Nato in un paese di sabbia e argilla diviso a metà da un fiume salato, sono un po’ siculo e un po' sicano.
I miei fratelli sono il moro con occhi neri e profondi e il biondo con pupille verdi e azzurre come il mare;
son cresciuto d’estate con la pelle bruciata dal vento torrido africano,
sulle onde bianche e blu sospeso dal soffio perenne della tramontana e del maestrale, amo danzare.
Vibrano tuttora in me le nenie dolci e le disperate canzoni gridate nei vicoli dalle fiere donne popolane,
che dalle pianure coperte di fichi d’india e oleandri echeggiano fin sopra al castello in cima al monte
spargendosi quasi a voler raggiungere come i naviganti le terre lontane,
unendo in un coro melodioso, amaro e graffiante, quelle due metà divise dal ponte.
Viaggiai per ignoti sentieri seguendo quel canto che, mi spinse oltre esplorando l’intera regione,
scoprii meravigliose opere d’arte, cattedrali e chiese, teatri e templi antichi, ville e nobili palazzi sontuosi;
tracce di storia di epoche lontane ma talmente prossime da non regger alcun paragone,
in esse il lume latino, greco, arabo, normanno, svevo, angioino, borbone, aleggia in un miscuglio intrecciandosi.
Ascoltai cantilene, accenti e parole arcaiche, diverse in ogni sua frazione, accomunate da indecifrabile gestualità;
ho compreso come si può restare fermi perdendosi in un illusorio perenne movimento,
rivivo in esso l’Opra dei Pupi, le poesie, i drammi cantati dai Cunta Storie e gli intimi affanni dei Giufà,
che rimangono impresse solo nei miei ricordi di bambino, cancellate dall’ignaro soffio impetuoso del vento.
Ho scrutato la profonda diversità di anime simili a piccole isole autonome ma legate come una collana di perle
tutte di colore e riflessi cangianti provenienti da mondi e geni imperscrutabili,
ho visto carovane di muli legati da una fune seguire trazzere portando senza meta, sui dorsi vuote gerle,
mi sono immerso nella sua storia scoprendo donne e uomini pieni d’intelligenze rare, animi poetici e sensibili.
Un popolo fiero che ha dominato i dominatori con le proprie millenarie tradizioni
che con Verga, Pirandello, Sciascia, Camilleri e Bellini il mondo intero tuttora conquistano;
convivono in esso la apparente calma lenta delle lumache e la struggente incontenibile forza delle passioni,
la millenaria rassegnazione che, si accompagna ai mille Ducezio esiliati che le menti agitano.
Vestito con i colori del mare dal paese e dall’isola per alcuni lustri mi allontanai, per un lungo pellegrinaggio,
vidi a distanza dal mare, le sue coste dorate e volando tra le nubi le lingue di fuoco del suo vulcano rigurgitare,
visitai il continente e il mondo, appresi costumi, danze e dialetti nuovi, in quel lungo viaggio,
sperimentai la sofferenza del distacco e l’amaro sapore del nostalgico rimembrare.
Ma solo ritornando ormai canuto ho compreso il mio intimo essere Siciliano,
perché immobile sulla scogliera non avrei mai scoperto la mia vera essenza,
osservando un orizzonte irraggiungibile che sarebbe rimasto sempre immaginario e lontano;
grazie Paese Mio, grazie Sicilia, per avermi spinto a ricercare, errando nel mondo, la tua universale presenza.
Baldassare Santoro
Sono Siciliano!...Un po' Siculo…un po' Sicano… testo di Balsan 52