I passi scalzi e pesanti di Ludovico raggiunsero la sua camera e l’uomo, con un movimento rapido, si sedette sopra le coperte del suo letto ancora intatto.
Il buio fuori dalla finestra avvolgeva la sera come l’abbraccio oscuro di un amante geloso e lontano, soltanto il latrato lamentoso di un cane si ergeva vessillo isolato di un brulichio vitale in silenziosa ritirata.
Ludovico in quel momento avrebbe voluto restare fermo nella sua posizione ma un indomabile tremolio sudaticcio lo possedeva come un virus irresistibile, rendendogli persino difficile concentrarsi su quei pochi ma ingombranti pensieri che gli occupavano la mente.
Grosse gocce continuavano a spuntare sulla sua fronte sgombra e i capelli sulle tempie e sulla nuca erano imbevuti di umore salato in eccesso ma il vero sconvolgimento in lui non si poteva scorgere con gli occhi perché si agitava interno, quasi dentro ogni angolo raggiunto da alito vitale: il cuore pompava a mille come un tamburo instancabile ed i suoi polmoni, scossi da brevi fremiti di respiri spezzati, parevano bruciare nella fiamma di una esistenza troppo breve per essere raccontata. La testa, scossa da un terremoto fatale e impossibilitata a fare luce nel suo labirinto di coscienza, gli scoppiava di dolore e lui immaginava potesse esplodere davvero in una nuvola di coriandoli di fumo destinati a sparire nella fredda aria di quella notte disperata.
Restò così per qualche minuto, in quella sorta di torpore agitato che lo aveva paralizzato poi, piano, il vortice iniziò a calmarsi e tutto tornò a girare ad un livello normale; il silenzio sembrava avere accolto quella tempesta interna e la stesse domando, assecondandone l’attesa furiosa con la sua pazienza infinita.
Ora il processo di ritorno era in discesa, Ludovico riprendeva capacità di agire e un brivido stranamente piacevole lo attraversò quando si ritrovò a toccare la sua guancia bollente con il ferro gelido della pistola automatica che teneva ben salda in mano.
Sapeva perfettamente perché era lì e cosa voleva fare; c’era stata solo una parentesi inattesa e un conseguente momento di buio nella sua mente che ora però riprendeva le fila di un progetto ben definito, un’idea cui aveva molto lavorato e per cui si era preparato da tempo: quella sera, egli avrebbe posto fine alla sua esistenza.
Stava riacquisendo sicurezza delle sue azioni, i dubbi apparivano annebbiati nella convinzione di fare la scelta giusta nella sua situazione; solo, ora notava un nuovo elemento prendere posizione senza far rumore nel quadro complesso di un agire già di per sé difficile: una mollezza curiosa che lo faceva tergiversare in un’attesa inutile e pericolosa perché intuiva che già trappole mentali si preparavano leste a farlo scivolare nella loro intricata tela di congetture e ipotesi infinite.
Ebbe un moto di rinsavimento, si scrollò dentro e fuori e si rafforzò nel constatare che il tremore non dominava ormai più le sue membra.
Allora con uno scatto si mise in posizione puntandosi l’arma alla tempia ma non poté che disprezzarsi a fondo nel percepire insieme a quell’atto, affiorare un languore interno che lo spingeva a desistere, come una robusta onda marina che ci travolge sulla spiaggia dei rimpianti senza che si possa opporre resistenza e noi si resta là, allampanati testimoni di una natura più forte che non accetta condizioni e ci trasporta inesorabile indietro con lei verso un oceano di itinerari ignoti.
Inutile, pensò, continuare una farsa che non funziona e con un gesto odiosamente lento poggiò la pistola sul letto, accanto a sé; ora gli sembrava un oggetto distante, che non lo riguardava e la osservava con spregio, covando intimamente una nuova speranza di rinascita, l’idea che tanto aveva cercato in quegli ultimi, faticosi anni della sua vita.
Perché finire proprio ora? Perché fingere di non vedere che ci sono possibilità, obiettivi da raggiungere e conquiste per cui adoperarsi? Perché ignorare che il vuoto diventa un pieno da preparare? Con una forza che scorre impetuosa nel corpo, tanto da lasciare senza fiato per la sua invincibile volontà di uscire a cantare al mondo intero l’inno a una vittoria che ora appare all’orizzonte come vicina, possibile, anzi, certa!
Ludovico allora si rizzò in piedi, cosciente che tutta la sua pianificazione degli eventi, fatta con grande cura, in quel preciso momento si svuotava di senso fino a sparire come cenere al vento, e mosse passi energici verso il salone. Sapeva di avere tante cose da fare ma si sentiva rinvigorito e pensò bene alle sue prossime, imminenti occupazioni: per prima cosa bisognava portare via il corpo della moglie dal salotto e poi pulire bene il pavimento di legno, imbrattato di sangue fresco.
Interno nudo inferno testo di effe