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Un colpo secco, di plastica. E poi il campanellino. M. allungò una mano e prese la tazza con il caffè ancora gorgogliante. Andò alla grande finestra, la testa gli girò per un attimo alla vista della strada lucida di pioggia dove quelle formichine si muovevano impazzite dieci piani più sotto.
Il primo sorso di caffè gli bruciò la lingua, strinse gli occhi che sentiva lacrimare. Almeno mi sveglio. Sono indietro di tre manoscritti, meglio darsi una mossa.
Sospirò. Posò la tazza vuota sul tavolino accanto alla macchinetta del caffè e si diresse alla scrivania. Pulita, lucida. Al centro il Macbook sul cui schermo occhieggiava un’improbabile spiaggia tropicale. Unico altro oggetto il grosso dizionario.
Strisciò l’indice sul trackpad e immediatamente lo schermo prese vita. La spiaggia lasciò il posto a un insieme disordinato di cartelle e documenti.
M. aprì il programma di posta elettronica e attese che i nuovi messaggi venissero scaricati. No, niente dall’editore. Le spalle si rilassarono e lo sguardo si fece più chiaro. Ho ancora tempo.
Eliminò i messaggi inutili e si concentrò sul lavoro della giornata. Quel testo non gli piaceva e gli faceva perdere tempo.
Portò il puntatore sulla X rossa per chiudere il programma di posta ma si fermò. Un piccolo numero 1 di posta non letta. Nella cartella spam. Enlarge your penis furono le parole che gli vennero in mente. Aprì la cartella. No, niente mirabolanti promesse. Un messaggio da… Unknown sender. Nessun testo, solo un file PDF allegato. Nome [Urgente – Da revisionare].
M. si grattò il naso, il puntatore su svuota cartella spam. Lo spostò, afferrò virtualmente il file e lo trascinò sul desktop. In mezzo agli altri documenti. Si alzò e andò al piccolo frigo vicino alla finestra. Prese una bottiglietta d’acqua e si risedette alla scrivania. Si passò la bottiglietta ghiacciata sulla fronte chiudendo gli occhi. Ma sì, ci do solo un’occhiata e poi mi metto a lavorare.
Ma chi mi manda sta roba? M. cercò di dare un nome a quell’unknown sender ma fu inutile. L’indirizzo del mittente era ben nascosto. Vabbè, apriamo questo file.
Però, 250 pagine. Un bel romanzo corposo. La pagina uno era aperta sullo schermo e il testo iniziava subito. Nessun titolo.
Sì dai scritto bene mi pare. Le pagine scorrevano rapidamente. Una storia come tante per il momento, infanzia e adolescenza. Tipico romanzo di formazione. Ma con spunti di interesse, pochi spiegoni e parecchia azione, si faceva leggere volentieri.
[E fu così che a quella festa conobbi Francesca].
M. si fermò. Francesca. Ma guarda un po’, un nome inflazionato per il primo amore. Il sangue defluì dalla testa e provò un lieve capogiro. La festa. Chiuse gli occhi e vide un paio di occhi sgranati sopra quelle lentiggini. Si risistemò di scatto sulla sedia e scacciò la visione. Ma dai. Piantala.
[Le lentiggini mi avevano sempre fatto impazzire].
Oddio! Cos’è sta roba? Francesca, lentiggini. E poi?
Chiuse il file. Con uno scatto allontanò la sedia dalla scrivania. Le rotelle stridettero sulle piastrelle. Si mise le mani sul volto. Era sudato.
Aspettò che i pensieri si riordinassero e si riavvicinò alla scrivania. Il cuore stava riprendendo la cadenza normale. Tracannò con un sorso metà della bottiglietta e quindi rimase per un lungo momento a fissare lo schermo.
Aprì il file del romanzo su cui stava lavorando. Uno splatter fantasy. Illeggibile. Lo chiuse stringendo i denti. Più in basso il [Urgente – Da revisionare] lo guardava invitante. No, adesso no.
Si alzò di scatto. Con una manata chiuse il Macbook e si diresse verso la porta dell’ufficio. Vado giù a bere un altro caffè e magari mi prendo anche la Gazzetta.
Si fermò al bar solo un attimo, l’aria era pesante. Quell’umidità dopo un violento acquazzone estivo. Un odore di qualcosa andato a male. Uscì nel piccolo parco a fare due passi. Francesca. Ma da dove esci? E poi altri volti, nomi dimenticati. In bocca il sapore del cuba libre con sottofondo Bob Geldof.
Tornò in ufficio senza il giornale. La puzza se l’era portata dietro, la sentiva ancora nelle narici.
Si sedette e riaprì il computer. [Urgente – Da revisionare] era sempre lì. Muto in attesa.
M. ci fece sopra il doppio clic e il testo si riprese lo schermo. La festa, ricominciò da lì. Leggeva e basta, vorace. La revisione la farò dopo. Il sudore gli copriva il viso ma le mani erano ghiacciate.
[Era il compleanno di Andrea. Festeggiammo in discoteca. Il Kuursal, quella sul mare].
M. quasi vomitò sulla scrivania anche se il suo stomaco era vuoto. Il Kuursal, il corridoio con la luce rossa, i divanetti di pelle puzzolente. Ma che sta succedendo? Chiuse il file e si fermò. Non si muoveva, solo un piede batteva sul pavimento. Un rumore ipnotico. Prese la bottiglietta e la finì in un lungo sorso. Ormai vuota la strizzò e la gettò verso il cestino mancandolo.
Rimise il dito sul trackpad per riaprire il file. So già cosa viene adesso. Lesse quelle parole schifose muovendo le labbra, quasi volesse sputarle lontano.
La pasticca nel cocktail e il mondo che si ingrandiva. La scrivania gli ondeggiava sotto i gomiti. Era seduto al volante, davanti al parabrezza i fuochi d’artificio. Che bei colori. Un colpo secco, un bastone che colpisce un pezzo di carne appeso. Un’esplosione di riccioli biondi sul lungo cofano nero e lucido.
[Capii subito che non c’era nulla da fare. Tremavo, mi guardavo intorno. Nessuno].
Gli tremavano le mani, aveva un bisogno fortissimo di pisciare. Saltò un paio di pagine e ricominciò. Com’è possibile?
[Sulla macchina non si vedeva nulla, neanche un’ammaccatura. Solo quella chiazza sul cofano, devo lavarla bene].
M. riaprì il programma di posta, voleva dare un nome all’Unknown sender ma Google gli spiegò con pazienza che era un’operazione impossibile. Chiuse di scatto il Mac. Andò un’altra volta al piccolo frigo, vuoto, niente più acqua. Cazzo! E lo richiuse con un calcio. Scendo di nuovo? Ma dove vai in queste condizioni. Entrò allora nel piccolo bagno privato dell’ufficio. Entrò girato di schiena, non voleva trovarsi davanti allo specchio. Si aprì i pantaloni e inondò di piscio un po’ il water e un po’ il pavimento. Poi si girò e con lo sguardo basso aprì il rubinetto dell’acqua fredda. Se la passò sul viso e sui capelli, poi mise le mani a coppa e ne bevve tre lunghi sorsi. Era potabile? Si sistemò infine i pantaloni, le mutande zuppe di orina calda gli si appiccicarono addosso.
Tornò alla scrivania. Vinse l’ennesimo rigurgito amaro e riprese a leggere. Mesi e poi anni di vita ordinaria. Il matrimonio con Giovanna. Giovanna? Ma guarda un po’. Il lavoro, la voglia di scrivere. Poi l’editor. Una vita come tante.
M. cambiava le pagine velocemente. Alcune le leggeva con attenzione. Altre le saltava. Ma poi:
[La prima telefonata di notte. Giovanna si spaventò tantissimo. Nessuno parlava, solo un respiro profondo].
Ormai non sentiva più né le mani né i piedi. Era paralizzato. Non respirava bene, la lingua pareva ingrossarsi e riempirgli tutta la bocca.
[La prima lettera poco dopo. Sappiamo tutto, Elena aveva diciassette anni e li avrà per sempre].
Si alzò di scatto, un’altra pisciata premeva dolorosa. Barcollò fino al bagno, tornando dimenticò di chiudere i pantaloni. E adesso che succede?
[Ogni notte il telefono, il solito respiro ma anche una musica in sottofondo. Qualcosa degli anni Ottanta. Poi lettere, biglietti. Anche sotto il tergicristallo dell’auto].
Voleva chiudere il file. Eliminarlo per sempre. E poi? La testa iniziò a dolergli in modo feroce. Un dolore bianco che partiva dalle tempie e inondava il cervello. Riportò lo sguardo sul testo e perse del tempo a mettere a fuoco. Vedeva le lettere attorcigliate l’una all’altra.
[Sapeva tutto. La targa della mia macchina. La discoteca. Andrea].
E ancora.
[Andò avanti per mesi, quasi un anno. Fino a stasera. Non c’è niente da fare e il passato non si può cambiare. Sono qui a finire questo manoscritto. Una storia di una vita normale. Come tante. Finisce qui. Unica soluzione. Adesso metterò il punto e salverò questo file. Poi mi alzerò e mi avvicinerò alla finestra. La aprirò e respirerò quest’aria bagnata. Mi arrampicherò sul davanzale e chiuderò gli occhi].
M. rimase immobile per lunghi minuti davanti allo schermo. Il piede non batteva più sulle piastrelle e anche le mani non tremavano più. Chiuse il Mac con attenzione, quasi con dolcezza. La testa non faceva più male. Si alzò. Si chinò a raccogliere la bottiglietta schiacciata sul pavimento e la posò nel cestino. Si avvicinò quindi alla finestra. Il cielo era di nuovo grigio, tra poco avrebbe ricominciato a piovere.
Afferrò la maniglia e aprì la finestra.