Il tappeto

scritto da giancarlov
Scritto 14 anni fa • Pubblicato 14 anni fa • Revisionato 14 anni fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di giancarlov
gi
Autore del testo giancarlov

Testo: Il tappeto
di giancarlov

IL TAPPETO.



Non so bene perché avessi accettato l'invito a partecipare all'inaugurazione di una mostra di tappeti persiani antichi. Di solito la visione di quei bellissimi manufatti che mi appaiono innanzi per pochi minuti per poi, inarrivabili, sparire per sempre dal mio orizzonte, finisce per procurarmi un sottile e malinconico senso di impotenza. Ma quella volta una serie di circostanze abbastanza curiose aveva finito per obbligarmi ad intervenire.
Vagai per qualche tempo per le sale illuminate e scintillanti di colori dai riflessi di seta, finchè scorsi un corridoio che, contrariamente al resto, non era molto illuminato e sembrava condurre nella parte più vecchia e forse non ristrutturata dell'edificio. Ai lati c'erano alcune porte, ma chiuse. Giunsi a quello che sembrava il termine, ma con sorpresa mi accorsi che al di là della volta che si abbassava, il corridoio continuava e forniva l'accesso ad alcune piccole stanze, più simili a celle di un antico monastero che a vani di un moderno edificio.
Per terra, accatastati alla rinfusa, stavano parecchi tappeti, alcuni ancora arrotolati, altri adagiati senza alcun ordine uno sopra l'altro. Nulla di eccezionale. Mi attendevo di trovare qualcosa di sorprendente e invece mi trovavo in quello che probabilmente era una specie di magazzino. Stavo per ritornarmene nelle sale frequentate dell'esposizione quando, nell'angolo di destra della stanza, scorsi il profilo d'un uomo.
Probabilmente, all'inizio, data la semioscurità dei locali, non l'avevo veduto. E poi il suo vestito, se così si poteva definire la lunga tunica che lo ricopriva, aveva gli stessi disegni colorati dei tappeti da cui era circondato: era come se si fosse mimetizzato nella multiforme magia dei medaglioni e delle aiuole fiorite riprodotte in quei manufatti.
Se ne stava nobilmente seduto su una pila di tappeti secondo la maniera orientale, e il suo viso, dall'età indefinibile, ma traspirante un senso di mansuetudine e di serenità, era fisso: come se stesse contemplando l'intero universo, invece del vuoto che stava di fronte e intorno a lui.
Quando si rese conto che l'avevo visto e lo stavo osservando, accennò un leggerissimo inchino del capo e un indecifrabile sorriso. Solo allora mi accorsi che sulla tunica variopinta che indossava, campeggiava al centro un albero con molte diramazioni. Conoscevo il disegno per averlo visto su alcuni tappeti esposti in vari musei: era l'albero della vita, raffigurazione cara a tante civiltà antiche per la sua allusione al tema della conoscenza del bene e del male, della vita che scorre nelle sostanze visibili o sfuggenti all'occhio dell'uomo...

- Certamente tu non conosci la storia del tappeto più vasto del mondo, - disse il vecchio con una voce melodiosa, ma dai toni profondi.
- No.
- Devi sapere che lo scià Abbas il Grande, quando sentì che il suo lungo regno non poteva durare ancora per tantissimi anni, cominciò a intristirsi, perché si era accorto che, nonostante le grandi conquiste e le meravigliose costruzioni che aveva fatto erigere, la sua opera avrebbe sofferto della vendetta del tempo, il suo più acerrimo nemico. Decise allora di accingersi all'impresa che lo avrebbe dovuto rendere immortale nella storia dell'uomo.
Eravamo nel secondo decennio di quello che voi in Occidente, superbi della durata del vostro dominio e ingenui come bambini che non conoscono i limiti dell'area ristretta del giardino in cui giocano, chiamate il XVII° secolo.
Stupito dell'incontro e ancor più di quell'esordio inaspettato, dai toni di favola, ma preciso come un'iscrizione funeraria, non seppi far di meglio che chiedergli:
- Ma tu chi sei? Qual è il tuo nome?
Il vecchio sorrise. Mi sorpresi a pensare che però lo vedevo sorridere più attraverso gli occhi che non con le labbra, che erano rimaste immobili. Appoggiò il mento sulla mano sinistra racchiusa a pugno, come per meditare profondamente, poi rispose:
- Il mio nome è Ghiyas. Ma per fortuna vedo che non mi conosci, altrimenti la tua fronte non rimarrebbe così sgombra da domande. Ma non è questo, per ora, su cui devi meditare. Vuoi ascoltare il resto del racconto?
Invece di rispondere, mi sedetti su un'alta pila di tappeti, appoggiando la schiena al muro e cercando di guardare diritto negli occhi il vecchio.

«Un mattino che le rose col loro profumo gli ebbero ricordato che al tempo della vita succede quello della sfioritura, decise. Fece chiamare il tessitore più bravo di tutta la Persia e gli disse:
- Io da te voglio il più mirabile tappeto che sia mai esistito, sia per grandezza che per tessuti pregiati; la lana tu la farai venire esclusivamente dal Turkestan. Ma la più grande meraviglia di questo tappeto deve essere il suo immortale messaggio: voglio infatti che tu, attraverso i meravigliosi disegni che tu sai intessere, annodi con le tue mani in questo tappeto la vera visione del mondo. No, non replicare. Ti verrà affidata la stanza più grande di questo palazzo: là tu farai costruire un immenso telaio e là farai ammucchiare la soffice lana delle pecore orientali, la seta che proviene dalle brume dell'Est e il filo d'oro che io ordinerò venga battuto apposta per te. Ma attento, una volta terminati tutti questi preparativi, tu solo dovrai entrare in quella stanza. Da solo devi lavorare ad intessere la vera visione della storia.
- Ma io non conosco la storia del mondo, né tanto meno mi è nota la verità dei fatti accaduti, - protestò con voce fievole il tessitore, terrorizzato dal compito spaventoso che lo attendeva.
- Tu avrai a disposizione tutti i più grandi saggi del nostro Impero e del mondo conosciuto. Saranno chiamati qui a palazzo e tu potrai interrogarli a tuo piacimento. Temo però che tu non abbia compreso esattamente cosa voglio da te. Tu non devi intessere la storia del mio regno. Tu devi raffigurare il profondo senso nascosto di tutta la storia dell'uomo.
Vedendo il terrore che si diffondeva nel viso del suo suddito, lo Scià ebbe un sorriso di compassione. Soggiunse poi con voce più bassa:
- Non preoccuparti. Nessuno sarà in grado di contraddire la verità che andrai rappresentando; gli uomini parlano ognuno una lingua differente e la Divinità, che tutto dispone, guarda con un sorriso di indulgenza alle verità eterne che gli uomini periodicamente edificano.
- Ma tu, o Signore del Largo Oriente, mi stai dicendo che non esiste la Verità che tu vuoi che io intessa nel tappeto: come posso io allora annodarla nel mio ordito?
- La verità sta nel percorso che ciascuno compie; e questo è ciò che tu dovrai scoprire e raffigurare nei mille disegni di cui intesserai il tappeto. Ma ora basta, non voglio più discutere. Inizia a lavorare e vedrai che, strada facendo, capirai ciò che devi fare. L'importante è che tu lavori col filo dell'anima.
E così lasciò il povero tessitore frastornato e pensieroso, sparendo tra le mille colonne multicolori della sua reggia.
Tabriz, così venne poi chiamato il tessitore di cui nessuno conosceva il nome, ma di cui si sapeva il luogo di provenienza, non dormì tutta la notte, né le notti che seguirono, finché le rose, con il loro profumo fattosi dolorosamente penetrante, gli ricordarono che il tempo non poteva più attendere.
Un mattino si decise: avrebbe iniziato i lavori e avrebbe costruito il tappeto giorno per giorno seguendo l'ispirazione. Parecchi mesi passarono e nella stanza immensa, nel luogo più interno del palazzo, sotto le cupole altissime di ceramica turchese, incominciò a far erigere l'immenso telaio. Due tronchi diritti e altissimi, fatti venire dai nebbiosi paesi del Nord, vennero piantati nel pavimento e sostenuti con supporti laterali. Nessuno aveva mai visto una costruzione simile e lo stesso Tabriz si chiedeva se quella struttura, in fondo semplice ampliamento di una tecnica primitiva ma efficace, avrebbe potuto funzionare. Ma non gli veniva in mente nessun'altra soluzione per il suo progetto. Fece poi collocare un lungo tronco orizzontale.La sua idea era molto semplice: da lì sarebbero scese le lunghissime catene dell'ordito e poi dal basso verso l'alto avrebbe cominciato a far passare i fili della trama e ad annodare i suoi doppi Senneh. Da ultimo si fece costruire un immenso traliccio con una piattaforma mobile ed una cesta in cui sarebbe entrato per lavorare man mano che il tappeto sarebbe cresciuto in altezza.
Terminati tutti questi lavori, fece dire a tutti gli operai di abbandonare la reggia. Le volte della stanza, che fino a quel momento avevano risuonato degli assordanti rumori della costruzione, lentamente vennero invase dal silenzio.
Tabriz si ritrovò solo davanti alla sua anima. Capì subito che gli sarebbe stato impossibile progettare l'intera opera con chiara consapevolezza di tutto l'insieme: avrebbe concentrato la sua attenzione sul piccolo pezzo a cui lavorare, preoccupato della perfezione del piccolo tassello, anche se incapace di concepire l'intero mosaico. Ma, per nascondere questo agli occhi indiscreti di chi avrebbe potuto vedere la sua opera e, soprattutto del suo stesso sovrano, decise che non avrebbe lasciato visibile se non quella piccolissima parte su cui stava annodando i suoi fili, nascondendo il resto con grandi drappi di canapa.
In fondo - lo intuiva un po' confusamente - avrebbe nascosto anche a se stesso la sua opera: un po' per non rimanere impotente dinanzi all'immensità del suo compito e un po' per concedersi l'illusione che il suo lavoro procedeva con coerenza, anche se non sapeva esattamente in che cosa consistesse questa coerenza.
E cominciò giorno per giorno ad annodare con infinita pazienza, ma con una rapidità con cui solo lui sapeva lavorare, milioni e milioni di doppi nodi.
Iniziò così una bordura a più fasce che riempì con i disegni stilizzati di tutti gli elementi vegetali da lui conosciuti, separati fra di loro da iscrizioni tratte dal più saggio dei libri. Passò poi a comporre un infinito "herati": da un loto centrale, simbolo di felicità ma anche della fertilità della vita e della creazione continua, si dipanavano migliaia di rose, di palmette, di foglie di pino. E poi gli animali: il leone e il falco, la gazzella e il gallo e tanti, tanti altri che però lui componeva giorno per giorno, senza sapere come si sarebbero collocati nel disegno generale. Lo sosteneva il suo istinto sicuro e il suo mestiere, conquistato in anni trascorsi con le dita agili sul telaio e la mente ariosa, felice nel creare.


Trascorsero i mesi. Turbinarono i giorni infuocati, riempiti dai vortici della sabbia rovente sollevata dal vento; si distesero le ore nell'attesa dei dolci tramonti dell'autunno, mentre il sole moriva languidamente all'orizzonte; cristallizzarono i minuti tra i piccoli bianchi aghi di pioggia gelata, che crepitavano sui tetti ricchi di ceramica o affondavano silenziosi sulle capanne di fango e di sterco, finchè le menti si aprirono di nuovo alla luce.
E un mattino di primavera venne lo Scià per vedere l'opera fino ad allora compiuta. Tabriz stava lavorando da giorni e giorni all'azzurra figura di un airone.
- Ti ringrazio o tessitore del Nord, - disse lo Scià, guardando il piccolo rettangolo scoperto e l'altra opera ricoperta di teli di canapa. - Ti ringrazio per l'augurio che oggi tu mi stai facendo. So che l'airone è simbolo di lunga vita e davvero "Colui Che Non Si Può Nominare" finora mi ha donato una lunga vita e un lungo regno. Spero che la Sua misericordia lasci ad ambedue il tempo per vedere l'opera compiuta.
- Anch'io lo spero o Signore della Terra e del Mare, come spero che gli uomini che abitano oltre il mare apprezzino i doni che tu hai loro inviato ed imparino ad amare questi nostri tappeti.
- Come fai tu che sei sempre solo, rinchiuso in questa stanza, a conoscere i miei segreti? - disse lo Scià, meravigliato di ciò che il tessitore gli andava dicendo.
- Non devo io avere una ampia visione del mondo per continuare l'opera che tu mi hai affidato? - gli rispose con tono umile ma malizioso l'abile artigiano.
- Ma lasciami vedere un po' della tua opera, - disse lo Scià, sollevando un lembo di un grande telo che copriva il tappeto prima che Tabriz potesse impedirglielo.
Il Signore del Largo Oriente rimase interdetto. Ciò che gli appariva era qualcosa di caotico e incomprensibile, un insieme di milioni di nodi senza senso apparente. Si voltò verso il tessitore con lo sguardo corrucciato e interrogativo:
- Non mi starai ingannando, spero! Lo sai che io sono tremendo nella vendetta come generoso con chi mi ama.
Il povero tessitore cominciò a tremare.
- Oh Signore di tutta la Persia, io conosco quanto te l'intero disegno del tappeto. Come posso essere io così presuntuoso da pensare di essere nella mente di Colui Che Annoda l'Universo?
Lo Scià rimase colpito nel profondo dalla frase dell'umile artigiano.
- Hai ragione, mio compagno di viaggio, - disse l'imperatore del Largo Oriente. - Forse è solo superbia la nostra e non desiderio di conoscenza. Ma come potremo sapere se tutto il nostro lungo lavoro avrà un senso compiuto una volta terminato?
- A questo non c'è una risposta che la nostra mente possa darci, -disse con voce bassa, ma non rassegnata, il tessitore.
- Tu sei molto saggio, - disse dopo qualche tempo lo Scià. - Speriamo che il tempo ci lasci qualche ora per conversare una volta che tu avrai terminato il tuo lavoro".

Le estati avvamparono; gli inverni trascinarono i loro venti lamentosi sui deserti irrigiditi della Persia; ma i bianchi fiori di loto tornavano di nuovo ad occhieggiare negli stagni. Tabriz si incurvava sempre di più sotto il peso di una vita che si allungava e le sue dita si muovevano talvolta a fatica tra i fili del dolore; ma la sua anima cantava.
Ora lavorava a parecchi metri dal suolo, sempre più vicino alla ceramica turchese della cupola che dominava, illuminandola, l'immensa stanza. Anche lo Scià veniva ora più raramente a controllare il lavoro e ogni volta il suo colloquio era più breve: quasi che, man mano che le azioni e le verità raffigurate nel tappeto crescevano, la necessità di parole diminuisse.
E venne finalmente il giorno che Tabriz terminò di annodare le lunghe frange della parte superiore del tappeto. Una lunga corda teneva l'immenso telo di canapa che ricopriva il tappeto.
Tabriz si fermò a fissare il vuoto dinanzi a sé.
«Quando si termina un lavoro del genere,» si ritrovò a dire a sé stesso ad alta voce, «l'unica speranza è che la morte giunga il più presto possibile a spegnere la propria mente annichilita.»
In quel momento entrò nella stanza lo Scià sorretto da due servitori. L'inverno della vita aveva reso il suo viso rugoso e pallido come il deserto durante le tempeste di vento.
- Tessitore, a che punto sei? disse con voce malferma e ansiosa, mentre faceva cenno ai due servitori di lasciarlo solo seduto sul gradino di marmo rosa ai lati della sala.
- Ho finito, o mio Signore.
- E com'è l'opera?
- Oh, io non lo so proprio, o mio Signore.
- E...si può vederla? - disse il Signore del Largo Oriente con tono umile e timoroso.
Tabriz iniziò a lasciar scorrere la lunga corda che con una carrucola sosteneva il grande telo che nascondeva il tappeto.

Il tramonto mandava la sua luce rossastra tra le finestre, là in alto, mentre il telo scendendo, scopriva aree sempre più vaste del tappeto. Ma sia Tebriz, che era troppo vicino, sia lo Scià, là in basso, che era troppo lontano, non riuscivano a scorgere un senso in quello che si stava rivelando ai loro occhi: le singole parti del tappeto sembravano l'assurda e insensata opera di un pazzo.
Un'angoscia tenebrosa si stava diffondendo negli animi dei due vecchi.
Tabriz non riusciva più a trattenere la corda, tanto era il peso dell'enorme telo che sosteneva, finchè questa gli sfuggì dalle mani, sfilandosi sempre più velocemente e il sipario di canapa cadde pesantemente sul pavimento.
In quel momento, in un brevissimo istante di illuminazione, si manifestò ai due compagni di viaggio il meraviglioso insieme del disegno: era qualcosa di splendido, di inesprimibile, qualcosa che sembrava rivelare i pensieri più nascosti dell'Inafferrabile. Ma fu un istante: il sole sparendo all'orizzonte aveva tolto la luce e il soffio vitale ai due vecchi.
Il vecchio Signore del Grande Oriente giaceva per terra, disteso sul nudo pavimento, con gli occhi per sempre fissi su quello che avrebbe dovuto essere il monumento alla sua opera; il vecchio tessitore giaceva là, in alto, nella cesta in cui aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita con un sorriso indefinibile impresso per sempre nel suo viso rugoso come il deserto.»
Il tappeto testo di giancarlov
0