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....Nascosto dietro una roccia, osservavo, con il cuore in gola, la mandria di bisonti avanzare impavida nella vallata. Erano tanti, grandi, potenti. C’erano i maschi che da fieri guardiani facevano risuonare fino alle vallate vicine il rumore degli zoccoli e delle corna in lunghi e cruenti duelli con gli altri maschi del gruppo. Le femmine si disinteressavano di questa singolar tenzone, e brucavano distrattamente la tenera erba della primavera, già sapendo che il loro destino non era stato scritto da loro. Poi c’erano i nuovi nati, dalle lunghe gambe e dalla testa gigante, ancora incerti nei passi e nuovi a questa interminabile migrazione. Quegli animali per noi non erano bestie, non erano trofei da mostrare, ma doni che il destino ci aveva offerto e toccava a noi adesso custodirli e preservarli. La mia famiglia di quei bestioni ne cacciava uno all’anno, e forse anche per la nostra tecnica primordiale, probabilmente il più fragile e acciaccato. Tanto ci bastava per superare l’inverno a venire, e ottenuta la nostra preda, di cui nulla andava sprecato, il nostro piacere si esauriva nell’osservarli e temerli. Finita quella carne, c’erano poi i pesci, le more, i mirtilli e tutto quello che la terra e il bosco potevano gratuitamente offrirci. Non pensavamo a uccidere per il solo piacere di farlo, né tantomeno ad accumulare altra carne che nessuno avrebbe mangiato.
Non avevamo da dimostrare a noi stessi o agli altri di essere migliori, o più capaci. Sconoscevamo la ricchezza perché sconoscevamo il potere e lo sfruttamento. Ci bastava essere quelli che eravamo.
La nostra casa era costruita sull’erba, la stessa che forse l’anno prima aveva ospitato la casa di altri. Il vento e la neve ne mostravano tutta la sua fragilità, e tante volte abbiamo realmente rischiato di perderla. Ma quel tepee era il tetto della nostra famiglia, non ne desideravamo altri o di più grandi, e tanto ci bastava.
La nostra musica era il fruscii del vento della prateria che ci accompagnava come una nenia nelle nostre passeggiate a cavallo. Fresco e a tratti freddo nel tardo pomeriggio, ci ricordava a noi viaggiatori erranti, che eravamo ospiti di questo mondo, e che la nostra esistenza aveva la stessa importanza di una sua impercettibile folata.
Tutto ci bastava.....
Il segreto?
Si chiama ARMONIA, che vuol dire essere concordi con ciò che ti sta intorno. Nella realtà il nostro non è un ruolo da protagonista. Possiamo osservare, godere, illuderci, rimpiangere, desiderare e fare tante altre cose. Poi nulla più. Nel disordine che ci circonda l’unico ordine che possiamo darci è questo.
Dobbiamo accettarlo e ci deve semplicemente bastare.