il sicomoro abbandona, o fratello,
non sovra d’esso, sott’esso o d’intorno,
seduto all'ombra tendendo l’orecchio,
troverai quello ch’al cor tuo s’assenta,
pur rimirando il distante orizzonte,
nel rosseggiare del disco solare,
o al crepitare d’un misero fuoco.
sino a Damasco viandante muovesti,
per lo sterrato sentiero del Santo,
nulla t’urtò percotendoti il volto,
né luccicò abbarbagliandoti l’occhio,
mentre la sera spargeva profumi,
nel ventilare del mite scirocco,
già marmorea albeggiava Damasco.
ancor vegliasti al falò d’un bivacco,
e alta Boòte raggiava cinabro,
tra lo sciolìo di fronde sul borro,
stanco chiudesti le palpebre al sonno,
finché alla pace il cuor tuo fece ostello,
e un velo ordito d’un biblico nero,
coprì lenendo l'acuto travaglio.
scigliava al sole l’aurora i suoi lembi,
ch’ancor la brace d’un fil fumigava,
tra gli olivagni il cantare del gallo,
destava il mondo al giostrare dei giorni,
illividito ti trasti levato,
come un viticcio dal colmo gemmato,
cieco conosce la scala del cielo.
forse l’immago divino scorgesti,
là dove tacque la ragione umana,
non era certo l'ignoto sembiante,
ma quel profondo alitare sommesso,
talmente più intimo a te di te stesso,
la disvelata nativa natura,
nel voltolare dei giorni confusa.
là dove il pensiero tace testo di Oldman61