Eluana
di Marco Risica
9 febbraio 2009
ore 20,10
il cuore di Eluana Englaro cessa di battere.
Capitolo 1
Ciò che rende la vita il più affascinante dei misteri è l’assoluta indecifrabilità di quello che ci accade. Nella sua semplicità sconcertante, Forrest Gump ha espresso questo concetto con la ormai famosissima metafora: “La vita è come una scatola di cioccolatini assortiti, non sai mai cosa ci trovi dentro…”. L’impossibilità di dare un giudizio esaustivo sugli avvenimenti del vivere, se non allontanandosene, se non aspettando, se non lasciando che gli eventi compiano il proprio corso, nient’affatto sincronizzato con le nostre attese.
L’appuntamento con la morte di alcuni, tragedia irreversibile per tutti i suoi cari, si può trasformare in opportunità insperata per chi da quella morte può attingere, per continuare la propria vita. La storia recente ci ha offerto migliaia di casi che hanno turbato le nostre coscienze, aprendo nuovi scenari etici, morali, intellettuali ed al fine giuridici ai quali nessuno era preparato. Senza esperienze del passato a cui guardare, senza il supporto di un pensiero filosofico, senza alcun riferimento ci troviamo a brancolare nelle tenebre del nostro io più profondo.
Di fronte agli eventi drammatici della propria esistenza ci si chiude in se stessi. Ci si raccoglie nel proprio dolore e in quello dei propri congiunti. Si è portati a cercare le risposte all’interno della propria coscienza, supportata solo dalla nostra idea di umanità, dalle nostre convinzioni, dalle nostre paure. All’interno della bufera non ci sono mai certezze, quelle poche che ciascuno è riuscito a crearsi, con fatica, con mille tentennamenti, si sgretolano sotto il peso del dolore e della paura.
Due genitori hanno dovuto affrontare il più innaturale dei lutti, quello provocato dalla perdita del proprio figlio. Perdita che non si è consumata in un tragico, fatale istante ma perpetuata giorno dopo giorno per 17 lunghissimi anni. Chiunque provi ad immedesimarsi nella tragedia di questa famiglia, deve far ricorso a tutte le risorse di cui dispone. Deve mettere in discussione le proprie certezze, se ne ha, riconsiderare le proprie convinzioni, le proprie scelte, la propria qualità di vita, le proprie priorità alla luce di una realtà totalmente devastante. Purtroppo la cronaca di queste ore contraddice ciò che la pietà ed il pudore imporrebbero. La miseria umana non ha limite. Anche se questa non è certamente l’epoca delle riflessioni, della meditazione, della ricerca è opportuno fermarsi un attimo e cercare nel profondo di noi stessi una traccia, un indizio, un punto da cui partire per comprendere qualcosa dell’infinito mistero della vita e della morte.
Se non c’è un atomo della realtà assestato, se tutto è in continuo, vorticoso movimento da poter sembrare fermo e tutta la nostra vita è regolata da leggi di stabilità, buone solo per la più superficiale impressione di apparenza, mentre sul terreno della vita individuale (non solo di quella sociale e storica) tutta la realtà è nell’instabilità; quali corrispondenze si possono rintracciare tra il pensiero, il progetto, il sentimento, l’azione di ieri e quella di oggi e contemporaneamente tra di loro?
Qual è il connettivo che permette all’individuo di ritrovare se stesso, e gli altri, giorno dopo giorno e non la continua estraneità?
La rappresentazione mediante la quale ci si costruisce pezzo a pezzo sul nostro tracciato genetico, manipolato qua e là dall’esterno, portandoci appresso tutto (antenati, infanzia, ambienti, un bagaglio già alla nascita troppo ingombrante), quanto può scorrere, passando per la griglia a maglie strette del tempo, senza che ne restino continuamente impigliati e trattenuti la maggior parte dei pezzi?
E che cosa passa e in quale modo si ricostituisce (se si ricostituisce) di noi; giorno dopo giorno, tanto da consentirci di esibire tranquillamente la nostra inalterabile identità?
L’ipotesi è che la maggior parte della vita trascorra proprio nel tentativo di rintracciarsi, contro la continua dispersione, in un filo rosso di continuità, raggomitolandosi man mano su un materiale sempre più inconsistente, fino alla completa perdita di contatto con l’autentica materia dell’esistenza, nella affermazione unilaterale e suicida della conservazione “lineare“.
Cosa accadrebbe se si tenesse conto del segmento? dei suoi spazi di vuoto?
Se si riconoscesse che non si può essere gli stessi, che continuamente si rinasce a se stessi, tanto da dover riprendere ogni volta cognizione di sé per quell’incessante riequilibrarsi di elementi in libertà, di cui un bel mucchio se ne è andato chissà dove (ci si ritrova ad assottigliarsi per un verso) e con sempre nuovo materiale da sistemare dall’altro.
E’ un altro modo di pensare se stessi.
Questo sentirsi a pezzi, sconnessi, troncati in alcuni punti, a filamenti in altri, nebulizzati, anche al di sotto della pelle; questa immaterialità di fondo, malgrado la ripetitività del meccanismo biologico, il disordine su cui ci si va costituendo si deve riconoscerlo? (o solo negarlo e combatterlo?)
E può prendere corpo o almeno essere in qualche modo “nominato“? Va violentemente a scontrarsi con tutto “l’assestato“. È anticulturale, antisociale per eccellenza, riconosciuto solo come pazzia o nihilismo.
Un modo per cercare di far luce su questo interrogativo esistenziale è forse quello di ripartire artigianalmente da quel mucchietto di se che é a disposizione. Tentare di sentire i “vuoti“, quello che c’è stato e non c’è più - le pause dell’esistere - le zone di dissolvenza.
Già questo è un disagio. Siamo abituati a trattenere, collezionare, catalogare; molto meno a lasciare andare.
Questo “lasciare andare” è la morte, che non sta alla fine ma all’inizio. Ne siamo intessuti. Il portarsi appresso della memoria è la morte. Questo deposito di ricordi attraverso cui riconosciamo noi stessi é l’imbattersi continuo nei nostri cadaveri. E’ nel nostro personale cimitero che sostiamo ogni giorno malinconici con quel tanto di noi che sopravvive, in continuo lutto. Ma qui l’equivoco del riferimento alla morte convenzionale, quella finale e definitiva, trascina con sé l’armamentario - macabro orrorifico - di contrapposizione alla vita.
Tutto ciò è troppo meccanico, grossolano, manicheo, rappresenta una realtà in cui: il nulla viene spostato sulla morte e il tutto sulla vita senza nessuna contaminazione reciproca. Il rifiuto ostinato a riconoscere le perdite continue della nostra “storia” ci costringe ad una brusca resa dei conti finale in cui ci sentiamo di cedere tutto in una volta.
Tutti i nostri sforzi tendono a respingere la morte sullo sfondo, alla fine. Ad estrometterla dalla nostra vita; ma in realtà c’è una differenza tra l’uomo e il suo cadavere ma c’è anche una innegabile differenza tra lo stato di adulto e quello di bambino. Nel tempo il corpo bambino è consumato nell’ uomo. Basta non rinvenirne il corpo per escluderne la morte?
Ci si risponde che il bambino continua a vivere nell’uomo, ma non è vero o almeno lo è altrettanto del sostenere che l’uomo continua a vivere nel suo cadavere.
Ma il cadavere non ha memoria.
Cosa c’è di vivo nella memoria? Io posso ricordarmi sia di un vivo che di un morto. Per il fatto di essere ricordato un morto non è allora morto , vive, per così dire una vita passiva? (vive nel ricordo di chi resta). Allora mi posso impossessare della vita altrui malgrado l’altrui morte, così come mi posso impossessare della mia infanzia malgrado essa sia morta? Potrei commemorare la mia precoce morte altrettanto ufficialmente di quella altrui? Complicato già individuarla.
Oltre al cadavere della fanciullezza, manca la data certa, l’approfondimento delle circostanze e se ci si riflette, anche la causa. Si potrebbe sostenere che è stata causata dal necessario sviluppo, per cui non è morta, si è solo trasformata, “sviluppata“, così come il pulcino dall‘uovo. Resta il fatto che non c’è più . In sostituzione del nostro corpo bambino possiamo esibire quello dei nostri figli che esistono solo in virtù del sacrificio della nostra infanzia. Resta l’occultamento di cadavere del bambino preesistente, senza possibilità di scambi e sostituzioni perché se qualcosa si è sviluppato in noi e fuori di noi, è innegabile anche che qualche altra cosa è morta, anche se se ne continua a portare le spoglie in noi stessi.
Possiamo sostenere che le proiezioni di vita interna (la nostra crescita, l’invecchiamento) ed esterna, i nostri figli, sono rese possibili dalle nostre progressive morti parziali che consentono comunque la conservazione della nostra individualità e che la morte non è un’esperienza finale ma una continua esperienza di vita? Il senso comune ci riporta alla differenza sostanziale tra morte finale e morti parziali. La conservazione dell’impianto biologico nel tempo attiva nel ricordo/riconoscimento la sintesi delle nostre successive vite innestandole nel filone dell’identità. Ma non è chiara la percezione di questo fenomeno in progressiva assimilazione. Ha il carattere forzoso del miracolo, cioè contrario a natura e logica. Posso usufruire di un bagaglio più o meno esteso di informazioni sui miei io trapassati (i ricordi appunto), senza che questo nulla tolga alla estraneità totale che si è venuta a creare tra quel che ero a uno, a tre, a cinque, a venti anni e la persona che sono in questo momento, completamente trasformata nel tempo. Io non posso vivermi nella continuità. Non c’è spazio in me stesso per tutto quello che è già avvenuto. Riaffiora qua e la un qualcosa di aneddotico che potrebbe essere riferito a chiunque, tanto è frammentario, superficiale, pretestuoso, falsamente ricostruttivo. Il raccontarmi è qualcosa che già denota la mia estraneità dal passato. Posso riferire avvenimenti, circostanze, persone, luoghi, atmosfere, sentimenti lontani, ma il mio modo di allora di avere vissuto è scomparso. Non posso recuperarlo nel ricordo. Posso solo cancellarlo nel ricordo, perché il ricordo appunto sta lì a testimoniare proprio quello che è irrimediabilmente finito, quello che non può essere rivissuto, che può essere solo raccontato come una favola, un’irrealtà.
Il corpo, torpida forma-contenitore, di un più intimo caos, me lo vivo addosso, consueto, metodico. Lo specchio non può riflettere le mie schegge, solo la sua compattezza, la delimitazione di una qualche continuità spaziale, dalla testa a i piedi. Mi riconosco, riconoscendolo. Ogni giorno vivo delle sue tranquille, ossessive abitudini che mi convogliano, prima che qualche mio frammento sia potuto, distintamente, emergere dal sonno della notte. Mani e piedi prendono subito il sopravvento coi movimenti consueti e sanno prima di me cosa fare, dove dirigersi. Conoscono poche variazioni e in base a quelle agiscono spontaneamente, se non ho l’energia di contrastarli in modo rapido e deciso. Ma come si fa a far partire la giornata coi movimenti giusti, quando il sonno ha interrotto quel poco del mio precedente assestamento e il sogno ha separato e ricomposto a suo piacere tutto il mio materiale e io mi ritrovo a chiazze, scompaginato, in una stanza di cui devo ogni volta riprendere possesso, mentre meccanicamente guardo l’orologio.
Molti conoscono quel senso di resistenza che va dal fastidio al disgusto, quando dopo un primo momento di estatica completezza, dovuto all’aderire del corpo rilassato, sulla superficie del letto, all’abbandono irresponsabile nel sonno,alla libertà illimitata della vita onirica, ci si deve risolvere a ridare corso quotidiano alla vita “reale”. C’è chi ha bisogno di palparsi per rimettersi insieme, attardandosi sui genitali per riconnettersi con le più immediate pulsioni vitali. Altri indugiano, con lo sguardo vacuo, a fissare il soffitto e poi, lentamente la stanza, la finestra, la luce che penetra. Sono quelli che attingono alle coordinate spaziali per ricollocarsi in qualche modo. C’è chi non tollera assolutamente questo stato di semicoscienza e al primo socchiuder di palpebre deve precipitarsi giù dal letto per ritrovare nell’impatto con la doccia e nella rassicurazione del proprio abbigliamento, il senso immediato dell’identità. Ma in questi rituali, a cui ogni giorno ci si sottopone, al risveglio, appena emersi dall’indefinita dilatazione della notte, c’è tutto il disagio e la fatica di ritrovarsi, il senso della vulnerabilità estrema, della insufficienza delle suture operate per ricongiungersi al nostro io di ieri.
La notte si è presa il suo spazio. Ci siamo “abbandonati”. Anche stavolta è avvenuto: ore ed ore sottratte al nostro senso “comune”. Ce ne siamo andati da questa stanza, sprofondati, sollevati, cullati, comunque lontano da tutto questo, fermi in qualcosa che ci ha trasportato fuori e quel che di noi è riuscito a filtrare ha trovato un mondo diverso, spazi e tempi rovesciati, un mondo concentrato, senza limiti e abitudini, senza disagio e meraviglia. Ne abbiamo fatto parte, cittadini di un’altra realtà che ogni notte ci accoglie, “interrompendoci“.
Come ci segna, la notte, in quale modo incide come tempo reale di vita e non banalmente come “riposo”? La sua assoluta necessità, riproposta continuamente come condizione vitale, questa pausa tra i nostri giorni, in cui si assorbe la stanchezza della veglia, questo stacco ristoratore da noi stessi. Qual è la vera esperienza del sonno, al di la del semplice bisogno fisiologico “ricostruttivo”? Se il suo significato più profondo fosse nel riportarci alla realtà della nostra segmentazione, segnalando il rischio “mortale” della pretesa continuità? Se rappresentasse , nella sua apparente passività, la necessità di un’altra vita, parallela, opposta, speculare a quella che testardamente rivendichiamo come unica e nostra?
Cosa pensare? Che da sempre sprechiamo il nostro sonno, relegandolo al margine di noi stessi, come non vita. Che nel far questo ci dimezziamo artificiosamente, riduciamo la nostra esperienza a un unico tracciato, rifuggendo nevroticamente dall’evidente intrecciarsi ed interrompersi dei percorsi, nel terrore di non ritrovarci. E’ la paura del labirinto, alla quale opponiamo la fragile risorsa del filo di Arianna della nostra identità-lineare. Ma seguire il filo può significare perdersi dietro ad esso, non vedendo nient’altro che il percorso, in un bisogno sempre più ossessivo di venirne finalmente a capo. E se la realtà fosse invece che nel filo nel labirinto? Se i falsi percorsi che il labirinto ci propone, non fossero falsi, ma necessarie dilatazioni di cui cogliere realtà e senso? Se per vivere ci fosse appunto bisogno di non ostinarsi a trovare l’uscita, come unico scopo, e che anzi, questo significasse proprio l’estromissione dal gioco, il passo obbligato del fallimento?
Cos’è che ci impedisce di assumere queste continue esperienze di morte parziale, esemplificata, questo essere altro da quello che testardamente rappresentiamo a noi stessi, come la nostra ininterrotta solidità?
E’ un blocco che nasce alla base, da una viziata contrapposizione vita-morte. Un nevrotico esorcismo della morte attraverso una continua operazione di ricompattamento-irrigidimento della nostra vita.
Ben chiusi dentro il sacco della nostra disinvolta individualità, non siamo disposti ad ammetterne le dispersioni, le perdite, le rarefazioni del contenuto. Finché il sacco è sigillato, ci sentiamo integri, immortali. E visti da di fuori tali possiamo sembrare, compiuti, definiti. Ma dentro di noi la compattezza si scioglie, gli spazi si dilatano, si determinano i vuoti. Col vivere, l’esperienza della nostra inconsistenza, si impone. Più lavoriamo alla nostra definizione, più essa si sfalda, malgrado la quantità e la qualità del materiale accumulato. Sotto la crosta levigata, ci inoltriamo in uno scenario sconnesso, un terreno infido, dove aree apparentemente solide si rivelano al primo contatto friabili. False e inutilizzabili tutte le nostre affermazioni, le nostre mappe, i nostri tentativi di orientamento. Là dove ritenevamo esserci il ponte di un ricordo, troviamo una voragine. Se tentiamo di soffermarci su un sentimento fermo e radicato in un certa parte di noi stessi, per riprender fiato, lo vediamo oscillare, riempirsi di strane fenditure che si allargano man mano. In questa più intima dimensione, vediamo precipitare caoticamente le meteore della nostra attività. Ma niente si assesta, si compone si consolida.
Combinazioni di elementi diversi, in cui ci sembra di ravvisare qualcosa di noto, si dissociano al primo sguardo, ricomponendosi subito in un altro modo ancora per qualche attimo,per poi scindersi di nuovo. Niente riesce ad assumere forma compiuta se non in modo illusorio. A tratti ci sembra di poter riconoscere paesaggi di natura cosmica. Rintracciamo in noi stessi elementi molecolari in movimento, addensamenti gassosi, luminescenze; possiamo intravedere il mondo che è in noi, ma non noi stessi. Più ci avviciniamo, più ci dileguiamo al nostro sguardo e tutto quello che di immenso rimane, ci respinge nella più assoluta inconsistenza. Conoscersi appena un po’ è un’esperienza di morte della nostra individualità. Sentiamo di basarci su una pretesa insostenibile di separatezza, in cui questa individualità che ci contiene non ha rapporto alcuno col contenuto, anzi, lo ostacola, lo fraintende, lo nega, assolutizzando se stessa come unica garante di vita. E’ come se a un certo punto si fosse innescato in un composto di materia, un moto di ribellione all’universo a cui partecipa, in nome di una sua pretesa estraneità.
Eppure c’è in questa condizione, così evidentemente estrema, incompatibile, qualcosa che fa intravedere il limite, la fine di un percorso, la necessità di ritrovare la realtà, anzi di trovarla per la prima volta, cominciando il viaggio a partire da noi stessi. Ma non è l’ottimismo degli scopritori di nuovi mondi quello che ci incalza, è piuttosto la rassegnata lucidità dei profughi, che abbandonate le case, si incamminano con l’unica certezza della sconfitta subita. Il mondo è alle nostre spalle. Non ci portiamo niente appresso, solo noi stessi. E questo è un bagaglio leggero, ormai inconsistente e privo di qualsiasi valore. Ma in questo portarci, senza una direzione precisa, senza il progetto di un nuovo insediamento, senza la speranza di un soccorso, in questo progressivo rarefarsi del nostro essere, sciogliersi, lasciar cadere, ridursi all’essenziale del momento e lì afferrarsi per un attimo, intravediamo un barlume di possibilità. Tra quello che c’è stato è quello che non c’è mai stato non c’è differenza; mi riguarda solo come presa d’atto, allo stesso modo della conoscenza dell’esistenza dei dinosauri.
Siamo attrezzati a vivere la nostra storia in quella più grande? A scorrerci nel fluire del tempo? Ci assumiamo tutto lo spessore del vissuto, come massa in accrescimento, cementata dal divenire?
Siamo organismi complessi anche dal punto di vista individuale. Non viviamo di bisogni, di gesti, di emozioni, di pensieri isolati. La nostra azione di oggi può essere il risultato della risoluzione di ieri e, a sua volta, determinare il comportamento che assumerò domani. Così la determinazione a vivere l’attimo, non affiora isolata ma si ricollega a un’infinità di esperienze vissute, ne rappresenta un distillato.
I punti fermi dell’ esistenza, le persone, le situazioni, lo scenario che vi si è in qualche modo stabilizzato, le strade che percorriamo ogni giorno, la casa in cui rientriamo, ci afferrano, ci delimitano, ci sostengono, operano come riconoscimento, ci contengono come spazio, operano la relazione, testimoniano della nostra presenza nel tempo e nello stesso modo sono confermati dalla nostra “riconoscenza”. E’ un reciproco -riflettersi-, una presa d’atto che ci assume nel tempo, ci colloca nello spazio e ….poco più. Qualsiasi sia il movente rappresentato, al fondo più autentico delle nostre relazioni, c’è il bisogno di essere “collocati”. Il bisogno conclamato di fedeltà dei sentimenti, di stabilità dei rapporti, la nostra pretesa di “amore”, non richiede comprensione e apprezzamento particolari. Ci è sufficiente essere evocati e in qualche modo venire sottratti al senso di dispersione, di irrealtà, di morte che si impone con la solitudine. In questo senso, l’amore è inteso come potente dispensatore di vita. Ti individuo nella scelta, non solo affermando che ci sei, ma cogliendo una tua essenzialità, ti distinguo da tutto il resto, ti rendo unico, insostituibile, assoluto. Posso accettare anche la non reciprocità. Sapere che ci sei, individuare la tua valenza è sufficiente ad inglobarmi nel raggio del riconoscimento, anche se di riflesso, ne sono coinvolto, ricomponendomi attorno ad un centro, anche se esterno.
In questo senso, l’amore non manifesta mai annullamento, bensì il bisogno opposto a sfuggirgli. Tanatos ed Eros entrano in reciproca relazione come la malattia e la cura. Ma da quale malattia intendiamo curarci? Dalla morte che ci annullerà? No. In genere facciamo ben poco per quel tipo di morte, remota possibilità spostata all’estremo limite dell’esistenza. Il Tanatos da sanare è qui, quello che riguarda la nostra vita, qui, adesso. Si riferisce a quel complesso stato del sentirsi vissuti dalla vita senza riuscire a viverla, potendo solo assistere al nostro consumo.
Tento disperatamente di farmi trattenere, di impigliarmi in oggetti esterni, cui cerco di collegarmi con legami di stabilità. Cambiare “insieme” è in qualche modo un non cambiare, o almeno un rallentare. Attutisce gli effetti devastanti, sottraendomi ad un impatto diretto e tanto più vorticoso quanto più solo e disancorato fossi colto dal fluire.
Con l’inoltrarsi nell’esistenza, si accentua il sentimento penoso, quel qualcosa di ciarlatanesco, di turlupinante che si accompagna al presentarci. Nell’illustrarci mediante i fatti della nostra storia e le circostanze attuali (sono il Primario dell‘ospedale, sono elettricista, sono quello che ha scalato il k2, ecc.), che dovrebbero dare il senso della nostra realtà, avvertiamo un disagio, una forzatura, una menzogna, che a volte, deliberatamente accentuiamo, sempre coscienti di sottoporci ad una inutile, violenta, palese contraffazione. Col tempo si accentua la difficoltà della “rappresentazione”.
Le persone sopraggiungono troppo tardi per essere accolte in qualche modo. Possiamo tutt’al più tollerare quelli che ci sono “scorsi accanto”, quelli che, anche stentatamente, tra ostilità e incomprensioni, hanno comunque condiviso “il nostro tempo”, e al di la delle parole e delle “rappresentazioni”, ne hanno potuto cogliere l’essenziale, il non detto, il misterioso vissuto che solo crea, nel silenzio, nell’inesprimibile ,il legame, la comprensione.
Perciò non ci aspettiamo più dai nuovi incontri il miracolo, il riconoscimento di chissà quale affinità elettiva che colga finalmente l’essenza della nostra individualità. E’ un modo di percepire l’impossibilità di cogliersi nel presente, nell’attimo che ci rappresenta ed insieme il riconoscimento della progressiva difficoltà a vivere, dovendo comunque vivere nell’unica dimensione concessaci: il presente appunto.
Il tempo si posa su tutti gli attimi della nostra esistenza, appropriandosene. Imprime una scansione implacabile al nostro meccanismo biologico, che ne asseconda trasformandosi, le successive scadenze. Ogni attimo che trascorre, opera una modificazione impercettibile nel nostro assetto, dandoci nel contempo una superficiale impressione di stabilità. Ma nella progressione, nei lunghi periodi, è impossibile non cogliere il cambiamento sostanziale che si è operato in noi. E’ il corpo stesso a denunciarlo, ritrovandosi a scadenze fisse, irriconoscibile a se stesso. E’ paradossale, come proprio il corpo, garante principale della nostra continuità, sia il primo a tradire, o comunque a testimoniare inequivocabilmente la nostra trasformazione.
Già dover riconoscere ed affrontare queste “tappe all’ingrosso” della nostra esistenza è traumatico da rappresentare per ogni individuo per quel rischio di bloccarsi, di ostinarsi a sopravviversi, a non tenere conto della necessità di procedere ritrovandosi altro, in altro.
La nostra fisica ci impone un mondo semplificato, lineare, contenuto nel tempo. Un mondo che contraddice la nostra intimità, che non la respinge, relegandola però, sul fondo scuro di noi stessi, verso la notte, il sogno, la morte. Eppure il suo richiamo è sempre più insistente. Le voci degli uomini del sottosuolo del nichilismo Nietzschiano, voci flebili, spezzate, ossessive, “visionarie“, estatiche della cultura europea del ‘900, le voci di contrasto, le voci del nostro silenzio, reclamano sommessamente di essere ascoltate come unica alternativa al delirio. Sappiamo ormai troppo su noi stessi per proseguire nel gioco dell’”umanità“. Scoprire l’inesistenza del burattinaio ci ha costretto a sorprenderci nell’atto di tirare i nostri fili e di suggerirci le nostre vuote battute.
Non potendo più prendere sul serio l’intreccio, veniamo incoraggiati ad entusiasmarci della parte. Ma anche l’attore più sciatto deve sapere di riferirsi nella finzione a qualcosa di reale a cui la finzione rimanda. Qui invece si pretende sempre più esplicitamente la finzione per la finzione. Una simile pretesa di “buona fede” è insostenibile, e irrappresentabile. Se in ognuno vediamo l‘istrione, i ruoli si annullano, le scelte si equivalgono, l’intreccio si blocca. Non c’è più “storia“. Ammiccando l’un l’altro ci segnaliamo contemporaneamente lo smascheramento e la necessità di stare al gioco. Ma l’una cosa contraddice l’altra. Se sotto la maschera c’è qualcos’altro il gioco non è più lo stesso e nemmeno i giocatori.
L’incertezza sulla reale dimensione ed entità del regno individuale, riconosciuto e rivendicato comunque come valore fondante, determina farse e tragedie nella nostra epoca, molto più che nel passato. Tutti i protagonisti del romanzo moderno sono sterili o costretti ad abbandonare i figli, è una costante ossessiva (Madam Bovary, Bouvard e Pecuchet, Anna Karenina, i Karamazoff, i K di Kafka, l’Ulrich di Musil, ecc.). L’io, alle prese con se stesso, non è generato e non genera. Deve auto generarsi, riconoscendosi come l’unico figlio di se stesso, prendersi cura di sé. Più i suoi confini sono labili, più la sua natura indefinita, più si acuisce l’esigenza di riempire, difendere, accattivarsi questa vaga e superstite dimensione del reale, minacciata dall’esterno e dall’interno da continue insidie. La specie non ha più presa. L’io non può vivere né del passato né del futuro. È il presente, a cui richiedere eterna conferma (hinc et nunc). E’ nell’attimo che deve svolgersi la vita, qui subito, in qualsiasi modo. Non c’è tempo di riflettere, non c’è modo di elaborare niente se nel frattempo devi vivere la tua sola vita. Viverla a qualunque costo, in qualsiasi modo. La libertà è l’immediata, parossistica adesione a questo urgente imperativo. Così adesso l’uomo è inchiodato mani e piedi e se stesso, tutto il resto è appendice, proiezione, contorno, sfondo, di cui appropriarsi o tralasciare in completo libero arbitrio. Deve vivere, deve agire, in questo determinandosi.
Tutto quello che nell’attimo prende corpo è qualcosa di occasionale, di frammentario, di parziale che l’attimo successivo contraddice: “Ho fatto questo ma potevo fare l’esatto contrario e sarebbe stato lo stesso, perché io sono quel determinato atto ma anche l’atto contrario che è rimasto inespresso e quindi tanto più presente e vivo dentro di me. La scelta come possibilità di espressione del valore più alto nella gamma dei valori possibili, non ha luogo. Coesiste insieme alla “non scelta” e a lungo andare è questa ad imporsi come la parte più genuina, più matura e “composta“. Alla fine l’inespresso ha il sopravvento. È la constatazione del necessario fallimento? O è il massimo della consapevolezza raggiungibile? Il riconoscimento di una realtà diversa, più sottile, decentrata, da cogliere consensi ed attenzione nuovi, affinati, surreali? Cos’è l’inespresso, questo sottile regno dilatabile all’infinito? Se i mille morti che ho già vissuto nei miei successivi aggregati cellulari, il continuo accrescersi/disfarsi del mondo intorno a me, i miei diversi io, di cui solo una piccola parte si è trasformata in scelta, in azione, in “realtà”, restando gli altri accennati in opzione intraducibile, irrappresentabile, le infinite combinazioni della specie, presenti in me, stipate frammischiate, premono per il riconoscimento, per l’individuazione.
Non si può non mettere in discussione tutto di se quando ci si trova in una condizione estrema, totalizzante, terribile, senza scampo. Insicurezza su ogni cosa e dubbi di ogni genere, devono essere stati i compagni di viaggio della famiglia Englaro in tutti questi anni. Anzi nei 536.457.600 secondi, infinita sequenza di attimi riempiti solo di dolorosa impotenza.
Capitolo 2
Titanica l’impresa di farsi una ragione della perdita della propria figlia, inumano lo strazio della morte continua. L’impossibilità di metabolizzare un lutto che si replica ogni giorno, avrebbe consigliato a chiunque il percorso più breve per porre fine a quell’insopportabile calvario. Questi eroi del terzo millennio invece hanno scelto la strada più lunga, la più difficile, quella dell’affermazione di un principio. Il principio che riconosce ciascuno di noi come unico arbitro del proprio destino. A questo principio se ne associa strettamente un altro, ovvia conseguenza: la delega di questo potere va ai propri cari o alle persone direttamente indicate ad esercitarlo, nel caso di trovarsi nell’impossibilità di esprimere la propria volontà direttamente. L’affermazione di questo principio fondamentale è passata inosservata per 17 lunghissimi anni, catturando l’attenzione distratta di tutti noi solo il tempo di leggere un titolo di un quotidiano o quello di ascoltare un’agenzia televisiva durante un notiziario. Nessuno tranne i diretti interessati ha compreso la drammaticità di quella richiesta. Prima di Eluana la scienza, la società, la comunità civile restituiva alla famiglia quella vita tranciata senza più coscienza e senza speranza, dimenticandola. La costanza, la pazienza, la fiducia dei genitori di Eluana hanno fatto si che anche in questo Paese, dove per avere un risarcimento dall’assicurazione occorrano 7-8 anni, si sia arrivati al pronunciamento dell’unico organo a cui un comune cittadino possa rivolgersi: il tribunale. E’ toccato alla giustizia ordinaria, in tutte le sue istanze fino alla Corte Costituzionale concedere alla famiglia Englaro un suo sacrosanto diritto. L’affermazione di questo diritto umano prima che laico ha scatenato l’ira ottusa di tutto il fondamentalismo cattolico fin nelle più alte gerarchie della Curia Romana. Da un Papa che vuole ripristinare la liturgia ante Concilio, con la messa in latino non c’era da aspettarsi niente di diverso. Papi come Paolo VI°, capaci di interrogarsi, di fare professione di umiltà, di coltivare il dubbio come massima espressione dell’intelletto, ne nascono purtroppo uno ogni 1000 anni.
Il principio secondo cui ciascuno debba essere arbitro unico del proprio destino, sembra essere, in qualche modo una novità per le coscienze, mentre in realtà è un diritto da sempre affermato e riconosciuto nella storia dell’umanità. Come spesso accade però le persone, la cosiddetta opinione pubblica, ha memoria breve e non sa riconoscere cose molto simili tra loro se chiamate con nomi diversi. In pratica da più importanza alle parole che non ai fatti. La mistificazione delle parole, prima ancora che degli accadimenti ha scatenato emozioni così forti nei cuori della gente. Se si fosse usato il linguaggio della realtà delle cose, il clamore avrebbe lasciato spazio al silenzio della pietà umana e del cordoglio.
Quanti uomini e donne hanno deciso di immolare la propria vita per una causa, a loro giudizio più importante della loro vita stessa? Storia, teatro, libri e perfino canzoni, narrano di scelte estreme e definitive. Quale fosse la causa, il contesto e l’urgenza di ciascuna scelta ha poca importanza. L’elemento di cui stiamo parlando è la valutazione che un individuo è stato chiamato ad esprimere e la decisione conseguente che ha preso. In assoluta autonomia di giudizio. In piena libertà. Se una scelta così assoluta e definitiva, come quella di provocare direttamente o indirettamente la propria morte viene compiuta, ad esempio in un atto di guerra, il giudizio comune è di un atto eroico. Le parole che ne accompagnano il commiato terreno sono di solito: “…con disprezzo assoluto del pericolo sacrificava……”. Non vale in questo caso la dottrina che vuole che la vita non ci appartenga?
Il problema dunque non è quello di stabilire se ciascuno ha il diritto di scegliere se vivere o morire. Su questo sembra che, implicitamente siano tutti o quasi, d’accordo. Il problema che si è posto artificiosamente a dibattito nel Paese è quello di valutare la fondatezza, la convenienza, l’etica, della ragione per cui un individuo decide di provocare la propria morte. Come si può regolamentare, attraverso leggi ad hoc, il comportamento degli individui di fronte ad una situazione estrema? Nessuno può mettere in discussione la facoltà di scegliere quello che si ritiene più giusto per se, ancor meno in condizioni limite. Non ci sarebbe stato progresso ne sviluppo della condizione umana se l’uomo non avesse messo in conto che perdere la propria vita era un prezzo che si poteva pagare per il raggiungimento di un obiettivo ritenuto superiore. Oggi dunque non si sta parlando se sia legittimo porre fine alla propria esistenza, la storia è costellata di accadimenti non solo considerati legittimi ma in alcuni casi addirittura lodevoli. Il vero oggetto del contendere è se la contrapposizione di un principio laico e libertario da un lato, ideologico e confessionale dall’altro, proposta all’attenzione della società civile dal caso drammatico di Eluana siano da ritenersi più forti, più giusti, più convenienti o semplicemente più opportuni l’ uno piuttosto che l’ altro.
Da questo punto di vista cade miseramente ogni armamentario ideologico innalzato a difesa delle posizioni che vogliono dare una risposta di tipo universalmente condiviso. Non è un caso che si può sottoporre ad analisi collettiva e tanto meno di fede. Non riguarda altro che una scelta strettamente individuale e come tale va guardata. C’è qualcuno che si sia posta la domanda se fosse legittimo per Salvo D’Acquisto ritenere “meglio per se” morire piuttosto che rimanere impassibile davanti alla morte di altre persone? La “morale pubblica” da per scontato che il suo gesto sia stato giusto. Secondo quale etica, quale morale, quali parametri? Egli ha compiuto una scelta personale che lo privava della vita. Non ha chiesto cosa ne pensassero gli altri, sua madre, il suo parroco. Era una scelta che poteva fare? Era nelle sue possibilità stabilire la sorte della propria vita? Il mondo intero ha risposto si. Chi può decidere se un atto è eroico o pazzesco, altruista o egoista? Chi può stabilire quali debbano essere le condizioni affinché un gesto estremo perpetrato su se stessi possa essere considerato giusto? Salvare altre vite umane è più etico che salvare la propria dignità?
Morire e donare i propri organi è un atto di grande altruismo. Attraverso la propria fine si restituisce la vita ad altre persone. Morire “ufficialmente” per Eluana non è stato forse restituire ai propri genitori la possibilità di vivere compiutamente il proprio lutto, senza doverlo riaffrontare tutti i momenti della giornata, ormai da 17 anni? Che c’è di diverso in questo dal dare il proprio assenso all’espianto dei propri organi?
In quanti Stati del mondo è ancora presente la pena di morte? Non mi sembra che siano state adottate misure di isolamento nei confronti di tali Paesi. Non mi sembra che chi ora sta assumendo posizioni fondamentaliste nei confronti della famiglia Englaro, abbia rinunciato a visitare gli Stati Uniti, o a vedere i film del Governatore della California, eppure è uno dei Paesi dove avvengono un altissimo numero di pene capitali. Forse uccidere Caino è condivisibile. C’è una buona ragione, che magari non si condivide in pieno ma che si può tollerare.
Beppino Englaro voleva che si affermasse un principio sacrosanto: quello dell’autodeterminazione degli individui su tutto quello che riguarda la propria vita, anche in che modo morire. La speculazione ideologica e politica delle più alte cariche della Curia ha invece suggerito al Governo in carica di regolamentare una delle condizioni estreme dell’essere, addirittura stabilendo come comportarsi nella fase terminale della vita. Pazzesco! Vuole farlo dice, affinché non ci siano più casi come quello di Eluana nel futuro. Di quale futuro si parla? Quello della restaurazione del potere temporale della Chiesa Cattolica Romana? Mai come in questo momento percepita dai cattolici professanti più attenti, come il maggiore ostacolo alla diffusione della fede ed all’evangelizzazione.
In realtà il futuro è una concezione temporale, propria della nostra percezione del mondo, su cui da migliaia di anni esistono due teorie: l’una lo concepisce come preordinato, l’altra un futuro senza limiti. La prima poggia sulla concezione che ogni evento futuro è la conseguenza di quelli che lo hanno preceduto. La seconda si fonda sulla possibilità dell’azione volontaria e sul verificarsi di nuove combinazioni accidentali di cause. Questa teoria sostiene che una sola azione può avere conseguenze diverse e quindi un atto volontario completamente arbitrario compiuto da un individuo, può determinare una profonda modifica nel successivo svolgersi della sua vita e quella di altre persone. Al contrario i sostenitori della teoria della predestinazione sostengono che gli atti volontari o forzati che siano, dipendono anch’essi da cause che a un dato momento li rendono necessari ed inevitabili; che non c’è, ne ci può essere niente di accidentale e quello che ci appare come tale è solo perché non siamo in grado di vedere, per via dei nostri limiti, le cause che l’hanno originato.
Nell’un caso: quello che sarà sarà, nulla si potrà mutare, quello che succederà domani fu predestinato migliaia di anni fa. Nell’altro viviamo una vita sopra una specie di atollo chiamato presente, che è circondato dagli abissi dell’inesistenza, di un mondo che nasce e che muore ogni momento, in cui niente più ritorna.
La divergenza maggiore tra le due teorie riguarda soltanto la concezione del futuro, sul passato tutti concordano nel dire che esso non esiste più ed è stato come è stato. In questa affermazione sta la chiave dell’errore di entrambe le teorie. Perché sbagliato è il punto di vista: nel passato non è contenuto soltanto ciò che è stato ma anche tutto ciò che non è stato ma che avrebbe potuto essere. Analogamente, nel futuro sta oltre a tutto quello che sarà anche tutto quello che potrebbe essere. Passato e futuro sono indeterminati, esistono ugualmente in tutte le loro possibilità, contemporaneamente con il presente.
La chiave di lettura di cui disponiamo ci fa collocare gli eventi su uno spazio a tre dimensioni spalmandoli lungo il tempo secondo il loro ordine di successione. Ma il mondo è proprio così o noi lo percepiamo così? Molti scienziati, filosofi, matematici di inizio novecento hanno dato spiegazioni ragionevolmente convincenti sul fatto che il mondo possa avere quattro o più dimensioni e che noi riusciamo a “vederne” solo tre (senza questa teoria trattata anche da Einstein non si sarebbe potuti andare sulla luna). La cosa non è tanto importante dal punto di vista della fisica, ma è rivoluzionaria dal punto di vista della coscienza. In un mondo a quattro dimensioni, la quarta dimensione è il tempo. Se noi potessimo percepire le cose con sensi quadrimensionali vedremmo un eterno presente, come nella concezione induista. In questa realtà non è il tempo a “passare”, siamo noi che passiamo. In pratica un corpo quadrimensionale è il ricalco del movimento di un corpo tridimensionale nel tempo. Qualsiasi corpo tridimensionale, che esiste, si muove contemporaneamente nel tempo e come tracciato del suo movimento lascia il corpo quadrimensionale, di cui noi, dotati di percezioni tridimensionali, possiamo vedere solo le singole “sezioni”, come il singolo fotogramma di una pellicola.
Se esistesse un essere in grado di percepire con i suoi sensi il mondo a quattro dimensioni, potrebbe vederci non nell’attimo, come accade a noi, ma vedrebbe di noi l’intera vita, dalla nascita alla morte. Vedrebbe l’accadere degli eventi della nostra esistenza, tutti e contemporaneamente. Secondo la nostra concezione del tempo, vedrebbe il futuro, di noi esseri dotati solo di percezioni tridimensionali. Ma il sapere cosa ci accadrà domani o sapere quando morremo è sufficiente a determinare come viviamo? Dirime l’eterno dilemma tra quello che è e quello che potrebbe essere? Aiuterebbe a capire chi realmente siamo?
Nel mondo a 4 dimensioni il tempo è una striscia infinita, che parte dall’inizio dei tempi e finisce alla fine dei secoli. Tutta li, distesa nell’eternità, anzi in un eterno presente. Questa striscia nella sua ininterrotta continuità, passa dall’ombra in piena luce, per ciascuno di noi, per poi tornare nell’ombra. Quell’attimo di luce è quello che noi percepiamo come la nostra vita. In realtà la nostra vita esisteva prima e continua ad esistere dopo la luce. Ciascun fenomeno, non importa quanto insignificante, è come la maglia di una catena infinita, ininterrotta, che si estende dal passato al futuro, a volte manifestandosi come fenomeno fisico, a volte nascondendosi nei passaggi della coscienza. Gli eventi molto distanti rispetto al tempo, nella quarta dimensione si toccano. Le cose sono unite non dalla temporalità ma da un legame molto più intimo, da una profonda correlazione e il tempo non può separare le cose che sono interiormente unite. Sappiamo che gli eventi di oggi erano le idee e i sentimenti di ieri così come sappiamo che gli eventi di domani risiedono nell’irritazione di qualcuno, nella fame di qualcuno, nella sofferenza di qualcuno, nei sogni di qualcuno oggi. Sappiamo tutto questo, ma ci ostiniamo a trovare le correlazioni soltanto tra i fenomeni visibili, trascurando la parte invisibile degli eventi, restringendo spaventosamente la nostra concezione della vita, impedendoci di capirla nella sua interezza. E’ come se guardassimo una strada, ponendo attenzione a tutti i particolari. Registriamo un grande numero di elementi, di fatti. Ma dietro questi fatti, quanta parte di ciò che non si può vedere, rimane nascosta? Quali pensieri, desideri, passioni, avidità, bugie, falsità, quante simpatie, quanta sofferenza, quanti interessi legano quella strada al suo passato, al suo futuro, al resto del mondo? Se è vero questo è chiaro che non si può analizzare la strada solo in base a ciò che si vede. Questa presa di coscienza ci costringe a considerare il mondo degli eventi che vediamo, come una proiezione, di un altro mondo, infinitamente più complesso, che in un certo momento si manifesta a noi, nel primo. Il mondo infinitamente più complesso è quello della sostanza delle cose. Le cose hanno in se anche un’infinità di significati, come disse Hegel “ogni idea estesa all’infinito diventa il suo contrario”. In questo cambiamento di significato sta la difficoltà di comprendere il mondo “dei significati” da parte di ciascuno di noi, mentre le risposte che cerchiamo sono tutte in questa ricerca di verità, all’interno del valore delle scelte che si trascinano anche tutte le non scelte, all’interno del significato delle azioni, delle idee, dei sogni che determineranno in gran parte il nostro futuro.
Questo universo degli eventi non visibili, che pur esiste, impossibile da analizzare e comprendere fino in fondo, questo mondo delle cause, di cui solo i più illuminati talvolta riescono a vederne gli effetti nel mondo delle cose, è uno spazio inesplorabile agli uomini o è il vero terreno di analisi e confronto delle idee?
Non è di questo che si dovrebbe occupare l’etica, la morale, la politica e le religioni? Aiutare gli uomini a capire. La ricerca delle verità, dei collegamenti, delle cause e degli effetti, dei meccanismi, dei cicli, delle strade o dei sentieri, dei meandri della coscienza. Il cammino è lo scopo del viaggio non la meta.
Capitolo 3
La discussione, lo scontro, il conflitto, le parole distanti anni luce dalla realtà, gli anatemi, le menzogne, il qualunquismo di questi drammatici giorni non possono essere consegnati semplicemente al confronto tra due visioni diverse sulla vita degli esseri umani. Ora che Eluana è morta per tutti, ora che il clamore della cronaca si è improvvisamente abbassato restituendo ai tempi della ragione l’analisi degli eventi, è giusto cercare di capire cos’è successo. Nessuno com’è ovvio può ritenersi depositario della verità assoluta, ma questa d’altronde è una pretesa che hanno soltanto le religioni monoteiste e i loro discepoli più fideisti. I laici, non solo quelli in termini di fede religiosa, ma anche i credenti che mantengono una propria autonomia di pensiero devono individuare il confine, la linea di demarcazione che determina il perché ci si ponga al di qua o al di là di quel limite intellettuale al centro di questo scontro di civiltà.
L’analisi che si deve intraprendere per cercare di comprendere, deve provare a guardare le cose da un punto di vista posto al di fuori, magari su una mongolfiera che più si allontana, più evidenzia una vista maggiore, più allargata. Un punto di vista che aiuti ciascuno a capire se siamo realmente quello che ci sembra di essere o magari siamo altro senza saperlo fino in fondo. Ciascuno ovviamente è portato a negare per se un evenienza del genere, pensando che ciò potrebbe accadere solo a qualcun altro, ma forse un esempio banale potrebbe essere dirimente sul concetto di guardare le cose da un punto di vista altro.
- “Cos’è che di solito un uomo fa in piedi, una donna seduta ed un cane su tre zampe?”
Sono sicuro che la stragrande maggioranza di chi legge ha pensato, giustamente la pipì. Siamo abituati ad associare ad un’azione, un’immagine, una frase, un suono ad una determinata situazione. E’ un corto circuito istintivo che fa parte del meraviglioso sistema di percezione della realtà esterna. E’ un meccanismo che il nostro cervello attiva per non dover impegnare tutte le risorse di cui dispone per ogni cosa, è un modo di richiamare la nostra attenzione attiva solo su ciò che merita la nostra concentrazione. Se mentre parliamo sentiamo il rumore di una motocicletta continuiamo a parlare senza farci caso, se sentiamo uno sparo, interrompiamo immediatamente quello che stiamo facendo e ci concentriamo su quel rumore che non avrebbe dovuto esserci. Anche nei confronti di un’opinione si è portati ad una maggiore o minore accondiscendenza, funzionale alla fonte che la trasmette. Se è dei “nostri” siamo più portati alla comprensione ed all’accettazione, al contrario se l’opinione è espressa da una fonte che non sentiamo omogenea con noi o semplicemente che non conosciamo, assumiamo immediatamente un atteggiamento più critico se non addirittura di chiusura preconcetta. Tornando all’esempio proposto tra le risposte possibili, oltre a quella più immediata, ce ne potrebbe essere un’altra: “salutano”. Infatti di solito per salutare un uomo si alza in piedi, una donna può rimanere seduta, necessariamente il cane può offrire solo una zampetta.
Il pensiero apparentemente più immediato o più ovvio o più vicino alla nostra esperienza diretta, tanto da essere ritenuto il “nostro” pensiero, come abbiamo visto può anche non essere quello che realmente formuleremmo, se magari approfondissimo le cause che l’hanno originato. Vorrei utilizzare questa semplice metafora per analizzare una scelta molto importante, che riguarda ciascuno, quella che riguarda ad esempio verso quale schieramento politico orientiamo le nostre scelte. Proprio per ribadire il concetto che non sempre la scelta che si opera è esattamente la scelta che in realtà avremmo voluto fare.
La storia ha sempre dimostrato che la gestione dei rapporti tra gli individui, all’interno di una società è stata guidata da due visioni radicalmente opposte tra loro. Da una parte una visione che privilegia coloro che sono posti in posizioni preminenti, dall’altra la visione che rivendica i diritti e le aspettative di coloro che sono subalterni. In sintesi grossolana queste sono state, da sempre, le posizioni rappresentate dalle rappresentanze politiche. Secondo la definizione classica la politica è quell'attività umana, che si esplica in una collettività, il cui fine ultimo, da attuarsi mediante la conquista e il mantenimento del potere è incidere sulla distribuzione delle risorse materiali e immateriali, perseguendo l'interesse di un soggetto, sia esso un individuo o un gruppo. In pratica il nocciolo duro della politica, il “core business” come si direbbe di un’impresa, riguarda la produzione e la distribuzione di ricchezza materiale ed intellettuale. In questa ottica l’evoluzione delle organizzazioni umane ha dato vita più o meno in tutto il mondo ai partiti politici (Un partito politico è un'associazione tra persone accomunate da una medesima finalità politica ovvero da una comune visione su questioni fondamentali dello gestione dello Stato e della società) . Monarchici e Repubblicani, Conservatori e Progressisti, Capitalisti e Socialisti. Visioni contrapposte tra loro ma omogenee al proprio interno. Dalla parte del capitale o dalla parte dei lavoratori. Questa estrema semplificazione concettuale è funzionale soltanto per osservare come per il Governo di qualunque Paese sia stata e sia significativa la concezione socio-economica della classe politica al potere.
Le questioni che riguardano gli aspetti interiori dell’uomo trovano invece altre opportunità di organizzazione ideale. Le più importanti sono senz’altro le religioni. Le Associazioni a vario titolo e con diverse finalità organizzano interessi più specifici. Alla luce di queste considerazioni appare difficilmente comprensibile la continua contaminazione di piani tanto diversi tra loro. Qual è il senso socio-economico di una formazione politica che si rifà ad un valore prevalentemente personale ed interiore come l’appartenenza ad una fede religiosa? Il partito dei cattolici in cosa è e può essere rappresentativo di istanze sociali e/o economiche alternative a quelle già presenti in campo? L’ambientalismo, in che modo rappresenta una opzione politica? Non si può forse essere comunisti, ebrei e attenti all’ambiente? O al contrario di destra, cattolici e verdi? Oppure di centro, musulmani e vegetariani?
L’elemento di appartenenza ad una confessione piuttosto che ad un’altra non può essere una discriminante politica nel senso funzionale ad una efficiente organizzazione della società. La dove questo è avvenuto in passato ha dimostrato che il risultato è stato solo quello di avere delle persecuzioni, roghi, caccia alle streghe e fondamentalismo da kamikaze. L’organizzazione dei cattolici italiani che diede vita al partito della Democrazia Cristiana nacque, come è a tutti noto, all’interno del Vaticano. Nel resto del mondo i partiti che si rifanno ai fondamenti dell’etica cattolica si chiamano Popolari. La differenza non è di poco conto, non è un modo differente di chiamare la stessa cosa, sono due cose diverse. I Popolari nella propria visione della società, cercano di rappresentare le istanze “sociali” insite nel Cattolicesimo che poi sono quelle del Socialismo storico. I democristiani sono sempre stati più attenti invece ad introdurre nella vita del Paese le indicazioni della Curia romana, che si rivolgono più alla coscienza che non a ciò che è meglio per una convivenza civile, omologandosi in tal modo l’uno con l’altra. Una sorta di occupazione delle coscienze più che la ricerca di condivisione degli ideali. Questo “inganno” alla radice, cioè la confusione tra l’etica e l’aspirazione, l’imbroglio tra sfera privata e sfera pubblica, tra individuale e sociale è il territorio in cui l’azione politica di questo “non partito” si è svolta negli ultimi 50 anni. In pratica si è scelto il massimo comun divisore degli italiani: la loro fede religiosa e su essa si è costruita un’improbabile proposta politica che ovviamente nulla aveva a che fare con “l’idem sentire” di coloro che si identificano nel partito. La dimostrazione dello iato ideologico esistente tra la funzione politica della Democrazia Cristiana e i fondamenti su cui esso è stata costituita è stata messa in evidenza dalla storia degli ultimi 15 anni. La cancellazione del partito operata dallo scandalo delle tangenti, ha ridistribuito quasi equamente i protagonisti della vecchia DC all’interno di tutti gli schieramenti politici rappresentati in Parlamento: alcuni militano nella sinistra, altri nel centro e altri ancora nella destra. E’ del tutto evidente che il valore che essi rappresentavano è trasversale rispetto alle mozioni socio-economiche rappresentate da tutti i partiti, proprio perché tali valori riguardavano l’individuo e non la visione della società civile. Fanno eccezione a questa “trasversalità” degli ex democristiani, coloro che possono essere considerati a tutti gli effetti degli integralisti (teodem, ciellini). Essi rappresentano esclusivamente istanze di tipo “etico-religioso” che nulla hanno a che vedere con la natura del mandato parlamentare, che si rivolge alla gestione della “cosa pubblica” e all’indirizzo di programma socio-economico.
La “ragione pubblica”, quella che guarda al bene di tutta la comunità, è la sfera ideale a cui possano accedere tutte le singole istanze particolari, le quali tramite il confronto, la verifica, la confutazione vengono accolte o respinte. Le decisioni fondate nella ragione pubblica sono quelle sostenute con argomenti non necessariamente condivisi da tutti, ma da tutti accettati come ragionevoli, in quanto appartenenti ad un comune senso dei valori. Contraddicono invece la ragione pubblica e distruggono ogni spazio comunicativo le visioni chiuse del mondo. Un Governo le cui deliberazioni legislative sono la traduzione diretta di concetti derivanti da una fede (in una verità religiosa o laica), senza un confronto nella ragione pubblica, è inevitabilmente una violenza nei confronti del non credente in quella determinata verità. Tanto maggiore è il consenso tanto maggiore è la violenza. Questo non vuol dire che la “verità” è incompatibile con la democrazia è funzionale però ad una democrazia totalitaria. Per sconfiggere la violenza che sta in agguato dietro ogni proposta di legge, occorre liberarsi dal vincolo di fede ed affidarsi alle ragioni razionali. (U.Grozio, 1500). La legge deve essere aperta a tutti i contributi, ovviamente anche a quelli basati su determinate assunzioni di verità, ma solo a patto che si sia disposti, nel momento del confronto, a portare a sostegno delle proprie tesi “confessionali”, ragioni appropriatamente pubbliche. (J.Rawis) In questo modo visioni ideologiche e morali molto diverse possono trovare, terreno di reciproca comprensione e possibilità di comprendere nella legiferazione istanze “comuni”.
In realtà il rassicurante aggettivo di “moderati” individua posizioni politiche conservatrici (di solito il mantenimento dello status quo è conveniente per chi sta meglio), posizioni fideiste e confessionali, posizioni egoisticamente separatiste, un po’ xenofobe ed un tantino razziste. Come consigliava Machiavelli al suo Principe: basta chiamare con un bel nome una cosa pessima ed essa verrà percepita come ottima. Non è un caso che la nutrizione artificiale (che non è pane e mortadella ma composti chimici in grado di fornire le sostanze affinché ciò che resta del corpo possa sopravvivere, accompagnati da farmaci che li facciano digerire, che non provochino rigurgito, che consentano la diuresi, che controllino la pressione sanguiga, ecc.ecc.), diventa “sostegno vitale”. Il boy scout eletto a Governatore della Lombardia può dire: “Mai più in Italia un disabile sarà condannato a morire di fame e di sete”, non distinguendo la differenza tra una flebo e un clistere.
Il “difetto concettuale” dei partiti, che indicano quali fondamenti del comune sentire valori residenti nella sfera individuale e privata degli individui, è stato utilizzato a piene mani dall’attuale leader del partito di maggioranza relativa. Egli ha aggiunto alla mistificazione della DC, operata tra confessione e appartenenza politica, tutta un’altra serie di istanze individuali, spacciandole per identità politica. Confondendo in questa operazione di mera comunicazione i fini con i mezzi, il populismo con l’azione di governo. Così come per 50 anni molti italiani non si sono accorti dell’incongruenza concettuale esistente all’interno della compagine politica che votavano, gran parte di coloro che esprimono la loro preferenza per il partito di maggioranza relativa, non colgono la contaminazione esistente tra l’ orientamento “politico” e le finalità dirigiste della propria rappresentanza parlamentare.
Le vicende di queste ore stanno evidenziando, in maniera piuttosto squallida, l’assoluta mancanza di interesse da parte di questo Governo verso i problemi reali della gente. Si è colta la drammatica occasione offerta dalla vicenda della famiglia Englaro, per sfruttarne l’onda emozionale per tentare di dare una spallata all’ordinamento costituzionale.
L’accusa al Presidente della Repubblica di essere il responsabile della morte di Eluana, avvenuta purtroppo 17 anni fa, oltre ad essere quanto di più becero e meschino a cui si potesse arrivare, è il tentativo di delegittimare la valenza istituzionale del Capo dello Stato. La farsa del decreto legge d’urgenza che mirava a salvare la vita di questa giovane donna, contro la cultura della morte, contro la volontà del padre che si voleva liberare di una scomodità, contro la magistratura che gli ha dato ragione e contro il 76% degli italiani che condividono le ragioni della famiglia Englaro, aveva un’unica finalità: stabilire che il Governo può cancellare anche l’esito di una sentenza della corte Suprema avendo la maggioranza del Parlamento. Comportamenti di questo genere indicano chiaramente che la vicenda umana della famiglia Englaro è del tutto strumentale. L’obiettivo vero, già evidenziato in molte altre esternazioni, è quello dell’assunzione di un potere non più bilanciato da nessun altro potere costituzionale.
Al di la delle valutazioni etiche dell’accaduto, che contraddice senza il minimo dubbio il rispetto delle Istituzioni dichiarato dal Premier, com’ è concepibile che una funzione Istituzionale dello Stato getti discredito su di un’altra, minando in tal modo la credibilità delle istituzioni stesse?
“Eluana è stata uccisa da una sentenza”. Questa perla di saggezza è già difficile da sopportare quando a pronunciarla è un Cardinale, figuriamoci se ad esternarla è il Ministro della Giustizia, quello che dovrebbe essere il maggiore garante dell’operato dei magistrati che si estrinseca appunto attraverso le sentenze. Lo stesso Ministro, già segretario personale del Premier, nel suo disegno di legge per la riforma della Giustizia ha previsto che l’avvio dell’azione penale, dovrà essere deciso dalla Polizia di Stato e non più dal Magistrato. Per la maggior parte degli Italiani la cosa non sembra avere un’importanza così rilevante. Le persone si fidano delle forze dell’ordine. Il problema è che la Polizia dipende dal Ministero dell’Interno, cioè dal Governo. In pratica perseguire l’azione penale o meno diventa una scelta del Governo.
Qui appare in tutta la sua semplicità il dubbio espresso: era questo che ci aspettavamo da questa compagine politica? Erano questi i motivi per cui abbiamo delegato a questa maggioranza la nostra rappresentanza? Che effetto ha avuto nelle coscienze di tutti i padri italiani (che effetto abbia avuto su quella dell’interessato, conoscendolo, possiamo immaginarlo) sentire il Primo Ministro (padre anch’egli) affermare ereticamente (in mala fede o buona fede poco cambia) che Eluana avrebbe potuto concepire e partorire un figlio? E ancora cos’hanno provato nel profondo del proprio animo sentendo dire che Beppino Englaro si voleva liberare di una scomodità? Cosa fa ognuno di noi e cosa non farebbe per le proprie “scomodità”? Non darebbe forse anche la propria vita?
Come può un uomo che dimostra un così alto disprezzo del dolore altrui, nel momento in cui tutto il mondo si stringe intorno ad una tragedia umana tanto toccante quanto disperante, essere considerato eticamente, moralmente, umanamente, in grado di rappresentare altri interessi al di fuori dei propri?
Ogni persona per bene che ha espresso il suo voto elettorale per lui, ha il dovere di darsi una risposta. La sostituzione progressiva di tutti gli spazi di ragionamento e di dialogo: nei posti di lavoro, in treno, al bar, in strada, nei comizi, operata dai talk-show televisivi, ha espropriato l’individuo della possibilità di fornire il proprio contributo diretto allo sviluppo delle tematiche cruciali per il Paese, lo ha di fatto trasformato in un utente della politica togliendogli il ruolo di protagonista che sta alla base di ogni democrazia. Nella realtà questa nuova dimensione del confronto limita fortissimamente il ricambio democratico, lasciando solo a chi dispone di adeguati spazi mediatici la diffusione del proprio pensiero e della propria immagine.
Se alle prossime elezioni venisse presentato il figliolo asino del Senatur credo che avrebbe più possibilità di essere eletto di qualunque altro cittadino italiano, o no?
L’esproprio operato progressivamente di ogni strumento di difesa intellettuale delle persone, tramite l’eliminazione del dialogo “pubblico”, sostituito nel migliore dei casi dal confronto di candidati di fazioni diverse, a cui viene dato lo stesso tempo per esporre la propria tesi. Non per spiegarne le ragioni profonde, non per confutare le proposte della parte avversa sulla base del ragionamento, non per far comprendere gli aspetti positivi della propria idea o proposta e quali quelli necessariamente negativi. No! Quello che propongono è solo contrapposizione brutale, intercalata da una pubblicità continua, senza alcuna disamina attenta e profonda del tema in discussione, solo frasi ad effetto, colpi bassi, slogan, come loro suggerito dagli esperti di comunicazione del proprio staff. “Politica spettacolo”, non ci sarebbe da meravigliarsi nel vedere comparire alle prossime elezioni sventolii di bandierine e cornice di majorettes.
Questo modo di comunicare: semplificando, scartando a priori, tagliando produce solo soluzioni all’ingrosso, imbarbarimento del pensiero e delle relazioni tra gli individui, contrapposizione ideologica. Il problema è che gli individui normali (la stragrande maggioranza di ogni popolazione del mondo) non si accorgono, non si rendono conto del mutamento che gli stanno inducendo nell’anima. Gli pare che solo per il fatto che da una parte ci sia uno di sinistra e dall’altra uno di destra il gioco sia equo. In realtà nessuno dei due all’interno del “format” sarà in grado di illustrare o confutare nulla. Ciascuno si limiterà alla difesa d’ufficio del proprio manifesto. L’uomo normale non capirà che l’hanno espropriato della propria partecipazione diretta al confronto, che gli è stato sottratto lo spazio in cui sviluppare il ragionamento, il territorio in cui maturare una decisione. Non si renderà conto di essere costretto a tagliare con l’accetta, di accettare questa modalità di relazionarsi come lo stereotipo del confronto. Scompare la comprensione delle ragioni dell’altro, sempre più visto come il nemico, preferibilmente da eliminare piuttosto che comprendere.
La semplificazione concettuale determina l’abbandono dell’analisi e lo spostamento della decisione più sul lato emotivo che non su quello razionale. Quello che deve preoccupare tutti, senza distinzioni di sorta, non è l’arroganza di questo Governo, la sua incapacità a fare qualunque cosa che non sia a favore dei potenti, la sua demagogia, che sia composto da persone mediocri, intellettualmente scarse, sempre accondiscendenti al volere del capo, mai originali, spocchiosi al limite dell’odioso. Tutto questo pur se insopportabile non è il peggio. Ciò che è realmente drammatico è l’atteggiamento di dispregio assoluto verso tutte le garanzie costituzionali che hanno, nel bene e nel male, tenuto in piedi questo Paese. Una funzione istituzionale non può denigrare il valore di un’altra delle componenti su cui si basa l’intero funzionamento della democrazia in questo Paese, come quotidianamente fa il Presidente del Consiglio. Un Governo che è mero strumento operativo (si chiama esecutivo infatti), non può considerare il dibattito in Parlamento con l’opposizione una perdita di tempo. Depenalizzare il falso in Bilancio non è utile a nessuno, tranne a coloro che devono rispondere di quel reato. Sto parlando di atteggiamenti con forte vocazione eversiva e totalitaria. Non ci sarà un golpe in questo Paese perché gli italiani non lo permetteranno mai, almeno quelli che non fanno confusione tra la Resistenza e la Repubblica di Salò. Ma la tentazione sembra essere quella. Da una parte ci sono i “geni”, i salvatori della Patria, quelli che in tutte le questioni aperte hanno le soluzioni giuste, quelli belli e simpatici, quelli famosi e amati dal grande pubblico, quelli che hanno sempre ragione. Dall’altra parte invece ci sono quelli sporchi e cattivi, quelli che hanno causato tutti i mali di questo Paese, quelli insignificanti, tutti comunisti compreso il direttore di Famiglia Cristiana!
La competizione, lo scontro sempre e comunque, la contrapposizione non ideologica ma preconcetta, sono tutti meriti di questa concezione “personalistica” del potere. E’ l’unico modo che questo esecutivo ha per mantenere un messaggio di bassissimo profilo intellettuale verso gli Italiani. Il Premier, così sicuro di se al limite della mania, non ha mai concesso un confronto sul merito delle cose, paritetico, dove parlino anche i suoi interlocutori, non quelli accomodanti scelti dai suoi scriba di corte. Mi riferisco a quelli capaci di dissertare sul valore e sul significato delle questioni, quelli che sanno di cosa parlano. Sul merito delle cose emergerebbe anche agli occhi dei suoi fans, l’inconsistenza assoluta dal punto di vista dei contenuti di quasi tutte le azioni di Governo intraprese fin’ora. Uno che gode dell’imbarazzante consenso di cui ritiene di godere il Premier non avrà certo paura di confrontarsi con “l’impalpabile” opposizione, però la evita come la peste, partecipa solo a talk show senza contradditorio. Uno che a 73 anni reputa fondamentale “truccarsi” da giovanotto è uno che sicuramente attribuisce all’apparire un’importanza maggiore che all’essere, questo è il motivo per cui non ostante si sforzi di fare il “piacione” è sempre stato considerato dal mondo intellettuale e dalle altre Nazioni, niente di più che un parvenu. Una cosa è godere del rispetto degli altri un’altra cosa è comprarselo. La deriva populista che ha intrapreso il Paese è il vero pericolo che dobbiamo scongiurare. Questa deriva cancella il merito delle cose, le ideologizza 100 volte di più di quanto non avessero fatto le “fedi” del secolo passato.
Basta osservare il bordo di qualunque strada provinciale d’Italia, nessuna cunetta curata, nessuna siepe tagliata, pieno di cartacce e bottiglie di plastica. I giardinetti di fronte alle Terme di Caracalla a Roma, dove arrivano più di un milione di turisti ogni anno, un penoso deposito di spazzatura di ogni tipo. Nessuno ci fa neppure caso. Perché il nostro senso civico è morto! Nessuno cura la coscienza della gente, nessuno parla all’animo delle persone, nessuno ha interesse a fare le cose solo perché servono se non hanno soprattutto una valenza mediatica. Questo Governo di plastica si occupa solo dei suoi affari e alle persone deve solo buttare fumo negli occhi. Sostituire la Bindi con la Carfagna penso che sia una cosa che potrebbe succedere solo da noi. Ci vengano a spiegare le competenze della signora Ministra, uniche nel Paese, tanto da farla preferire agli altri circa 25 milioni di donne più del 30% delle quali laureate.
L’intelligenza non ha colore politico, le divisioni di questo momento storico sono diverse da quelle di 50 anni fa e l’obiettivo di restituire il primato delle cose alla ragione riguarda tutti. Chiunque sia dotato di una intelligenza normale sa che non esiste solo il bianco ed il nero. In altre parole non esiste una cosa tutta giusta e un’altra tutta sbagliata. Raffinando ulteriormente questa riflessione possiamo affermare che tutto presenta un proprio rovescio della medaglia. In qualunque scelta, anche quella animata dai più nobili fini, si tralasciano tutti i rami della non scelta, tutte le opzioni cioè non contenute nella scelta operata. Ciò comporta che ogni scelta, anche la più condivisibile, tralasci qualcosa, penalizzi qualcos’altro. Quello che tralascia e penalizza è il prezzo che paghiamo a quella scelta. Ciò accade nella vita di tutti, tutti i giorni, ognuno di noi opera quotidianamente la scelta di quale ramo del bivio percorrere. Consapevole che sceglierne uno non comporterà soltanto intraprendere quella via ma anche aver rinunciato, talvolta per sempre, alla possibilità di percorrere l’altro.
Proprio per l’importanza estrema che possono avere i rami della non scelta, quelle opzioni della vita che abbiamo rinunciato ad esplorare, dovremmo riflettere non una ma 100 volte su quelli che sono i parametri che usiamo per assumere una decisione. Proprio l’irreversibilità di alcune scelte è l’elemento che dovrebbe richiamare di più la nostra perizia, specialmente quando affrontiamo temi cruciali per il nostro modo di vivere. Non ci si può far condizionare da uno stato emotivo, magari contingente, dall’orientamento del Governo in carica in quel momento, quando affrontiamo tematiche complesse che coinvolgono la nostra esistenza e anche quella delle generazioni che verranno.
Ciò su cui vorrei richiamare l’attenzione di tutti è che determinate questioni sono centrali nel nostro modo di vivere. Determinate scelte non sono delegabili, vanno prese con il contributo di ciascuno. Per poter dare un contributo bisogna però che ciascuno si senta coinvolto, sia a conoscenza delle questioni sul tappeto, si documenti sulle implicazioni di ogni opzione disponibile, certo è un po’ faticoso, è sicuramente più semplice impegnarsi a valutare le ragazze che si contendono il titolo di Miss Italia. Essere arbitri del nostro destino è però l’unica maniera per rimanere liberi e mantenere la nostra dignità di uomini e donne. A coloro che non sono supportati dalla pazienza, dalla cultura, dalla capacità di orientarsi autonomamente; penso ad esempio alle migliaia di anziani delle nostre province minori, nelle campagne, nelle valli montane, penso agli operai, ai lavoratori edili, ai contadini alle loro mogli, occupati gran parte del loro tempo a trovare il modo di arrivare alla fine del mese. A tutti costoro è necessario spiegare che possono e devono essere arbitri del proprio futuro. Come dimenticare le folle “oceaniche” raccolte sotto il famoso balcone ad applaudire per le “indifferibili drammatiche scelte”. Moltissimi di loro erano in buona fede, trascinati dal turbine populista di quegli anni. E stata necessaria la distruzione del Paese per far capire loro di essere stati strumentalizzati dalla follia del tempo che gli è toccato vivere. Dobbiamo scrollarci di dosso questo torpore cosmico della coscienza, alimentato dal martellante messaggio mediatico che ci porta ad occuparci del niente. Riappropriamoci della ragione, l’unica arma che abbiamo per non cadere sotto il giogo di una dittatura mediatica. Non c’è campo del vivere sociale che non sia invaso da un disegno volto alla cancellazione della libertà, della pluralità, del bene comune a vantaggio della parte “dominante”. Abbiamo i voti e quindi tiriamo innanzi senza curarci di nessuno. Davvero la “maggioranza” si riduce ad una “regoletta” anche pericolosa?
L’inconsistenza storica, il revisionismo di parte che si manifestano ogni giorno da parte di Ministri o Sindaci come può non allarmare la coscienza delle persone? Lo dico soprattutto a coloro che in buona fede hanno votato per una classe dirigente così imbelle e cialtrona. Lo dico ai Napoletani, ritenuti alla stregua di ROM negli ambienti Padani (il Sindaco “sceriffo” di Treviso andando a spasso con un leoncino dice “el leon che magna el teron”), lo dico ai siciliani considerati all’ingrosso tutti mafiosi. Vilipesi, calpestati da generazioni di amministratori corrotti e collusi (anche da alcuni che hanno fornito solo un supporto esterno alla mafia), tenuti in un livello socio-culturale da 3° mondo, quando hanno dato vita ai più grandi intellettuali di questo Paese. Come fate a non sentirvi offesi, presi in giro, strumentalizzati? Non sono bastati i Ciancimino, i Lima, i Salvo, avete ancora bisogno dei Cuffaro? Che vantaggio pensate di ottenere nella spartizione avviata dall’accordo di Lombardo col Senatur? Immagino riteniate di avere grandi vantaggi per averlo votato plebiscitariamente o è solo la vecchia farsa dell’io do una cosa a te e poi tu dopo ne dai una a me? I filosofi, la scuola di Siracusa, i premi Nobel a cui avete dato i natali in che somigliano alla politica che da decenni sta soffocando la vostra intelligenza? E’ sufficiente il clientelismo da bottegai che fa assumere alla Regione Sicilia 4 volte il numero dei dipendenti della Regione Lombardia per farvi accettare di essere considerati solo voto elettorale?
Se 4 analfabeti con la valigia di cartone agli inizi del ‘900 sono diventati i “padroni” dell’America, vuol dire che i mezzi intellettuali di cui disponete sono enormi. Non c’è bisogno di ricalcare le scelte delittuose dei “Padrini”, dovete solo utilizzare il vostro immenso potenziale per ritornare protagonisti della vostra vita e rimandare a casa i vostri concittadini figli di un dio minore.
Alla gente dei quartieri di Napoli vorrei chiedere come gli è cambiata la vita per il fatto che si siano tenuti alcuni consigli dei Ministri nella loro città? L’unica cosa che è cambiata in meglio è stata l’immagine di questo governo “vicino” alla gente di Napoli. Vicino per 3 ore, il tempo della riunione, che ha richiamato le televisioni su quanto “è bravo il Premier, tutte le settimane sta a Napoli”. Siete uno strumento di propaganda nazional populista, utilizzati ancora una volta, sfruttati come sempre. “Altafini, Orlando, Canè alla Roma je ne facimm tre, carammelleeeeeeeeeeeee”. Nei giorni drammatici della “monnezza” ero in Spagna. Tutti i giorni le tonnellate di pattume di cui siete stati prigionieri, riempivano le pagine dei quotidiani. In questi giorni invece campeggiano quelle dei “camorristi” che devastano o uccidono in pieno centro. Non credo che Napoli sia questo, rialzatevi, riappropriatevi del vostro orgoglio e della vostra cultura millenaria. Buttate nel cesso ‘a fantasia, ‘a pizza e o’ mandolino, servono solo a farvi percepire come simpatici pazzarielli, giullari con cui passare un’allegra serata e mai come persone, professionisti ed intellettuali da prendere sul serio. Voi siete una parte fondamentale della storia di questo Paese. Ritornate il grande patrimonio di arte, di bellezza e cultura che siete sempre stati, tornate al senso reale delle cose, la storia di mezzo mondo è nata a Napoli.
L’atteggiamento dell’opposizione non aiuta sicuramente le persone a fare maggiore chiarezza all’interno delle propria coscienza. La sinistra radicale si è accartocciata nella sua ennesima scissione, quella che si definisce più progressista ha perso la propria identità inseguendo l’omologazione. Troppo impegnati al mantenimento delle proprie posizioni di potere hanno perso l’opportunità della definizione di un nuovo modello sociale credibile alternativo al capitalismo planetario. E’ chiaro che in uno scenario di questo tipo le persone siano deluse, sconcertate senza riferimenti certi. Questa situazione è senz’altro la più pericolosa, perché la debolezza delle coscienze individuali è il terreno ideale per lo sviluppo di un totalitarismo ideologico.
Anche se lontana 1000 anni luce dalle questioni richiamate, la famiglia Englaro con la sua vicenda personale ci ha dato l’opportunità di mettere a nudo la cultura del diritto di questa classe politica. Ha offerto suo malgrado, patendone le conseguenze sulla propria pelle, l’opportunità di valutare l’incapacità di un’intera classe dirigente di risolvere i problemi delle persone. Ha fatto uscire allo scoperto la vera natura degli uomini a cui è stata delegata la gestione della nostra democrazia.
Anche per questo grazie Eluana.
La concezione Socratica di utilizzare prevalentemente il dialogo per lo sviluppo di tematiche che hanno a che fare con la vita delle persone, appare anche a distanza di oltre 2000 anni l’unico mezzo che ci resta per riappropriarci della Ragione. Grazie ancora Beppino per avercelo ricordato.
Capitolo 4
Come sempre, il clamore e l’attenzione di queste ore sulla vicenda umana di Eluana, andrà a spegnersi rapidamente, restituendo alla sua famiglia il personalissimo dolore che l’ha accompagnata in questi lunghi anni. Non ci saranno più conflitti all’interno delle televisioni sull’opportunità di trasmettere il “Grande Fratello” o una “finestra” sulla clinica della “Quiete”. Non ci sarà la rincorsa per stabilire chi è più dalla parte della vita, non vedremo più le casalinghe spiegarci quale sia la condizione del coma vegetativo o gli psicologi da isola dei famosi suggerirci la Cristoterapia. Torneremo al tran tran di tutti i giorni, fatto dei problemi della vita di ciascuno, delle piccole gioie e delle grandi tragedie. Ci sentiremo sicuramente più confortati dall’esempio della famiglia Englaro, ma sempre più consapevoli della miseria morale di cui siamo circondati. Spero che gli uomini di buona volontà di questo Paese, non dimentichino altrettanto rapidamente la lezione di civiltà, che queste persone ci hanno regalato. Alla luce di quello che è accaduto, ci dobbiamo impegnare affinché il travaglio subito da questa famiglia schiva e forte come la roccia che gli ha dato i natali, non sia stato inutile. Dobbiamo aiutare Beppino Englaro e sua moglie a sopportare una pena tanto acuta quanto infinitamente lunga, affermando il principio dell’autodeterminazione, che hanno perseguito con tanta sofferenza. Non farlo sarebbe un tradimento verso questa famiglia e verso tutte le famiglie che si trovano o troveranno in una condizione estrema. Il Parlamento è chiamato a promulgare una legge sul testamento biologico che rimandi a ciascuno la scelta di come morire, nel caso si dovesse trovare in una condizione come quella di Eluana. Senza ideologie, senza obblighi, senza definizioni analitiche di ciò che è cura e ciò che è mantenimento, senza entrare nel libero arbitrio degli esseri umani, che è e rimane il fondamento, l’essenza, la sintesi della libertà, della democrazia ed in ultima analisi del significato stesso dell’esistenza.
Ciò che sarebbe doveroso è anche l’aiuto che la comunità deve offrire ai più sfortunati che si vengono a trovare in una grande disabilità fisica e o mentale. E’ semplicemente vergognoso che un invalido civile al 100%, incapace cioè di ottemperare alle normali attività della vita percepisca una pensione di 250 euro al mese. Il supporto attualmente fornito dalla comunità è un’indennità di “accompagno” di 450 euro al mese. Chi si occuperebbe di una persona che ha bisogno di assistenza continua 24 ore al giorno per 450 euro al mese? Di fatto questo tipo di supporto lascia il malato e la sua famiglia completamente soli di fronte all’avversità che li ha colpiti. Secondo quale cristiana visione delle cose è più urgente un sostegno all’industria automobilistica rispetto al sostegno delle persone gravemente disabili? Secondo quale etica una pensione di 250 euro al mese può essere definita dignitosa? Come ho cercato di illustrare, i concetti di etica, giustizia e moralità sono molto elastici, quasi sempre funzionali alla classe politica dominante. Così come sono i vincitori a scrivere la storia, sono le maggioranze che definiscono quello che è più giusto per il popolo che governano. Ma cosa ne pensa il popolo? Cosa ne pensano quelli che credono di essersi identificati con la maggioranza?
Come dicevo all’inizio non necessariamente una tragedia è solo un’espressione del male. Questa vicenda umana dolorosissima, ci ha offerto un momento di riflessione collettiva che ha coinvolto veramente tutti. Capita molto di rado che ci si trovi tutti insieme, uniti da uno stesso pensiero. Non importa quali siano le considerazioni che ciascuno di noi ha potuto fare, l’orientamento che la vicenda ha maturato. Quello che veramente è importante è che ci siamo soffermati, almeno per una volta a pensare.
Eluana testo di eddyfelson