ma a onor del vero poco poetica). Direzione (ci risiamo, giaccone – pensione – direzione, ci scriverò un’ode, ma a chi? Alla direzione, alla pensione o al mio giaccone?), direzione, dicevo : il palazzo dei Casule, la casa in cui era nata e vissuta prima delle nozze la madre di donna Caterina: quell’Angela Casule che aveva sposato don Alberto, figlio di primo letto del marchese don Pietro di Tugia.
Una delle cose più difficili da seguire, quando si legge un romanzo è l’albero genealogico. Io nei romanzi degli autori russi mi ci perdo sempre. Bisognerà porvi attenzione. Da considerare che questo romanzo apparirà come scritto da una bielorussa, il che starebbe a significare da una mezzo russa.
Eccomi di nuovo nello slargo dove sorge il palazzo dei Tugia. I muratori hanno appena finito il loro orario di lavoro. L’impastatrice inoperosa a fianco al mucchio di sabbia. Sollevo lo sguardo verso le finestre, fino all’ultimo piano del palazzo. Nel manoscritto di Olga si dice che quelle erano le finestre dell’antica cucina. Esposte a Ovest, in direzione del mare. Mi segno un appunto nel manoscritto: inserire una descrizione lirica del panorama dalla finestra dell’ultimo piano del palazzo dei Tugia.
Per esempio….
Al tramonto la finestra della cucina dei Tugia, posta all’ultimo piano del palazzo, si trasformava in un quadro: il mare blu scuro in lontananza e il cielo di un celeste vespertino, con le nuvole rosse, accartocciate come le foglie dei castagni nei boschi del Monte Cerro.
Abbandono il palazzo dei Tugia. Proseguo seguendo le indicazioni del manoscritto: sono chiarissime, non ho nessuna difficoltà a individuare il palazzo dei Casule.
A sinistra dello slargo dove sorge il palazzo dei Tugia si accede ad un vicolo stretto. Chi percorra questo vicolo in direzione di San Quirico si trova alla propria destra un palazzo di tre piani, con la facciata di pietra basaltica. La casa incombe sul vicolo e vi proietta la sua ombra.
In questa casa vivevano Giovanna e Tommasina Casule, due delle tre sorelle della defunta Angela Casule, e quindi zie di Caterina, per parte di madre.
Caterina e le sue zie materne
Mia zia Giovanna era bianca, piccolina e rotonda con la pelle liscia come un panetto di burro. Viveva insieme a zia Tommasina. Zia Filomena, la terza sorella, abitava invece nella casa di fronte a zia Giovanna e a zia Tommasina, ma ci tornava solo per dormire. Tutto il resto della giornata lo trascorreva insieme alle altre due, nel vecchio palazzotto dei Casule.
D’inverno zia Giovanna, zia Filomena e zia Tommasina se ne stavano buona parte del tempo sedute a chiacchierare intorno al braciere. Zia Giovanna e zia Filomena erano immancabilmente vestite di nero. Vedove entrambe. Zia Tommasina che non si era mai sposata e perciò aveva perso l’opportunità della vedovanza, indossava una vestaglietta grigio ardesia come i suoi occhi.
Erano le tre sorelle maggiori di mia madre, nate molti anni prima di lei. Mia mamma, Angela Casule, era venuta al mondo quando i suoi genitori erano lì lì per diventare anziani, e le tre sorelle, già grandicelle, si erano prese la briga di allevarla, volendole bene come se fosse stata figlia loro.
Tommasina era un po’ sorda dalla nascita. Filomena lo era diventata con il tempo. Zia Giovanna aveva un ottimo udito. Perciò la conversazione tra le tre proseguiva a scatti: una gridava nell’orecchio dell’altra, e Giovanna, l’unica a sentirci, ci si adeguava.
Presi l’abitudine di andare al palazzo dei Casule ogni pomeriggio, al ritorno dal cimitero. Dopo aver ripulito il cranio di marmo di mio nonno dalle cagate dei piccioni, mentre lui se ne stava in carne ed ossa nella poltrona, a russare a bocca aperta, io trascorrevo il tempo con le mie tre zie.
Era il mio secondo autunno a Vùlcheri: avevo compiuto sette anni e andavo in seconda elementare.
- Ringraziate solamente che avete la gonna – ci diceva il maestro, rivolgendosi a noi bambine, mentre fendeva l’aria con la verga che teneva in mano. Io mi facevo piccola piccola, e cercavo di nascondermi dietro un libro o un quaderno.
Il maestro Zoroddi era basso e nero. Indossava un pastrano abbottonato fino al collo e misurava l’aula con le sue gambe corte. Se qualcuno dei maschietti sbagliava un compito o osava sussurrare una parola, lo faceva immediatamente salire sulla pedana, vicino alla cattedra. Qui ordinava al colpevole d’inchinarsi, con il sedere rivolto verso il resto della classe e lo bastonava sul deretano con la verga. Noi bambine tremavamo, anche se le femmine il maestro Zoroddi non le toccava, in grazia del fatto che avevano la gonna.
- Disciplina, ricordatevi, disciplina! Appena tornate a casa, subito dopo mangiato, dovete dedicarvi allo studio. Non giocate per strada o scorrazzate in campagna! Che i vostri genitori scrivano nel quaderno a che ora avete iniziato a fare i compiti, e a che ora avete finito. Tutti giorni. E che poi firmino! –
Le sue parole cadevano tra noi come rintocchi funebri.
- Già ne vuole sapere di cose questo tuo maestro! – esclamava zia Giovanna prendendo in mano il mio quaderno, perché i compiti ormai andavo sempre a farli a casa delle zie Casula.
- E a che ora hai iniziato a fare i compiti e a che ora hai finito…-continuava zia Giovanna, furibonda - e a che ora abbiamo mangiato … e cosa abbiamo mangiato … e a che ora abbiamo fatto la cacca … Questo non lo vuole sapere il tuo maestro? … Se questo troddione crede di comandare a casa degli altri la colpa è del re che si è abbassato i pantaloni davanti a Mussolini, e dietro a Mussolini sono arrivati tutti quegli altri prepotenti, come il tuo caro maestro Zoroddi. …. Maestro quello! … chissà in quale cuile di pastore lo hanno agguantato. Gli hanno regalato il diploma di maestro perché sapeva usare il manganello insieme ai suoi compari fascisti e ce lo hanno mandato a Vùlcheri a rovinare i nostri bambini. Per i piedi lo dovrebbero appendere, a lui e al suo duce, per i piedi li appenderanno…te lo dico io... tutti e due. Vedrai! - .
Tommasina Casule
Tre donne intorno al braciere. Due vestite di nere e una di grigio.
Tre parche sarde. Diranno. Dirò. Lo scopritore del romanzo. Colui che porterà Olga del Volga in giro per il circo delle presentazioni letterarie, la farsa dei reading nelle librerie, nelle scuole, nelle aule universitarie, nelle sale di lettura di biblioteche.
Scatenerò la mia creatività di critico letterario. Potrei anche scrivere l’ennesimo saggio sul matriarcato in Sardegna.
Il manoscritto di Olga del Volga. Zia Tommasina. Personaggio chiave. La zia preferita di Caterina. (Tommasina - Caterina, una rimetta da poco, meglio non approfondire).
C’era una volta, in ogni buona famiglia borghese, la zia zitella.
Zia Libera si chiamava la sorella farmacista di mio padre. Brutta che aiutatemi a dire brutta. D’altra parte nella famiglia di mio padre le donne non hanno mai spiccato per la loro bellezza. Tante altre doti, per carità, ma la bellezza non ha mai fatto parte del loro patrimonio genetico.
Zia Libera, grazie alla farmacia di sua proprietà, e alla straordinaria avarizia che la distingueva, era riuscita ad accumulare un patrimonio enorme, ma neppure quello aveva potuto indurre un qualsiasi disperato sulla faccia della terra a concepire, sia pure lontanamente, l’idea di portarla all’altare. Libera di nome e di fatto, suo malgrado. Se mai avesse avuto una giovinezza non era dato sapere. A nessuno. Neanche a mio padre, che pur condividendo con lei infanzia, bruttezza e capacità di accumulare denaro, per quanto frugasse nei propri ricordi, non riusciva a trovare un’epoca in cui la sorella gli apparisse nella memoria ammantata di un qualsivoglia aspetto giovanile.
Zia Libera e il suo profumo d’incenso, zia Libera e il suo alito di chiesa ammuffita, zia Libera e il suo solitario di carte, (chiedeva un fidanzato a quelle carte?), zia Libera e il bicchierino di liquore per digerire, ma cosa mai doveva digerire? Se, come osservava mia madre, che ne era la cognata bella, zia Libera non mangiava per non cagare?
Il mio pensiero divaga. Continuo a essere dispersivo. Meglio tornare a leggere il manoscritto e ad ascoltare la parola di donna Caterina....
Zia Tommasina era la custode esemplare del palazzo Casula.
A lei il compito di mantenere le tradizioni di suo padre, Sebastiano Casule, mio nonno materno, morto due anni prima di mia madre, Angela Casule.
Mia nonna materna, la moglie di Sebastiano, era scomparsa molto tempo prima del marito, tanto che persino mia zie ne avevano dimenticato il nome di battesimo, e la chiamavano, nelle loro devozioni per i defunti, direttamente con il cognome, indirizzando le loro preghiere alla salvezza di “mamma Sias”.
Zia Tommasina diceva che suo padre Sebastiano aveva una tradizione a cui teneva più di tutte le altre: era solito ripetere che le pietre della sua casa attiravano la gente, e che ospiti non ne dovevano mancare mai.
Durante ili giorno Il portone del palazzo dei Casule doveva restare sempre aperto. Altrimenti sarebbe stata maleducazione nei riguardi di chi fosse andato a trovarli. Non c’era pranzo o cena che si concludesse senza che la famiglia Casule non ricevesse almeno una persona.
L’ospite bussa, ma non aspetta mai la risposta. Spinge l’anta, il gancio alla porta si metteva solo la notte, e su per le scale.
Le chiacchiere, il rumore dei piatti e delle posate, i gatti che miagolano, coprono il rumore dei passi dell’ospite che sale le scale. Il nuovo arrivato appare all’improvviso in sala da pranzo. Benvenuto. Siediti. Lo vuoi un caffè?
Un passo necessario in un romanzo d'ambietazione sarda: l’ospitalità autentica della nostra gente. La porta sempre aperta. Tutti se l’aspettano. E’ una tradizione dovuta. Anche questo romanzo sardo deve dunque ribadirla: bisogna dare riscontro alle tue attese, caro lettore.
Diamo la parola a Tommasina Casule.
E’ la notte dei santi. Spetta sempre a me apparecchiare la tavola per i defunti. La tovaglia a quadri. Un piatto e un bicchiere per ogni morto della casa. Un recipiente colmo di pastasciutta e un altro pieno di castagne bollite al centro della tavola. Niente posate, perché è meglio non lasciare forchette e coltelli in mano ai morti.
E stanotte Filomena non si decide ad andarsene. Mia sorella abita qui di fronte, nella casa che le ha lasciato il marito. Non ne vuole mai sapere di andare via perché ogni notte il suo appartamento è visitata dagli spiriti, che rovistano i cassetti della biancheria, sbattono le stoviglie, levano i quadri dai chiodi. Un fracasso che non la lascia riposare. Nella notte dei santi le anime della casa di Filomena sono sempre particolarmente agitate e dormirci è impossibile.
Mi chiedo come faccia mia sorella a sentire l’andirivieni degli spiriti, dato che è sorda come una campana.
Stanotte non c’è solo Filomena a non volere ritornare a casa sua. Caterina, la nostra nipotina, se ne sta accucciata in grembo di mia sorella Giovanna:
- Milindremi, milindremi! –
sussurra per essere coccolata.
- Andiamo, Caterina – le dice Peppa– che se facciamo troppo tardi donna Antonia si adira.
– Non ci torno a casa, nonna Antonia non apparecchia mai per i defunti.-
- Matta sei? E a quale morto dovrebbe apparecchiare? A donna Iolanda, forse? Alla prima moglie di tuo nonno? Così quella ritorna dal Paradiso e se la vede accomodata nel suo letto? … Tua nonnastra Antonia è furba. A invitare a cena donna Iolanda non c’è arrivata ancora. Le conviene lasciarla dov’è con gli altri morti. – le risponde Giovanna, sempre pronta di lingua.
- Già le basta quello che le ha apparecchiato una volta con le pastiglie viola ….. pace all’anima santa di donna Iolanda.- aggiunge Peppa, segnandosi.
-E zitte. Che non sono cose da dire davanti alla bambina. – le interrompe Filomena.
Come ha fatto Filomena, sorda com’è, a sentire cosa si sono dette Peppa e Giovanna? Non hanno neppure alzato la voce. Ma ora che ci penso, come ho fatto anche io, Tommasina, la sorella zitella, sordastra fin dalla nascita, a sentire distintamente tutte le loro parole? Forse che, nella notte dei santi e dei morti, i sordi ci sentono?
Intanto Caterina, in grembo a Giovanna, piange. E’ stanca, la piccolina, con tutti quei compiti del maestro Zoroddi, e ogni pomeriggio le tocca pure salire al cimitero a pulire la tomba di quel catarroso di Don Pietro.
Il sole è tramontato. Il palazzo in pietra basaltica della famiglia Casula ha assunto un’aria cupa. Oggi non ho pranzato. E’ ora di ritornare a I tre merli. Cosa avrà preparato stasera l’ostessa per cena?
Ritorno a passi larghi e lenti, mentre penso alla stesura definitiva del romanzo: non sempre il manoscritto prosegue seguendo l’arco cronologico. Talvolta la storia abbandona la bambina Caterina di cui parla la vicenda e salta direttamente a donna Caterina, ormai vecchia, rinchiusa nelle tre stanze del palazzo dei Tugia affidata alle cure Olga del Volga. Per il momento ne prenderò nota e più tardi deciderò se trascrivere o meno questa parte nella redazione definitiva.
Direttamente dal manoscritto di Olga del Volga
Donna Caterina appoggia la schiena sui cuscini bianchi della poltrona in vimini. E’ stanca. Olga, la badante, le sistema meglio un altro cuscino dietro il capo.
L’osteoporosi ha rosicchiato a una a una le vertebre della vecchia marchesa. Alzarsi in piedi le causa dolori lancinanti. Non ha neanche più voglia di raccontare le sue storie.
Un torpore le invade le membra e risale dalle gambe alle braccia. Si assopisce. La badante le aggiusta il plaid sulle ginocchia ed esce silenziosamente dalla stanza. C’è il bucato da stendere.
Olga, tenendo tra le braccia una bacinella colma di lenzuola e biancheria, sale piano la rampa di scale che portano alla terrazza del palazzo.
In terrazza poggia la bacinella per terra e prima di stendere guarda verso occidente. In lontananza il mare. Nel pomeriggio di giugno non c’è traccia di foschia, ma il sole, ancora alto sull’orizzonte le ferisce lo sguardo. Olga è costretta a ripararsi gli occhi con una mano.
Davanti a lei, in lontananza, la baia. Alla sua destra e alle sue spalle la montagna che sale fino a mille duecento metri. Da Vùlcheri il territorio digrada verso il mare in colline ricoperte di uliveti.
Nel paese un silenzio messicano. Le persiane accostate per impedire al sole di penetrare nei salotti in penombra. Ogni cosa esiste senza che alcuna presenza umana ne turbi l’equilibrio.
In terrazza le lenzuola bagnate sbattono appena per il leggero scirocco. Olga prende per i manici la bacinella vuota e si riemerge nella fresca oscurità delle scale, attenta a richiudere dietro di sé la porta del terrazzo, perché il caldo non s’insinui nella casa.
Cinghiale a cena
L’ostessa de I tre merli è una donna fenomenale. Per cena offre cinghiale soffritto con cipolla e una foglia d’alloro, cotto nella vernaccia insieme alle olive verdi. Fuoco scoppiettante nel camino.
Comitiva di cacciatori due tavoli più in là.
Sarebbe perfetto se non fosse così perfetto. Così perfettamente rustico e sardo. Perfetto nella sua falsità.
Colgo l’accento dei cacciatori due tavoli più in là.
E’ una comitiva di toscani.
Hanno attraversato il mare per venire a impallinare le nostre quaglie e i nostri cinghiali.
Sono inviperito: la mia ostessa mostra di avere attenzioni solo per loro. Il cinghiale me lo serve un cameriere con un dente sì e uno no. E’ squisito. Il cinghiale. Il cameriere mi rifiuto di assaggiarlo. E’ indigesto allo sguardo.
E’ indigesto anche il braccio che quel toscano ha messo alla vita della mia ostessa, trattenendola vicino a lui per farle i complimenti. Per il cinghiale. O per il panorama scolpito dal chirurgo plastico. Autentico panorama sardo di donna di Vulcheri a tutta vista, considerando che il cacciatore toscano è seduto e l’ostessa in piedi, con il busto lievemente reclinato verso di lui.
Per stasera non mi spetta nessuna occasione boccaccesca con l’ostessa.
Appena finito di cenare salgo in camera a lavorare sul manoscritto di Olga del Volga.
Per consolarmi dell’ennesima notte solitaria lascio parlare Caterina.
E così Peppa era costretta, ogni sera, a portarmi via in braccio dalla casa di mie zie.
Avevo già compiuto sette anni, ma ero minuta e magrolina: Peppa mi raccoglieva tra le sue braccia nerborute senza nessuna fatica. Durante il breve tragitto mi addormentavo.
A palazzo Tugia nessuno si lamentava mai che io trascorressi tanto tempo a casa dei Casule.
Mio nonno don Pietro non voleva seccature, abbastanza aveva fatto il suo dovere prendendosi l’orfana in casa.
Era quello il periodo della raccolta delle olive e bisognava andare in campagna a controllare le donne, il pastore non aveva ancora pagato l’affitto della tanca di Santu Larentu e il mezzadro aveva ripreso a nascondere una parte della frutta per vendersela di nascosto. Chi non ha pensamenti non este homine!
E donna Antonia, aveva altro da fare che correre dietro a me, una piccocchedda inappetente e capricciosa.
Una passata di fame, quella che aveva provata lei da piccola, figlia com’era di servo pastore, mi ci sarebbe voluta. Le bastavano i pensieri che le dava mio zio Giacomino, il figliuol prodigo, che aveva compiuto diciotto anni e voleva dimostrare a tutti di essere un gran bagasseri, sempre a puttane, parola di Peppa, tale e quale suo padre, don Pietro.
Era Peppa che ogni notte mi metteva a dormire nell’alto letto di ferro. Nella camera che mi era stata assegnata quando mio nonno mi aveva preso in casa sua. Sulla testata nera del letto erano dipinte certe pansé carnose, gialle e viola, e io me ne stavo a fissarle per ore.
Avevo smesso di perdere l’orientamento nel materasso troppo vasto. I lividi che mi ero procurata cadendo dal lettone alto si erano ormai assorbiti. Avevo imparato a spalmare il mio corpo tra il lusso di lenzuola in lino d’Olanda, asciugate al sole del terrazzo, e a sprofondare con il viso nel cuscino profumato di lavanda.
Mia madre Angela, la figlia più piccola di Sebastiano Casule, era morta quando avevo due anni, nel vano tentativo, a quel che mi ha raccontato zia Giovanna, di partorire un secondo figlio. Un maschio. Morto anche lui. Strozzato dal cordone ombelicale
Della mia mamma non ricordo niente.
Di mio padre don Alberto dei marchesi di Tugia, capitano di Artiglieria a Cavallo, la voce è che fosse molto bello: capelli neri e ricci, occhi verdi, naso diritto e piglio militare. Io me lo ricordo in salotto, seduto in poltrona, una gamba accavallata sull’altra. I pantaloni, dalla parte della gamba sinistra, quella accavallata, risalivano leggermente e intravedevo la pistola d’ordinanza, nella fondina legata al polpaccio.
Con me era sempre affettuoso, ma guai se non mi presentavo pulita, ordinata e con le scarpe di vernice nera, lucide e immacolate.
In quel periodo non abitavamo in Sardegna, perché mio padre era stato trasferito in Continente. In Puglia. Non ricordo il nome della città. Una grande caserma bianca. L’esercito aveva messo a disposizione di mio padre un appartamento. Papà e io ci vivevamo insieme all’attendente, Pasquale, che accudiva il cavallo e faceva a me da mamma.
Nella caserma c’era un altro appartamento. Vi abitava un maggiore con la moglie: una nobildonna viennese.
Il maggiore l’aveva conosciuta nel 1918, quando, conclusa la Grande Guerra, era stato inviato a Vienna al seguito di un importante diplomatico italiano.
La nobildonna era bionda, faccia larga ricoperta di efelidi e carnagione lattea. Spalle da corazziere e vaste tette pendule da vacca austriaca. Tormentava il maggiore suo marito perché non gli scorreva nelle vene neanche una goccia di sangue blu. L’ufficiale in tanti anni di matrimonio non era riuscito ad apprendere le abitudini della noblesse d’oltralpe. Nient’altro che un borghesuccio italiano … un tempo l’aveva stregata con i modi passionali e gli occhi neri…. poi ..una delusione.
L’amore della nobildonna era crollato sotto i colpi dello stipendio del maggiore, una rendita ben al di sotto delle sue viennesi abitudini.
Avevo sentito Pasquale sussurrare a mio padre che l'aristocratica aveva precluso il letto matrimoniale al marito, e che lo costringeva a dormire in una branda pieghevole, in salotto.
Ogni mattina la donna delle pulizie ripiegava pietosamente la branda e la nascondeva nello sgabuzzino. E ogni notte il maggiore la riportava fuori dallo sgabuzzino trascinandola fino al salotto. L’apriva e vi si gettava sopra mezzo vestito.
Neanche i soldi per frequentare una casa chiusa: tutto lo stipendio lo versava nelle mani della moglie.
La viennese sembrava avermi preso a ben volere.
- Povero scimmiottino. - mi diceva quando m’incontrava con mio padre.
Non nascondeva la tenerezza che le ispirava il fatto che io non avessi più la mia mamma.
Ma intuivo nei suoi buffetti una simpatia non priva d’interesse. Come se cercasse il mio aiuto innocente senza voler rivelare i suoi intenti alla mia anima candida.
Le sue carezze lievi e profumate non mi dispiacevano. Per un istante mi facevano immaginare cosa sarebbe stata la mia vita senza il vuoto di quella presenza femminile che gli altri bambini chiamavano mamma.
E in fondo era naturale che le piacessi. La mia educazione e la mia origine mi rendevano una sua pari. Mio padre ai suoi occhi era innanzi tutto un marchese.
Di quei marchesi a Vienna non se ne erano mai visti. Gentile, come richiedeva la sua nascita, ma con poca inclinazione alla mondanità. Il suo tempo libero lo trascorreva con me o facendo lunghe passeggiate a cavallo. Interessato agli uliveti del luogo. Si fermava per considerare come sarebbe stata la raccolta, soppesava mentalmente le olive sugli alberi, controllava il modo in cui gli alberi erano stati potati.
La nostra nobiltà derivava non da imprese guerresche, né da violente conquiste al servizio di un potente sovrano, ma per l’aver i nostri antenati, sotto la Corona Spagnola, fatto impiantare dai propri servi giardini e giardini di ulivi.
Questo era stato il desiderio del Re di Spagna: chi ebbe terre, denaro e contadini per realizzarlo, acquistò un titolo nobiliare.
La viennese ignorava le radici olivicole del nostro sangue blu.
In mio padre vedeva il gentiluomo, il provetto cavallerizzo con gli occhi verdi, e un’aura di romantica melanconia. Perché, da nostalgica teutonica, interpretava come melanconia l’attitudine tutta sarda di mio padre a chiudersi nel proprio silenzio.
Nessun romantico isolamento, ma una sana diffidenza genetica a comunicare a chiunque i propri pensieri e sentimenti.
Così la tedesca, come la chiamava mio padre, per il quale Austria e Germania erano la stessa cosa, prese ad invitarci ai suoi tè del giovedì pomeriggio. Il tè del giovedì: un tentativo di trasportare in caserma le abitudini dei salotti viennesi.
La marchesa ci riceveva in un piccolo e splendente salotto. Il podestà, il generale, il colonnello, un notaio e due avvocati con le rispettive loro signore costituivano con noi la sua minuscola corte. Io ero l’unica bambina ammessa. Era un diritto che avevo acquisito grazie alla mia condizione di orfana di madre.
Mi aggiravo nella sala senza nessun imbarazzo, tra tendaggi e cuscini, quadri e specchi, palme che si chinavano in deliziosi angolini, broccati, scatoline d’argento sparse qua e là su tavolini contorti, miniature ovali su fondi di velluto.
- Nasce molto ricca. – sentii sussurrare dalla moglie del podestà alla consorte del notaio.
Durante uno di questi piccoli ricevimenti mio padre, lasciatosi andare alla conversazione, rivelò pubblicamente quanto fosse abile il nostro attendente Pasquale in cucina: la viennese gli chiese immediatamente la cortesia di prestarglielo una volta alla settimana, in occasione dei suoi giovedì.
Fu così che Pasquale venne offerto in prestito e fu spedito dalla moglie del maggiore a cercare tutti gli ingredienti per i dolci viennesi; quindi sistemato in cucina sotto la sua stretta sorveglianza.
La nobildonna pretendeva che Pasquale indossasse un grembiulino bianco con il pizzo San Gallo sopra i pantaloni della divisa. Lo costringeva a bollire, pelare, tostare e pestar mandorle nel mortaio, a fondere cioccolato, a setacciar zucchero e farina, a sbattere tuorli d’uova e a montare il bianco a neve.
A primavera inoltrata spedì il nostro Pasquale nei campi a coglier fiori di sambuco. La nobildonna impanò i fiori con una pastella all’uovo, li frisse dorati croccanti, li cosparse di zucchero e quel giovedì ce li servì con il tè.
Nel salotto troneggiava un pianoforte che la moglie del maggiore aveva comprato con una fetta consistente dei risparmi del marito. E, dopo il tè, si esibiva per gli ospiti suonando romanze tedesche. Nel cantare socchiudeva gli occhi e sbirciava tra le ciglia che effetto sortisse quella melodia sui suoi ospiti.
Io avevo la precisa sensazione che il suo sguardo indugiasse più a lungo su mio padre.
- Mia cara bambina, mia moglie è una perfetta cretina.-
Mi bisbigliò all’orecchio il maggiore, che in quel momento si trovava seduto a fianco a me sul divano.
Mio padre non lasciava trapelare se la musica della viennese gli piacesse o meno: nessun segno di essere affascinato dal viso slavato della tedesca, né dai suoi acuti da mezzosoprano.
Ma l’uomo sopporta male l’astinenza, tre anni era vedovo, e occasioni di consolazione non ne aveva mai cercate.
Due giorni dopo la moglie del maggiore si presentò a casa nostra con un regalo per me: aveva fatto arrivare appositamente da Vienna una bambola di porcellana con le ginocchia e i gomiti snodabili. La bambola era vestita da gran dama.
Io non avevo mai posseduto un giocattolo simile. Benché non fossi timida, né maleducata, restai senza parole.
- Anche io da piccola avevo una bambola così. Di porcellana come te, piccola Caterina. Ti piace? -
Feci cenno di sì, emozionata. Mio padre assisteva in silenzio.
- Mia bambola si chiama Elsa. Trovi questo nome bello per la tua bambola, mia dolce Caterina? –
Di nuovo sì con la testa.
Pasquale era in cucina, intento a preparare il pollo ripieno, l’ultima moda viennese. Mio padre lo chiamò e gli chiese di portare me e la mia nuova bambola a fare una lunga passeggiata.
Da quel giorno feci spesso lunghe passeggiate con Elsa e Pasquale, mentre papà e quella gran nobildonna della moglie del maggiore si intrattenevano a conversare nel salotto del nostro appartamento.
Trascorse un’estate luminosa. Pasquale, io ed Elsa andavamo a un piccolo fiume che scorreva tra le canne, poco lontano dalla caserma. Io bagnavo i piedi in quel ruscello, pettinavo Elsa e ascoltavo le fiabe che Pasquale mi raccontava.
Il nostro attendente conosceva un’infinità di storie. Quando si accorse che non mi accontentavo più delle fiabe ricorse alla sua approfondita conoscenza di romanzi rosa della peggiore specie. Scoprii che ne aveva letto e continuava a leggerne un’infinità: mi raccontava le trame con una memoria così precisa e con una tale abbondanza di particolari da deliziarmi come non mai. Erano tutte storie d’amore, di bellezza, di contesse e di malvagità.
Arrivò l’autunno. Un pomeriggio, era il mese di ottobre, le giornate si accorciavano, le mie passeggiate con Pasquale erano diventate più rare e brevi, mio padre entrò in salotto, dove m'intrattenevo a giocare con la mia bambola Elsa, e mi disse:
- Ritorniamo in Sardegna. Si parte a Cagliari. Vedrai quanto ti piacerà.-
Mi mostrò una lettera. Io non sapevo ancora leggere.
- E’ l’ordine di trasferimento.-
Fui commossa della considerazione che lui mostrava per me, facendomi vedere quel foglio. Il babbo sembrava entusiasta.
E la luna di miele con la viennese? Naturalmente non feci questa domanda a voce alta.
Si ritornava ad essere isolani.
Pasquale imballò con la carta da pacchi tutti le nostre cose, le assetò nelle scatole, piegò i nostri vestiti e li sistemò ordinatamente nelle casse di legno. Mentre fervevano i nostri preparativi, una mattina Pasquale ci portò una notizia: la moglie del maggiore era fuggita. A Vienna, si diceva in caserma: aveva deciso di ritornare nel suo bel mondo.
Pasquale nel frattempo aveva già spedito le casse con la nostra biancheria, posateria, porcellane e suppellettili a Cagliari.
Il tre di novembre accompagnò me e mio padre, che teneva in mano solo una piccola valigia, alla stazione. Ci abbracciò tutti e due con le lacrime agli occhi.
Un mese dopo, eravamo già sistemati nella nostra nuava abitazione di via Manno, ricevemmo una lettera di Pasquale. Ci informava che il maggiore si era sparato un colpo di pistola alla tempia.
Ma noi eravamo ritornati a vivere in Sardegna e il Continente, ormai oltre il mare, ci sembrava lontano come un altro mondo. Mio padre non rispose mai a Pasquale e la corrispondenza tra loro non proseguì oltre.
La bambola Elsa
Nel manoscritto di Olga del Volga la storia della bambola Elsa non è una digressione esornativa, né un vagheggiamento di sapore proustiano: non risale alla memoria della vecchia donna Caterina a causa di un’esofagite da reflusso quando assaggia una frittella di sambuco, tale e quale alle frittelle che la nobildonna viennese preparava per il giovedì di ricevimento, complice l’attendente Pasquale.
La bambola Elsa è funzionale alla storia. Sarà la causa di un odio che non dimentica e non perdona. L’odio della piccola Caterina verso zio Giacomo e nonna Antonia.
E così, lettore ruffiano alla disperata ricerca dell’etnico sardo-esotico eccoti accontentato: si aggiunge un altro ingrediente fondamentale dell’autentico romanzo sardo. L’offesa, l’odio e la vendetta. Questo ti aspetti. Questo avrai.
Cosa sarebbe la nostra Sardegna se i romanzieri ne parlassero senza inserire questo cliché? Priverebbero la nostra isola di un alito definito all’unisono da tragedia greca. Peccato che quest'alito abbia ormai la fiatella dello stantio.
Che scrittori sarebbero questi sardi se non lasciassero intravedere tra le loro righe le Erinni, la Nemesi, le Parche e tutte le altre puttanone della letteratura greca per creare l’aura del mito a quei sanguinolenti delitti autenticamente sardi, con cui si masturbano la mente i lettori continentali? Questo devono raccontare i grandi scrittori isolani, loro che non sono una mezza sega come me. Una mezza sega che raschia la mano in terra per ottenere dal grande Racetti una borsa di studio con cui continuare a ricercare, ma cosa? in nome di Dio, cosa? Io: un’inutile ameba tra i meandri dell’Università di Sassari.
Meglio lasciare la parola a Peppa, l’unica testimone dell’episodio che segue. Fu Peppa che poi lo riferì a tutto il paese e alla nostra piccola Caterina, naturalmente.
Cosa si crede, donna Antonia, che non le ritornerà il conto un giorno o l’altro? Ci penserà suo figlio, ….. Giacomino mio, comenti lo chiama essa, …. don Giacomo, il figliuol prodigo, perché come il figliuol prodigo si sbagassa a destra e a manca con i soldi del padre, poi torna a casa e per lui c’è sempre il vitello grasso, mentre agli altri, a quell’Eraldo che se n’è dovuto scappare in America non ne parliamo, e a quest’orfana, l’unica nipote, la figlia del povero don Alberto, l’eterno riposo all’anima sua, solo le vacche magre, ma così magre che sono tisiche ….
Giacomino mio beve e corre a donne e a sua madre, quand’è ubriaco come Santo Lazzaro, la chiama “quella troia”. … E questo è solo l’inizio …
L’altra sera è tornato a casa che puzzava peggio di Bibia Carrogna. E donna Antonia subito a preparargli il caffè, poveretto questo mio figlio d’oro, troppo ingenuo, come si è ridotto a frequentare queste compagnie che non sono all’altezza sua, ma a Vùlcheri un giovanotto intelligente come Giacomino mio, e chi vuoi che trovi? All’università, a Cagliari bisogna mandarlo, dai parenti di don Pietro, ha bisogno di starsene nel suo ambiente questo figlio d’oro. Oro di Bologna. Che c’è solo da vergognarsene.
E la sbronza gli prende cattiva. A me, che l’ho visto nascere, mi voleva alzare le gonne e frustare il sedere perché sono Peppa la sua serva, così è messo a dirmi, a te l’immagini? … se solo si provava … ma intanto manco la forza di alzarsi dal divano aveva. Malariu puzzinosu. Poi si gira e vede sulla poltrona la bambola di quella picciocchedda, Caterina, meschinedda, giocattoli le avessero mai comprato da quando è arrivata, lo sai invece che cosa le dicono? Che la nave con le bambole è affondata e adesso bisogna aspettare che ne parta un’altra da Civitavecchia, e così non le regalano un fico secco…..
La sua unica bambola, che non lo so quanto vale, tutta di porcellana, con il vestito e il capello da gran dama, di quando ancora viveva il padre, gliela aveva regalata una signora di Vienna, che era l’amica del padre, dicono, ma io queste cose non le so, e il marito di quella poi si era ammazzato per la vergogna, come faccia a saperlo la gente. La bambola, Elsa, così la chiama Caterina, era lì sulla poltrona, vicina al divano. Don Giacomo la guarda e le faghede:
- Signora, lei è una spia austriaca. Cos’ha da dire in sua difesa?-
E Elsa mudda, zitta.
- Lei è stata giudicata colpevole. La sentenza è l’impiccagione. Ha un ultimo desiderio?-
Elsa ultimi desideri non ne aveva.
Don Giacomo si è tolto la cinghia dai calzoni e si è gettato sulla bambola. Neanche il tempo di farsi il segno della croce che gliela aveva legata al collo.
Ubriaco da fare spavento, in mezzo al salotto dei Tugia, a girare la bambola legata alla cinghia sopra la sua testa, così …. Finché, a girarla con quella forza, il collo a Elsa non le si stacca dal corpo … e la testa si rompe da una parte …. e tutto il resto va a pezzi dall’altra … due ore a raccoglierli tutti con la scopa, che la porcellana si è fatta in mille briciole … dappertutto … sotto la credenza, le poltrone … una cosa … e Giacomino suo che vomitava … non te ne naro nudda …
Episodio commovente e romanzesco.
Non c’è che dire.
L’orfanella Caterina privata del suo più caro e unico giocattolo dallo zio cattivo, usurpatore dei suoi diritti.
Nella stesura finale del romanzo il personaggio di don Giacomo va messo in luce. Il pepe e il sale della storia. Vorrei riuscire dagli un maggiore rilievo di quanto non faccia Olga del Volga nel suo manoscritto.
Don Giacomo: un malvagio senza possibilità di redenzione, come piace a te, ipocrita lettore. Senza sfumature, pentimenti o esitazioni. I rimorsi nei personaggi cattivi costituiscono solo una complicazione della trama. Solo un modo per confonderti le idee, mio amato lettore.
Aggiungerei al manoscritto originale il commento di Caterina sulla vicenda della bambola Elsa: sì, lo strazio nell’animo della tenera piccina, (Caterina , piccina …ahi la rima, mi perseguita!), alla pietà del lettore.
Dal momento in cui morì mio padre, don Alberto, e mi portarono via dal nostro appartamento di via Manno a Cagliari, qui, a Vùlcheri, nel palazzo di mio nonno, ripensai spesso alla fiaba di Cenerentola, che Pasquale mi aveva raccontato più volte sulla riva del fiume, dietro la caserma.
Anche io, come Cenerentola avevo una madrina lontana, una fata magica, la mia era a Vienna e ballava il valzer, ma un giorno sarebbe apparsa e mi avrebbe detto:
- Brava Caterina, hai saputo custodire la bambola Elsa, che ti avevo affidata. Ora, per premiarti sono venuta a prenderti. Ti porterò a Vienna con me. C’è un ballo alla reggia e il principe desidera conoscerti.-
E mi avrebbe sfiorata con la sua bacchetta magica. Il mio vestito si sarebbe trasformato in un abito bianco lungo fino ai piedi, perché le signorine in Austria al loro primo ballo indossano un abito bianco, me l’aveva raccontato lei, la mia madrina, … e mi avrebbe portata in volo alla reggia di Vienna.
Fu Peppa a dirmi cosa era successo quella notte.
Peggio per me che avevo lasciato la bambola in giro in salotto, mi gridò addosso donna Antonia, se era posto dove lasciare le bambole, così imparavo a bortularle tutta la casa.
Zio Giacomo giustiziò Elsa e io presi a odiarlo con tutto mio cuore, con tutta la mia mente, con tutte le mie forze. Nell’odio verso di lui rafforzai quello verso sua madre, la mia cara nonnastra donna Antonia.
Giuseppe Casule ritorna dall’Argentina
Mi addormento con la luce accesa e il manoscritto di Olga del Volga tra le mani. Non è buon segno: che questa parte del romanzo sia soporifera? E non rispondermi, o lettore, “Finalmente te ne sei accorto”.
Ormai ho iniziato a riscrivere il manoscritto di Olga del Volga e tu, lettore masochista, mi seguirai sino alla fine. Coraggio, continua a soffrire e a leggere. Convinciti che in fin dei conti non è poi così male.
Mi risveglio presto. E’ ancora buio. Ho riposato perfettamente. Nella pensione tutto tace. E la mia ostessa tettona? Avrà dormito tutta sola nel suo letto o avrà trascorso la notte in buona compagnia? Con i toscani si sa, quanto si ride!
Lavorerò al manoscritto di Olga del Volga prima di colazione: le ore mattutine sono statisticamente le più creative e adatte alla mia concentrazione.
Ritorniamo a Tommasina Casule. La zia zitella di Caterina, te la ricordi ancora, lettore?
Tommasina è una di quelle zie che furono anime senza storia, immagini sbiadite nella mente dei nipoti. Sono vissute realmente? Vite definite da niente ( una rima da poeta?).
E’ un riconoscimento morale immortalare (morale - immortalare, hai colto l’assonanza? l’allitterazione? cogli cogli lettore) zia Tommasina nella pagina scritta. A rappresentare tanti personaggi femminili, simili a lei, sbiadite foto color seppia di ogni album di buona famiglia. Di loro si dice “Ti ricordi, quant’era brutta!” , e poi in un atto di carità cristiana, si aggiunge “poverina, però era tanto brava”.
E tu, lettore, ricordi la mia zia Libera, cui ti ho già accennato? Passò la vita cercando di uscire dal suo status di zitella. Una volta andò a farsi leggere le carte da una fattucchiera, che le disse:
- Lei ha il malocchio. Per questo non trova marito. Vede questo biglietto da cinquanta mila lire? Ora io lo brucerò e il suo malocchio sparirà!-
Detto fatto la fattucchiera (fatto - fattucchiera che anafora!) bruciò sotto il suo naso un biglietto da cinquantamila lire.
- Ora lei non ha più il malocchio, ma a me le cinquanta mila lire che ho bruciato per lei chi me le ridà?-
Zia Libera compensava la mancata dote della bellezza con quella della parsimonia.
Vi fu una lunga trattativa tra lei e la fattucchiera. Alla fine le due donne si accordarono per un boccione d’olio a risarcimento delle cinquantamila lire, sacrificate per invocare la deflorazione di mia zia.
Ma l’olio era rancido e zia Libera restò vergine e zitella.
Io amo divagare, ormai lo sai, o lettore, mi perdonerai?
Ritorniamo al manoscritto di Olga del Volga: la parola a Tommasina Casule.
L’altro giorno, appena finito di pranzare, avevo messo già la caffettiera sul fuoco, sentii dei passi provenire dall’ultima rampa delle scale. Non feci in tempo a voltarmi che Giuseppe era lì in cucina. Giuseppe Casule, mio cugino, partito venti anni fa a far fortuna in Argentina.
-Oh, Tommasina! – mi disse. E non riusciva a continuare perché aveva gli occhi lucidi.
-Giuseppe? Giuseppe Casule! –
Corsi ad abbracciarlo. La caffettiera gorgogliava.
Poco dopo, in soggiorno, lo fissavo mentre sorseggiava il caffè, seduto tra Giovanna e Filomena, che lo accarezzavano con lo sguardo. Nostro cugino. Eravamo cresciute insieme a lui, giocando e correndo nelle strade di Vùlcheri.
Giuseppe a venticinque anni aveva deciso di partire per l’Argentina, sicuro che laggiù sarebbe diventato ricco e felice.
Dall’Argentina ci scriveva due volte l’anno.
La prima volta ci mandò una sua foto, scattata a El Mirador, Entre Rios 28, Buenos Aires: impettito, gardenia all’occhiello, baffi arricciati e colletto della camicia inamidato, occhi chiari persi nell’obiettivo.
Dopo un anno ci scrisse di essersi sposato. Non passò molto tempo che ci partecipò la nascita della figlia Maria e due anni dopo quella della secondogenita Rina.
Sei mesi fa, a Vulcheri, morì suo padre, Antonio Casule.
Gli mandammo una lettera per informarlo, ma non ne avemmo nessuna risposta.
E ora, ecco, davanti a noi, nostro cugino Giuseppe, come non fosse mai partito, la stessa carnagione chiara, gli zigomi pronunciati, gli occhi celesti, il naso piccolo. Baffi e capelli ormai grigi.
- Mio padre è morto. Dobbiamo partire e andare a Vùlcheri.- aveva detto Giuseppe alla moglie, appena finito di leggere la nostra lettera.-
- Ormai è morto, non puoi più farci niente. -
- Ci saranno le terre da dividere con gli altri i miei fratelli. Devo tornare a Vùlcheri per prendermi la mia parte di eredità.-
-Scrivi ai tuoi fratelli che vendano la terre che ti spettano e che poi ti mandino i soldi.-
-Se non sarò presente alla divisione, nessuno farà i miei interessi. Dobbiamo andare. -
–Josè, io sono argentina, voglio morire ed essere sepolta a Buenos Aires.-
- Andremo a Vùlcheri. Venderemo le terre e torneremo in Argentina. Investiremo tutti i soldi dell’eredità qui, in una fazenda.-
-J osè, giura che mi riporterai a Buenos Aires.-
-Te lo giuro. –
e la baciò.
Mio cugino si stabilì nella vecchia casa di suo padre, che gli era toccata in eredità.
Passò un mese, ne passò un altro e un altro ancora. Così trascorse un anno. Poi un altro anno. Il tempo scivolava e Josè non dava segno di voler tornare in Argentina.
Sua moglie, Assunzione, una creola con il viso color bronzo, le rughe profonde ai lati della bocca e gli occhi a mandorla, ripeteva tutto il giorno:
-Josè mi ha ingannata …. Josè mi ha ingannata …. Aveva promesso di riportarmi a Buenos Aires ….. invece mi farà morire qui e mi seppelliranno in questo paese …. Josè mi ha ingannata …. Josè mi ha ingannata! -
Josè le rispondeva che lui e i fratelli non erano riusciti ancora a mettersi d’accordo su come dividere certe tanche.
Nel frattempo aveva aperto una bottega da falegname e guadagnava bene. Con il passare degli anni la pelle di Assunzione s’incartapecoriva. La faccia come una carta geografica.
Dopo che Josè morì, Assunzione gli sopravvisse per lungo tempo.
Nessuno a Vùlcheri conobbe mai la vera età dell’argentina, ma tutti alla fine eravamo convinti che fosse ultracentenaria. Corse la voce che una maga india le avesse fatto bere il filtro della vita eterna. Si rifiutava di morire per non essere sepolta a Vùlcheri. Ma alla fine toccò a lei pure.
Passò a miglior vita dicendo:
-Josè mi ha ingannata. -
Un passo in stile realistico – magico - sudamericano. Raccontato dalla voce di una zia sarda e zitella, riferito da una marchesa in dichiarata demenza senile a una badante bielorussa che l'ho ha riportatato nel proprio manoscritto, scoperto da un ricercatore fallito della facoltà di lettere di Sassari.
Quale lettore si berrà mai questa storia?
Le figlie di zio Giuseppe
Stando a quanto l’anziana donna Caterina aveva raccontato a Olga del Volga, e secondo quanto quest’ultima ci riferisce nel suo manoscritto, l’arrivo a Vulcheri di Maria e Rina, figlie di zio Giuseppe l’argentino, e perciò cugine di secondo grado della piccola Caterina, fu per quest’ultima una incredibile novità.
L’arrivo di Maria e di Rina, le figlie di zio Giuseppe Casule, l’argentino, il cugino di mie zie Giovanna, Filomena e Tommasina, fu la sorpresa della mia seconda estate a Vùlcheri. La scuola era finita. Io avevo avuto la promozione alla classe terza elementare e il maestro Zoroddi era stato trasferito a Cagliari, promosso direttore didattico per i suoi alti meriti nel Partito Fascista.
Maria, la prima figlia di zio Giuseppe Casule, aveva compiuto tredici anni e cresceva alta e longilinea. Una grossa treccia di capelli neri corvini le sbatteva sulla schiena mentre saltellava per le stradine di Vùlcheri.
Cantava sempre. Aveva portato con sé da Buenos Aires un grammofono e tanti dischi di tango argentino.
Quell’estate, noi bambine e le altre ragazzine del vicinato prendemmo l’abitudine di andare a casa sua nel tardo pomeriggio, quando Giuliana, la Mamma del Sole, si era ritirata e il caldo era meno abbascante.
Maria metteva qualcuno dei suoi dischi sul grammofono e, a una a una, ci insegnava i passi del tango argentino. Poi noi riprovavamo da sole o con una compagna.
Ballavamo sul selciato davanti alla sua casa: dall’uscio aperto la musica si diffondeva per tutto lo spiazzo e, con la luce del tramonto estivo, il ritmo del tango penetrava nelle stradine e nelle case del vicinato, insieme alle nostre risate.
Fu la rivoluzione.
A Vùlcheri tutte le donne in età da marito vollero imparare il tango argentino. Uomini e giovanotti stavano in disparte, e i ragazzini ridevano, nascosti dietro un muro, osservando non solo bambine e ragazzine, ma anche donne adulte esibirsi per strada in quel ballo forestiero.
Quando, l’inverno successivo, arrivò il periodo di Carnevale, e, con il Carnevale, la settimana dei balli, gli uomini del paese ebbero poco da ridere.
In quel periodo la saletta del cinema veniva adibita alle danze: le sedie erano rimosse, lo schermo tirato su, e sul palco stava seduto un omino con la fisarmonica. Neanche tre note aveva suonato, che le donne di Vùlcheri gli intimarono di cambiare musica e pretesero un tango.
Le femmine, incappucciate nel domino, invitarono i maschi ritrosi a ballare con loro quella danza istrangia, straniera.
In pochi anni nel paese ci furono virtuosi di tango che sostenevano di poter competere con quelli di Buenos Aires. E mia cugina Maria smise di avere nostalgia dell’Argentina.
Tommasina racconta .....
Maria, la figlia di mio cugino Giuseppe Casule, vuole insegnare il tango anche a me.
Dice che non sono così vecchia e che posso ancora trovare un fidanzato e sposarmi. Le ho risposto che il mio fidanzato è morto in guerra e che da allora non ho più voluto nessuno.
Invece il fidanzato io non l’ho mai avuto e non l’avrò mai. Penso che mamma mi abbia dato questo nome così brutto, Tommasa, poi trasformato per pietà in Tommasina, perché desiderava tanto che io restassi zitella in casa.
Nacqui settimina e la mia pelle non ebbe tempo per formarsi nella pancia di mamma: così mi squamo in continuazione, come un serpente.
Il medico consigliò mamma di farmi fare dei bei bagni nell’acqua di mare. E mamma, ogni estate, affittava due camere nella casa cantoniera sulla strada davanti baia di Santa Lucia.
Io e lei, da sole, lasciato il resto della famiglia a Vùlcheri, ci trasferivamo al mare per un mese.
Mamma mi portava in spiaggia di mattina presto, prima che il sole sorgesse. Il mare nella baia, racchiuso da due tenaglie di roccia calcarea, se ne stava liscio liscio. Il chiarore dei primi raggi allungava le ombre delle tamerici che crescevano sulla sabbia.
Con un brivido, addosso una sottoveste e un paio di mutandine bianche, mi immergevo pian piano nell’acqua.
Giocavo a increspare l’acqua piatta. Con le braccia e con le mani tracciavo nella trasparenza azzurra cerchi bianchi di spuma, subito riassorbiti dall’immobile silenzio del mare.
Mi tappavo le narici con il pollice e l’indice e mi tuffavo sott’acqua. Libera per un attimo da sogni e paure.
Nel frattempo il sole era salito oltre le cime del Monte Cerro.
Mamma mi chiamava: uscivo dall’acqua. Mi avvolgeva in un telo di spugna. Ritornavamo silenziose verso la casa cantoniera, al fresco delle due stanze che avevamo preso in affitto.
Crebbi mite e bruttina e nessun pretendente si affacciò mai alla mia porta. In una famiglia ci vuole sempre una figlia feotta che nessuno se la prende.
Mie sorelle, Giovanna e Filomena, bionde e con gli occhi celesti, la carnagione burro e miele, a quattordici anni avevano già gli spasimanti all’uscita dalla messa cantata la domenica.
Ma se tutte sono belle, si sposano e vanno via di casa, poi ad accudire i genitori, a tenere in ordine la casa e a mandare avanti la proprietà chi ci pensa? Io sono nata con questo compito e non mi sono mai sottratta al mio dovere.
Mia nipote Caterina, l’orfana, la figlia di mia sorella Angela, quella che è morta partorendo il secondo figlio, mi chiama Zietta.
Sono la sua Zietta. Tutta grigia. Grigi gli occhi, grigio il vestito e grigi i capelli nella crocchia.
Perché io questo sono: la zia che alleva i figli che non ha partorito, e che altri si sono presi il gusto di concepire, la figlia zitella che cura i genitori anziani e chiude loro gli occhi nel letto di morte, la donna di casa che sa gestire meglio di un uomo gli affari di famiglia, che comanda il mezzadro e il servo pastore, che affitta le tanche, che si occupa della vendemmia e della raccolta delle olive, che vende l’olio e che tiene i conti, che ha il libretto alle Poste e chissà dentro quanto c’è perché soldi per sé non ne spende mai, e i nipoti la devono andare a trovare e volerle bene perché quando muore non ha figli e tutto quello che ha lo lascia a loro.
Donna Caterina racconta ....
Tommasina era dedita a ogni tipo d’intruglio. Tutto ciò che avesse a che fare con bottiglie, barattoli, pentole, alambicchi, bilance, ingredienti misteriosi, le apparteneva di diritto. Passava il mese di agosto facendo ribollire nel paiolo conserve e conserve di pomodoro, che riversava bollente in bottiglie di vetro verde. Le bottiglie venivano chiuse con un tappo, sigillate con la ceralacca, avvolte in vecchie coperte e lasciate riposare per giorni in una stanza buia, infine sistemate in una credenza.
Il territorio su cui Zietta esercitava il dominio assoluto erano gli armadi a muro. Portava sempre con sé, nella tasca destra della vestaglia grigia, un enorme mazzo di chiavi. Ogni chiave apriva la porta di una stanza o la porta di uno degli innumerevoli armadi a muro disseminati per tutti e tre i piani della casa di mie zie.
Solo Tommasina sapeva quale porta ciascuna chiave aprisse.
Io morivo dalla curiosità, e così mi misi a seguire Zietta dappertutto. La pedinavo come un’ombra, ma questo le dava fastidio.
Cercò di sfuggirmi in ogni modo.
Una volta giunse al punto di chiudersi a chiave in cucina perché io non vedessi come preparava la conserva di mele cotogne.
- Aprimi, aprimi Zietta!-
Bussavo alla porta, ma la maniglia girava a vuoto.
- Va a giocare!-
- Mi annoio, ho già giocato. Fammi entrare!-
- Va’ da zia Giovanna.-
- Zia Giovanna sta leggendo il giornale e non mi vuole.-
Zia Giovanna Casule aveva una passione viscerale per la politica: seduta nella sua poltroncina del soggiorno spiluccava l’Unione Sarda e, dopo la lettura, ascoltava la radio, con il giornale ripiegato sulle ginocchia.
Leale monarchica, e sfegatata antifascista: detestava Mussolini.
- Duce … duce alla rovina ci conduci… al re e a noi … ma come fanno a non accorgersene… E il re? … lui che è re non lo vede che ci sta portando tutti in guerra? …. E gli italiani … anche i sardi … cretini … con il braccio alzato e il culo parato …tutti con le braghe calate ... Mussolini …tiè.. bai in malora … tiè..- e faceva le fiche all’indirizzo del Duce.
A me non importava niente della Bella Abissina, né del Negus Neghelli, e un fico secco di Addis Abeba. Pensavo ad annusare il profumo della marmellata di mele cotogne, che mi arrivava attraverso le fessure della porta di cucina.
- Fammi entrare… Zietta … sto buona … non dico niente e non tocco niente … te lo prometto … guardo e basta. –
Scuotevo la porta con tutte le mie forze.
Zietta mi aprì.
Da quel momento diventammo inseparabili.
Ero la sua aiutante … la sua apprendista…
Imparai quale porta aprisse ogni chiave del mazzo che portava nella tasca della vestaglietta.
C’era la chiave dell’armadio a muro dove conservava le lenzuola fresche di bucato.
C’era la chiave dell’armadio adibito a dispensa.
C’era la chiave della porta della cantina, in cui troneggiavano le botti di castagno e la pressa per l’uva.
C’era la chiave della porta di una camera dove stavano allineate, come signore panciute, le giare colme d’olio.
C’era la chiave della porta di una stanza adibita a deposito di assi di legno, ricavate dal taglio periodico dei castagni, su al monte, nella proprietà di Pirenosa.
Nella stanza delle assi di legno Zietta aveva il suo armadio a muro più prezioso. Ero l’unica persona a cui consentisse di essere presente quando lei l’apriva.
Da quell’armadio si sprigionava odore di vernice e sentore di medicinali.
Nello scaffale più in basso erano stati sistemati alla rinfusa pentole, paioli, bottiglie delle più varie dimensioni, e anche un alambicco impolverato. In quello di mezzo di mezzo c’erano pezzi di vetro colorati e scintillanti, pinze, tenaglie, martelli, viti, chiodi e cacciaviti.
Nel terzo e ultimo scaffale, più in alto di tutti, riuscivo a intravedere, in punta di piedi e allungando il collo, boccette di vetro giallognolo contenenti diverse polverine. Ogni boccetta era catalogata con un’etichetta, che, a quanto mi era dato di capire dal mio basso punto di vista, indicava nome e funzione della sostanza contenuta.
Mi attraeva in modo particolare un barattolo di vetro posto sulla sinistra di quel ripiano. Non riuscivo a distinguere bene le lettere riportate sull’etichetta, e perciò non potevo leggere il nome della polvere contenuta in quel barattolo.
Ma era una sostanza da maneggiare con cautela: si intuiva dal teschio nero disegnato sull'etichetta.
Il caffé dell’ostessa
Ora basta correggere e riscrivere il manoscritto di Olga del Volga.
Pausa colazione.
Lavato e rasato mi presento nella sala de I tre merli. Al solito tavolo vicino al camino aspetto che la mia ostessa si presenti per servirmi la colazione. La sento muoversi dietro la porta della cucina. Avrà sentito i miei passi? Si sarà accorta che sono arrivato, che sono seduto al mio tavolo, che aspetto che mi porti il caffé?
Eccola.
Un’aria sfatta come non le avevo ancora visto. Una notte insonne? Il cacciatore toscano?
Come sono questi continentali: sanno parlare a una donna e sanno dove poggiare le mani, sfiorandole il corpo come per caso, senza dare l’apparenza di essere invadenti. Appaiono belli solo per come si sanno esprimere. Per come sanno lusingare le donne. Le nostre donne. Rassegnate fin dall’infanzia all’avarizia di parole di noi maschi sardi. Annoiate dal nostro silenzio, dalla nostra pigrizia amorosa.
L’ostessa mi serve il caffé.
- Buongiorno -.
Non mi sembra granché soddisfatta. Forse il toscano così lusinghiero nelle parole nei fatti si è poi rivelato ... ma cosa sto a immaginare, lettore? Cosa importa a te e a me dell’ostessa e del cacciatore toscano? Concentriamoci sul romanzo di Olga del Volga, ora che il caffé forte dell’ostessa ci ha corroborato la corteccia cerebrale. Lasciamo parlare i nostri personaggi e scordiamo il seduttore toscano di ostesse sarde. Ci attende un’autentica storia d’amore.
La parola a Peppa
A don Giacomino gli hanno comprato l’automobile. La Balilla. Nera come la sua camicia nera.
Ci ha portato tutti al mare, a don Pietro, seduto davanti, tutto tronfio, a donna Antonia, che con il sedere che le è venuto, da quando è marchesa, si prendeva da sola tutto il sedile di dietro, a Caterina, allegra come un passero, e a me, che così davo un’occhiata alla bambina.
Donna Antonia e io ci siamo fatte il segno della croce e Giacomino suo è partito.
- Ebbè oh Peppa! … Cos’è meglio il carro a buoi di tuo marito o questo carretto?- narrava quel barroso.
- Sul carro di mio marito ci sto più comoda che in questa scatola! –
Ed ero tutta frazziga di sudore, che per non fare corrente a don Pietro, dovevamo tenere i finestrini serrati.
- Ahiò, Peppa, che sei fai da brava una di questi giorni ti porto a Cagliari e ti presento a tutti come la mia fidanzata! –
Cosa si credeva donna Antonia che l’automobile a Giacomino suo gli serviva per scorrazzare la madre e il padre un giorno sì e uno no?….
Ringraziassero che gliela aveva fatta inaugurare, si è pure fermato sul ponte, proprio davanti alla baia di Santa Lucia, a fargli vedere il tramonto a su babbu, e don Pietro quasi si è commosso, già è vero che invecchiando si diventa calloni … Tutta una finta, perché da quel giorno nella Balilla non ce li ha più fatti entrare né su babbu né sa mamma, con s’iscusa che ai viaggi in automobile loro non erano abituati e che se si stancano troppo può fargli male.
Tuttas faulas, tutte bugie
Intanto donna Antonia neanche se l’immagina a chi si è messo a dare lezioni di guida Giacomino suo, con l’automobile pagata da don Pietro.
Ehia … ehia, lezioni per prendere sa patente … a Lucia, alla figlia di Ciccita, sa trappera, la sarta
Lucia: quella con i riccioloni neri e l’abitino a fiori, che sembra che il vento glielo ha appiccicato addosso… Essa lo aspetta nello stradone per il monte… e lui arriva con la sua Balilla … frimma … le dà un colpo di trombetta… peeeh … e essa pronta…. sale in macchina con lui.
E siccome Lucia deve imparare a guidare, don Giacomino la porta nei viottoli di campagna, a esercitarsi .. perché sullo stradone este pericolosu…. Ossia che passino altre automobili …
E metti la prima … e infila la seconda … e fai quella cosa … come l’ha chiamata don Giacomino? …ah … la doppia debraiata … cosa ne so… io le debraiate le ho fatte solo con mio marito, qualche volta pure sul carro a buoi… ma doppie mai … ossia che se erano doppie mi toccava confessarle all’arciprete …
La parola a donna Antonia
E’ inutile che Ciccitta, la trappera, urli come un porco scannato per tutto il vicinato, gridando che mio figlio, Giacomino, le ha sciupato la sua bambina, allevata tutta casa e chiesa, due zie suore …un fiore … Davvero a frore … non aspettava altro che farsi raccogliere… al primo fischio .. a salire in macchina, a sa sola con uomo!
E loro, su babbu e sa mamma, lo sapevano … e… muddi, zitti! …Adesso dicono che avevano capito che c’era una simpatia tra i due… se sono rose fioriranno… avevano pensato… e hanno permesso a Giacomino mio di frequentare la loro Lucia. E lui subito si è approfittato della loro fiducia e dell’ingenuità della ragazza…. Ingenuità!..... e non narras faulas, storie!
E Ciccita, ah non lo sa che s’homine è homine?
E allora perché ha permesso alla sua bambina… tutta a frore … casa e chiesa … nipotina di due suore … di andare in automobile a sa sola con mio figlio?
E anda che già se l’hanno guardato bene … sa mamma, su babbu e sa fizza …. su marchesinu… che già gli hanno fatto i conti in tasca … tanto non è nulla quello che gli lascerà il padre… e tanche e oliveti e bestiame… e lei Ciccita, la trappera, … pronta pronta a passare da sarta a suocera di don Pietro, su marchese di Tugia!
Già ista frisca!
A me non me la venga a raccontare. … Lucia gliela hanno messa sotto al naso… l’incenso delle zie suore, cararedda, gliel’hanno ficcato nella scollatura e tra le mutande, tanto non l’ha vista tutto il paese con quel vestito aderente… una vergogna … sul bordo della strada come una bagassetta … ad aspettare che mio figlio passasse in automobile e se la caricasse …
Per forza che Giacomino ci è cascato. Eh, ma già non ci casco io …
Giacomino mio … lui sì ingenuo … buono e generoso … le ha anche fatto guidare la sua Balilla … con il rischio di avere un incidente…. e di rovinare la macchina nuova che gli ha regalato mio marito….
Mio marito … sarà marchese … ma i soldi non ce li ha per regalarli alla figlia di una trappera!
E poi, chi ce lo dice che Lucia è prengia di Giacomino mio? Non le faghia sa corte anche quel carracantoni di Mario Perria, il muratore?
La parola a Bibia Carrogna
Prima di vedere il demonio e diventare Bibia Carrogna, studiavo per diventare prete, nel seminario dei Gesuiti, l’edificio di pietra grigia all’entrata di Vùlcheri.
Ero l’allievo prediletto di padre Francesco Piras, l’astronomo, e di padre Salvatore Mundula, l’archeologo.
In cima alla torretta orientale del seminario padre Piras aveva fatto costruire il suo osservatorio astronomico.
Nelle notti d’estate mi portava lassù, mi spiegava il nome di ogni costellazione e mi permetteva di osservare satelliti e pianeti con il suo cannocchiale. Sotto di noi i tetti del paese addormentato, ignaro del nome delle stelle che rilucevano in cielo.
Padre Mundula, l’archeologo, non appena arrivava la bella stagione, mi ordinava di prendere la sua cassetta degli attrezzi, dentro una piccola piccozza, uno scalpello, un martello, un pennello, un quaderno, dei fogli da disegno e una matita. Ci avviavamo in direzione delle colline che digradano verso il mare. Il prete raccoglieva ossidiane e cercava nei muretti a secco frantumi di terrecotte dell’epoca romana, messe a tappare i vuoti tra una pietra e l’altra.
- Tracce di vita del neolitico. Reperti della dominazione romana. - commentava, spolverando con il pennello le ossidiane nere e le terracotte arancioni, riponendole poi in un sacchetto.
Era un pomeriggio particolarmente afoso. Ci trovavamo proprio qui, su questo pendio coperto di stoppie.
Accaldati e sudati, andavamo alla ricerca di un po’ d’ombra per poterci riposare, in attesa che i raggi del sole diventassero più obliqui.
Un po’ sotto di noi, sulla destra, un pino marittimo, l’unico nella zona, apriva la sua chioma ad ombrello su quello che, a distanza, sembrava un mucchio di terra piuttosto alto.
Ci dirigemmo verso l’ombra del pino. Arrivati sotto i suoi rami, ci rendemmo conto la montagnola in realtà era una grotta, scavata nella tenera roccia arenaria, e ricoperta all’esterno da un’arida vegetazione. Padre Mundula si fece spazio fra quella sterpaglia fino ad arrivare all’ingresso. Un ingresso quadrato, intagliato da una mano umana in modo da simboleggiare, nella parte alta, lo stipite di una porta.
Entrammo.
All’interno ci si poteva stare in piedi. Intorno a noi una penombra soffusa e un vago sentore di bestia selvatica. Quando le nostre pupille si adattarono alla scarsità della luce, padre Mundula mi indicò il soffitto della grotta: vi stava, scolpito, in un primitivo bassorilievo, un disco solare costellato di raggi.
- Rappresenta la luce e il calore della vita … invece laggiù … su quella parete, guarda!-
Aguzzai la vista in direzione dell’oscurità più fitta, cercando di distinguere i particolari della parete di fronte a me. Al di sotto dei pipistrelli addormentati e radunati a grappolo, qualcuno aveva inciso nella roccia una finta porta. L’ingresso ad un altro mondo.
- La porta per gli inferi! Per gli uomini del neolitico che hanno costruito questa tomba simboleggiava il punto di passaggio verso l’aldilà. -
E padre Mundula, come invasato, toccava e accarezzava quel passaggio scolpito, forse sperava che, al contatto delle sue mani, la parete di roccia si aprisse mostrandogli la via per gli inferi.
Quest’estate sono ritornato nella domus de jana scoperta con il prete, e vi ho fatto la mia tana.
Torno in paese solo per cercare da mangiare, il resto del tempo lo trascorro qui dentro, gettato su un mucchio di paglia a fissare il sole scolpito nel soffitto, oppure vago nelle campagne intorno, a rubare pere e susine e a raccogliere more dai rovi.
Vivo isolato, tra le pulci e le zecche della mia paglia, ma conosco le storie segrete degli amanti di Vulcheri meglio delle comari che la sera si siedono a prendere il fresco, su una seggiolina di legno e paglia intrecciata, davanti all’uscio di casa propria, e chiunque passi lo salutano, e lo seguono con lo sguardo finché non scompare in fondo al vicolo.
Appena la figura è fuori dal loro campo visivo, raccontano tutta la vita di chi è appena passato, quella trascorsa e quella presente, di ognuno elencano le liti e i letti dove è entrato, con o senza la benedizione di Santa Madre Chiesa.
Ma ora, da quando è arrivata la primavera, tutte le coppie che l’arciprete non ha mai benedetto trovano rifugio in questa campagna.
Di me, che ho lo stesso colore delle stoppie e mi muovo come un gatto selvatico, non si accorgono mai. E io, acquattato dietro un masso, li osservo mentre si rotolano felici sulla terra indurita dalla siccità.
Ad aprile iniziò a venire qui, sotto il pino marittimo, Lucia, la figlia della sarta Ciccita, con quel muratore, Mario Perria.
Erano belli. Non si stancavano mai di guardarsi e di accarezzarsi. Alla fine si racchiudevano in un unico arco di muscoli e di morbidezze, di profumo di menta schiacciata misto a odore di sesso, e io credevo che la natura intorno sarebbe deflagrata.
Il loro amore durò due mesi, poi scomparvero. Non capivo. Non riuscivo a cogliere in che momento la loro passione si fosse esaurita.
Ho visto tante passioni languire in queste campagne, dopo la curiosità dei primi incontri.
Mario e Lucia, però, non avevano ancora dato segno di noia, né mai avevano mostrato di essere infastiditi l’uno dell’altro.
Passò ancora qualche settimana e Lucia riapparve.
Non più sotto il pino, davanti alla domus de jana, ma nel viottolo, dietro al muretto a secco, in cima alla collina.
In un’automobile nera, con don Giacomo Tugia. Strisciai fino al muretto a secco, che divide il viottolo dalla campagna e, pian piano, cercai di vedere.
Nel sedile di dietro don Giacomo scivolava in su e in giù come un’anguilla sul corpo latteo di Lucia. Sudava e luccicava nel tramonto afoso, ma inutilmente. Si sbatteva con tutte le sue forze tra le cosce aperte della figlia di Ciccita, ma non riusciva a penetrare da nessuna parte.
- E’ il caldo. Il sudore fa di questi scherzi.- Lucia. La udii, dai finestrini aperti, mentre con un fazzolettino si asciugava il petto dal sudore di don Giacomo.
Ritornarono ogni sera, per un mese.
Ed ogni sera fu la stessa musica: don Giacomo non c’era buono.
Una domenica mattina, ero salito in paese per cercare un po’ di elemosina all’uscita della messa, seppi che era scoppiato lo scandalo e che don Giacomo aveva messo incinta Lucia.
Sono Bibia Carrogna, lo scemo, quello che ha le visioni, dietro a me i ragazzini sputano per terra, ma io lo so che non è vero che lui l’ha messa incinta, e so anche perché don Giacomo, che veste sempre con la camicia nera e come ogni buon fascista cammina a gambe larghe nel Corso di Vùlcheri, non può negare di essere il padre di quel bambino.
La parola a Caterina
Per Lucia tutto finì bene: due mesi dopo lo scandalo si sposò, alle sei del mattino, nella basilica di Santa Maria della Neve con Mario Perria.
Suo testimone alle nozze fu mio nonno don Pietro, marchese di Tugia, che, seguendo l’usanza delle famiglie nobili di Vùlcheri regalò la dote, per fare atto di carità, a una fanciulla povera e onesta e provvide a che Lucia avesse corredo, casa, orto e un po’ di bestiame.
Il nonno volle che la beneficenza fosse completa e fornì anche lo sposo di una discreta somma in denaro contante, per consentirgli di assumere due manovali e mettere su una piccola impresa di costruzioni.
Mario Perria era bello, moro e, a, dispetto del sangue campidanese che gli scorreva nelle vene, alto come un campanile.
Zio Giacomo, invece, a diciotto anni era rachitico e giallo come un limone: con tutto il vino che buffava e i sigari che fumava, aveva già iniziato a soffrire di fegato.
Non solo aveva il mal di fegato, ma perdeva i capelli e, per rimediare, si faceva arrivare da Cagliari una lozione untuosa al profumo di verbena, con cui ogni notte, prima di andare a letto, si massaggiava il cuoio capelluto.
Peppa passava ore a fregare con la soda le federe ricamate del corredo di mia nonna, Iolanda Belledonne, per far scomparire l’alone scuro lasciatovi dalla testa di zio Giacomo.
Io credo che il padre del bambino di Lucia fosse Mario: nacque quattro mesi dopo il matrimonio, e a far attentamente i conti, risalendo all’indietro con la clessidra, si sarebbe subito capito che all’epoca del concepimento Lucia non aveva ancora iniziato a prendere lezioni di guida da mio zio Giacomo.
Ma Mario e Lucia erano poveri, un matrimonio senza soldi e un figlio pronto a essere scodellato era la miseria assicurata.
Ciccitta la trappera, la madre di Lucia, fu più furba di quanto mia nonnastra Antonia, marchesa di Tugia, poteva immaginare.
Conosceva il debole di don Giacomo per sua figlia, così bruna e ricciuta. Chissà cosa suggerì la madre a Lucia …di sicuro non cercò mai di trattenerla quando andava, prorompente gioia di vivere, a incontrare il suo nobile maestro di scuola guida sulla strada del monte. Bastò un mese di lezioni per giustificare lo scandalo.
Mario Perria, dopo accese contrattazioni con la famiglia Tugia, accettò, sembrava proprio a malincuore, di porre rimedio al guaio combinato dal marchesino e di condurre Lucia all’altare, diventando di fatto il padre di un bastardo.
Il sugo della storia è che Lucia e Mario seppero bene amministrare la dote fornita loro da Don Pietro: non si fermarono al primo figlio, ne aggiunsero altri tre, tutti maschi, e fu meglio così perché grazie a Dio il lavoro a Mario non mancava e le braccia non bastavano mai.
Mi accorgo ora che don Giacomo non prende mai la parola nel manoscritto di Olga del Volga.
La nostra autrice bielorussa non gliela dà mai. E capisco perché.
Don Giacomo è impotente anche nell’uso della parola. Se gli permettessimo di dire la sua proverebbe a discolparsi.
Cercherebbe di portarti dalla sua parte, o lettore. Quali pensieri o sofferenze abbiano attraversato la mente di Giacomino a noi non interessano. Lasciamolo impotente e frustrato, senza alcuna pietà, né del lettore, né dell’autore (autore – lettore…. Che io sia destinato a scrivere un poema in ottave con rima baciata?)
Chi invece in questo manoscritto non riusciamo a far tacere è la nostra Caterina.
Continua a parlare donna Caterina
Quell’autunno, il terzo da quando ero arrivata a Vùlcheri, cominciò per me sotto i migliori auspici.
Zio Giacomo, il giustiziere della bambola Elsa, era stato allontanato dal paese: il nonno l’aveva spedito a Cagliari in attesa che il bambino di Lucia nascesse e lo scandalo venisse dimenticato. Se mai qualche scandalo a Vùlcheri può essere dimenticato.
Così Giacomo era andato a vivere nell’appartamento di mio padre, in via Manno, e Peppa era partita a Cagliari con lui, per fargli da serva.
A Vùlcheri un nuovo insegnante aveva occupato la cattedra del maestro Zoroddi: il maestro Demuro, delicato come una femmina, gli occhi cerulei e la bocca da cherubino. Viveva in un mondo morbido come le nuvole del Paradiso nell’affresco dell’Ascensione di Gesù al Cielo, in basilica. Aveva tre passioni: passeggiare nei boschi, cantare, leggere romanzi.
Appena spuntava un occhio di sole, il maestro Demuro ci portava fuori dall’aula, a fare una passeggiata nei boschi, lontano dalla scuola. Quell’ottobre ci condusse più volte a cercar funghi. Ci disperdeva sotto le querce e i lecci, dove tra la terra nera, le ghiande, il profumo intenso delle cortecce, crescevano i porcini. Noi scolari gridavamo e correvamo, infrangendo l’incanto.
Tornavamo dal nostro maestro con in mano gustosi porcini e funghi letali.
- Boletus Diabolicus …. Amanite Falloide …- ci diceva ridendo – bravi, se mai vorrete avvelenare qualcuno ecco a cosa dovrete ricorrere … l’Amanite Falloide è un fungo perfetto: non dà scampo … paralizza in pochi minuti gli organi interni e blocca la respirazione …. Così! – e tratteneva il respiro sorridendo – eppure sembra tanto innocuo … bianco … simile a quest’altro fungo: sì… proprio questo che ho in mano… guardatelo, un Ovulo, buonissimo … uno dei più raffinati per il nostro palato … -
A dicembre il maestro Demuro raccomandò alle madri di mandarci a scuola ben equipaggiati, con scarponi, sciarpe e cappellini di lana (le raccomandazioni per me, che non avevo più la mamma, le rivolgeva a Zietta, che ogni mattina, da quando Peppa era andata a Cagliari per accudire zio Giacomo, veniva a prendermi nel palazzo dei Tugia e mi accompagnava a scuola. Un gran favore per donna Antonia, che, meno mi vedeva e mi pensava, meglio stava.).
Quel giorno di dicembre il maestro Demuro ci guidò sul monte Cerro a raccogliere l’agrifoglio e il pungitopo per adornare l’aula in occasione del Natale.
Con tutte quelle passeggiate nei boschi noi scolari avevamo perso il pallore e le occhiaie che ci distinguevano quando in cattedra sedeva il maestro Zoroddi.
Le lezioni dentro l’aula erano riservate solamente alle giornate di pioggia o di neve. Lezioni particolari, in cui il nostro maestro-cherubino non ci spiegava quasi niente: si accostava ad una delle tre grandi finestre, ci indicava le nuvole spesse e grigie che risalivano dal mare, avvolgendo il paese dapprima nella nebbia, poi nella pioggia scrosciante, e ci diceva:
- Oggi non possiamo tenere la nostra solita lezione all’aria aperta: la nebbia agli irti colli piovigginando sale e sotto il maestrale urla e biancheggia il mare! -
Quindi ritornava alla cattedra, apriva un libro che aveva portato da casa sua e iniziava a leggercelo a voce alta. Seduti nei nostri banchi, con gli occhi spalancati, zitti e rispettosi, ascoltavamo senza fiatare interi capitoli di Canne al vento, I tre moschettieri, David Copperfield, La cittadella.
Il mio romanzo preferito era quello di Alessandro Dumas, I tre moschettieri.
Misi da parte i soldi che mi dava mio nonno per le mentine, e, non appena raggiunsi la somma necessaria, corsi alla bottega di Nicola Collu, che, su richiesta, ordinava qualsiasi romanzo dal deposito di Cagliari.
Dopo un mese arrivò anche il mio libro. Emozionata ritirai I tre moschettieri direttamente dalle mani di Nicola Collu. Finalmente potevo leggerli e rileggerli tutte le volte che ne avevo voglia. Adoravo la malvagia Milady, peccato che alla fine Athos, Porthos, Aramis e D’Artagnan riuscissero a catturarla e la consegnassero al boia di Lyla per farla giustiziare.
Possedevo un anello, appartenuto una volta a mia madre, che tenevo nascosto in una scatolina di velluto azzurro.
Un anello d’oro con una granata rosso sangue. Se solo quella pietra avesse potuto ruotare su se stessa, lasciando nell’incastonatura un piccolo spazio vuoto, dove nascondere il veleno….. Sembrava proprio l’anello Milady. Forse l’orefice avrebbe potuto modificarlo … e quella polvere misteriosa, che Zietta conservava nel suo armadio a muro, in alto, nell’ultimo ripiano … sì quella nel barattolo di vetro giallognolo .. dove nell’etichetta c’era il teschio disegnato …sicuramente anche quella polvere era un veleno … mortale … come la polvere che Milady custodiva nell’anello.
Donna Caterina secondo l’ostessa
- Sta scrivendo un romanzo?-
La voce dell’ostessa. Da quanto tempo è qui a fissarmi mentre correggo, riscrivo, faccio annotazioni sul manoscritto di Olga del Volga?
Credevo che ancora sognasse l’impallinatore toscano di quaglie sarde. Invece è tutta intenta su me e il manoscritto aperto.
- Una delle solite storie di ambientazione tipico sarda?-
- Le piacciono?- chiedo.
- Per carità, ce ne sono alcune che non sono scritte male. Ma ormai le abbiamo stufate. Sono come l’arredamento di questa sala da pranzo: mostrano di noi sardi ciò che il continentale si aspetta che gli mostriamo. E’ l’unico modo che abbiamo per fargli comprare un nostro romanzo o per fargli mangiare il nostro porcetto. –
- Io preferisco il porcetto. –
- Le dirò, anch’io.-
La osservo. Con dolcezza. Intenzionalmente. Indossa un maglione a collo alto. Stamattina nessuna scollatura. Nasconderà qualche succhiotto del cacciatore toscano sotto il dolce vita? Sono sempre stato un tipo geloso e insicuro.
- Sono laureata in lettere. A Cagliari. Dopo la laurea ho provato a insegnare. Supplenze nelle scuole medie dei paesi più sperduti. Poi ho ereditato l’albergo da mia madre. E’ l’unico albergo di Vùlcheri. Rende più di uno stipendio da insegnante. E poi mi ero stufata di lavorare con adolescenti in preda a tempeste ormonali. Sono diventati una massa di maleducati. Invece mi piace cucinare. E leggere. Leggo tantissimo. –
Legge. Cucina bene e fa sesso con fantasia. La mia diagnosi. L’esatto contrario della mia ex moglie. Vivo nella speranza d’incontrare un giorno o l’altro l’esatto contrario della mia ex moglie.
- Allora, di cosa parla il suo romanzo?-
Ma non avevo detto che era una donna discreta?
- E’ venuto a Vùlcheri per fare delle ricerche? Per rendere più reale la sua storia? Tutti gli scrittori si documentano.-
- Io non sono uno scrittore.-
- Nessuno lo è prima di pubblicare un romanzo. Il problema è che appena uno pubblica un romanzo si autodichiara scrittore, e se ne convince. –
- Così come si dichiara poeta se pubblica un libro di poesie.-
- O pittore se dipinge un quadro.-
- Chi ha dipinto quella natura morta?-
Indico un quadro nell’altra parete della sala. Natura morta: vassoio colmo di fichidindia in primo piano con nuraghe sullo sfondo. Da non dormirci la notte.
- Un fratello di mio padre. E’ molto quotato.-
Ride.
- Mi avvisi al prossimo vernissage.-
Ridiamo insieme.
Da quanti anni non mi faccio una risata insieme a una donna?
Allegri e complici.
E così, mi viene spontaneo, forse non dovrei, le racconto tutto del manoscritto di Olga del Volga.
- Donna Caterina, l’ultima marchesa di Tugia: io l’ho conosciuta. E anche la sua badante. La bielorussa. Olga. Perché lei la chiama Olga del Volga? Il Volga è in Russia. Non c’entra niente con la Bielorussia. Mi pare che Olga venisse da… aspetti, come si chiamava? … Me lo diceva sempre quando la incontravo … Munsk…no Mansk.. ah no, ecco Minsk! Possibile? -.
Ha un’ottima memoria l’ostessa.
Io sono curioso di sapere qualcosa di più sulla marchesa. E la mia ostessa racconta….
Donna Caterina ultima marchesa di Tugia era stata colpita da una particolare forma di follia senile. Il geriatra, alle cui cure era stata affidata, non riuscì a dare un’esatta definizione della malattia. La vecchietta era preda di una follia lucida senile che l’avvolgeva in un morbo senza nome.
I giorni passavano, e il fluire del tempo cancellava nei circuiti cerebrali di donna Caterina il ricordo dei modi signorili che le erano stati propri: in lei si dissolvevano, una dopo l’altra, le regole della cortesia e della buona educazione.
I parenti, ormai solo cugini o nipoti di secondo grado, assistevano con sgomento al crollo dei freni inibitori della nobildonna.
A Vùlcheri le voci arrivavano dai compaesani che lavoravano o studiavano a Cagliari, dove allora viveva ancora donna Caterina, prigioniera del suo appartamento al primo piano in via Manno, quello che aveva ereditato direttamente dal padre.
I parenti le avevano messo in casa una governante, badante, infermiera, domestica, cuoca, Olga, fatta arrivare appositamente da, come si chiamava? Minsk! ecco, ottocento euro al mese, in un pensionato non ne sarebbero bastati millecinquecento, e poi, conoscendo la marchesa, di una casa di riposo non ne avrebbe mai voluto sentir parlare.
In un primo momento cugini e nipoti tirarono un sospiro di sollievo. Non erano più tenuti ad andare ogni giorno ad accudire donna Caterina. Ora due visite di cortesia alla settimana potevano bastare. Andarci meno di due volte alla settimana avrebbe potuto significare perderne l’eredità, lasciare campo libero a qualche cugino più furbo degli altri, si sa come si diventa influenzabili quando si è anziani: non ci vuole molto a manovrare i vecchi e a farsi nominare eredi universali nel testamento.
Così l’arrivo di Olga diede a tutti i parenti un po’ di respiro. Continuavano ad andare a ossequiarla, ma solo per dieci minuti, due, al massimo tre volte la settimana, il tanto da farle credere che era sempre nei loro pensieri.
Donna Caterina ribattezzò Olga la russa, e iniziò a raccontarle tutte le storie di Vùlcheri, il paese in cui aveva trascorso l’infanzia, e dove lei ancora possedeva il palazzo del nonno paterno, don Pietro, marchese di Tugia, nonché le case delle zie, Giovanna, Tommasina e Filomena Casule, e ancora tanche, oliveti, castagneti, a perdita d’occhio: ogni proprietà aveva un nome, Santu Larentu, Pirenosa, Regu, Massima, Funtana….. e quei nomi la marchesa li ripeteva come una formula magica alla russa, che era solo da tre mesi in Italia, neanche il permesso di soggiorno, un visto turistico era bastato per passare la frontiera, e a malapena capiva l’italiano. Olga l’ascoltava, seduta vicino a lei, spalancando gli occhi azzurri.
L’arrivo della bella stagione rese donna Caterina ancora più irrequieta. I parenti suggerirono a Olga di tenerla buona con la televisione sempre accesa e a volume tanto alto da rimbombare per tutto l’appartamento. Per un po’ l’ammansiva, ma solo nelle ore diurne.
La notte Caterina iniziava a camminare senza mai fermarsi, fino al sorgere del sole. Frugava nei cassetti. Tirava fuori tovaglie e lenzuola. Piegava pile di asciugamani: se la badante, sfinita da quel continuo andirivieni notturno, la invitava ad andare a letto, la signora le faceva “gli occhi come lupo”, e diceva che stava preparando tutte le sue cose per ritornare a Vùlcheri. Inutilmente cugini e nipoti le spiegarono che il palazzo dei Tugia era ormai abbandonato da decenni e che sarebbe stato impossibile per una signora così anziana, bisognosa di tutte le comodità, andare a viverci.
La risposta di donna Caterina fu:
- Siete voi a pagare? Ho i miei soldi. Chiamatemi un taxi: devo partire per Vùlcheri. Dei soldi miei faccio quello che voglio. Ancora non sono morta. Quando sarò morta ve ne farete padroni. Per il momento la padrona sono io e voglio tornare a casa di mio nonno, dove sono cresciuta!-
C’era il rischio che alla fine uno dei nipoti o dei cugini l’accontentasse di nascosto dagli altri e conquistasse un posto di favore nel testamento della marchesa. Una breve riunione di famiglia, e si decise tutti insieme che realizzare il desiderio di donna Caterina era più facile di quanto non sembrasse. Un sopraluogo a Vùlcheri, nel palazzo dei Tugia. Si mandarono a chiamare due muratori, un idraulico e un elettricista. Si ordinò loro, tanto pagava la cugina Caterina, di rendere abitabili tre stanze del piano nobile.
Gli operai realizzarono una camera da letto, per farci dormire marchesa e badante, un soggiorno con cucinino e un bagno. Si provvidero le tre stanze di pompe di calore: aria condizionata in estate, aria riscaldata in inverno.
A fine luglio tutto era pronto. Il cinque agosto, festa grande di Santa Maria della Neve, la Madonna sfilava in processione per le strade del paese e donna Caterina veniva portata a braccia dai parenti su per lo scalone di marmo del palazzo dei Tugia, su fino al nuovo appartamentino, con le finestre che guardavano verso la baia di Santa Lucia. Olga veniva dietro a tutti e si guardava intorno.
Un anno dopo la marchesa era ancora a Vùlcheri, in compagnia della sua badante. Nonostante le previsioni dei parenti, donna Caterina era ancora lì, sopravvissuta al freddo inverno del paese e alle scomodità del suo palazzo in decadenza.
Di nuovo la festa di Santa Maria della Neve.
Venne a trovare la marchesa, in rappresentanza dei parenti di Cagliari, una certa Emma Sanna, cugina di secondo grado diceva lei. Di quinto diceva donna Caterina.
- E’ come un albergo a cinque stelle, - ripeteva Emma – a Cagliari, al Poetto, di fronte al mare. Gli ospiti hanno camere singole, lussuosissime, e si mangia benissimo. Cosa ti cucina l’ucraina? Sarà una brava persona … non dico di no … ma la gente di quella razza non ha la minima idea di cosa significhi mangiar bene. E poi, perché non ti accompagna dalla parrucchiera? Cos’è questa codina? Devi assolutamente farti tagliare i capelli! Mi ha detto Margherita, la proprietaria di quel bel negozio al corso … una boutique così a Vùlcheri … non l’avrei mai creduto…. che la sua parrucchiera va a fare la messa in piega anche a domicilio. Perché non la mandi a chiamare?-
- Perché? Non sono ancora così lunghi. Li ho tagliati da poco. – rispondeva la marchesa, accarezzandosi la codina topesca di radi capelli grigi.
- Caterina, non puoi lasciarti andare così: sei sempre stata una donna curata ed elegante. –
- Sono abbastanza curata e di eleganza non ne ho più bisogno.-
- E poi qui, a Vulcheri, in inverno fa molto freddo. Non è un clima adatto a una persona della tua età. Come fai a riscaldare tutte queste stanze? Non puoi! Sei costretta a vivere confinata in questo appartamentino. Sarà anche stato un gran palazzo, ma ora è proprio mal ridotto. Vieni a Cagliari con me. Vedrai come ti piacerà quel posto che ti dicevo. Quel pensionato…. Al Poetto…. Davanti al mare …. E poi saresti vicina a noi: verremmo trovarti tutti i giorni.-
- Devo restare qui per occuparmi degli oliveti di mio nonno.-
- Caterina …. È una fissazione!… mi sono informata: i tuoi oliveti stanno andando tutti in malora, perdono valore ogni giorno che passa. Ormai, se non hai un’azienda, non conviene mantenerli. Come puoi pensare, alla tua età, di far arare, zappare la terra… far potare gli alberi…. mandare a raccogliere le olive?
- Io ho persone fidate che se ne occupano!-
- Ma chi? Caterina, chi? … Dove sono queste persone fidate? …. Nessuno vuole più andare in campagna. In paese mi hanno detto che i tuoi terreni sono tutti abbandonati. Una sterpaglia .. mi hanno detto. Devi lasciare che ce ne occupiamo noi. Agiremo per il tuo bene. Guarda, manderò a chiamare un notaio, uno di Vùlcheri, una persona fidata e tu mi farai la procura: venderò tutta le tue terre… i tuoi boschi… i tuoi uliveti… e tu con quei soldi potrai vivere a Cagliari, in quel pensionato che ti dicevo, da gran signora.-
Donna Caterina. Come se la sentissi rimuginare fra sé parole, idee fisse, frasi illogiche intessute di razionalità.
- Che stupida mia cugina Emma … cugina …ma di che grado? Di quale ramo?… in questi ultimi anni mi sono nati tantissimi parenti … materializzati uno dopo l’altro… uno ne portava un altro… simpatici … raffinati… aristocratici … squattrinati… che piacevole compagnia! discreti per niente invadenti … si sono dati da fare …quanta gente buona … hanno trovato la russa perché mi accudisse…. E’ giusto dar loro qualche speranza! Un po’ di ricompensa. Io posso ricompensare le persone che mi vogliono bene … Nessuno mi comanda … Qui c’è tanta roba da dividere, quando sarò morta… tanto tocca tutto a loro … e se litigheranno? Ci sono fratelli che si odiano per una zuppiera di porcellana antica … per la poltrona Luigi Filippo … la proprietà… è tanta … non vale niente tenuta così… solo tasse da pagare … mi ci mancava Emma a ricordarmelo …la cugina Emma, cugina di che grado? Di secondo? No, di quinto, di quinto… Emma vuole la procura … non aspetta altro per chiudermi in ospizio e svendere la mia roba … e poi? Crede che gli altri cugini.. nipoti.. di terzo …di quarto ..quinto…sesto grado … le permetterebbero di starsene ricca e tranquilla? Meglio si farebbero mangiare tutto dagli avvocati, meglio in mutande al tribunale … piuttosto che lasciarla a godersi da sola i soldi che mi ruberebbe se io le firmassi quelle carte….-
Io, l’ostessa e la promessa di un tramonto
L’ostessa tace. Tocca a me parlare. Ma non so cosa dire.
- E’ mai stato a Santa Lucia?-
E’ di nuovo lei a riprendere la parola.
- No.-
Rispondo io.
- Oggi è una giornata molto limpida. Perché non ci va questo pomeriggio?-
- Mi sembra che ci sia molto vento.-
- Si deve solo coprire bene. Con il vento è più bello. C’è lo spettacolo delle onde che sbattono sulla scogliera.-
- Ci andiamo insieme?-
L’ho invitata. Ci sono riuscito.
- Perché no? I toscani sono partiti. In albergo oggi lei è l’unico ospite. Non ho molto da fare.-
E così ho un appuntamento con l’ostessa. Un pomeriggio di maestrale su una scogliera, un mare in tempesta, un tramonto da quadro impressionista, sfumature del rosso e del viola.
Questi presupposti faranno sì che l’ostessa si aspetti qualcosa da me.
E anche tu, o lettore, ora ti aspetti una scena d’amore di fronte al mare. Ma come puoi desiderare una scena tanto banale?
Porta pazienza, almeno per il momento, carissimo lettore, e ritorna con me a leggere il manoscritto di Olga del Volga.
Caterina secondo Zietta
Caterina, la mia nipotina, la nostra nipotina, cresce ogni giorno che passa, ma resta sempre così magra, forse sembra tanto sottile perché donna Antonia e don Pietro pretendono che lei continui a vestire di nero, in lutto, anche se sono passati già due anni dalla morte del padre.
Mi segue per tutta la casa e vuole sapere ogni cosa. E perché, e quando, e come, e dove, e come mai, e chi è , e cos’è …… Un uccellino… vestito da scarafaggio, a otto anni! Con i boccoli castani, la pelle chiara …. Una Madonnina! E gli occhi…. Verdi da gatta, mi fissa e non perde una mossa o una parola.
Ho chiesto a mia sorella Giovanna, di parlare con don Pietro e di dirgli che lasci la bambina a dormire a casa nostra, almeno per qualche mese. Che, se ci pensi, lui è il nonno paterno, ma per sangue sua moglie, quella Antonia, donna Antonia, tutte donne siamo…. a Caterina non le è proprio niente.
Io, Giovanna e Filomena invece siamo le sorelle della madre. Non abbiamo altri nipoti così vicini per parentela, solo Caterina.
Filomena … il Signore non ha voluto mandarle figli. Giovanna ne aveva avuto uno, Luigi, morto di tbc a sedici anni. Ci resta Caterina, la figlia di nostra sorella Angela. Quella bambina è tutto per noi.
Non è stata fortunata, mia sorella Angela: morta, partorendo il secondo figlio, un maschio … in Paradiso, anche lui, dopo poche ore, come la madre … per me sono state le fatture che Antonia le ha fatto … con un nipote maschio …figlio di don Alberto… adesso le cose sarebbero diverse …. Antonia e Giacomo non si sarebbero fatti padroni di tutti i beni di don Pietro… come se a Caterina non spettasse niente della roba del nonno.
Secondo mia sorella Giovanna, è meglio che Caterina resti a dormire a casa di don Pietro: la bambina è una Tugia, la seconda erede dopo don Giacomo, e il nonno deve far vedere in paese che è lui ad occuparsene.
Guai se si venisse a sapere che Caterina desidera vivere qui con noi: Antonia metterebbe in giro la voce che la nipote è un’ingrata, che non ha amore per quel nonno buono che l’ha accolta in casa appena è restata orfana.
La scusa giusta per convincere don Pietro a non lasciare a Caterina neanche i centesimi per le mentine.
Io e l’ostessa sulla scogliera al tramonto.
Ci sono cose che non sai da dove cominciare a raccontarle. Prendi questi elementi, mio caro lettore, mio tenerissimo complice.
Una scogliera bianca, calcarea, che cade a picco sul mare blu profondo, ma tanto profondo e tanto blu che i locali, ah questi locali, il sapore etnico della toponomastica, lo chiamano s’oltada niedda, l’ondata nera. Perché chi ci cade si trova nel gorgo ed è destinato a perdersi per sempre negli abissi. Mi piace perdermi negli abissi. Una morte letteraria.
Una torre spagnola in cima alla scogliera. Cadente. Pericolante. Proibito l’accesso.
Un vento che ti si sbatte addosso e ti fa entrare la salsedine nei più reconditi alveoli dei polmoni.
Un tramonto con il sole a palla. Un rosso che scende sul mare blu nel cielo striato di rosso, di viola, di fucsia. Un tramonto che ti basta vederlo per ritrovare la fede perduta e proclamare l’esistenza di Dio.
Una donna che ti piace, infreddolita per il maestrale, al tuo fianco.
E io questa cosa io non la so raccontare perché certe emozioni non le so descrivere. Perché è completamente inutile che io lo faccia. Se tu, o lettore mi hai seguito sin qui, puoi percepire la mia anima messa a nudo senza ulteriori parole.
Perché quindi banalizzare ulteriormente questo tramonto? Contempliamolo insieme, in silenzio, o lettore. Non abbiamo bisogno di parlare, noi due, per comunicare tra noi.
Se poi l’attimo di commozione sentimentale ti annoia, carissimo lettore, non ti resta che ritornare al manoscritto di Olga del Volga.
L’azione si sposta: Cagliari, anno 1930. Peppa racconta……
E chi se lo credeva alla mia età di dover venire qui a Cagliari a far la serva a questo vizioso, malariu prepotente? Don Pietro me l’ha chiesto “come piacere personale”, e come facevo a dirgli di no? … Don Giacomo non poteva stare a Cagliari, da solo, senza nessuno a tenergli la casa e a fargli da mangiare.
Qui a Cagliari viviamo nell’appartamento del povero Don Alberto, in via Manno, sopra la gioielleria Della Maria.
A don Giacomo a Cagliari non gli mancano gli amici: il salotto ogni notte si riempie di camerati in camicia nera, e gridando e ridendo fino all’alba. Uno fragu malu di sigaro per tutta sa domo.
- Sempre a lavare con la varechina sei, oh Peppa! E cos’è, un ospedale? –
mi dice il giorno dopo quando mi vede pulire quello schifo che lasciano.
Culimanni troddioni che non siete altro. Se sene alza don Alberto dalla tomba a vedervi scoreggiare nel salotto di casa sua… Ed è da un paio di notti che stanno organizzando qualcosa, quelle camice nere. Io li sento confabulare, tutti sempre a ridere e a battere i pugni su quel bel tavolo in noce del salotto, tanto già non lo hanno pagato loro.
E stanotte non se n’è andato nessuno.
Sono tutti rimasti lì, buffando e fumando e giocando a carte, poi è arrivato uno nuovo che ha portato una bottiglia da mezzo litro, di quelle di vetro scuro. E se la passavano, da una mano all’altra, ma nessuno l’apriva e ogni volta che la guardavano a ridere, ma su risu!, restati fossero a bocca aperta con il riso della melagrana una volta per tutte.
La mattina alle otto erano ancora lì, buttati, chi sopra una sedia, chi sopra le poltrone, chi sopra il divano… E intanto don Giacomo se ne stava affacciato al terrazzino, quello sopra la gioielleria, controllando la strada sotto. E ha un certo punto si volta agli altri gridando:
- Milla mì. Mì che sta salendo dal Largo, ahiò, che se no passa e ce la perdiamo!-
Si sono alzati tutti come comenti punti dalla tarantola e sono corsi giù, a nascondersi nell’androne del palazzo….
Mi sono affacciata al terrazzino.
Da Largo Carlo Felice saliva una carrozza, di quelle aperte. Nel sedile di dietro un gran signora. Tutta elegante. Anche il cappello con la veletta nera aveva.
Come la carrozza arriva davanti al portone di casa nostra, dall’androne escono tutti gli amici di don Giacomo in camicia nera, frimmano sa carrozza e tirano giù il cocchiere a colpi di manganello, tre salgono sulla carrozza… due acchiappano quella signora, ma una signora … il terzo… don Giacomo… non se n’è fatto la vergogna neanche perché è marchese… le solleva la veletta… le apre la bocca a forza e le infila fra i denti il collo di quella bottiglia … quella che si passavano ridendo da una mano all’altra tutta la notte. E alla signora le ha fatta bere tutto l’olio che c’era dentro, finché la bottiglia non era vuota.
Neanche l’aveva bevuta quella bella signora … sa prigungia, la vergogna … si è tutta cagata … e don Giacomo e i suoi camerati ridendo … urlando parolacce … e cantando:
- All’armi, all’armi, all’armi siam fascisti…! -
Tramonti…tramonti…tramonti!
E ancora tramonti. Io sono quello dei tramonti. D’estate. Nella spiaggia dei Sassaresi: Platamona. Ma non so cogliere l’attimo. E la donna che ho a fianco. Lo capii in un tramonto di settembre. Io quattordici anni. Lei quindici. Le nostre famiglie le uniche che avevano deciso di trattenersi ancora nelle propria casa in pineta. Un modo per prolungare l’estate a dispetto della tradizione. Passati li candareri, accendi li bracieri. Passati i Candelieri, che scendono in processione a Ferragosto, accendi il braciere. Sempre precipitosi i sassaresi.
E così eravamo lì in spiaggia, io e la quindicenne, a guardare il sole sparire nel mare. Lei era intenerita dal tramonto. Vantava un animo sensibile. Un adeguato senso della scenografia: una dichiarazione, un bacio, l’avrebbero resa protagonista su uno sfondo ideale. Non so se lei fosse davvero bella, ma di sicuro quello era uno splendido tramonto. Il volto della mia amica quindicenne l’ho dimenticato, ricordo solo il riflesso dorato nell’iride dei suoi occhi.
Non dissi nulla e non feci nulla, e naturalmente fra noi due non accade assolutamente nulla.
Il guaio fu quello che feci dieci giorni dopo, quando, con la mia famiglia, ritornai a Sassari.
Incisi su una cassetta audio una dichiarazione d’amore. Attesi la mia compagna di tramonti all’uscita di scuola, frequentavamo lo stesso liceo, e gliela consegnai dicendole:
- E’ per te.-
Dopo quell’episodio, la mia conoscenza della psiche femminile raggiunse una maggiore consapevolezza. Ora capisco quanto il mio agire fosse stato imprudente.
Infatti avevo consegnato alla streghetta dagli occhi dorati una prova inconfutabile dei miei sentimenti in cui senza alcun pudore avevo registrato:
- Mi sono innamorato di te dal primo momento che ti ho vista …. Ovvero…. Ti amo e ti amerò per sempre…. Ovvero … se anche tu non mi ami io non potrò fare a meno di amarti per sempre…ovvero … puoi registrare la tua risposta su questa cassetta e consegnarmela all’uscita di scuola? …ovvero ti amo…. –
L’intercalare degli “ovvero” costituiva il ritmo della mia dichiarazione sentimentale. Mi erano venuti così spontanei quegli “ovvero” durante la registrazione, mi sembravano adatti a colmare i vuoti tra un “ti amo” e un altro.
Non sapevo che tra le maggiori ambizioni di una femmina quindicenne, fosse pure sensibile e dolcemente contemplativa davanti a un tramonto, c’è quella di far sapere alle proprie coetanee quale sentimento passionale lei sia in grado di suscitare in un maschio. E quella fanciulletta che a ripensarla non era niente più che graziosa, ora aveva in mano una prova inconfutabile del mio rimbambimento per lei. Le altre potevano solo raccontare le dichiarazioni infuocate di cui erano state oggetto. E di fare la conta con le amiche degli innamorati respinti. Ma lei, lei aveva qualcosa che le altre non avevano: la dichiarazione da far ascoltare in diretta. Valeva da sola dieci innamorati respinti. Detto fatto: organizzò una merenda con le amiche più intime, giusto quelle sei o sette compagne di scuola, e sparò nelle casse dello stereo, a tutto volume, la mia voce da innamorato imbranato (innamorato – imbranato, che rima scontata). Le sue amiche erano verdi d’invidia. E lei, la tenera compagna di tramonti, gongolava.
Il giorno dopo mi aspettò all’uscita di scuola e mi disse:
- Mi dispiace, non sono innamorata di te, ma voglio essere per sempre la tua migliore amica.-
E mi restituì la mia cassetta.
Avrei vissuto serenamente la mia nuova condizione di innamorato respinto, che condividevo felicemente con molti altri miei coetanei, se la più vipera fra le ragazze presenti alla “merenda con dichiarazione” non avesse provveduto a canticchiare, ogni volta che m’incontrava nei corridoi della scuola:
- OOOOOO…. Ovvero!….OOOOOOO ….Ovvero!-
Una storia da niente se pensiamo ai video rubati, alle notti d’amore buttate sui blog da amanti esibizionisti. Una routine oggigiorno. Al confronto il mio fu uno sputtanamento riservato.
Ma allora ne uscii distrutto.
A queste e ad altre storie di donne pensavo, mentre nella baia di Santa Lucia mi chiedevo se fosse giunto il momento di abbracciare l’ostessa.
E mentre rifletto sulla mia prossima mossa, ti lascio, o lettore alle parole della piccola Caterina, futura marchesa di Tugia.
Ora so cosa contiene il barattolo di vetro giallo, quello con il teschio sull’etichetta, nell’ultimo ripiano in alto dell’armadio a muro.
Zietta aveva trovato in cantina certe cacchette nere, dei semini, tutti insieme in un angolo e lì vicino carta e rafia strappata, rosicchiata e intrecciata in un nido.
- Su sorigu, il topo!- aveva detto Zietta. Ed era corsa al suo armadio segreto con in mano la chiave.
Lo aprì e guardò in alto, verso l’ultimo ripiano.
- Portami uno sgabello che non ci arrivo. – mi disse.
Nella famiglia dei Casule, a differenza di quella dei Tugia, sono tutti piccolini di statura. Zietta non riusciva ad arrivare all’ultimo ripiano dell’armadio neanche in punta di piedi.
Andai via di corsa, e ritornai altrettanto in fretta con uno sgabello tra le mani. Zietta lo poggiò davanti all’armadio aperto e vi salì sopra. Senza esitazione prese il barattolo di vetro giallo, quello con il teschio sull’etichetta, e tenendolo con cautela fra le mani scese dallo sgabello.
- Medicina per il sorigo. – mi disse mostrandomelo.
Il teschio dell’etichetta, visto da vicino, era ancora più grande, nero e spaventoso. Affascinante. Come la morte che la polvere di quel barattolo era in grado di procurare. Sarebbe bastato assaggiarne un pizzico… oppure farlo assaggiare… ma a chi? Mi vennero le vertigini. C’era abbastanza veleno da annientare tutte e due le famiglie dei Tugia e dei Casule … ne sarebbe anche avanzato… guardai Zietta … e se mi avesse letto nel pensiero? Ebbi paura della velocità con cui le mie idee correvano e m’impedii di pensare concentrandomi sulle sue azioni.
- Adesso prepariamo la pappa buona al topo.- mi disse Zietta con un sorriso, avviandosi verso le scale, in direzione della cucina, in mano il barattolo di vetro giallo.
Sul piano di marmo del tavolo c’era una focaccia.
Zietta la apri a metà e con le dita scavò al suo interno per levare tutta la mollica. Poi immerse la mollica nell’acqua di una ciottola. Ammorbidì la mollica e la lavorò con le mani come una pastella. Levò il tappo al barattolo. All’interno una sorta di zucchero bianco dall’odore aspro. Tra quello zucchero letale un minuscolo misurino dorato. Utilizzando il misurino, Zietta prese un po’ di quella polvere bianca e la versò sulla pastella, che lavorò ancora per qualche minuto. Poi, con precisione, suddivise l’impasto in dieci piccoli bocconcini. Li rigirò tra le mani fino a formare dieci polpette di mollica di pane. Le allineò sul tavolo di marmo.
- Prendi quella vecchia tavola poggiata vicino al camino.- mi ordinò.
Le ubbidii.
Poggiò ordinatamente le polpette sulla tavola. Scendemmo in cantina. Zietta reggeva tra le mani quel vassoio di legno con le polpette per il topo.
- Gliele mettiamo qui, vicino al suo nido – disse, sistemando le polpettine tutt’intorno al nido di rafia e carta - così non deve fare fatica a trovarle. Su sorighittu, il topolino….. Ora torniamo su: dobbiamo pulire bene il tavolo di cucina, rimettere il barattolo nell’armadio e lavarci le mani. Ricordati, quando si usa la medicina per i topi, dopo bisogna sempre lavarsi le mani…. -.
Ritorna Bibia Carrogna
Naturalmente non prendo l’iniziativa. La prende l’ostessa. Mi si attacca al collo con un bacio vampiresco nell’esatto momento in cui il sole palla rosso fuoco scompare nel blu intenso del mare in burrasca.
Un attimo di terrore. Cimiteri. Tombe. Donne vampiro che si risvegliano fameliche al crepuscolo. Una scogliera che è Sardegna, ma potrebbe essere anche il Nord dell’Inghilterra, perché siamo a fine gennaio, e adesso questa terra è verde come la brughiera inglese, e uno non si ricorda che a giugno sarà già arsa, e la brughiera si trasformerà in stoppia gialla rinsecchita.
Mentre provo il raffinato piacere di essere vampirizzato, lascio te, mio affezionato lettore, tra le braccia di un altro essere demoniaco: Bibia Carrogna.
Io cammino a piedi i nudi anche d’inverno. Ma sono stato all’inferno e i miei piedi non sentono il freddo. D’inverno a Vulcheri nevica e negli angoli dove non batte il sole si forma il ghiaccio. Ho lasciato la mia domus de jana: ci ho trascorso i mesi dell’estate e dell’autunno. Un autunno mite, dorato come le foglie dei castagni del Monte Cerro, come i tramonti in lontananza, nella baia, il cielo rosso e viola sul mare blu, e uno pensa che se muore c’è Dio e il Paradiso ad attenderlo, perché è Lui che ha dipinto tutto questo, ma io ho conosciuto il demonio, l’ho incontrato nella piazza del convento e da allora ho perso il senno, mi hanno scacciato dal seminario perché un indemoniato non può fare il prete e mia madre è morta di crepacuore, e quando è morta non odorava più di sapone come quando mi abbracciava ridendo, ma sapeva di morte e la morte è gialla e sa di fiori putrefatti.
Sono tornato a dormire nella casa dove vivevo con mia madre. E’ diventata una catapecchia. Le persiane sgangherate, i calcinacci, i gatti randagi l’hanno invasa. Ma c’è ancora il mio letto e un tavolo dove mangiare e l’inverno è meglio passarlo sotto un tetto che in una grotta.
Ci sono delle notti che a Vùlcheri scoppiano temporali. E rimbombano i tuoni di neve. I fulmini nel nostro paese hanno vita propria. Saettano agitati dal Maligno. Gli abitanti di Vùlcheri si nascondono dentro i letti, sotto le coperte, cercando di scaldare con il calore del proprio corpo le lenzuola ghiacciate. Le strade allora sono deserte. Le persiane chiuse. Nessuno siede vicino al camino, perché dal camino può entrare un fulmine, e un fulmine, dice chi l’ha visto da vicino, è come un’arancia infuocata, che ti rotola a fianco e se ti sfiora di te non resta più nulla.
Sapevo che sarebbero arrivati proprio in una notte come quella. Da un mese almeno avevo visto Ciccito Pes girare intorno alla casa dei Tugia. Sembrava stesse lì a non far niente, perché ha fatto mai qualcosa in vita sua Ciccito?, e invece osservava con attenzione il palazzo. Gli girava intorno, come a contarne le pietre. Si soffermava incantato davanti a ogni ingresso. Il portone principale era quello che lo attraeva di meno. Studiava invece gli accessi secondari, che permettevano di entrare in casa passando attraverso i magazzini, guardava le finestre del primo piano, ne valutava l’altezza rispetto al terreno.
Eppure nessuno si è accorto delle sue manovre. Perché Ciccito è uno senza arte né parte, e sta sempre in giro con il naso per aria, l’ora la deve pur passare, ma lui ha i suoi beni di famiglia, se lo può permettere, non ha bisogno della carità degli altri per mangiare, come me. Ma i beni di famiglia possono non bastare o esaurirsi, e comunque se possono arrivare soldi da qualche altra parte, perché non prenderli?
All’insaputa di tutti, Ciccito si era fatto amici che non erano di Vùlcheri. Li incontrava alla curva di Fidine, all’uscita del paese, dopo il tramonto, ogni venerdì. La prima volta che l’ho visto insieme con quegli uomini era settembre e io vivevo ancora nella mia grotta. Parlavano fitto fra loro. Riconobbi subito Ciccito. I suoi capelli impomatati di brillantina luccicavano anche alla luce del plenilunio. Ma gli altri due mi erano sconosciuti. Non era gente del paese. Cosa ci faceva Ciccito con loro? I gambali, la giacca di orbace nero, l’odore di selvatico che emanavano (io ho il naso fine, come le bestie del monte)….. erano uomini abituati a dormire all’aperto, ma non perché avevano il demonio in corpo come me, quelli Satana ce l’avevano tutto dentro l’anima, si capiva dal tono basso della voce … e dal modo con cui pronunciavano le parole con la esse, un suono tagliente che fendeva l’aria come la lama di una leppa. Uomini che vivono banditando, in montagne lontane da Vulcheri, montagne formate di calcare bianco, all’interno delle quali l’acqua nei secoli ha scavato grotte e cunicoli, dove loro si rifugiano.
Arrivò l’inverno. Ero ritornato a vivere in paese, nella mia bicocca, ma non avevo mai perso d’occhio Ciccito. Ogni venerdì sera si presentava puntuale all’appuntamento con i suoi amici forestieri.
Ed io con lui. Ma nascosto. Ad ascoltare dietro l’altarino di Sant’Antonio, messo lì a benedire il viandante che lascia il paese.
Il temporale notturno
Caro lettore, sono costretto a trascurarti. Mi è impossibile interrompere la conversazione con l’ostessa. Ti basti sapere che sono qui, al riparo della torre spagnola pericolante, con un maestrale senza ritegno, con una donna senza ritegno (l’anafora, ovvero la ripetizione è figura poetica da usare con parsimonia: carica di enfasi il periodo, ma talvolta non se ne può prescindere. Dall’enfasi? Dalla retorica? Dalla ripetizione? A te la scelta o lettore).
Troppo indaffarato per colloquiare con te, mi vedo costretto ad affidarti al racconto di donna Caterina.
Se c’è una cosa che ha sempre creato in me uno stato di sublime esaltazione sono i temporali notturni a Vùlcheri. Il fulmini si schiantano non si sa dove, luci blu accecanti balenano oltre i vetri delle finestre, le mura delle case rimbombano e gli infissi tremano. L’acqua scende a scrosci, s’incunea nei vicoli e li ripulisce di tutta la lordura.
La moglie di mio nonno, Antonia, ne aveva invece un sacro terrore. Quando c'era il temporale si arrotolava il rosario tra le dita e a ogni fulmine si faceva il segno della croce invocando santa Barbara. Mi ordinava di andare a letto e d’infilarmi sotto le coperte. Io fingevo di ubbidire. Mi fermavo a metà della scalinata che portava al piano delle camere da letto, dove c'è una finestrella con una grata che dà su un cortile interno. Dalla finestra si vede in lontananza la basilica di Santa Maria, in cima al paese.
Ogni fulmine che cadeva squarciava il buio notturno e illuminava la basilica per un breve attimo. Subito dopo il tuono faceva tremare la grata e la finestra. Ogni volta contavo i secondi che intercorrevano tra il fulmine e il tuono. Il maestro Demuro ci aveva spiegato che tanto minore è il tempo trascorso tra la saetta e il tuono, tanto più vicino è caduto il fulmine. Speravo di vedere lampo e tuono coincidere e il palazzo dei Tugia esplodere avvolto da una spirale accecante. Quella sera, appena scoppiato il temporale, la mia nonnastra mi aveva scacciata dal salotto: don Pietro russava a bocca aperta nella poltrona e lei avevava immediatamente smesso di ricamare certe rondinelle nere a punto croce, per tirare fuori il rosario dalla tasca della sua gonna.
- Sotto funda, sotto le coperte, che c’è il temporale.- mi aveva intimato.
Disubbidii e non andai in camera mia: mi fermai nel pianerottolo delle scale per godere dalla finestrella lo spettacolo dei fulmini.
Improvvisamente li sentii litigare. Nell’andar via avevo dimenticato aperta la porta del salotto e così le loro voci mi arrivavano chiaramente attraverso la tromba delle scale. Un tuono particolarmente forte aveva svegliato don Pietro, che, aprendo gli occhi, doveva aver visto sua moglie con il rosario in mano, intenta a salmodiare e invocare santa Barbara.
- Cosa preghi? tanto l’anima ti resta nera come il peccato mortale. – le disse mio nonno e si mise a ridere
- Zitto e rispetta il Cielo, la Madonna e i Santi...... Santa Barbara!- un tuono aveva scosso il palazzo fino alle fondamenta.
- Il Cielo io lo rispetto: nel testamento ho già fissato le offerte per le messe cantate in suffragio della mia anima. Certo se aspetto che me le dia tu o tuo figlio …-
- Non saranno le messe cantate a levarti dall’inferno. Mì se lasciquei soldi a tuo figlio Giacomo, invece di regalarli all’arciprete. -
Un altro tuono assordante. Immaginai nonna Antonia mentre si faceva il segno della croce.
- Muda, zitta, se il demonio ti sente, ti manda subito un fulmine tra le cosce, che è quello che vuoi.-
Il nonno aveva una risata grassa che non gli avevo mai sentita.
In quel momento si udì in lontananza un rumore di zoccoli . Il galoppo dei cavalli nello stradone diventava sempre più distinto. Forse anche gli altri abitanti di Vùlcheri l'avevano sentito e ora si nascondevano nei propri letti coprendosi la testa con le coperte. Qualcuno, più coraggioso degli altri, probabilmente spiò tra gli scurini accostati: un lampo tracciò l’immagine di venti uomini incappucciati a cavallo, sulla strada resa lucida dalla pioggia battente. A un cenno del primo cavaliere tutti svoltarono nel vicolo a destra.
- Vanno al palazzo dei Tugia …- forse sussurravano in quel momento i nostri compaesani, nascosti dietro le finestre.
Lo scalpiccio dei cavalli sul selciato era arrivato fino alle orecchie di don Pietro e donna Antonia, che ci mise un attimo a capire cosa stava per succedere.
- Una bardana!- gridò.
Usci di corsa dal salotto, mi passò davanti senza vedermi e si diresse verso la sua camera da letto. La seguii. Dallo spiraglio della porta socchiusa la vidi frugare nel cassettone, dove teneva denaro e gioielli in alcuni sacchetti di velluto blu.
La mia nonnastra afferrò i sacchetti, aprì la finestra della camera da letto, li mise sul davanzale. Poi richiuse la finestra e accostò con cura gli scurini. Dall’interno, senza aprire la finestra, nessuno poteva vedere sul davanzale quei sacchetti.
Quandi ritornò in salotto per sedersi di nuovo vicino a mio nonno. Anche questa volta mi era passata davanti senza accorgersi di me.
I banditi sfondavano già il portone con una trave di legno, lasciata lì, all’angolo tra la piazza e il vicolo, da una mano amica.
Uomini armati e incappucciati furono in un attimo dentro il palazzo. Quattro rimasero nell’androne, a far la guardia con il fucile spianato. Altri tre salirono, decisi come conoscessero la strada, in direzione del salotto dove si trovavano mio nonno e sua moglie. Gli altri si sparsero nel resto del palazzo. Trovarono due serve in cucina che si abbracciavano piangendo e le chiusero a chiave dentro.
Frugavano, sventravano e rovesciavano ogni mobile, ogni angolo della casa. Sventravano i materassi con i coltelli e spaccavano gli armadi per cercare un doppio fondo.
Io, non appena avevo sentito il passo pesante di quegli uomini nelle scale, mi ero appiattita contro il muro. Ma anche loro mi passarono davanti come se non mi vedessero.
Uno degli incappucciati, più basso e tozzo degli altri, afferrò mio nonno e gli mise la punta del coltello alla gola.
- Dove li tieni i soldi ?-
Il vecchio mugolava, la voce gli si era inabissata.
- E parla!- gridò il bandito tirandogli uno schiaffo.
- Non lo vedi che è rimbambito?- disse un altro bandito – i soldi ce li ha questa bagassona… - e fece per dirigersi verso donna Antonia, che non si era mossa dalla sua poltrona.
- Ci avevano avvertito…. – mormorò Antonia – …. Di non tenere i soldi in casa perchè qualcuno stava pensando di farci una bardana…. Abbiamo fatto portare tutto a Cagliari, da una persona fidata, a casa del cugino di mio marito, Ninni Sanna.-
Il temporale era cessato. Ora non c'erano più i tuoni a coprire i rumori dello scasso con cui i banditi mettevano il palazzo dei Tugia sotto sopra.
Qualcuno avrebbe potuto trovare il coraggio necessario per andare dal maresciallo dei carabinieri. Il maresciallo non avrebbe potuto far a meno di compiere il proprio dovere e di precipitarsi a casa nostra con almeno quattro carabinieri.
Bisognava andarsene. Uno dei banditi aspettava gli altri nella piazza, tenendo a bada i cavalli.
Senza nessun bottino, i banditi si dileguarono al galoppo.
Sentii i banditi scendere per le scale. Mi appiattii di nuovo contro il muro. Ancora una volta nessuno badò a me. Come fossi invisibile. Fu un miracolo della Madonna.
Da quella sera mio nonno perse l’uso della voce e divenne paralitico. Sua moglie era riuscita a salvare denaro e gioielli.
Adesso che don Pietro non poteva più muoversi e parlare la mia nonnastra era la padrona assoluta.
Il giorno dopo il tramonto sulla scogliera
Mio caro lettore, hai mai provato a fare una scopata al centro di una scogliera, al riparo di una torre spagnola, dichiarata pericolante dalla sovrintendenza, con un maestrale gelido che rimesta a forza nove il mare sottostante?
Se annoveri quest’esperienza conosci l’indolenzimento del giorno dopo.
Fui eroico sotto il maestrale. Sniffai salsedine come cocaina. Un acrobata tra le gonne al vento dell’ostessa. Ma devo porgere anche un omaggio a lei e alla sua maestria. Fece del vento il terzo amante. Un menage a trois quanto mai inebriante. (Amante –inebriante, che rima conturbante…).
Ma oggi, il giorno dopo, non riesco ad alzarmi dal letto. Ci sono crollato ieri sera: dopo aver varcato la soglia dell’albergo I tre merli la mia ostessa mi diede un bacio e si avviò verso le retrovie della cucina. Non mi restava che dirigermi verso la mia camera…
- Una doccia e scendo per cena.- le sussurrai, pizzicandole, ahimè che gesto volgare e scontato, il sedere.
Invece mi sono buttato vestito sul letto. Un minuto per rilassarmi, sento ancora il vento nelle orecchie. Un minuto…e sono le sette del mattino. Che avrà pensato di me l’ostessa, non vedendomi a cena?
Mi assale una timidezza adolescenziale. Non ho fretta di rivederla questa mattina. Afferro il manoscritto di Olga del Volga.
A raccontare stavolta è Zietta…..
Rosina è una nana. Fuggita di notte dal circo Zanfrina. I carrozzoni erano già in fila indiana nel Corso quando lei è sgusciata via, senza che nessuno se ne accorgesse. La mattina dopo ha trovato aperta la porta di casa nostra e vi si è infilata dentro.
Ha un accento continentale. Dice di essere di Modena. Il suo papà non sopportava che fosse una nana e la vendette al circo quando era bambina. Ma il padrone era buono e la trattò sempre come una figlia.
Morto un mese fa.
A ereditare il circo fu l'unico figlio. Un ragazzo cattivo: a Rosina la picchiava sempre e la costringeva a ballare il Can-Can in pista con lo scimpanzé.
Al centro della pista di sabbia, lei e la scimmia, tutte e due in gonnellino rosso e mutandoni neri, ad alzare le gambe e a aprire le cosce davanti al pubblico. E la gente a ridere e a battere le mani e a fischiare lo scimpanzé e Rosina, mentre il direttore batteva il tempo con il frustino.
Rosina dice che sa fare le pulizie e anche cucinare.
Ma è meglio non metterla ai fornelli perché le sue pietanze odorano un po' di strutto, un po' di patate, e si adagiano sul piatto con un aspetto sfatto.
Mia sorella Filomena si ha preso la nanetta a casa sua.
Filomena è stanca di dormire da sola con tutti quelle anime in agitazione per la casa. Magari se si accorgono che in casa c’è un’istrangia, una forestiera, gli spiriti se ne fanno la vergogna e se stanno più buoni.
Ora a Rosina le ha anche fatto fare dalla sarta, da Ciccita la trappera, la mamma di Lucia, un vestito da cristiana: blu, con il colletto bianco. E le ha pure comprato le scrapitte e un fazzoletto blu da mettere in testa quando va in basilica dalla Madonna. E lei, la nanetta nostra, è docile come una pecorella: dorme rannicchiata nel lettino aggiunto in camera di Filomena, e ha un respiro sottile sottile che sembra non ci sia. Gli spiriti della casa di mia sorella hanno smesso di andare e venire, forse non hanno cuore di disturbare Rosina.
Parla Olga del Volga
Le ossa di Donna Caterina sono più friabili ogni giorno che passa, e ora lei, da quanto è diventata minuta si perde nella poltrona dove trascorre le giornate.
Le sue parole rigirano su se stesse in una rotazione di senso contrario a ogni logica. Alle volte ripete la stessa frase alla ricerca ossessiva di un ricordo fallace ancora intatto in una memoria destinata a dissolversi.
Mi siedo accanto a lei, la ascolto, e faccio sempre cenno di sì. Ci sono molte parole che non capisco, però mi piace la cantilena con cui donna Caterina ninna le storie che mi racconta.
Sono le cinque del pomeriggio. E’ settembre. La campana della basilica suona con tocchi cadenzati, annunciando l’ennesimo funerale.
Il sole inonda la scalinata che porta alla chiesa. Chi ci sale non può fare a meno di voltarsi indietro, almeno per un attimo. In lontananza il mare brilla.
Il segno della croce. Una preghiera sottovoce.
- Per chi suona la campana?- chiede donna Caterina.
- Per un uomo. Quarantasei anni. Papà di due bambine. –
- Cos’ha avuto?-
- Non si sa. Si è sentito male mentre era in campagna. Ha telefonato alla moglie per chiedere aiuto e poi silenzio.-
Donna Caterina fa un cenno di assenso, ma dopo un secondo ha dimenticato cos’è accaduto. E ripete la domanda.
- Per chi suona la campana?-
Rispondo di nuovo.
E il dialogo si ripete.
Due volte.
Tre volte.
Quattro volte.
Sfinita donna Caterina china la testa e si addormenta.
Zietta racconta di Filomena
Quando osservo mia sorella Filomena, con il fazzoletto annodato sotto il mento per paura del mal d’orecchi, mi sembra un sogno che questa vecchietta sorda, vestita di nero, una volta sia stata tanto bella.
I giovanotti di Vùlcheri, ogni domenica, la aspettavano fuori dalla Basilica alla fine della messa cantata, solo per vederla mentre si levava dal capo il velo di pizzo nero e scioglieva al sole i capelli rosso dorati.
Filomena aveva un’amica, Matilde, orfana di mamma, e con lei, nella bella stagione, andava sempre a passeggio. Io ero ancora bambina e le guardavo uscire tutte e due a braccetto, mentre ridevano di nascosto.
Il padre di Matilde era vedovo da otto anni.
Era maggio. Ogni sera, il padre di Matilde, rientrava dalla proprietà e legava il cavallo all’anello di ferro conficcato nel muro di casa. A quel'ora sua figlia usciva a passeggio con mia sorella Filomena, in direzione di Fidine, tutte e due allegre come uccelli scappati.
- Andiamo a prendere il fresco. – gli dicevano.
I giovanotti facevano capannello nel corso e, chiacchierando fra loro, le guardavano passare. Quando Filomena e Matilde passavano vicino al gruppo di giovanotti acceleravano il passo, e abbassavano il capo nascondendo un sorriso.
Il vedovo le seguiva con lo sguardo. Il tempo trascorre veloce, invidioso della giovinezza.
La mia giovinezza io quasi non me la ricordo. Perché quando ero giovane cercavo di non avere mai tempo per uscire. Nessun giovanotto alzava mai la voce per farsi notare mentre passavo io nello stradone. Era meglio che mi rendessi utile in casa.
Ma Filomena e Matilde erano belle e facevano bene a non disprezzare la primavera, perché quella è la stagione in cui l’innamorato ti aspetta nell’angolo segreto dopo la curva di Fidine, per strapparti almeno un assaggio d’amore, mentre resisti senza convinzione. E quella stagione non sarebbe più tornata per loro.
Arrivò l’estate.
Eravamo ancora seduti a tavola, quando, nell’arco della porta del soggiorno, apparve zia Giovannica.
Zia Giovannica abitava in vicinato e aveva sempre qualcosa da fare o qualcuno da andare a trovare alle ore più impensate. La vedevamo dalla finestra mentre passava zoppicando, giù, nel vicolo, sotto il sole delle due del pomeriggio, rasente i muri come una Pantana, la strega del caldo, e dove andasse nessuno lo sapeva.
Zia Giovannica si materializzò nello stipite della porta.
Con lei era sempre così: spingeva il portone di casa socchiuso e saliva su per le scale, fino all’ultimo piano, senza che qualcuno riuscisse mai a sentire i suoi passi. Zoppicava per un ginocchio difettoso, ma il suo passo era felpato come quello dei gatti di Vùlcheri.
Le offrimmo una sedia. Zia Giovannica si accomodò a tavola tra Filomena e mia madre.
- Lo prendete il caffè, zia Giovannica?- le chiese mia sorella Giovanna.
- Siediti. Quando avrete finito di mangiare la frutta lo prenderemo insieme ….. Che belle si sono fatte le vostre figlie, Sebastiano Casule.-
Guardava Filomena e Giovanna. Io come se non esistessi.
Mio padre sorrise.
- Filomena, quanti anni hai?- chiese zia Giovannica a Filomena.
- Diciannove.-
- Non tarderanno a rubartela, Sebastiano.- si rivolgeva a mio padre, ma intanto fissava Filomena come se volesse frugarle il cuore.
Mia sorella arrossì.
- Perché diventi rossa?-
Rideva. Rideva di quel riso delle donne anziane che conoscono la vita e fanno le ruffiane.
Filomena scappò in cucina a preparare il caffè.
- Sebastiano – Giovannica si rivolse di nuovo a mio padre – qualcuno mi ha mandato da te a chiederti se può venire. A parlarti per Filomena.-
- E chi?-
Giovannica fece il nome del padre di Matilde.
- Ma ha trent’anni più di Filomena!-
Esclamò mia madre.
- E’ più bello di un giovanotto. Ha tanche e uliveti. E sempre carichi di olive. E bestiame. Poi Filomena e sua figlia, Matilde, sono come sorelle. –
Io trattenevo il fiato. Pensavo che forse era meglio essere nata settimina, brutta e con la pelle che si squama, così nessuno avrebbe mai mandato zia Giovannica per me.
Mia sorella sposò il padre di Matilde sei mesi dopo.
Passarono tre anni e il marito di Filomena fu colpito da un infarto. La morte se lo prese mentre si trovava in campagna, a controllare le donne che raccoglievano le olive.
Mia sorella restò vedova. Da allora veste di nero e il biondo rosso dei suoi capelli si è spento sotto il fazzoletto annodato.
Caterina riprende la parola
Zio Giacomo è ritornato a Vùlcheri. Non era più il caso che restasse a Cagliari ora che mio nonno, dallo spavento che si è preso quella notte della bardana, parla a singulti e non si alza più dalla poltrona.
Donna Antonia, la mia nonnastra, è felice come una Pasqua, ma cerca di non darlo troppo a vedere, altrimenti a Vùlcheri dicono che è allegra per la disgrazia del marito.
Zio Giacomo quando era a Cagliari è diventato un gran gerarca fascista e nessuno in paese osa più dirgli niente, tranne quell’indemoniato di Bibia Carrogna, ma quello è preda di Satana … e nonna Antonia dice che getta sempre la menzogna per calunniare la gente. Giacomino suo un impotente! …. Ma se lo sanno tutti chi è il vero padre del primo figlio di Lucia e Lorenzo ……
Adesso zio Giacomo si è messo a far la corte a mia cugina Maria, quella che ha insegnato a tutte le donne di Vùlcheri come si balla il tango argentino. Ogni volta che la vede passare, la ferma, e le chiede se dà anche a lui un po' di lezioni di ballo. Maria scappa sempre senza rispondere.
Ma l’ultima volta il tono della voce di mio zio non ammetteva repliche:
- Allora, quando posso venire a casa tua a imparare il tango? Chiederò il permesso a tuo padre, non ti devi preoccupare.-
Era una proposta seria.
Mia cugina rispose:
- Tra un mese. Ho ordinato dischi nuovi da Roma. Arriveranno tra un mese. Allora potrai parlare a mio padre.-
Maria invece, a insaputa di tutto il paese, era già fidanzata.
Un anno prima era venuto a Vùlcheri, per certi affari, un mercante d’olio di Sassari, accompagnato dal figlio, che studiava d’avvocato. Tra lei e il giovanotto era nata una simpatia. Con il permesso di entrambe le famiglie i due avevano iniziato a scriversi. Le lettere del futuro avvocato erano sempre indirizzate, per rispetto, al padre di lei, Giuseppe Casule, così nemmeno il postino aveva mai sospettato niente.
Maria non riusciva a mantenere tutta per sé la gioia di quell’amore segreto, così si confidava con me, la sua cuginetta Caterina.
Della sorella minore non c'era da fidarsi, una pettegola, e la madre pensava solo a piangere l’Argentina perduta.
Mia cugina mi leggeva le lettere del suo innamorato, lettere compite e in elegante calligrafia da giureconsulto, che zio Giuseppe, il futuro suocero, apprezzava molto.
Un mese fa, vedendomi annoiata delle forbite frasi del fidanzato sassarese, sorrise, mise un dito sulle sue labbra piene e scure, e mi mostrò la busta in cui era stata racchiusa e spedita quella lettera così amorevolmente tediosa.
Poi accostò la busta alla bocca e bagnò con la lingua i bordi del francobollo, fino ad ammorbidirne i lembi. Quindi con la punta delle dita lo staccò dalla busta. Nello spazio coperto dal francobollo, con una grafia minuta e senza fronzoli, ben diversa da quella utilizzata nella lettera, era scritto “ Un bacio in bocca dal tuo Tonino”.
Man mano che la corrispondenza proseguiva i baci nascosti dal francobollo galeotto andavano ben oltre la bocca, e Maria, sempre più innamorata, non si vergognava di farmi sapere dove sognava di metter lingua il suo quasi avvocato.
Ma è tornato zio Giacomo da Cagliari a romperle le uova nel paniere.
Secondo il parere di Peppa
Finalmente siamo tornati da Cagliari, perché don Pietro chi sa quanto campa ancora, e bisognava che il figlio fosse qui.
Ma don Giacomo, invece di occuparsi delle cose di famiglia, si è ammacchiato a Maria, e solo una miracolo di nostra Signora della Neve gliela può levare di testa. Che lei non sia nobile non gliene importa. Neppure la madre lo è mai stata. Meglio non dirlo cos’era donna Antonia prima di sposare don Pietro.
Maria è una bella picciocchedda, sana e pure ricca. Il padre, Giuseppe Casule, non le farà mancare niente. E Maria a donna Antonia non dispiaghede.
Custa picciocca si presenta bene e farà fare bella figura a suo figlio, e certe lingue pudide smetteranno di mettere in giro voci su don Giacomo …. che lui con le donne non ci riesce ….
Chiudo il manoscritto. Se voglio fare colazione devo decidermi a scendere nella sala e a trovarmi faccia a faccia con la mia ostessa.
Non mi fraintere lettore: sono felice di aver colto la ghiotta occasione amorosa di ieri sera sulla scogliera . O meglio di essermi lasciato cogliere. Di cosa ho paura, allora?
Cos'è questa inesprimibile timidezza?
Eppure da diversi anni non provo quest' euforia. Sarà stato il maestrale?
Conosco parecchie persone che non fanno altro che ribadire il concetto che la vita è una somma esponenziale di sciagure. A sentirli parlare sembrerebbe che la morte, essendo il contrario della vita, dovrebbe essere una fortuna.
Questa insoddisfazione costante darebbe da pensare che a parlare così siano persone malate o povere. Macchè: il loro portafoglio è pieno e godono di una salute invidiabile.
E quindi cos'è la gioia nel cuore? Un'ostessa compiacente, neppure troppo giovane, ma allegra, rassodata dall'esperienza, da un chirurgo plastico e dai massaggi alle terme di Sardara?
Fino a ieri sera ero convinto di essere un filosofo aspirante pezzente e pessimista. Bilioso quanto basta. Unica consolazione: l'arida eredità di un padre ricco, burocrate e notaio.
Ma può bastare quest'attempata belloccia, una tenutaria di locanda, per affermare che il piacere esiste e finchè si è in vita se ne può godere?
E per questo che ho il timore di incontrarla stamattina. La mia ostessa. E se rivedendola scoprissi che tutto è stato frutto della mia fervida immaginazione?
Stavo in una camera oscura e ho aperto una finestra sull'orizzonte sterminato che mi stava di fronte. Non voglio richiuderla.
La travagliata storia del matrimonio di Maria
In sala l'ostessa non c'è. Scabuzzo nell'atrio dell'albergo. E' dietro il banco della hall, intenta ad accogliere un piccolo gruppo: una dozzina di donne tutte brutte, dalle gambe appesantite e il sedere grande. Ciarlano a voce alta, mentre l'ostessa annota il loro nome nel registro.
Mi passa vicino il cameriere con un dente sì e uno no. Incuriosito dallo spettacolo gli chiedo da dove provengano tutte quelle femmine.
- Da Serramanna. Un pellegrinaggio alla Madonna della Neve che custodiamo in basilica.-
Vado a sedermi al mio tavolo. L'ostessa è troppo impegnata con le bigotte e il cameriere mi serve il caffè con un sorriso. Inquietante. Il sorriso. Il caffè è ottimo.
Per dimenticare i miei sogni infranti mi rituffo nel manoscritto di Olga del Volga. Non interromperò più Caterina. Voglio sapere chi sposò Maria.
Sembrava cosa fatta. Tempo un mese e zio Giacomo si sarebbe presentato a casa di Giuseppe Casule, accompagnato dalla madre.
A Vùlcheri si era sparsa la voce che i Tugia avevano già impacchettato l’anello di fidanzamento da regalare a Maria.
Invece mia cugina Maria è fuggita a Roma e da Roma in Argentina.
E' stato uno scandalo grande. Zio Giuseppe si è chiuso in casa e ha detto che per lui Maria è come morta.
Hanno trovato le lettere, tra lei e l’impiegato della casa discografica, quella a cui Maria ordinava i dischi di tango. A tutti e due piaceva la stessa musica. E l’impiegato era pure sposato.
Mai nessuno aveva sospettato niente. Quindici giorni fa Maria disse al babbo che, se si doveva proprio fidanzare con don Giacomo, bisognava andare a Cagliari per comprare un po’ di corredo e qualche vestito nuovo, in fin dei conti il promesso sposo era un marchese della famiglia dei Tugia e lei non poteva sfigurare.
Il padre - quella figlia era la stella dei suoi occhi - le comprò il biglietto della corriera e la rifornì di tutti i soldi che voleva. Così Maria partì per Cagliari, ospite di una zia, sorella del babbo.
Ma, una volta a Cagliari, mia cugina, al posto del corredo e dei vestiti nuovi, aveva fatto il biglietto della nave per Civitavecchia. Da Civitavecchia in treno per Roma, dove l’aspettava il suo impiegato della casa discografica.
Una passione travolgente come la musica.
Maria e l’impiegato erano fuggiti per l’Argentina sulle note del tango. Perchè nessuno si preoccupasse avevano spedito due belle lettere: una a zio Giuseppe e l’altra alla moglie dell’impiegato. I due fuggitivi chiedevano perdono e accusavano la Forza dell’Amore come unica vera colpevole.
Zio Giuseppe sembra impazzito: mostra quella lettera a tutto il paese, piange e dice che vuole raggiungere la figlia in Argentina per ammazzarla. E lui che credeva che la sua Maria sarebbe diventata marchesa di Tugia!
Zietta racconta la vera storia del matrimonio di Maria
Un mese fa mio cugino Giuseppe Casule venne a trovarmi. Era disperato. Tutti in famiglia, quando sono disperati, ricorrono a me. Io sono la loro Zietta, non ho problemi perché non mi sono sposata e non ho figli, quindi ho il compito di ascoltarli. Sono mezzo sorda e i miei parenti credono che io non senta le loro cattiverie, ma solo il loro dolore, quando lo riversano su di me.
Don Giacomo Tugia si era messo a corteggiare Maria. E andava dicendo per tutta Vùlcheri che aveva intenzioni serie. Donna Antonia aveva anche preparato l’anello. Non si poteva rifiutarlo: l’offesa sarebbe stata troppo grande.
- Lo sai cosa si dice di lui. Sarà anche un marchese, ma io ho solo due figlie, belle e sane. Maria … è una stella … la guardano tutti ... se la do a quello lì non solo non avrà mai dei figli …. me la farà morire ... a casa mia uno così non entra. -
- Magari sono solo fantasie di Bibia …-
- Bibia ha gli occhi aperti... su tutto il paese … è scemo …ma vede anche le cose che noi non possiamo vedere. E poi …-
- E poi?-
- Non sono cose che si dicono a una donna, a una zitella come te.-
- E tu, perché vieni a confidarti con tua cugina zitella se certe cose non le devo sapere?-
- Hai ragione, Tommasina, ma non sono cose belle a dirle davanti a una donna perbene…signorina come te poi..... a Cagliari … don Giacomo … andava sempre con i suoi camerati in quelle case … quelle chiuse... che ci vanno solo gli uomini …e si sa che è andato tante volte proprio in una ... una casa ...molto famosa... nel quartiere della Marina... la padrona la chiamano La Parisina ... una casa con tutte le comodità che puoi desiderare... letti buoni ..pulizia ...e quindici o quattordici ragazze... di prima scelta...Una casa sicura... protetta dal Fascio... organizzata meglio di un collegio... tariffe precise ... con l'orologio alla mano... il portiere in livrea... come nelle case Continentali... e le ragazze ... tutte giovani e vestite di mussola…bionde, brune, castane e rosse, per tutti i gusti... ma anche se sono vestite di mussola ... bagasse restano …. e agli altri clienti raccontavano certi particolari … di don Giacomo …che non c'era buono... e all'inizio, ogni volta dopo che se ne andava gli ridevano dietro … e lo mettevano in burletta …
Lui se le ha girate tutte.... tanto già pagava don Pietro... perché …voleva trovare quella che... quella con cui gli riusciva... e invece non gli riusciva mai... allora ha detto che la colpa era delle ragazze della Parisina e una volta pagò doppio e si portò due ragazze al piano di sopra e invece di... iniziò a picchiarle... tanto che alle urla arrivò di corsa anche la Parisina... gli aveva dato le migliori...ci mancava solo che gliele rovinasse... quelle sì che rendevano... meglio di dieci tanche... ma lui per poco non ammazzava anche la Parisina... sono usciti dalle camere anche gli altri clienti... e la Provvidenza ha voluto che c'era un colonnello... uno che conosce personalmente anche Mussolini... e don Giacomo appena l'ha visto si è messo sull'attenti... Il giorno dopo Peppa ha fatto i bagagli e lei e don Giacomo son ritornati a Vùlcheri. Hai capito?-
- Tu come le sai queste cose, se non ti muovi mai da Vùlcheri?-
- Le storie dei bordelli girano …tra noi... uomini … quella sera c’era qualcuno che era amico di qualcuno di Vùlcheri e così.. parlando… uno lo dice all’altro… le cose si sanno … e poi già lo sai…-
- E cosa? -
- Beve … e molto … questo a Vùlcheri lo vedono tutti…. Peppa dice che don Giacomo ha la sbronza cattiva, alza le mani anche su sua madre… e uno che picchia la mamma…. figurati come picchierà la moglie …-
- Ohi, e Caterina, la piccina nostra che vive in quella casa…. –
- Tommasina, finiscila. Caterina la mattina va scuola e il resto della giornata lo passa qui con voi. Peppa la viene a prendere sempre dopo cena. Il nonno ormai è rimbambito e neanche la vede. E donna Antonia, con quel figlio ha altre gatte da pelare.… -
- Peppa mi ha detto che la porta della bambina la chiude lei stessa a chiave ogni notte per stare tranquilla… e la chiave se la tiene sempre addosso… forse per il momento Caterina è ancora al sicuro...-
- Invece Maria, figlia mia d’oro, se si sposa a quello è rovinata per tutta la vita... Perché don Giacomo non va a chiedere una Serralutti o una Sanna che sono nobili come lui? … Ma nessuna di quelle dame.... anche se lui ha tanto di marchesato... sta sicura che nessuna se lo piglia... e allora.... perché se lo deve prendere mia figlia? Per me non è da meno di una contessa: è così bella, è ricca e poi è già promessa!-
- Promessa? e a chi, che non ne sapevo nulla?-
- Zitta, mì, che non ne sa niente nessuno, neanche la mamma….. da un anno si scrive con uno che è quasi avvocato..... Un bravo ragazzo..... di Sassari..... Dà l’esame per procuratore tra pochi giorni, e dopo l’esame dovevamo fare il fidanzamento …Invece adesso… Lo sai di chi è il figlio? ....è figlio di… -
e mi fece il nome di quel commerciante a cui avevo venduto cinquanta litri d’olio la scorsa stagione.
- Se lo viene a sapere don Giacomo …. -
- Ma a te cosa te ne importa? Sarà anche marchese, ma certi tempi sono passati… mandagli a dire che Maria è già impegnata.-
- Non è così, no...Tommasina! Don Giacomo a Cagliari ha fatto carriera nel partito fascista. Me l’ha racconato Peppa. L’appartamento di via Manno era sempre pieno di tutti quei gerarchi …pezzi grossi ..Tommasina … prepotenti che si coprono l’uno con l’altro … Se don Giacomo viene a sapere il nome del fidanzato di Maria…-
- E cosa vuoi che gli faccia?-
- Molto può fare. Anche rovinargli l’esame … basta una parola alla persona giusta … il fidanzato di Maria è un bravo ragazzo …serio … ma di politica … ha la tessera del fascio …questo sì … e chi non c’è l’ha? …se vuoi vivere …lavorare … ma se ne sta in disparte …pensa a studiare … non a fare la camicia nera … Con le sue conoscenze… don Giacomo potrebbe anche far cacciare quel ragazzo dallo studio dove ha iniziato a fare pratica …-.
All’inizio la mia idea gli non piacque.
Che scandalo! … far passare Maria per una puttanella che scappa di casa con un uomo sposato, mai conosciuto prima, se non per lettera. Una cosa da romanzo … Non se ne parlava neanche…. Era quasi peggio che darla a Don Giacomo…
Ma Giuseppe è buono e vuole molto bene alle sue figlie. Maria poi…per lui … è tutta la vita … e ha ragione … perché quella ragazza è una pietra d’oro.
Maria aveva minacciato di uccidersi se l’avessero fidanzata con don Giacomo.
Allora Giuseppe decise che era meglio sopportare lo scandalo piuttosto che finire in tragedia.
Si accordò in gran segreto con la famiglia del fidanzato sassarese e organizzarono la fuga. Il matrimonio di notte nella chiesetta di Santa Imbenia, in campagna, a celebrare don Gavino, un prete amico del fidanzato sassarese, e nessuno ne doveva saper niente.
Durante i primi mesi a Sassari, Maria sarebbe rimasta nascosta in casa dei suoceri. In attesa che don Giacomo se la dimenticasse. Allora l’avrebbero presentata ad amici e parenti dicendo che il giovane avvocato e la fresca mogliettina si erano conosciuti e sposati in Continente.
Ma per gli abitanti di Vùlcheri Maria doveva rimanere per sempre una ragazza scappata in Argentina con un uomo sposato.
Don Giacomo e la nana
Esco dalla locanda. Una passeggiata per le strade di Vulcheri. Attraverso i viottoli acciottolati in salita. Su fino alla basilica. L'aria è luminosa. Il maestrale è cessato. Il sole quasi primaverile. L'odore del paese è buono. E io mi sento meno astioso. Verso il mondo. Verso l'università. Verso Racetti.
Sassari è solo a novanta chilometri da qui. Ma ora per me è come se ci fosse di mezzo il mare. Tre giorni qui: un'immensità temporale.
C'è silenzio tra queste stradine. Molte case sono disabitate. In vendita. Abbandonate.
Poco movimento. Qualche donna anziana con le buste della spesa.
Il piazzale davanti alla basilica è in pieno sole. La chiesa domina solitaria sul colle. Un campanile a ciascun lato del corpo centrale dell'edificio. "Santa Maria Cornuta": così i più irriverenti chiamano questa chiesa , per questi due corni architettonici.
Dal piazzale si gode un panorama da guida turistica.
Lo sguardo compie un percorso di 180 gradi e si estende dal golfo del Sinis al promontorio di Capo Marargiu, verso Nord, e, nelle giornate senza foschia è possibile individuare in lontananza la bianca scogliera di Capo Caccia posta a delimitare il golfo di Alghero.
Oggi è una giornata limpida. E io guardo la costa occidentale della Sardegna estendersi dal Sinis ad Alghero. Lontano. Oltre le colline ricoperte di oliveti e i campi.
Mi siedo su un muretto. Di fronte al panorama da guida turistica. Apro il manoscritto di Olga del Volga. Non c'è un'anima in in giro.
La situazione ideale per riprendere la lettura del manoscritto di Olga del Volga. Con la matita sottolineo i passi che dovrei migliorare per rendere pubblicabile questa storia.
Parla Bibia Carrogna
Da quando era fuggita dal circo, Rosina, la nana, era il cucciolo di tutto il paese. Dolce come un cagnolino raccolto per strada. Il passo goffo delle sue gambe corte lasciava pensare che scodinzolasse. Fissava chiunque le rivolgesse la parola con i suoi occhi castani, miti e fiduciosi.
Ogni volta che mi portava l’elemosina da parte di Filomena, e mi guardava dandomi la monetina, io credevo di non essere mai entrato nel cerchio del sabba infernale, e mi sembrava di ritrovare l’indulgenza di mia madre, quando mi accarezzava i capelli con le sue dita profumate.
Perché Rosina odorava dello stesso sapone di mia mamma.
Solo don Giacomo la osservava con ribrezzo. Il marchese se ne stava seduto a uno dei tre tavolini del Caffè Italia, la bettola del Corso dove insieme con gli altri oreri, gli sfaccendati di Vùlcheri, passava le giornate a ubriacarsi.
- E’ un’infelice che bisognerebbe sopprimere. Per lei stessa. Perché smetta di soffrire. –
commentava a voce alta.
Nessuno aveva il coraggio di contraddirlo.
Ma quando, quella sera di febbraio, ubriaco come san Lazzaro, la incontrò nel vicolo dietro la casa di Filomena, gli venne una nuova idea.
Il cielo terso e stellato preparava la gelata notturna.
Io avevo quasi voglia di piangere per il freddo inconsolabile che mi attanagliava.
Vidi Rosina attraversare il vicolo, chissà quale commissione aveva fatto per Filomena, portava un pacchetto fra le mani, dei sospiri di mandorle?… Nello stesso momento risaliva per quel vicolo don Giacomo, un’enorme ombra scura incontro alla minuscola ombra di Rosina.
Non passava nessun altro. Io era come se non ci fossi perché il demonio mi ha reso invisibile.
Si può entrare in una montagna, ma non nel cuore di un uomo, diceva mia madre. Che cosa ci fosse nel cuore di don Giacomo quando la sua ombra avvolse quella di Rosina lo sa solo l’inferno.
Il parere di donna Antonia
Adesso dicono anche che mio figlio ha messo incinta la nana. Ma se gli fa schifo solo a guardarla. Perché, c’è qualcuno che li ha mai visti insieme?
Chissà chi è stato … sarà stato Giuseppe Casule … non è il cugino di Filomena? E la nana non vive forse a casa di Filomena…. Quella vecchia non sapeva cos’altro fare che prendersi in casa sua una nana… non lo sanno i Casule che quando uno è segnato da Dio bisogna tenerlo lontano? Una nana che viene dal circo … Chissà cosa le hanno insegnato quando stava tra i carrozzoni! Che razza di piroette avrà imparato in pista….
E' stato di sicuro Giuseppe Casule, uno che torna dall’America con una moglie indiana matta …. e la figlia… Maria… che ha insegnato quel ballo da donnacce a tutte le femmine del paese… ma poi si è visto che fine ha fatto lei pure… ballando il tango … quella Maria …che si voleva sposare a mio figlio … e suo padre andava in giro a dire di essere il suocero di don Giacomo Tugia…. Ringrazino che mio marito ha perso l’uso della parola …. Ma parlo io per lui!
Quello che Zietta non avrebbe voluto sentire
Rosina non esce più di casa. Sta rannicchiata nel suo letto e piange.
Mia sorella Filomena non capisce cos’abbia. Ho mandato Caterina a chiamare il medico, Bastianino Zampa.
Bastianino non è un gran dottore, ma non ci ha messo molto a capire che Rosina aspetta un bambino.
- Chi è stato? Non devi avere paura di parlare, io sono come il prete e se vuoi guarire devi dirmi la verità! -
- Il marchese, quello che ride e sputa sempre quando m’incontra nel Corso.-
- Ma se tutti dicono che lui non …-
si meraviglia Bastianino.
Io sono zitella e queste sono storie che non dovrei sapere, il Signore mi ha fatto mezzo sorda apposta perché non le sentissi … ma il mio udito è capriccioso e si risveglia sempre per ascoltare quello che non deve.
Le considerazioni di Bibia Carrogna
Quella prima volta nel vicolo ghiacciato era stata illuminante per don Giacomo. Rosina era l’unica donna di fronte a cui gli si drizzava e gli si manteneva.
Per lo stesso motivo per cui lei gli faceva schifo: era una nana. La prima femmina che riusciva a dominare …che non lo avrebbe giudicato … che finalmente gli era davvero inferiore …
Curarsi bene con quella e poi, quando fosse stato sicuro di essere guarito, ma guarito una volta per tutte, ritornare a Cagliari, per riprovare nelle case chiuse. Nessuna puttana gli avrebbe più riso dietro.
Dopo quella prima volta, che aveva dovuto usare la forza, convincere Rosina a incontrarsi ogni notte con lui non fu difficile.
Lo udii sussurarle che se si fosse rifiutata avrebbe raccontato tutto a Filomena: che era stata lei ad andare a fargli delle proposte, perché lei era una nana che veniva dal circo ed era abituata a fare sempre così con gli uomini che le piacevano.
Filomena era una donna come si conviene e l’avrebbe buttata fuori di casa… perché una di quelle in casa non l’avrebbe mai tenuta … e la smettesse di piangere e si provasse di andare a dire che lui l’aveva costretta con la forza … lui…l’ultimo marchese dei Tugia, andare con una nana del circo Zanfrina …. Ma siamo tutti foras 'e concas, fuori di testa?
Furono, quelli tra Rosina e il marchese, incontri notturni che odoravano di calcinacci e polvere, tra le mura di una casa abbandonata, nella strada ripida che sale fino alla Basilica. Coiti disperati tra i gatti randagi che abitavano laggiù. Rapporti rapidi e scarsi, giusto il tempo in cui Don Giacomo riusciva a tenerlo dritto, ma per il marchese era sempre meglio che niente.
Per Rosina una vergogna schifosa da seppellire nella memoria.
Zietta racconta (e continua a sentirci benissimo)
Bastianino Zampa ci ha ordinato di farle una camomilla a Rosina e di lasciarla riposare. Meno si agita meglio è.
Siamo andati nel salottino di Filomena a parlare.
- Rosina non sarebbe mai dovuta restare incinta. –
dice.
- Come? Non ho capito… Alzi la voce dottore. –
Al contrario di me Filomena continua a essere sorda anche quando è il caso di sentirci bene.
- Questa gravidanza la ucciderà… è una nana … il feto diventerà troppo grande per il suo utero … lei non potrà … tra cinque mesi, sei al massimo … sarà come se la spaccasse da dentro.-
- E non si può…fermare la gravidanza?-
chiedo.
Sono sordastra, ma in questo momento sento benissimo anche se Bastianino sussurra.
- Un aborto? …Io non ho studiato per fare certe cose … interrompere la gravidanza con la propria volontà è peccato mortale… bisogna rassegnarsi alla volontà di Dio … e poi… ormai… è troppo tardi … Rosina avrebbe dovuto parlare prima … troppo avanti… nessuna di quelle donne che sistemano queste cose sarebbe più in grado… e se qualcuna se la sentisse di aiutarla a perdere il bambino … Rosina potrebbe morire di emorragia e allora lo scandalo toccherebbe pure a voi … che l’avreste aiutata a cercare di abortire … c’è la prigione per queste cose… e voi siete delle signore … avete già fatto abbastanza … non ecco che l’avete accolta a casa vostra? Vuol dire che così doveva succedere. Sia fatta la volontà di Dio.-
Aveva detto bene il dottor Bastianino Zampa a Rosina: lui è come il prete, e ragiona come il prete... .
Dai ricordi di donna Caterina
Nessuno mi volle spiegare cosa stesse accadendo. Ma non ce n'era bisogno. Se hai otto anni e le orecchie fini capisci benissimo quello che succede intorno a te.
Trascorrevo la mattina a scuola, pranzavo a casa di Zietta e zia Giovanna, il pomeriggio a giocare in strada e poi a fare i compiti di nuovo a casa di mie zie Giovanna e Tommasina, dove cenavo anche. A palazzo Tugia ormai tornavo solo per dormire. Nessuno, tranne Peppa, se ne accorgeva.
Però zia Giovanna diceva che se non ci fossi andata almeno per la notte, nonna Antonia mi avrebbe portato via anche quel poco che mi spettava di diritto.
Suo figlio, mio zio Giacomo, aveva già messo le mani sull’appartamento di via Manno, che mio padre aveva comprato a Cagliari prima di morire, quando eravamo tornati in Sardegna dal Continente.
Così continuavo a fare il mio dovere: ogni sera a casa di mio nonno e prima di andare a letto, passavo a salutarlo.
Don Pietro, nella sua poltrona, assomigliava a una pianta asciugata dalla siccità, il capo chino verso la spalla destra, il volto ora giallo ora congestionato, e la bocca irrimediabilmente storta.
Cosa capisse mio nonno quando lo salutavo non mi interessava. Non mi poteva più dare i soldi per le mentine e perciò di lui non mi importava nulla.
Passò l’inverno. La primavera esplose in un’estate torrida. A settembre Rosina era grossa come un pallone pronto ad esplodere.
Zietta racconta come finì la storia di Rosina
Appena abbiamo seppellito Rosina, mia sorella Filomena è ritornata a sentire i fantasmi. Agli altri spiriti ora si è aggiunto quello della nanetta.
Speriamo solo che non urli come ha fatto in punto di morte, ma che si limiti a rovistare tra le posate e a spostare le sedie come tutti gli altri fantasmi.
In ogni caso io sono sorda e i fantasmi non potrò mai sentirli.
Sollevo lo sguardo dal manoscritto e, come in un film inglese, davanti a me, sullo sfondo del panorama da guida turistica, si staglia la figura dell'ostessa dei Tre merli.
Sorride e mi si siede a fianco, sul muretto.
Ma non era indaffarata ad accogliere le bigotte di Serramanna?
La pelle della mia locandiera profuma di sugo e la sua camicia di bucato asciugato al sole e al vento.
Vorrei farle un complimento.
- Signora lei è una via di mezzo fra un condimento per ravioli e un filo da stendere carico di biancheria lavata con il sapone di Marsiglia.-
Potrei dirle. Non lo dico. Me ne guardo bene. Però la guardo. Anzi la fisso intensamente. Come in un film inglese.
Nessun segno d'imbarazzo da parte sua. Mi prende di mano il manoscritto di Olga del Volga. Lo sfoglia.
E poi racconta.....
Olga, quando usciva dal palazzo dei Tugia per fare la spesa, passava in albergo per scambiare due chiacchiere. Aveva bisogno di sfogarsi, poverina.
Donna Caterina in quel periodo aveva dei terribili accessi d’ira.
- Occhi di signora come lupo.-
mi diceva Olga.
- La signora racconta sempre tante storie, belle storie, come favole... poi... all’improvviso... i suoi ricordi la mettono in agitazione... e allora inizia a urlare e mi dice delle cose brutte... parole terribili.... maledizioni.... non si possono ripetere ...non pensavo che una signora così conoscesse quelle parole...ieri...quando la volevo accompagnare in bagno a lavarsi... mi ha graffiato il viso e le braccia. Guarda...-
E mi faceva vedere certi segni rossi sulla pelle che neanche un gatto selvatico...
Olga un po' piangeva e un po' rideva. Ma era stanca. La marchesa non la faceva dormire.
- Donna Caterina... la notte..... gira per tutto il palazzo. Si appoggia ai muri o alla ringhiera delle scale.... Io ho paura.... e se cade? La seguo sempre, ma di nascosto, guai se quella si accorge che la spio. Poi, all’alba, la vecchia si trascina in camera sua.....
Allora diventa come una bambina e mi permette di sistemarla a letto. .... A cuccia sotto le lenzuola dorme che sembra già morta.... Innocente come un pupo. -
La voce della mia ostessa ha un'inflessione bassa e morbida. Mi piace come pronuncia la "esse": le dà un ritmo musicale sfiorando con la lingua gli incisivi bianchissimi.
- Ci pensi?- mi dice - cosa deve essere galleggiare a un passo dalla morte, ancora vivi in un mondo popolato di fantasmi?-
La guardo e penso che ho fame. Non voglio le sue elucubrazioni filosofiche. Voglio i suoi ravioli. Conditi con quel sugo di pomodoro di cui profuma la sua pelle. E poi voglio sdraiarmi nelle sue lenzuola che, sono sicuro, profumano di bucato come la sua camicia.
Ma lei non ha fretta di ritornare in albergo.
- E le sederone di Serramanna?-
le chiedo.
- Hanno sistemato i bagagli e sono uscite con il prete. Prima giro turistico del paese e poi qui in basilica per la messa. C'è tempo.-
- Ma è ora di pranzo.-
- Sono solo le dieci e mezzo.-
- Non hai da fare ?-
- La cuoca se la cava benissimo da sola.-
- Non cucini sempre tu?-
Ride.
- Qualche volta. Se necessario faccio di tutto. Servo anche a tavola, lo hai visto. Ma sono la proprietaria. L'albergo rende e posso permettermi tutto il personale necessario. Fammi leggere il manoscritto di Olga.-
Mi prende di mano il manoscritto e inizia a leggere ad alta voce le annotazioni della badante bielorussa....
L’autunno a Vùlcheri è la stagione più bella. Dopo gli acquazzoni di fine agosto e di settembre la terra perde il giallo e la polvere della siccità estiva. Sul monte Cerro i boschi riacquistano progressivamente l’umidità profumata del sottobosco e spuntano i primi funghi. A fine ottobre il maestrale che sale dal mare scuote violentemente i rami dei castagni: cadono sul terreno nero le foglie e i ricci.
Il palazzo dei Tugia non risente di quei primi freddi: le grosse mura hanno accumulato il calore estivo e ora lo rilasciano lentamente.
La parola a Zietta
Sono di nuovo i Santi. Quest’anno apparecchieremo anche per nuovi morti.
Giovanna ha aperto la prima bottiglia di conserva della stagione e ha preparato un sugo speciale per la pastasciutta che cucineremo stanotte per i defunti. I nuovi arrivati al mondo dell’aldilà sono ancora nostalgici della vita sulla terra e devono essere rassicurati sul fatto che noi non li dimentichiamo.
Mia sorella ha soffritto la cipolla, aggiunto la carne di manzo tagliata a pezzettini con il coltello grande, che abbiamo appena affilato, e l’ha lasciata rosolare lentamente. Poi ha stappato la bottiglia di conserva, una di quelle preparate da me quest’agosto, con i pomodori dell’orto di Funtana, e l’ha aggiunta alla carne e alla cipolla. Il profumo del sugo si è diffuso per le scale, e, dalle finestre aperte, fin nel vicolo.
Caterina, che arriva in questo momento, sale di corsa per le scale ridendo.
- Zia Giovanna, dammi un pezzo di pane bagnato nel sugo!-
dice, entrando in cucina senza neanche salutare.
- Ma solo poco … non mangiartelo tutto … basta così: la pastasciutta dei morti deve essere ben condita, altrimenti pensano che non gli vogliamo più bene.-
le risponde Giovanna, porgendole il pane rosso di sugo.
E’ un piacere guardare Caterina gustare quel pezzo di pane e sugo. In quindici giorni è cresciuta, ha le guance colorite e ci sorride allegra come non ha mai fatto, nonostante debba continuare a vestirsi di nero da capo a piedi.
Ma le ultime morti hanno reso il suo lutto più leggero …anche se lo dovrà portare ancora per parecchio tempo, altrimenti la gente di Vùlcheri avrà da dire.
Penserà che non gli voleva bene a don Pietro, a donna Antonia e allo zio Giacomo, l’eterno riposo dona loro Signore.
La parola a Caterina
Il notaio Ciccito Serralutti era arrivato a palazzo Tugia chiamato da donna Antonia.
Pensavano che io non capissi perché lei e zio Giacomo l’avevano fatto venire. Ma Zietta me l’aveva spiegato da tempo:
- Stai attenta, perché, se chiamano il notaio, è per far riscrivere il testamento a tuo nonno. Vogliono levarti tutto. Ti lasceranno solo due lire di legittima. E quando morirà don Pietro ti manderanno dalle suore. Alla fine convinceranno anche te a diventare suora. Per non darti la dote. Come hanno fatto a quella che ti sta facendo studiare a scuola il maestro Demuro…-
- La suora dei “Promessi Sposi”? La monaca di Monza? -
- Come a lei … tu stai attenta e se portano il notaio da don Pietro, ascolta bene quello che diranno, che poi mi devi far sapere...tutto.. …ma bene ... -
- Perchè?-
- Perchè a tutto c’è rimedio, tranne che alla morte. Rosina è morta e per lei ormai rimedio non ce n’è più … ma tu sei mia nipote e se Antonia e Giacomo vogliono tolglierti quello che ti spetta.... avremo da vedere... -
Il notaio Serralutti arrivò ansimando e zoppicando per la gotta. Era piccolo, grasso, con i lineamenti delicati. La barba non gli era mai cresciuta in vita sua, solo qualche rado pelo bianco in vecchiaia. L’uomo più ricco di Vùlcheri.
Redigeva testamenti per gli altri, ma avrebbe fatto meglio a scrivere il proprio: con quella gotta, quel cuore, e quel sangue diabetico molto tempo non gli restava. Se non si decideva a far testamento, i parenti si sarebbero scannati tra loro, mentre era ancora caldo nella bara, perché lui non aveva né moglie né figli, e ogni fratello, cugino e nipote avrebbe preteso la sua parte.
Ma Ciccito Serralutti, per la gioia di cugini, nipoti, cognate e fratelli, diceva a tutti che avrebbe lasciato i suoi beni alla Madonna.
L’arciprete, non appena glielo riferirono, iniziò a fargli visita tutti i giorni. Ciccito lo accoglieva con il rosario in mano, ma quel testamento non si decideva a scriverlo. Finché lui prometteva alla madre di Nostro Signore di farla sua erede, lei lo avrebbe mantenuto in vita, ma una volta che il testamento fosse stato scritto, l’avrebbe di sicuro voluto con sé in Paradiso per premiarlo. Meglio quindi procrastinare. E ripeteva questa parola …procrastinare... gonfiando le guancette grasse, e neanche l’arciprete capiva bene cosa il notaio intendesse dire …
La parola a Bibia Carrogna
Quando il maestro Demuro porta la sua classe a passeggio per i boschi del monte Cerro, io li seguo da lontano. Esce dalla scuola con i suoi alunni in fila per due. I bambini si tengono per mano, il maestro sta davanti, con lo sguardo sperso nel cielo autunnale, sparso di nuvole grigie tra cui il sole si fa strada a tratti, forando per un attimo la malinconia dell’estate conclusa.
Un’illusione di luce e calore su cui le nuvole riprendono presto il sopravvento.
Il maestro Demuro non ha bisogno di tenere sotto controllo gli scolari: lo seguono come i topi seguivano il pifferaio magico di cui mi raccontava mia mamma.
Mia mamma non era una donna ignorante, sapeva leggere, era di buona famiglia e possedeva tanti libri, che aveva portato con sé quando si era sposata ed era venuta a vivere qui, da Cagliari a Vùlcheri. Dopo che io vidi il demonio e diventai scemo, la gente disse che erano stati i libri di mia madre a farmi vedere il diavolo, perché certe cose le vede solo chi legge troppo: i libri fanno vedere ciò che nessuno dovrebbe conoscere…. la colpa era tutta di mia madre che mi aveva allevato senza insegnarmi a distinguere la realtà dalla fantasia.
Non passa molto tempo che i bambini mi indicano e il maestro Demuro si accorge che io li sto seguendo. Non mi rimprovera e non mi scaccia.
Io ascolto il maestro Demuro parlare: mi sembra di sentire mia madre. Il maestro racconta storie non proprio adatte ai suoi piccoli alunni, mentre tutti insieme camminano nel bosco, come non erano adatte a me le storie che mamma mi raccontava da bambino.
Caterina è la più minuta, la prima della fila. Non perde una parola di quello che il maestro dice.
La parola a Zietta
Hanno escluso Caterina mia dall’eredità.
Donna Antonia ha chiamato Peppa per fare da testimone al testamento, e anche il mezzadro, quel venduto di Costantino Are. Lo hanno fatto salire apposta dalla tanca di Santu Larentu per dire che tutto era secondo la legge… e hanno firmato, Costantino e Peppa, analfabeti come sono.
Adesso è Giacomo l’erede universale di don Pietro marchese di Tugia: si prenderà pure la parte del fratello morto, la parte di don Alberto, che spettava a nostra nipote Caterina.
A Caterina non toccherà un bel niente. Neanche la medaglietta d’oro della Madonna che sua mamma portava al collo.
Peppa ha firmato, ma poi ci ha racconatato tutto. Quel mulo di Ciccitto Serralutti ha letto a voce alta tutte le ultime volontà di don Pietro.... la volontà di don Pietro...!.... le volontà del figlio prodigo e di quel demonio di Antonia...nel testamento hanno pure fatto scrivere che Caterina, quando morirà suo nonno, passerà sotto la tutela dello zio Giacomo.
Te l’immagini? Caterina sotto la tutela di don Giacomo … Dio solo sa cosa farà quel demonio della mia piccina .
Cosa disse Caterina
Il maestro Demuro ci ha raccontato una storia nuova. Un romanzo, ma non è adatto a noi bambini. E allora perché ce l’ha raccontato?
Perché quel libro è un capolavoro.
Il maestro Demuro è fatto così: ogni tanto racconta una storia, cose terribili, che noi bambini non dovremmo proprio sapere.
Perché quando legge un libro deve parlarne a qualcuno. Ma nessuno a Vùlcheri lo sta ad ascoltare. Tranne noi, i suoi alunni: a noi piacciono le sue storie.
E’ ottobre. Passate le prime piogge è ritornato il sole e sono spuntati i funghi. Così, da un paio di giorni, non facciamo più lezione dentro l’aula, ma nei boschi del monte.
Io cerco di essere sempre la prima della fila: non voglio perdere neanche una parola di quello che il maestro Demuro ci racconta.
Cosa disse Zietta
Caterina mi ha raccontato la storia di una ragazza in collegio dalle suore. La ragazza stava sempre a leggere libri, di quelli con la dama e il cavaliere, amigati insieme, con tutto che la dama era pure sposata. Ma anche se faceva quella cosa con il cavaliere, io vorrei proprio sapere com’è, anche se Filomena mi dice sempre “Non ti sei persa niente, a me mi faceva schifo e basta”, ma il marito di Filomena aveva trent’anni più di lei, chissà se fosse stato quel giovane che la sbaciucchiava dietro la curva di Fidine, se adesso lei diceva così….
E insomma, anche se il cavaliere e la dama facevano quella cosa, non importava che lei fosse sposata perché allora tra dame e cavalieri si usava così.
Alla ragazza, Emma si chiamava, a forza di leggere tutte queste storie le idee si erano confuse. Sposò un medico e doveva starsene contenta, perché era nata figlia di fattore.
Però i libri le avevano dato alla testa. Emma era proprio bella e così uno dell’alta società, uno con molte tanche, a vederla si era punto gli occhi e si era messo a farle la corte.
A lei sembrava di vivere in uno dei suoi romanzi.
Ma l’amico era come quei cacciatori che catturano la preda per il gusto di prenderla e poi la danno in pasto ai cani. E dopo che Emma gli aveva dato quello che tutti gli uomini cercano la gettò via.
Ma Emma ci aveva preso gusto e non era passato molto tempo che aveva un altro amico. Questo qui non era ricco, ma era bello come il sole e sapeva parlare e scrivere che la incantava.
Uno studente di Parigi. E lei lo andava a trovare a Parigi e insieme si giravano la città in carrozza. E quella cosa la facevano anche dentro la carrozza.
Chissà se a Filomena avrebbe fatto schifo farlo in carrozza?
Cosa aggiunse poi Caterina
Ho racconatao a Zietta la storia di Emma Bovary, quella del romanzo che piace tanto al maestro Demuro: ha ordinato subito il libro da Nicolino Collu, che a Vùlcheri vende volumi, giornali e quaderni.
Dopo un mese il romanzo è arrivato dal deposito di Cagliari.
Ho provato a leggerlo anch’io, ma era troppo noioso. Mi ci sono persa dopo le prime pagine.
Zietta invece l’ha letto tutto di seguito, senza fermarsi mai, finché è arrivata alla fine. Ogni tanto ne urlava qualche passo nell’orecchio di zia Filomena, che scuoteva il capo e commentava:
- Tuttos macchines! Tutte follie! -
Contorsioni della mente umana, se le assecondi ti perdi come Emma. Macchines!
Zietta ha finito il romanzo. Ora è come se un pensiero la tormentasse. Va sempre più spesso a frugare nel suo armadio a muro. Rovista. Non si capisce cosa cerchi. Poi rivolge lo sguardo verso l’ultimo ripiano. Al barattolo del veleno per topi. Ma in cantina in questi giorni topi non ce ne sono.
Cosa commentò Zietta dopo aver letto il romanzo
Come Emma abbia trovato il coraggio di avvelenarsi con l’arsenico per i topi….
Mia sorella Filomena dice che si deve tagliare il filo dei propri pensieri perché un’idea cavalca l’altra e poi non si distingue più la realtà dall’immaginazione.
La vita è come vuole Nostro Signore, quello che è stato non ritorna, in cammino tuttos s’acconza, non stare in pensamentu, guarda come è finita quella, come si chiama? Emma Bovaria, sempre leggendo, sempre pensando e sempre almanaccando, come Bibia sempre a forza di leggere i libri di quell’altra mancante di sua madre, che arrivava da Cagliari, e che se ne era portata in dote una cassa. Tuttos macchines!
Ma questa Emma Bovaria non ha avuto una cattiva idea, l’arsenico è proprio quello che ci vuole.
L'ostessa racconta
La mia locandiera interrompe la lettura.
- Ritorniamo ai Tre merli?-
le chiedo.
- Olga ti ha detto come morì donna Caterina?-
- Di vecchiaia, immagino.-
-Non ne ebbe il tempo.-
Riprende a raccontare.......
Donna Caterina ultima marchesa di Tugia del feudo di Vùlcheri stava male. Peggiorava a ogni ora: funghi. Erano stati i funghi. Gli ovuli colti sotto i lecci nel bosco di Regu.
Glieli aveva portati Efisio, il figlio di Costantino, quello che era stato il mezzadro dei Tugia.
Ovuli e gamberi.
Donna Caterina era sempre stata golosa di funghi. E aveva chiesto ad Olga di cucinarglieli subito. Ovuli e gamberi. Gamberi freschi. Pescati a Bosa e comprati nella pescheria del Corso.
- Come la famosa ricetta dello chef del ristorante Mesu die.- la interrompo.
Già prima di leggere il manoscritto di Olga del Volga e di venire qui a Vùlcheri, avevo sentito parlare della maggiore attrattiva del luogo: il ristorante Mesu die.
Il miglior ristorante di tutta la Sardegna, citato fin anche dal Times, è qui, in questo paese di tremila anime scarse, dove gli abitanti a uno ad uno muoiono di vecchiaia, e i giovani studiano e scappano via, oppure non studiano, ma scappano via lo stesso, e al loro posto arrivano i milanesi.
I milanesi comprano a poco prezzo gli antichi palazzi in rovina, su cui gli eredi si erano accapigliati per decenni, senza mai risolvere niente, fino a lasciarli cadere in malora, sempre meglio che permettere al fratello, alla sorella, al cugino, di diventarne
padrone. Tetti sfondati, infissi marciti e aperti su stanze dagli intonaci crollati.
Ed ecco arrivare i milanesi industriosi che tutto comprano e tutto ristrutturano affidandosi ad Anacleto, l’architetto bergamasco. Il primo a capire che affare fosse impadronirsi di quelle case vuote.
Vùlcheri è un paese a soli tredici chilometri dal mare. A tredici chilometri da una baia bianca e azzurra.
Un depliant perfetto: un paese in cima alla collina, affacciato su distese di oliveti, alle spalle il massiccio del monte Cerro, con i boschi di querce, castagni, mirti e lecci, a occidente il mare cristallino.
Un'offerta unica: dalle finestre di quei palazzi diroccati, tra gli infissi sconnessi, si gode il tramonto sulla baia e si respira il profumo dei boschi.
Il colpo di genio di Anacleto: ristrutturare i palazzi nobiliari fatiscenti e venderli a quei padani arricchiti che sognano di essere i signorotti di un feudo immaginario.
Signorotti milanesi abituati frequentare i ristoranti e a lasciarci un mucchio di soldi.
Qusta volta fu un sardo a intuire l'affare: un cuoco nativo di Oristano, Efisio Pistis. Efisio aveva lavorato per anni a Portofino e conosceva bene milanesi e padani simil-milanesi. Capì che i nuovi accuditi avevano bisogno di un sentore di raffinatezza cittadina tra i vicoli di cui s'immaginavano nuovi padroni. Così nacque il ristorante Mesu die, santuario della cucina raffinata. Famoso il suo antipasto autunnale di gamberi distesi su un letto di ovuli crudi, spruzzati da un pinzimonio di olio e limone.
Chi ebbe la fortuna di gustare quel piatto tentò di riprodurre la ricetta a casa sua. Un pranzo, una cena e un altro pranzo....la voce si sparse... la ricetta divenne di moda a Vùlcheri.... come le scarpe a punta ai piedi delle donne. Fu l'ostessa de I tre merli che l'insegnò a Olga. La badante consceva quanto a donna Caterina piacessero i funghi. Così provò a presentare alla signora il nuovo accostamento: ovuli e gamberi.
Fu un successo. La vecchia mangiò tutto senza lamentele. S'incantò per per quell'accostamento di funghi e gamberi. E iniziò a chiedere sempre più spesso quel piatto.
Racconta la mia ostessa.....
Efisio, il figlio di Costantino, quello che era stato il mezzadro dei Tugia, conosceva la debolezza di donna Caterina per i funghi, e le aveva portato un cestino di ovuli, che aveva raccolto lui stesso sul monte, nel bosco di Regu, proprio dove il maestro Demuro portava i suoi alunni a far lezione e a raccogliere funghi.
Olga era corsa in pescheria per comprare i gamberi freschi e preparare il piatto preferito della marchesa.
Aveva tagliato i funghi a fettine sottili, li aveva disposti su un piatto e vi aveva adagiato sopra i gamberetti freschi, appena sbollentati e sgusciati, bagnandoli con un filo di olio e limone.
- Profuma di mare e di bosco. -
aveva detto donna Caterina.
A Olga non piacevano né i gamberi né i funghi. Si limitò a imboccare la padrona che, raddolcita da funghi e gamberetti, sembrava una belva ammansita.
L'ostessa interrompe bruscamente il proprio racconto e riprende a leggere ad alta voce dal manoscritto di Olga del Volga
Parla Caterina
Mio nonno ha sempre avuto un debole per i funghi. Porcini. Marroni e gialli. Profumano della terra nera dei suoi boschi sul monte. Delle foglie di quercia e di leccio. Dell’ombra umida tra le rocce coperte di muschio. Di cinghiale e di lepre. Costantino, il mezzadro, oggi gliene ha portato un cesto.
Subito la mia nonnastra Antonia ha messo Peppa a cucinarglieli. Adesso lo vizia il marito. Tanto è accosto a morire. E ha fatto il testamento come voleva lei.
Parla Bibia Carrogna
Mi aggiravo intorno al palazzo dei Tugia, odorando le cantonate, come un cane che non sa dove pisciare. Fu allora che sentii le grida provenire dall’interno.
La mia formosa locandiera solleva lo sguardo dal manoscritto e mi dice...
Olga vide donna Caterina in preda alla convulsioni, le dita sottilissime della mano afferrare i braccioli della poltrona. Un rivolo di sangue misto a bava le scendeva dall’angolo delle labbra.
....poi riprende a leggere...
Dal manoscritto di Olga del Volga: Bibia Carrogna continua a raccontare
Dottor Bastianino Zampa all’inizio fece finta di non sentirmi.
Gli buttavo giù la porta a calci e a pugni, urlavo fino a farmi bruciare la gola. Ma lui meglio soffocava sotto le coperte. Tra le sue lenzuola stantie di scapolo ingiallito.
Aprire la porta di casa sua a Bibia Carrogna?
Come spalancarla al demonio.
Dottor Bastianino Zampa a me mi teme. Tre segni di croce tutte le volte che m’incontra, perché ho ballato il sabba con Satana nella piazza del convento.
Quando chiude l’ambulatorio e passa nel Corso per rientrare a casa sua, lo aspetto davanti al Caffè Italia, per dare spettacolo agli oreri che contano le ore standosene seduti a tavolino.
- Dottor Bastianino Zampa…. dottor Bastianino Zampa ….. – lo chiamo con voce che viene da s’isthomacu, dallo stomaco, e gli alito in faccia – Papè satan papè satan aleppe!-.
Rovesciando le pupille all’indietro fino a fargli vedere il bianco dei miei occhi.
- Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo! - grida Bastianino.
Mi traccia la croce davanti al viso e le mani gli tremano.
Gli oreri ridono.
Bastianino fa un salto indietro, stringe al petto la sua borsa da dottore, e corre via, una lepre, per tutto il Corso.
Gli oreri applaudono e mi gettano monetine.
Niente da fare: l'ostessa non riesce a leggere il manoscritto tutto di fila. S'interrompe di nuovo, solleva il capo e mi dice ....
Olga correva per il Corso, cercando aiuto. Ma a quell’ora del pomeriggio in giro per Vùlcheri non c’era nessuno. Arrivò in fondo al Corso. Neanche una persona. Avrebbe potuto suonare il campanello di qualche casa. Ma tutte avevano le persiane chiuse. Non sapeva neanche quali erano quelle ancora abitate e quelle invece ormai vuote? E poi, come spiegarsi?… improvvisamente le mancava la parola.
Il pensiero correva veloce in bielorusso, ma per lo spavento le mancavano le parole in italiano.
Olga se ne stava lì, in mezzo al corso deserto, quando si accorse che la saracinesca del negozio di Margherita era tirata su a metà. Sbirciò dentro. La proprietaria era intenta a riordinare le scarpe dentro le scatole.
Olga si chinò e bussò alla vetrina. Margherita non la sentiva, aveva la musica a tutto volume. Olga picchiava con i pugni sul vetro. Il quel momento Margherita si voltò, quel paio di scarpe arrivate stamattina meritava di essere messo in vetrina.
Vide Olga che boccheggiava dietro il vetro. Si precipitò ad aprirle la porta del negozio.
- Signora Caterina …. Sangue… saliva… così dalla lingua e dalla bocca. Male… sta male… muore.–
Margherita capì che non c’era tempo da perdere e si precipitò al telefono:
- Pronto? Guardia medica? Sono Margherita Perria, la proprietaria del negozio al Corso. C’è qui la badante di donna Caterina, …. la marchesa….. quella che vive a Palazzo Tugia….sì sì… proprio lei. La badante dice che sta male …. Male ….. molto male. Vomita sangue …. mi sembra di capire… non parla bene l’italiano … la badante …. Non sa dov’è la casa? …Dottore mi dia il tempo di chiudere il negozio e vengo a prenderla …. L’accompagno io da donna Caterina…..arrivo.-
Abbassò la cornetta.
- Olga, torna a casa da donna Caterina. Sto arrivando. Porterò il dottore. –
Spinse la badante fuori dal negozio. Abbassò la saracinesca del negozio e corse in direzione della guardia medica.
Olga, che non era neanche sicura di aver capito bene, ritornò veloce da donna Caterina.
Mi riapprioprio del manoscritto di Olga del Volga. Ora sono io a leggere a voce alta....
Quanto riferito da Bibia Carrogna
Fu il vicinato, richiamato dalle mie urla , a sfondare la porta di Bastianino Zampa. Il dottore se ne stava rannicchiato nel suo letto, stringendo il rosario tra le dita e invocandosi alla Madonna. Gli misero a forza in mano la borsa da medico, che era lì ai piedi del letto. Due uomini lo tenevano per le braccia mentre un terzo gli infilava i pantaloni sotto la camicia da notte e un altro gli metteva i piedi nelle scarpe.
Non trovando né la giacca né il cappotto gli avvolsero una coperta sulle spalle e lo trascinarono in strada spingendolo a furor di popolo verso il palazzo dei Tugia.
Ma la mia ostessa, tutta presa dai suoi ricordi, non sembra molto interessata a quanto ho appena letto, e riprende il suo racconto...
Quando la guardia medica vide donna Caterina non poté far altro che diagnosticarne l’agonia. Sintomi da avvelenamento.
Olga portò al medico il piatto di portata con i funghi e i gamberi avanzati. La guardia medica osservò i funghi.
- Amanite falloide. Molto facile scambiarla con l’ovulo. Non c’è più niente da fare.-
Il dialogo tra me e l'ostessa sembra un duetto tra due cantanti di un melodramma: ognuno di noi prosegue seguendo la propria partitura, rivolto al pubblico in platea. Quel pubblico sei tu, mio caro lettore. Così, non appena la mia procace locandiera tace per riprendere fiato, io proseguo con la lettura ad alta voce del manoscritto.
Quello che aggiunse Caterina
Dottor Bastianino Zampa non si era mai trovato davanti a un caso di avvelenamento. All’inizio non ci capì niente. Mio nonno don Pietro, nonna Antonia e zio Giacomo si contorcevano come fanno le anguille di Cabras sul tavolo di marmo prima che Peppa tagli loro la testa e le infili nello spiedo con una foglia di alloro.
Sulla loro pelle spuntavano di attimo in attimo vescicole bianche da cui fuoriusciva sangue e pus. Vomitavano bava e sangue. Non riuscivano a controllare i propri sfinteri.
Peppa correva dall’uno altro, cercando di ripulirli alla meglio e di rinfrescare loro la fronte con un panno bagnato.
- Cos’hanno mangiato? –
- Funghi, su duttò, porcini del monte.-
- Ne sono rimasti?-
- Un piatto.-
- Portalo qui.-
Peppa corse in cucina e ritornò con un piatto di funghi fritti. Dottor Bastianino sollevò una di quelle frittelle: il fungo originario era irriconoscibile, avvolto com’era in quella crosta dorata e oleosa.
- Boletus diabolicus.- diagnosticò il dottore.
L'ostessa non si dà per vinta: è ansiosa di raccontarmi l'ultimo atto della vita di donna Caterina....
I funerali di Donna Caterina, ultima marchesa di Tugia, furono l’occasione mondana dell’autunno.
Le scarpe a punta andavano un po’ meno di moda. Era ritornato il decolté in vernice, arrotondato sul davanti, con il tacco a rocchetto. Signore e signorine di Vùlcheri assediavano il negozio di Margherita per rinnovare in fretta e furia il proprio comparto scarpe e accessori.
Nel frattempo a Vùlcheri erano arrivati gli eredi cagliaritani. Donna caterina non aveva lasciato nessun testamento. Conveniva vendere tutto per poi dividersi i soldi.
Anacleto, l’architetto bergamasco, aveva già trovato un imprenditore milanese disposto ad acquistare il palazzo dei Tugia. Il progetto di ristrutturazione e di riqualificazione dell’edificio era pronto da un anno: giaceva nello studio del previdente avvoltoio Anacleto, in paziente attesa che donna Caterina tirasse le cuoia.
Il nostro architetto bergamasco sa fiutare la morte dei proprietari dei palazzi di Vùlcheri in anticipo. Quando si è compiuta la volontà di Dio il suo progetto di ristrutturazione è bello che steso. Non c'è funerale in cui Anacleto non sia presenta a fare le condoglianze. Non c'è funerale in cui Anacleto non si proponga come intermediario per la vendita di case e terreni. Le sue conoscenze in Alta Italia fanno di lui la persona giusta. I continentali, si sa, hanno soldi e iniziativa.
Ora che l'ostessa finalmente tace non resta che da leggere le ultime due pagine del manoscritto di Olga del Volga. E poi anche questa storia sarà finita.
Zietta svela un retroscena
Sapevo che Bastianino Zampa non ci avrebbe capito niente.
Peppa invece capì subito e quando le diedi quella bustina con l’arsenico, e mi disse di non preoccuparmi del dottore:
- Bastianino este unu baballottu.-
Peppa svela l'ultimo retroscena
Gliela avevo detto io a Costantino, il mezzadro, se trovava funghi di portarli, che a don Pietro gli piacevano tanto. Porcini, di quelli gialli sotto, che glieli facevo fritti con la pastella a su mere, che chissà se l’anno prossimo ci sarebbe stato ancora a mangiarli. E pure a donna Antonia e a don Giacomo gli piacevano quei funghi fritti come li faccio solo io, Peppa.
E glieli avevo preparati croccanti e fragosi .. non avessi saputo che nella pastella ci avevo messo sa meighinasa de su sorighe, la medicina dei topi, me ne mangiavo anche io uno prima di portarli a tavola.
Boleto de su demonio ha narrau su dottore, un miracolo che a Peppa i funghi non le piacciono e che Caterina aveva già cenato a casa delle zie. Altrimenti con don Pietro, donna Antonia e Giacomino suo ci trovavano anche noi due avvelenate.
Un cero di ringraziamento alla Madonna della Neve. E un lumino per le anime del Purgatorio. Pace all’anima loro.
Caterina nostra adesso non la tocca più nessuno. Ora sa mere, la padrona, è essa.
Epilogo
E’ autunno. Ed è novembre. E la nebbia agli irti colli piovigginando sale. E sotto il maestrale urla e biancheggia il mar.
Margherita nel suo negozio consulta il catalogo primavera – estate, che le ha lasciato il rappresentante di Roma. Quello che la rifornisce abitualmente. A luglio ritorneranno i turisti. Arriveranno finalmente anche i milanesi che hanno comprato il palazzo di donna Caterina. Bisogna rifornirsi di merce.
Io? Mi sono trasferito definitivamente a Vùlcheri. Insegno italiano e storia nella scuola media del paese.
Il professor Racetti? E' bastata una telefonata. Felicissimo di assegnare a una nuova ricercatrice, mi dicono alta e bionda, la mia borsa di studio.
Il concorso per il miglior romanzo inedito scritto da un extracomunitario che viva in Sardegna? Hanno premiato Chi Cazz'è.
Olga? E' ritornata in Bielorussia. Dove non scorre il Volga. Ma io continuo a chiamarla Olga del Volga.
L'ostessa? L'ho sposata il 30 ottobre. Una cerimonia sobria al comune di Vùlcheri.
Il manoscritto di Olga del Volga? Eccolo qui, mio caro lettore, forse un giorno lo pubblicherò.
Fine
Romanzo a puntate: versione integrale testo di tellina