Il benessere dietro un vetro

scritto da Leo1962
Scritto 4 anni fa • Pubblicato 4 anni fa • Revisionato 4 anni fa
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Anche in momenti di minori incertezze rispetto ad oggi, momenti di vero benessere, a parte casi eclatanti ci furono migliaia di persone apparentemente "normali" che vissero questo benessere solo di riflesso, come guardandolo dietro una vetrina
- Nota dell'autore Leo1962

Testo: Il benessere dietro un vetro
di Leo1962

E ‘una sera di un mese di mezza stagione del 1979. Io, Edo, sto girovagando per la Città. Sono nella via della mia scuola, a circa 50 mt dal nero portone in ferro e dai cancelli dell’ITCS C*P*S*. E’ una strada trasversale di un corso che costeggia le antiche mura urbiche, che il Barbarossa ricostruì dopo che il nostro Comune, dissociatosi dalla Lega Lombarda, le ebbe distrutte dai nemici.
La mia scuola sorge in un complesso rinascimentale, rimaneggiato più volte, e modernizzato nei Cinquanta, facente parte del vecchio Seminario. Il nuovo, praticamente coevo, sorge in collina, immerso nel verde. Evidentemente, all’epoca i segati fuori come me avevano il coraggio di trovare una via non male: la carriera ecclesiale. Oggi siamo, nemmeno 3 decenni dopo, alla “crisi delle vocazioni”…effetto di quegli stravolgimenti ideologici e di costume che culminarono fra il 1968 ed il ’69, e la cui onda lunga si sente ancora, portando allo stato attuale delle cose.
Noi futuri ragionieri occupiamo il fronte via S******, con tanto di cartello apposto dal Ministero sull’accesso. Ma l’interno del plesso è diviso in due, la parte antica è e rimarrà un ente curiale, e la metà interna dei cortili è “off limits” per noi laici. Mi pare ci sia una sbarra: il nostro cortile è quello anteriore, più esterno. Essendo il complesso ampiamente finestrato, vediamo dei seminaristi passeggiare in un suggestivo giardino interno, separato dal “nostro” corridoio solo da una serie di riquadri vetrati. Anni fa era tutto dei preti, poi la DC è riuscita a far fittare dalla Curia al Ministero la nostra area per ricavare la seconda sede di Ragioneria: sono tre, ci vengono dal tutta la provincia o quasi. Detto giardino, molto intimo, concluso, immette in un edificio di culto che divide la parte “esterna” (nostra) da quella “interna”. Elegante esempio di architettura religiosa del periodo d’oro dell’abbraccio DC/Vaticano, e dell’edilizia post bellica.
Fatta la piccola salita che parte dal cortile, sito sotto il piano stradale e delimitato da un alto muro, si accede al campo di calcio, che ho il serissimo sospetto che secoli fa, almeno prima degli Austriaci, fosse un camposanto: in fondo, sul muro di cinta, una inconfondibile edicola funeraria privata del monumentino lo attesta. Almeno, così io penso: perché sono queste le cazzate di cui mi pascio. Notizie aneddoti e curiosità storiche, che non interessano nemmeno i topi del Fiume Aperto (che ormai, completamente aperto più non è più da decenni).
In quel campo gelo facendo finta di inseguire i più prestanti compagni di classe che rincorrono il pallone, ma sono ridicolo. Ormai sono più le volte che “mi giustifico” dalla lezione di ginnastica perché negato ad ogni esercizio fisico: ma dall’anno prossimo mi sono promesso di andare privatamente in palestra.
E’ scuro, la scuola dorme, e non mi tormenta. Ora, non più coi brutti voti che mi costringono a ripetere per la seconda volta la Terza – e non mi dispiace, mi fa prolungare la “felice” adolescenza che vivo allontanando lo spettro del servizio militare - , bensì con l’eterno confronto coi coetanei, e fra essi le ragazze, mia estasi e tormento.
Stranamente quell’orco di mio padre, invece di mandarmi a lavorare (il che, un po’ mi spaventa ma al contempo mi incuriosisce: mi lascerebbero lo stipendio?..almeno in parte…), alla bocciatura mi regalò un catorcio, un Beta 3V dal motore smaccatamente depotenziato dopo il DPR del 1976 che voleva i 50 cc ridotti drasticamente nelle prestazioni. Ho il sospettone, assai fondato, che quel motore poco brillante – un Garelli è la MV Augusta di Giacomo Agostini al confronto! – sia stato pesantemente manomesso in fabbrica, privato anche di una marcia. Ciò (sono Ragioniere mica per nulla) per riutilizzare una linea di produzione e dei pezzi già disponibili. Per questo mio padre lo ha pagato due soldi….comunque, è ben rifinito e mi serve decentemente. Certo…a pochi mesi dalla maggiore età, in classe sento tutti parlare ormai di patente B e probabili auto, magari “500” o “126” usate, ma pur sempre auto. Le mie più belle e “brillanti” compagne escono con ragazzotti maggiorenni tutti in Golf GTI, A112,Renault 5…le altre hanno morosi con Vespe di vario genere: se sono “50”, come minimo montano un gruppo termico “90”.
Con questo motorino scendo in Città. Dopo aver studiato, ovvio: ho deciso di prendere più seriamente lo scuola, stanco della perenne guerra casalinga, e come “pegno” per il ridicolo, tardivo, eppur inaspettato regalo a due ruote. Regalo che peraltro ingelosisce Tiziano: lui che ha avuto tutto, non ha la moto!..colpa della sua alterigia, la zia gli regalerebbe all’istante una Vespa 125 ET3, ma lui “o un Enduro o Cross o niente”. Niente, quindi.
E’la sua prima sconfitta di cui abbia notizia, ma non gli reca alcuna lezione.
A 50 mt dalla scuola la via si diparte, più su c’è una stazione secondaria della ferrovia locale (Città/Metropoli), il resto del percorso si snoda fra moderni palazzi. C’è questa vetrina, un negozio di elettrocasalinghi: dalla radiolina a pile al frigorifero. Guardo famelicamente un radioregistratore stereo. Corpo in PVC verde militare come di moda, i due discreti (circa 15x6 cm) altoparlanti dietro le griglie ai lati al vano cassetta; sopra, la scala della radio, AM/FM con la sua rotella, e selettori e regolatori vari. Di lato, le prese per casse esterne, microfono, alimentatore, cuffia, collegamento diretto per registrare da altri apparati: questo sarebbe Ok, con l’apposito cavo dalla presa a 5 poli potrei trascrivere fedelmente su cassetta i dischi di Tiziano, e fargli sentire quelle originali che già uso sullo scadente apparecchio che possiedo, e la radio, che lui non ha. Il suo è “solo” un bel lettore di vinili, 33/45/78 giri, da 2x25 Watt su due belle casse in legno a due vie. E’ stato il “motore” della indimenticabile JPS, il “nostro” locale che ora, dopo un “golpe” ordito da Renato e da certi ceffi del Quartiere, non è più “nostra”. Peggiorata gente e musica, siamo stati silenziosamente defenestrati dall’abile Renato, che mira a compagnie di più larghe vedute.
Un cartellino in cartone colorato, ritagliato a punte, reca la scritta “158000 £”.Nemmeno tanto: un prezzo da oltre confine. Evidentemente viene da Hong Kong, non è daziato, il luogo è colonia inglese quindi fa parte “virtualmente” del MEC. Come le camicie ed i jeans delle marche più strane ma dal design di moda che vedo sempre più spesso alla Standa. Lo stesso apparecchio, colore marrone e scritte dorate, marcato “Marantz”, l’ho visto “di là” e costava leggermente di più, fatto il cambio…ma contrabbandare qualcosa è rischioso. Questo qui ha un nome strano, mi illudo abbia l’elettronica Marantz ma so che è un’imitazione: però starebbe a vedersi come funziona. Il fatto è che io i soldi non li ho, che un anno e mezzo fa già spesi 50 mila lire per un osceno apparecchio monofonico privo di prese aux e dalle pessime prestazioni.
Il negozio illuminato mi presenta altre meraviglie, assai più costose, ma mi accontenterei di quel radioregistratore, più modesto di altri che vedo attorniarlo: infatti è in offerta.
I negozi illuminati e pieni di tutto ciò che può far felice un adolescente – ovvero, per me, renderlo normale – sono una scoperta fatta scendendo in centro con Tiziano. Esistono da sempre, ma in questo momento storico riflettono il benessere imperante: spopolano calzature ed abbigliamento, ed accanto ad essi generi definibili “di lusso” solo 3 lustri fa. La città murata brilla e brulica. Le ragazze sono belle, ben vestite: ammiro i polpacci nei collant verdi e rossi, le scarpe di tipo “maschile”, basse, venute di moda, o gli stivali che qualcuna indossa essendo la stagione incerta e le donne freddolose. Cosce e sederi evidenziati da jeans attillati mi mortificano. Gonne plissettate o midi/maxi con spacco, anche addosso a mature e per niente disprezzabili madri di famiglia, mostrano gambe desiderabili.
Ragazzi dinanzi ai quali mi sento un verme spingono ostentatamente Vespe o moto da enduro: belli, senza la mia fastidiosa barba che non posso curare adeguatamente – né so come – e mi fa apparire come un giovane palestinese della Tv. Pettinati bene, perché hanno capelli e non un groviglio di fil di ferro come me, dal quale sporgono le orecchie a sventola oggetto di troppi sfottò. Mal lavate, riconosco: ma a casa mia spengono l’acqua calda per non consumare. Tante coppiette, a manina: o affiancati al mezzo che lui spinge, lei col cappellino a cuffia, in lana colorata, sui lucidi capelli castani, biondi o neri, lisci o ricci. Sculettano. “Beato lui”, io penso, riandando ai segreti riti dell’amore a me negati.
Guardano e si fanno guardare: io vorrei essere invisibile.
Tutti vestono meglio di me, alla Standa vedo la gente che vaga per il reparto abbigliamento: guardano, toccano, parlano con le commesse, provano, comprano.
Nei negozi si sente musica ben riprodotta da stereo di qualità: le addette, tutte belle ragazze più grandi di me, i soliti jeans mostrano che sono assai ben fatte. Solo certi punti vendita “storici” sono presidiati dai fondatori (penso) o loro figli, uomini e donne maturi: spesso le signore sono molto attraenti, affabili ma un po’ spocchiose. Del resto sono la “Città bene”, non sentono ancora la minaccia dei supermercati, che vendono solo alcuni generi e spesso, per scelta, più andanti. Ci sono negozi diventati un “must”, come “Il fornaio”. Ci si comprano anche sfiziose focacce, pizzette, fatte al momento. Pur sotto l’abito da panettiera le commesse di questa piccola catena sono note per la loro avvenenza.
Ma è tutto un apparire, a veder bene, questa Città. E’piccola, ricca, gaudente. Le “corna” fra adulti non si contano, soprattutto tra professionisti e imprenditori. I ragazzi passano e ripassano, attaccano bottone con le commesse – quando, ed accade raramente – non sono occupate a pulire o a servire. Come fanno, in quei pochi attimi, a socializzare, è un fenomeno che mi arrovella la mente: io nemmeno conoscendo da anni una e parlandole giorno e notte riuscirei a strapparle un casto bacio!
Passeggiamo, con Tiziano. Spingo il Beta imitando gli altri, ma non facciamo lo stesso effetto, lo so: né io né la moto. Così guardo il mondo attorno a me come fossi al cinema, o come i seminaristi dietro ad un vetro. Un acquario, dove nuota una specie dalla quale sono escluso. Per fortuna qualche scompagnato capo alla moda è sortito dal naturale cambio di taglia e dall’usura dei vecchi lerci abiti: ma è poca roba, con un paio di Vaqueros, ed uno di Clark che mi fanno puzzare le estremità che già lavo pochissimo per i soliti motivi.
Al Sempione Tiziano subito fa comunella coi fascistelli già noti…io, dopo una mia vecchia comparsata in loco, esitata nel solito esser visto come un fenomeno da baraccone ma tollerato “pro bono pacis”, siedo ostentatamente sul motorino issato sul cavalletto…imito gli altri. Imito, anzi scimmiotto: sto cercando di capire il Gioco Grande, dove si osserva, si impara, si “guarda gli altri giocare”. Io ci provo, ma immenso è lo jato che mi separa da loro. Dovrei fare un corso di ripetizione: alias, avere una famiglia dal portafoglio meno abbottonato, meno oppressiva, e che avesse dato retta al consiglio di quell’insegnante delle Medie che ammonì di portarmi da “uno bravo”. Per ora sono convinto che ce la farò da me, osservando ed imitando: è ovvio che non considero cosa c’è “sotto”, di marcio, da eliminare. E, cosa che mi suonerebbe come strana, una visione troppo oleografica della realtà, certo non da cancellare – la sensibilità, la suggestionabilità non credo siano malviste dagli psicologi – ma da ridimensionare, da far aderire di più allo stato concreto delle cose. Eppure, esse sono quel che sono, e lo dicono anche quelli che conosco: i commenti sono i medesimi, illustrano a loro modo il momento, le cose. Forse, e già me ne accorgo, io vivo più profondamente questo “momento”, come vissi (e vivo, dentro di me) la JPS, come vissi il magico mondo sospeso fra passato e presente di Durizzano, ed ancor prima fatti dell’infanzia. La mia mente veste immediatamente le cose di un manto magico, le trasfigura: altre, le demonizza. Diciamo che dipinge tutto a tinte forti, enfatizza le caratteristiche sia positive che negative di persone cose situazioni.
Adesso sento il benessere. Lo sento nell’aria. E’ un benessere quieto, che non fa rumore: pacato, dietro la luminescenza fioca e colorata delle finestre sul viale delle mura di Ponente, di Viale Pindemonte, del “Villaggio”…dove sempre immagino vi siano camere di ragazze, ed una vita più felice della mia. Respiro l’aria di un momento storico di diritti guadagnati, che la gente gode; di paghe decorose, orari sopportabili e correttamente distribuiti. Vedo i nuovi modelli di auto, più ricche ed imbottite negli interni, più eleganti ed accessoriate. Le mie professoresse, belle donne di 45/50 anni, eleganti, con collant seducenti e tacchi, che “scosciano” facendo ribollire i miei giovani ormoni: quella di Diritto ed Economia in estate si mette il minimo indispensabile, ha ricci rossi occhi azzurri e curve mediterranee. 34 anni, madre, è il sogno erotico di mezza classe…e lo sa. Come la Castellano, quella di tedesco della mia vecchia sezione: gonna appena sotto al ginocchio, collant velatissimi, eleganti mocassini tacco otto che le donano polpacci favolosi, una ricca chioma nera ed un deretano non male, così la Melari, quella di Tecnica, caviglie sottili e generoso sedere da donna del Sud che la gonna aderente disegna in ogni particolare (mutandine comprese). Tutte eleganti, come le mie compagne, tranne chi si atteggia a “Cina” – alias Zecca Rossa – e mortifica un aspetto notevole con roba volutamente dismessa.
Passo davanti al “Fornaio”: la mia misera paghetta non mi consente le pizzette esposte. Dinanzi, “Epifani” mi offre jeans ed altro che non posso comprare. Un mondo visto da dietro un vetro blindato: così vicino, così lontano, mai così pazzamente desiderato.
Tiziano entra da “Aries”, in una viuzza dove abita una sua nonna. Negozio piccolo, stabile medievale. Ottimo stereo. L’amico esce con l’iconico sacchetto recante il segno zodiacale dell’Ariete, dentro c’è l’ennesimo LP. Disco che non potrò registrare, perché preso dalla fregola e poco fidandomi dei consigli dei miei, con le 50 mila guadagnate da schiavo in piscina comprai un apparecchio inutile.
Quando non scendo in centro con la moto, in due prendiamo il bus. Belle ragazze, accavallano le gambe, le curve del polpaccio e l’attacco carnoso della coscia, premuta fra l’altro sul sedile, mi mandano in orbita. Ah..poter accarezzare quelle morbide rotondità. Poter carezzare quei capelli serici, avere per me gli occhi che brillano spensierati sotto le tese dei cappelli di loden… Nemmeno mi considerano. Hanno sacchetti contenenti cose tutte femminili, appena comprate: le commentano fra loro.
Il mezzo romba e sobbalza, mi riporta al triste convento di casa. Come un monaco, ho visto i “laici” vivere, torno al mio isolamento. Accendo il modesto radioregistratore ed ascolto quello che ho potuto incidere sfuggendo alle idiozie dei DJ. Poi metto su “Sotto il Segno dei Pesci”, di Venditti.
Vivo il mondo che mi circonda ascoltando musica ed osservandolo dietro un vetro. Godo di un benessere riflesso, che in casa penetra sin troppo filtrato, ma che avverto. Dietro un vetro, come sempre.
Il benessere dietro un vetro testo di Leo1962
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