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"Non si pensa a un coccodrillo (1) per un uomo di sessant’anni" pensò Edmondo Villi. E, subito dopo: "per fortuna non tocca a me farlo".
Alzò le spalle e si rimise al lavoro. O meglio a contemplare la pagina bianca. Se “pagina” fosse stato il termine esatto per indicare lo schermo di un computer, dove il cursore lampeggiava accusatorio.
Inutile. Non gli veniva in mente niente.
Il fatto era che quella faccenda lo aveva scosso.
Dario Galbiati si era tolto la vita. Il che, per molti, non sarebbe stato particolarmente significativo finché non avessero associato il nome di Galbiati a quello di Harry Kane, Etienne De Gerard, Paco Ramirez e altri pseudonimi sotto i quali Galbiati aveva pubblicato così tanto da diventare, anche se pochi se ne erano accorti o lo sapevano, uno degli autori italiani più letti.
Autori di genere precisò la solita voce interiore. La stessa voce avrebbe aggiunto che “autore” e “genere” erano termini incompatibili (e anche “scrittore” e “genere” se era per questo), ma Villi non glie lo lasciò fare. era una precisazione inutile.
Un “autore” non scrive avventura, non scrive, horror, non scrive fantascienza. Non scrive neppure noir, ma, questo, Villi non lo diceva più ad alta voce. I tempi erano cambiati. In peggio. Colpa della pubblicità, di trent’anni di tv private e della puzza di fogna che gli assaliva le narici.
No, quella no.
La puzza che, periodicamente, usciva dal tombino poco lontano dalla sua villetta era tutta un’altra faccenda.
Era un mistero.
Ecco, quello sì che era un mistero, non le ammazzatine grandguignolesche con cui si dilettava Galbiati buonanima.
Sgorgava ogni tanto, senza preavviso.
Era come se qualcuno rovesciasse sulla via di Edmondo Villi, critico letterario, una carriola di letame fumante. Qualche volta due carriole. E.. sì, una volta era andato a vedere se fosse successo davvero. Ma non aveva visto niente e nessuno.
Il “fenomeno”, se così si poteva definire, si presentava di colpo, senza che fosse possibile appurarne la causa. Non c’era nessuna correlazione con lavori stradali o sull’acquedotto, con piogge copiose, con fuoriuscite di sostanze chimiche da fabbriche nelle vicinanze, con particolari condizioni di vento o insolazione. Rimaneva la causa più probabile, ossia un’ostruzione della rete fognaria, ma i tecnici del comune – e, una volta, una ditta privata di spurghi che era costata a Villi un occhio della testa – non avevano trovato nulla. Le condotte erano sgombre. «C’è più colesterolo nelle mie arterie che intasi in quei tubi» aveva detto un operaio, dopodiché aveva guardato Villi come domandandosi se l’”intaso” fosse nel cervello del critico. Ad essere onesti non gli si poteva dare torto. Quando il camion degli spurghi era arrivato sul posto, la puzza (era una puzza da due carriole) era sparita improvvisamente com’era arrivata e… com’era quella faccenda del ragazzo che gridava “al lupo, al lupo!”?. Villi aveva pagato senza obbiettare mentre un brivido gelido gli correva lungo la schiena. I tumori al cervello causano allucinazioni olfattive, no?.
Per fortuna, un paio di giorni dopo, la Perelli, la vicina di casa, gli aveva chiesto di firmare una petizione per sollecitare il comune affinché eliminasse quell’insopportabile odore di fogna.
Un isolato non può essere vittima di un’epidemia di tumori al cervello o allucinazioni olfattive.
Quella roba andava bene per i romanzi di Dario Galbiati. O di Harry Kane, Etienne De Gerard e Paco Ramirez.
Poveraccio mormorò Villi rivolgendo ancora il pensiero allo scrittore suicida. La stessa fine di Salgari, di Robert Erwin Howard e di tanti altri.
Il critico avvertì una punta di compassione. Forse, scrivere quel coccodrillo non sarebbe stato difficile.
Ma c’era il biglietto.
Si parlava di Salgari, no? Prima di togliersi la vita aveva lasciato anche lui un biglietto, pieno di maledizioni contro i suoi editori.
Ora: Villi non pensava che Galbiati, prima di spararsi un colpo in testa, avesse scagliato chissà quali anatemi contro (di lui) i critici letterari, però… però aveva chiesto a un suo amico poliziotto se, in via del tutto riservata, poteva fargli sapere a chi Galbiati avesse rivolto le sue ultime parole scritte.
Come interpretare quella richiesta? Senso di colpa?
Ridicolo. Nessuno aveva costretto Galbiati a baloccarsi con la narrativa di genere invece di dedicarsi a cose serie. Aveva deciso liberamente, dunque…
Tuttavia il vago senso di colpa (ma sì, chiamiamolo col suo nome) non se voleva andare, come… come la puzza che, da qualche minuto, era tornata a farsi sentire.
Non tanto forte, neanche mezza carriola, ma questo non escludeva che potesse peggiorare.
Villi si alzò e andò alla finestra che dava sul giardino.
Era sera – un’umida e densa sera estiva – e la Perelli stava facendo ginnastica sul proprio prato. Più precisamente menava calci e pugni all’aria, esercitandosi in qualche arte marziale. Capoeira, tae-kwon.do, savate. Galbiati avrebbe saputo riconoscerla.
La puzza andava rapidamente aumentando.
La Perelli parve raddoppiare i suoi sforzi. Anche se non poteva sentirla, Villi era certo che accompagnasse i suoi pugni e calci virtuali con ridicoli urletti.
Perché diavolo una persona civile dovesse sprecare tempo e fatica così, Villi non riusciva a capirlo.
Cosa credeva, la Perelli, di prendere il fetore a cazzotti? Tanto per cominciare, la petizione al comune non aveva avuto successo e…
Il cellulare del critico squillò. L’amico poliziotto. Notizie sul biglietto di Galbiati?
«Non siamo neanche sicuri che sia un biglietto d’addio» rispose l’agente «sembrano piuttosto appunti cifrati».
«Probabile» ripose Villi «Cifrari, roba da spionaggio di quart’ordine o Settimana Enigmistica» poi, in tono più dolce «attrezzi del mestiere».
«Sono geroglifici» disse il poliziotto «o almeno gli somigliano. Disegnati piuttosto male. Ne abbiamo decifrato solo uno, per ora. Sobek».
«Il dio coccodrillo. Magari stava lavorando a qualche pasticcio in salsa egizia. Maledizioni per i profanatori di tombe e compagnia cantando» ridacchiò Villi accorgendosi, allo stesso tempo, di come il riso suonasse come quello di chi fischia nel buio per allontanare la paura. Sperò che l’altro non se ne fosse reso conto, ma il poliziotto parve non farci caso «È un po’ strano. Chi pensa a suicidarsi non fa progetti lavorativi» disse.
Villi non disse niente, continuando a osservare la Perelli. Era partita l’irrigazione notturna e la donna si era spostata accanto a uno spruzzo per godere del fresco. Non era brutta e, senz’altro, aveva un bel fisico, peccato che…
Si rese conto che, se qualcuno lo avesse visto in quel momento, lo avrebbe scambiato per un guardone e si allontanò dalla finestra, troncando allo stesso tempo la conversazione.
Polizia. Magari stavano chiedendosi se quello di Galbiati era stato davvero un suicidio. Ridicolo.
Comunque, se anche, dietro, ci fosse stato un mistero, non sarebbero stati in grado di risolverlo.
Si parlava pur sempre di gente incapace di venire a capo di un semplice caso di vandalismo.
Certo, perché quello era.
Qualcuno, ogni tanto , buttava chissà quale materiale nelle condotte fognarie e le ostruiva. Di qui, la puzza.
Non c’era altra spiegazione. Come diceva il buon vecchio Occam, a parità di fattori la spiegazione più semplice è quella vera.
L’unica incertezza riguardava il movente dell’azione, se colposo o… no, doloso no. Un piccolo passo logico e ci sarebbe trovati ad elucubrare chissà quali teorie del complotto. Un altro passo e si sarebbe cominciato a cianciare di (maledizioni e incantesimi) trame raffazzonate come quelle di…
Certo che la puzza era diventata proprio insopportabile.
Un tanfo da due carriole di letame. Forse tre.
Guardone o no, Villi tornò alla finestra. La Perelli non c’era più. Quindi, neanche le arti marziali potevano sconfiggere la puzza.
La bocca del critico si contorse in un sorriso che divenne una smorfia di disgusto.
Tre carriole, decisamente. Doveva essere colpa del caldo, dell’umidità e dell’alta pressione. Oppure stavolta l’ignoto vandalo aveva superato se stesso.
Forse a tal punto da farsi cogliere in flagrante.
Senza riflettere (agendo in effetti come un personaggio di Galbiati, lo avvertì una parte, inascoltata, del suo cervello) Edmondo Villi, critico letterario, armato di smartphone e fazzoletto avvolto sulla faccia a mo’ di cowboy, marciò verso l’origine del suo tormento.
La calda umidità serale lo avvolse come i vapori di una giungla. Villi iniziò a sudare copiosamente.
Malgrado il fazzolettone, la puzza era insopportabile. Non era il caso di parlare di carriole. Camion, piuttosto. Il critico si chiese se sarebbe riuscito arrivare vicino al condotto fognario senza vomitare. Doveva essere la madre di tutte le ostruzioni. Quando giunse a metà del vialetto, una luce saltò, lasciandolo nell’oscurità quasi completa. Il tanfo divenne una realtà quasi tattile. Una garza collosa che si avvinghiava alle gambe, rallentando i passi. Villi si chiese se la percentuale di ossigeno fosse diminuita e se per quello la luce fosse saltata. Ma no. Quella era roba da film di fantascienza. Però il gas… poteva essere gas. Villi vide se stesso raggiungere il tombino un istante prima che un’infida scintilla facesse esplodere tutto quanto. Ma no… quello era odore di buon caro, vecchio liquame esposto all’aria in una serata calda e umida.
Arrivò all’ingresso e uscì, chiudendosi il cancello alle spalle.
Per raggiungere il tombino Villi doveva svoltare a destra e percorrere una ventina di metri. Alla sua destra, il muretto di recinzione da cui spuntava una siepe di bosso. A sinistra la strada, una via di periferia. Tranquilla.
E deserta.
Le ombre dei tigli erano profonde e si allungavano sui marciapiedi come se avessero un peso.
Il critico si accorse che anche la luce di un paio di lampioni era saltata. E quando? "Quando hanno deciso di adottare il criterio del massimo ribasso nelle gare di appalto per la manutenzione della rete elettrica". Ma non era la prima cosa che aveva pensato. La prima cosa che gli era venuta in mente era… no, non voleva sapere che cosa aveva pensato.
Un pipistrello svolazzava attorno al lampione superstite. Pareva molto grande. A Villi parve di sentirne gli stridi, ma era impossibile. I pipistrelli emettono ultrasuoni e gli esseri umani…
Qualcosa si mosse alla sua destra. Qualcosa di molto grosso e pesante che (strisciava furtivo) procedeva lentamente.
Un cane. O una volpe. Ne avevano avvistate parecchie in città, durante il lockdown, probabile che vi ci fossero trovate bene. Forse persino un cinghiale.
Il tombino non era sulla strada. Si trovava a destra, in fondo a un vicolo cieco lungo una decina di metri, delimitato da muretti in mattoni sormontati da siepi e che divideva la proprietà di Villi da quella dei vicini.
Se, affacciandosi, il critico avesse visto un sagoma che ricordava anche vagamente un cinghiale (o una volpe, o un cane, o anche un accidenti di topo) avrebbe fatto marcia indietro. Lentamente, ma per poco. Dopo pochi passi, se la sarebbe data a gambe levate.
Sporse la testa e non vide nulla. Solo il vicolo debolmente rischiarato dalla luce che filtrava dalla strada e dalle villette. In una storia dell’orrore ci sarebbe stato il vento e le siepi avrebbero frusciato creando, con le ombre, fantasmagorie raccapriccianti, ma l’aria era immobile e indifferente.
C’era solo la…
Villi vomitò.
Il conato risalì improvviso ed eruppe dalla bocca, inzuppando il fazzoletto. Un fiotto acido, bilioso, corrosivo. Nessun essere umano avrebbe potuto sopportare quella puzza senza vomitare, meno che mai Edmondo Villi, critico letterario.
Villi sputò e tossì, mentre luci multicolori gli comparivano davanti agli occhi. Ci fu un secondo rigurgito, meno intenso, poi un terzo, ma stavolta il critico lo ricacciò indietro.
Si liberò del fazzoletto, pulendosi alla bell’e meglio con la manica della camicia. Gli occhi lacrimavano e dovette detergerli con le mani.
Quando la riacquistò, la vista era migliorata.
Il vicolo era in penombra, ma non tutto.
Un pezzetto era tenebra assoluta. Un riquadro nero, proprio in fondo, che dava su…
Il tombino era aperto.
Ecco l’origine della Madre di Tutte le Puzze.
Dunque, aveva ragione! Qualcuno, ogni tanto, sollevava il coperchio del tombino lasciando che i miasmi delle fogne si spargessero per ogni dove.
Dimentico per un istante della puzza e dei terrori di poco prima, Villi sguainò lo smartphone.
Avrebbe fotografato la scena del delitto e se qualcuno avesse osato mettere in dubbio le sue parole… scattò.
E, dal profondo della fogna aperta, qualcuno fotografò lui.
O almeno ciò è quanto Villi pensò sul momento.
L’istante successivo pensò che non poteva essere. Erano due luci gemelle, giallastre e ostili.
L’istante ancora successivo qualcosa balzò fuori dalla fogna.
Qualcosa di enorme, bianco e scaglioso.
E con tanti, tanti denti…
Giuliana Perelli indugiò contemplando allo specchio il proprio fisico allenato, poi riprovò il carrello della pistola che le rispose col noto, rassicurante scatto metallico.
Posò l’arma accanto a sé e imbracciò il fucile. Era ben oliato e il mirino perfettamente allineato, ma non si era mai abbastanza prudenti.
Una donna doveva difendersi in qualche modo.
Serate come quella, quasi tropicali, erano pericolose e non c’era nessuno su cui poter contare.
Nessuno ci avrebbe creduto.
Coccodrilli nelle fogne, figurarsi.
(1)NDA: "Coccodrillo" è un termine giornalistico per indicare gli articoli commemorativi scritti per la morte di personaggi famosi. Solitamente vengono scritti in anticipo (preferibilmente per personaggi in là con gli anni e/o malati) e pubblicati quando il diretto interessato muore davvero.