La libreria di Saba

scritto da giorgiog1
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Testo: La libreria di Saba
di giorgiog1

«Che serve all’uomo anche la sua grandezza, se il mistero per lui resta mistero e ha perduto per via la grazia?»
Saba conosceva bene questa verità: in Natura la pietà non esiste, e la saggezza dell’uomo, quando è sincera, finisce spesso per rivelare l’inutilità del nostro affannarci quotidiano.
 È da questa consapevolezza che nasce il suo gesto più semplice e più audace: affidare agli uccelli, creature leggere, che volano sopra le miserie umane, un messaggio di speranza; lo nota bene Folco Portinari, quando scrive che proprio gli uccelli rappresentano l’estrema illusione, quella che ancora ci consola.
E Saba, con la sua ironia tenera, lo dice apertamente: «Se leggi questi versi e se in profondo senti che belli non sono, sappi che sono veri: ci trovi un canarino e TUTTO IL MONDO».
Quel tutto il mondo, scritto in maiuscolo, è la sua rivelazione: la verità essenziale che si nasconde nelle cose minime, in un battito d’ali, in un canto. Tutto può essere compreso in un canarino o persino, aggiungo io, nel canto di una cicala.
I suoi canarini litigano di giorno e la notte si stringono, piuma contro piuma, come se sapessero che la difesa è un fatto collettivo.
Si rubano un pinolo e poi costruiscono il nido; volano liberi nella stanza, ma tornano sempre alla gabbia; e soprattutto gli offrono amicizia, una possibilità di comunicazione che nessun essere umano, in quel momento della sua vita, riusciva a dargli.
Sono loro, questi piccoli esseri alati, ad aver compiuto il miracolo, invano chiesto ad altri, di rendere più quieto il riposo del poeta.
Non stupisce allora che Saba immaginasse sé stesso come un canarino in gabbia: nutrito, vezzeggiato, eppure prigioniero, intento a produrre «multicolori bei fogli volanti» che la moglie e la figlia avrebbero raccolto ogni sera tra le sbarre.
Quel canarino gli ricorda anche Carletto, il socio della Libreria Antiquaria, che con il suo lavoro garantiva al poeta il pane quotidiano.
Saba amava più la penombra del negozio che la vendita dei libri, e in un momento di malinconia scrisse: «Morti chiedono ad un morto libri morti». Poi si corresse: «È un brutto verso, ma è vero, ed è un’altra chiusura alle felici illusioni». 
Sul finire della vita, Saba sognò di scrivere soltanto storie di animali: «Mettere insieme i più strani animali (intendo strani l’uno dall’altro) e scrivere solo e con loro qualche favoletta. È questo il sogno della mia saggezza ultima…». Ma subito aggiunse: «…E, come tutti i sogni, vano». Eppure, a guardare bene, qualcosa di quel sogno continua a vivere: forse proprio nel battito leggero di un canarino che, ancora oggi, contiene ostinatamente tutto il mondo
La libreria, in via San Nicolò 30/b, aperta nel 1919, era molto più di un negozio: era un rifugio, un osservatorio, un luogo dove Trieste entrava in punta di piedi.
Ottanta metri quadrati stipati di volumi antichi, oggi circa ventottomila, raccolti in una vita intera. Durante gli anni difficili del fascismo fu la sua ancora economica e morale. Negli ultimi anni è stata restaurata con cura, riportata alla sua atmosfera originaria: scaffali alti, corridoi stretti, un silenzio che sembra trattenere la voce del poeta.
È tornata ad aprirsi alla città, come se Trieste volesse restituire a Saba un luogo che non ha mai smesso di appartenergli.

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