I giorni dell'oro

scritto da ele_rubi
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Storia di Faty e di un suo vecchio amore.
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Testo: I giorni dell'oro
di ele_rubi

Fatiha aveva trentotto anni e una quantità di ener­gia che sembrava sproporzionata rispetto alle ore del giorno.

Per lei c’era sempre qualcosa da fare, un po­sto in cui andare, un progetto da cominciare.

Spesso, quando finiva di spiegare a qualcuno cosa avrebbe fatto il giorno seguente, stava già pensando a come stravolgere quell’idea.

Aveva viaggiato parecchio, quasi sempre da sola; dormito in ostelli, in stanze prese all'ultimo momento, in case di persone conosciute poche ore prima. Una volta era andata fino in Portogallo solo perché aveva visto la fotografia di una spiaggia e se n’era innamorata.

Arrivata là, si trovò nel bel mezzo di un tem­porale che durò quattro giorni: fu la vacanza più bella della sua vita.

Da due anni, Fatiha aveva un figlio: Karim.

Lei e il padre si erano conosciuti un anno pri­ma che lui nascesse, e dopo tre mesi era già incin­ta.

Era stata una decisione presa senza troppe esitazioni, come certe cose che a Fatiha sembrava­no semplici finché non ne veniva travolta.

Quando Karim era nato, loro due non stava­no già più insieme.

«Non è andata bene», diceva sempre, «però Karim è bellissimo.»

Lo diceva come se la seconda frase bastasse a rimettere a posto la prima.

Quel pomeriggio aveva scritto a Dario dopo dodici anni che non si vedevano.

Gli aveva chiesto se gli andava di uscire.

Non aveva aggiunto spiegazioni.

Lui aveva risposto di sì.

Adesso camminavano sotto i bastioni del ca­stello, in un borgo dell'Appennino che Fatiha ave­va scelto a caso, dopo aver visto alcune fotografie su Internet.

Le piacevano i castelli medievali, le mura, le porte basse, i vicoli che sembravano finire contro una casa e invece giravano all'improvviso.

Si fermava ogni pochi metri per guardare qualcosa.

«Hai visto quella finestra?»

«È una finestra.»

«Sì, ma guarda dov'è. Proprio in mezzo al muro. Non è strano?»

«Forse una volta non c’era manco quella.»

«Oppure le hanno tutte murate!»

«Faty: è una fortezza, non un residence.»

Lei gli diede una spinta con la spalla.

«Sei sempre il solito.»

«E tu sei sempre quella che si entusiasma per niente.»

«Perché la gente non guarda.»

Riprese a camminare, qualche passo avanti a lui.

Dario la studiò da dietro.

Non era cambiata un granché.

Naturalmente era più adulta, aveva un figlio, una vita che lui non conosceva. Ma continuava a muoversi come se il posto in cui si trovava fosse soltanto una tappa provvisoria, una cosa da vedere prima di passare alla successiva.

Si fermarono in un bar sotto il castello.

C'erano tre tavolini all'aperto, un ombrellone chiuso e una televisione accesa dentro, senza volu­me.

Si sedettero all'ombra della facciata.

Fatiha ordinò due birre.

«Non bevi più il vino?» chiese Dario.

«Certo che lo bevo.»

«Allora perché hai preso la birra?»

«Perché oggi voglio la birra.»

Dario annuì. Su questo, almeno, non era cambiato niente.

Parlarono del lavoro di lui.

Faceva il magazziniere, gli orari erano quelli di sempre, il mestiere non era entusiasmante ma al­meno c'era.

Fatiha gli raccontò che cercava qualcosa, qualsiasi cosa che le permettesse di mantenere se stessa e Karim senza dover chiedere favori.

«Ma tu hai sempre mille idee», disse Dario.

«Le idee non pagano l'affitto.»

«Potresti aprire un negozio.»

«Che negozio?»

«Non lo so.»

«E poi non ho mai avuto un negozio.»

«Appunto. Potresti provare.»

Fatiha sbuffò, poi prese il telefono e gli mo­strò la fotografia di un piccolo edificio in pietra.

«Questo sarebbe perfetto.»

«Per cosa?»

«Non lo so ancora.»

«Ah, ecco.»

«Potrei farci un ostello. O un posto dove la gente viene a dipingere. Magari altre mamme sin­gle! Oppure un ristorante marocchino.»

«Tu sai cucinare?»

«Certo.»

«Cosa?»

«Tante cose.»

«Per esempio?»

Lei lo guardò con aria offesa.

«Non ti ricordi niente?»

«Mi ricordo che una volta hai bruciato una torta.»

«Avevo ventisei anni.»

«Esistono già chef stellati, a ventisei anni.»

Fatiha gli tirò un tovagliolino appallottolato. Lui lo schivò e il tovagliolino finì sul tavolo accan­to, dove una coppia di anziani stava bevendo il caf­fè. La donna lo raccolse e glielo restituì senza dire niente.

«Vedi?» disse Fatiha. «La gente è gentile.»

«La gente vuole solo che tu non le tiri addos­so la spazzatura.»

Ordinarono un'altra birra. Poi un'altra ancora.

Il pomeriggio scivolò verso sera senza che nessuno dei due se ne accorgesse.

A un certo punto il barista portò via i bic­chieri vuoti e Fatiha gli chiese se il castello fosse visitabile. Lui rispose che a quell'ora era chiuso.

«Domani torniamo», disse lei.

«Domani lavoro.»

«Allora torniamo un altro giorno.»

Lo disse come se fosse una cosa già decisa, ma subito dopo si mise a raccontargli di una città in cui avrebbe voluto andare, di un corso che forse avrebbe frequentato, di una donna che le aveva parlato di un lavoro in un albergo.

Dario ascoltava e ogni tanto faceva domande.

Le domande erano poche, ma lei sembrava contenta che le facesse.

A cena non mangiarono nulla, se non altri stuzzichini che accompagnavano l’aperitivo. Fati­ha bevve vino. Dario passò al vino perché lei so­steneva che la birra le avesse fatto venire sete.

«Non funziona così», disse lui.

«Funziona benissimo.»

«Sei ubriaca.»

«Non ancora.»

«Hai appena chiamato il cameriere col nome di tuo figlio.»

Fatiha scoppiò a ridere. Poi si coprì la bocca con una mano, come se avesse fatto qualcosa di sconveniente, e rise ancora più forte.

Quando tornarono a parlare di loro, era già buio.

«Ma perché era finita?» chiese lei.

Dario aveva il bicchiere tra le mani. Lo girò sul tavolo, seguendo con un dito il cerchio lasciato dal fondo.

«Non lo so.»

«Qualcosa sarà successo.»

«Succedevano sempre cose.»

«Sì, ma quelle erano normali.»

Si guardarono.

«Litigavamo per niente,» ricordò Dario, «ba­stava una parola, un messaggio sbagliato, e comin­ciavano le ripicche, le telefonate interrotte, le frasi dette per ferire. Ci facevamo i dispetti. A ripensarci adesso, sembravamo due ragazzini.»

«E poi finivamo a letto,» aggiunse lei.

«Eravamo capaci di far passare giorni interi senza sentirci... e bastava una notte per non riusci­re più a staccarsi.»

«Stavamo bene insieme», disse Fatiha.

«Sì.»

«Allora perché è finita?»

Dario alzò le spalle.

«Eravamo giovani.»

«Eravamo scemi.»

«Io sono ancora scemo.»

«Quello si vede.»

Lei sorrise. Per un attimo parve sul punto di aggiungere qualcosa, ma bevve invece un sorso di vino.

Dario le raccontò della donna con cui si sen­tiva da qualche tempo. Si scrivevano, si mandava­no messaggi vocali, si raccontavano le giornate. Non si erano mai incontrati, perché lei viveva lon­tano. Ogni volta che provavano a organizzare qual­cosa, saltava fuori un problema.

«Ma ti piace?» chiese Fatiha.

«Credo di sì.»

«E allora vai a trovarla.»

«È complicato.»

«Cosa c'è di complicato? Prendi la macchina e vai.»

«Non è così semplice.»

«Per me sì.»

Dario la guardò. Aveva una macchia di maio­nese sul pollice e cercava di toglierla strofinandola contro il tovagliolo.

«Tu invece?» le chiese.

«Io cosa?»

«Hai qualcuno?»

Fatiha scosse la testa.

«Ho Karim.»

«Non è la stessa cosa.»

«Lo so.»

Lo disse senza offendersi. Poi prese il bic­chiere e bevve quello che rimaneva.

Più tardi, quando il barista cominciò a siste­mare le sedie vuote, Fatiha gli domandò se poteva­no avere ancora qualcosa da bere. Lui li squadrò entrambi, poi guardò l'orologio e disse che poteva portare un ultimo giro.

Dario avrebbe voluto dire che era meglio fermarsi. Invece ordinò anche lui.

Fatiha aveva cominciato a parlare di un viag­gio in treno attraverso l'Europa, con Karim, appena avesse trovato un lavoro. Diceva che il bambino avrebbe imparato le lingue, che avrebbe visto il mare d'inverno, che non bisognava aspettare di avere tutti i soldi del mondo per fare qualcosa di bello.

«E dove dormirete?» chiese Dario.

«Troveremo.»

«E se non trovate?»

«Troviamo.»

Lui rise. Lei rise con lui, poi gli prese una mano sopra il tavolo. Fu un gesto breve, quasi di­stratto. Dario non la ritirò.

«Ti ricordi quando siamo andati al mare a marzo?» chiese lei.

«Sì.»

«Si gelava.»

«Hai voluto fare il bagno.»

«L'acqua era bellissima.»

«Avevi le labbra viola.»

«E tu mi hai portato in albergo.»

«Perché tremavi.»

«Certo.»

Si sorrisero. La mano di Fatiha rimase sulla sua ancora un momento, poi tornò al bicchiere.

Non parlarono più di quello che avrebbero potuto essere. Non c'era una risposta che non aves­sero già cercato, dodici anni prima, quando erano abbastanza vicini da potersi fare male e abbastanza giovani da credere che bastasse volersi bene per riuscire a stare insieme.

Quando uscirono dal bar, era notte fonda. Il borgo era deserto. Le finestre delle case erano buie, tranne una, al piano alto di un edificio vicino alla piazza. Fatiha si fermò a guardarla.

«Chissà chi ci abita.»

«Qualcuno che non ha sonno.»

«O qualcuno che ha di meglio da fare.»

Ripresero a camminare. Dario teneva le chiavi del­la macchina in mano e ogni tanto doveva fermarsi per aspettarla. Fatiha rideva per cose che non fini­va di raccontare, inciampava leggermente nei sam­pietrini e gli si aggrappava al braccio senza chiede­re permesso.

In macchina si sistemò sul sedile accanto a lui. Si tolse i sandali e li lasciò sul tappetino, poi cercò la cintura senza trovarne subito l'attacco.

«Aspetta», disse Dario.

Gliela agganciò lui.

Fatiha appoggiò la testa al finestrino e chiuse gli occhi.

Usciti dal paese, gli chiese se il castello fosse più bello di giorno o di notte.

«Di giorno», rispose lui.

«Secondo me di notte.»

«Ma se non l'hai neanche visto di notte!»

«Me lo immagino.»

Dario sorrise e continuò a guidare.

Dopo qualche curva, Fatiha smise di parlare. Aveva la bocca appena aperta e i ricci schiacciati contro il viso. Una mano era rimasta sul grembo, l'altra vicino alla fibbia della cintura.

Dario abbassò un poco la velocità.

La conosceva abbastanza bene da sapere che, se si fosse svegliata, avrebbe ricominciato a parlare di sogni. Un altro castello, un altro viaggio, un la­voro da inventare, una casa da trasformare in qual­cosa. Avrebbe cambiato mille volte idea prima di arrivare a destinazione.

La strada scendeva nel bosco.

Ogni tanto i fari illuminavano un muro di pietra, il tronco bianco di un albero, un cartello che indicava una località.

Dario guidava, assorto nei pensieri.

Non sapeva perché fosse finita, dodici anni prima. Non lo aveva saputo allora e non lo sapeva adesso, seduto accanto a quella donna addormenta­ta che per qualche ora gli era sembrata ancora la stessa.

Sapeva solo che l'indomani lei sarebbe torna­ta alla sua vita, a Karim, ai suoi progetti, alle cose che doveva sistemare.

Lui sarebbe tornato al magazzino, ai turni, ai messaggi con donne lontane.

Forse non si sarebbero più rivisti.

Non perché fosse successo qualcosa, né per­ché si fossero detti addio. Semplicemente, a volte le persone s’incontrano solo per mettersi alla pro­va, per capire se il cuore ha chiuso per sempre con ciò che la mente credeva rimasto in sospeso.

Fatiha si mosse nel sonno e lasciò scivolare il viso contro il poggiatesta.

«Karim», mormorò.

Lui la guardò per un istante.

«Come?»

Lei non rispose. Si era già riaddormentata.

Dario sospirò, poi riprese a fissare la strada.

I giorni dell'oro testo di ele_rubi
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