In riva al lago, splendevano le canne che strisciando tra di loro creavano un oceano rumoroso laddove regnava il silenzio. Le tovaglie stese in terra per il pranzo, tenute ben ferme dai sassi, non avevano più niente da offrire, se non cestini e piatti vuoti. Le formiche impassibili pattugliavano e lavoravano per prendersi le briciole del pane che neanche un'ora prima avevamo tagliato e mangiato di gusto tra risa e battute. Il vento del pomeriggio ricordava assolate estati di anni prima, ma il lago era un'altra cosa. Le cicale, restavano a sfregarsi in lontananza, nel confine tra i pini e l'inizio della pianura umida che circondava le acque; il loro canto lontano risvegliava letture passate di un verismo vuoto e tristemente reale. Non c'era niente da fare lì. L'acqua del lago increspata dal meriggio, non invitava a fare alcun bagno, radici, canne e rovi fitti non favorivano ne rinfrescarsi i piedi e schizzi gioiosi ne tanto meno tuffi goliardici. La natura semplicemente circondava le teste degli uomini. Anche qui, i pensieri restavano rinchiusi. Un soffio di vento e la tovaglia venne scalzata via, come un foglio di giornale, lanciato con le sue inutili notizie a occupare per pochi secondi la superficie del lago, prima di affondare silenziosamente. Le cicale non smisero un attimo, lasciandoci sulle sdraio, con le sigarette consumate in bocca.
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