Le donne la sanno lunga

scritto da Laila
Pubblicato 23 anni fa • Revisionato 20 anni fa
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Per rispondere a quelli che chiedono chi è il Matteo di
- Nota dell'autore Laila

Testo: Le donne la sanno lunga
di Laila


Un bar.
Un normale bar di nuova gestione.
Il più accogliente nella zona della nuova sede della mia società.
Era un banale locale per colazioni.
Di lì a poco divenne il nostro nido d’amore.

Ci incontrammo un martedì, alle 9.30.
Io sorseggiavo un caffe' coi miei colleghi, in giacca e cravatta.
Tu sei entrato poco dopo, coi tuoi colleghi, in grembiule bianco e la targhetta del supermercato.
Mi hai guardata, e poi guardata e riguardata; sembrava non potessi farne a meno. Mi hai scavata e penetrato i tuoi occhi nei miei.
Eri carino; io avevo dell’altro nella mente e nel cuore.
Ma ti sei messo in testa che dovevo essere tua. E tutte le mattine successive ti ho trovato lì, in quel bar, coi colleghi, o da solo, se tardavo, e triste, illuminato all’improvviso dal mio ingresso.

Le mie colleghe dicevano che eri bello e molto maschio, non ti si poteva lasciar andare via.
Io riconoscevo la tua beltà, ma non ti trovavo molto interessante, né sentivo alcun tipo di attrazione.
Eppure non ho saputo non cedere ai tuoi occhi cerbiatti.
E così ci siamo conosciuti, davanti a due tazze fumanti mentre la città iniziava la sua frenetica vita.

Siamo usciti insieme una sera e a poco a poco ti ho lasciato avvicinarmi.
Tutte le mattine ci incontravamo nel nostro bar e iniziavamo insieme la giornata.
Eri bello, ogni giorno di più, illuminato da due occhioni verdi e un bianco sorriso accattivante.
Ma non mi piacevano i tuoi muscoli di cui andavi fiero e che erano il tuo unico argomento di conversazione. Odiavi leggere e fiero ripetevi che l’ultimo libro lo avevi letto alle medie, perché obbligato. Odiavi il teatro e la pittura, i discorsi filosofici e i film d’autore. Raccontavi di intere serate con amici a rivedere per la centesima volta la saga dei film di Lino Banfi o di Fantozzi, li sapevi a memoria e ridevi tutte le volte alle stesse battute.
Avevi un amico, uno solo, il più grande che c’è, mi dicevi. Ma un giorno l’ho chiamato, per farmi spiegare qualcosa di te, e ho scoperto che in quell’amico credevi solo tu, lui mi ha detto di conoscerti, che ridevate e scambiavate tante parole, ma non ti ha mai detto nulla di lui, e credeva che tutto sommato quel che tu raccontavi di te fossero chiacchiere da bar, e niente più.
Non avevi nemmeno un amico, dunque, e cosa ancora più triste, credevi di averlo, te lo eri inventato.

Era imbarazzante parlare con te. Non si poteva dialogare di nulla né ragionare di alcunchè, eri come un bimbo, un bimbo che si annoia quando l’argomento non gli interessa.
E non ti interessava alcun argomento.
Le uniche cose che mi hai detto in due mesi sono state della palestra, di quanto avevi sollevato quel giorno o di quanto ti facessero male le spalle, del tuo lavoro, solo per lamentarti che ti faceva schifo, senza mai argomentare e analizzare il perche', e che avevi sonno, sempre tanto tanto sonno. Poi finivi di parlare, e mi ascoltavi senza intervenire, non interessato a nulla.
E io avevo paura di perderti, nonostante la noia infinita, che mi faceva sentire la morte nel cuore quando dovevo uscire con te; e parlavo e parlavo nell’affannosa ricerca di un lumino di interesse nei tuoi occhi, che in realtà scaturiva solo quando lambivo la sfera sessuale. Ostentavo sorrisi e tranquillità, gioia ed affetto per te, un affetto che non provavo, perché dentro ti odiavo, odiavo la tua vuotezza, odiavo la tua inutilità nel mondo e nella mia vita!
Ma amavo i tuoi occhi e come mi riempivi la testa.
Amavo poterti pensare e poterti scrivere messaggini dolci sul telefono.
Amavo sapere che venivi da me e che mi dicevi sempre che ero bella, bella da morire e ti piacevo, ah, quanto ti piacevo!
Ti perdonavo tutto quando mi guardavi così, perdonavo tutto anche e me, e mi sembrava ne valesse la pena.
Mi piaceva come mi baciavi, mi piaceva la forza con cui mi abbracciavi e mi buttavi sul letto.
Anche se poi… mi annoiava fare l’amore con te, e fingevo una soddisfazione mai raggiunta, fingevo un amore che non provavo. E che nemmeno tu provavi.
Ma ti sentivi forte, hai sempre creduto di avere il coltello dalla parte del manico e una donna ai tuoi piedi.
Io mi sentivo fiera di riuscire a darti quella gioia.
Anche se nulla era stato mai così lontano dalla realtà.
Quando te ne andavi provavo più forte il disprezzo per te e ne provavo anche per me.

Me lo chiedevo anche io, come voi ora, il perché di questa storia, che mi costava fatica e mi rendeva nervosa e isterica nella continua recita.
Ma non ho da dare una risposta nemmeno adesso.
Così come non so rispondere al perché delle lacrime che ho versato lunedì scorso, quando di ritorno da un viaggio di alcuni giorni, finalmente tornavamo ad incontrarci.
Lui è arrivato risoluto e prevedibile, come un bimbo che inzaccherato di cioccolato ti confessa in segreto che è stato lui a finire la Nutella. Con grande solennità mi ha detto: “Non mi sei mancata quanto avresti dovuto”.
E io, che in quei 7 giorni mi ero innamorata di un compagno di viaggio e avevo perso l’appetito, che in quei 7 giorni mi ero sforzata per scrivergli messaggi il più possibile non freddi, che non avevo rivolto a lui se non qualche fugace pensiero, per lo più cacciato perché ricordavano l’onere di doverlo riaffrontare al ritorno, io, che lo incontravo quella sera perché era giusto così, doveva essere così, ed ero pronta a baciarlo, perché stava scritto così, alle sue parole sono rimasta immutata, come acqua tiepida su di me sono corse via.
E al suo sguardo serio e risoluto ho risposto sorridendo: “Ok. Facciamo l’amore adesso?”.
Ha creduto che fossi impazzita, che stessi sdrammatizzando, forse per disperarmi poi, o che non credessi alle sue parole. Mi ha guardato con compassione e smarrimento e ha accennato un timido “no”.
Ma io non ero né pazza né disperata, non mi ponevo nemmeno domande sulla veridicità della sua affermazione. Ero solo stanca e non avevo la forza di affrontare noiosi ragionamenti, che avrei peraltro dovuto fare io. Ormai era lì con me; il tempo con lui passava solo facendo l’amore (e a dire il vero nemmeno in quel caso passava tanto in fretta!).
Siamo rimasti in silenzio, qualche minuto, e lui ha pensato di andarsene.
Allora, come da copione, come doveva essere perché così sta scritto in una qualsiasi storia che finisce, io ho versato delle lacrime, forse ho anche singhiozzato, ho spento la luce e l’ho tirato per il giubbotto.
Erano lacrime vere, il cuore era davvero greve di pianto, ma non lo so il perché e non lo sapevo nemmeno in quel momento. Credo di aver sentito la paura del vuoto, e la domanda: “A chi scrivo poi domani???”.
Lui è rimasto, controvoglia, perché diceva che così era peggio, perché gli piacevo, ah! quanto gli piacevo, ma non mi amava e quindi non era giusto.
Ma aveva sempre fatto l’amore con me senza amarmi, cosa cambiava? “Cambia che adesso lo so!”. Idiota, pensavo io, lurido stupido idiota! Avrei voluto prederlo a calci, e sputargli addosso il veleno del mio ribrezzo e del disprezzo più totale, quello che avevo accumulato in due mesi.
Invece insistetti e gli dissi ancora che volevo fare l’amore con lui l’ultima volta. Lo baciavo, lo strusciavo, lo guardavo languida e dolce.
Lottò, lottò come un bimbo che ha promesso il fioretto di non mangiare caramelle, e davanti ad una vasca colorata di zucchero si butta con tutto il corpo; così lui, in pochi minuti mi cedette, come una furia mi si avventò addosso, ed ebbi il rapporto più disgustoso della mia vita, per la prima (e spero ultima) volta un incontro carnale di puro odio, di punizione.
...chissà per quale deviazione mentale credo di averlo punito obbligandolo a godere con me come non mai quella sera.

E ora quel che mi resta dentro è la voglia che lui sappia finalmente quel che penso di lui, quanto poco valga il suo pensiero per me.

Sì, Tesoro, io forse sono pazza come tu dici, e penso troppo e sempre.
Ma tu sei un infantile viziato senza alcuno spessore, una bellezza che non ti meriti e che non hai saputo riempire, lasciandola vuota e fragile; l’hai contornata di stupidi muscoli gonfiati, che occupano il tuo corpo e anche il tuo cervello, offuscando quei tuoi occhi dolci e bellissimi e quel sorriso unico al mondo.

Quando ti ho incontrato sono rimasta molto sorpresa dal saperti così bello e dolce e senza una donna; mi avevi detto: “Sono loro che non mi vogliono”.
Lo sapevo che c’era una spiegazione: le donne non sono stupide!









Le donne la sanno lunga testo di Laila
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