- … Non sarei di certo un buon padre, - disse lui, spezzando il silenzio calato nella stanza, mentre osservava dal cuscino la tapparella a mezza altezza bucata da tanti piccoli puntini di pallida luce - penso piuttosto che sarei davvero una pessima madre.
- Ecco che devi sempre mandare in vacca tutto, anche le cose più serie.
Sul volto di lei comparve un accenno di quello sdegno quasi infantile che lui conosceva bene e che era altresì sicuro, sarebbe presto volato via.
Si passò una mano lenta tra i ciuffi scompigliati sulla fronte, voltandosi piano verso di lei e fissandola con un’espressione ingessata, ebete quanto le domeniche mattina di una primavera piovosa.
- Dai Kat, lo sai anche tu quanto sia apprensiva e possessiva mia madre ed io, secondo te, da chi potrei mai aver preso? Sarei una fontana vuota per i piagnistei e la mia autorità durerebbe come un gelato al limone sotto il sole di ferragosto.
Mentre diceva così, la guardava seduta sulle ginocchia vicino a sé, ammirando la sensuale simmetria di quelle piccole spalle nude sotto la canottiera leggera e si maledì, per non essere già nudo e avvinghiato a quel corpo fresco, sveglio da poco.
Kat non era proprio niente male: magari non una pin-up da copertina ma come si dice, aveva tutte le cose al posto giusto; era minuta e chiara, occhi grandi e voce delicata. Era giovane e aveva i progetti di una donna, il comportamento di una ragazzina e i sogni di una eterna bambina.
- Saresti un padre attento e sensibile, ecco tutto.
E il bello della faccenda era che, in fondo, lo pensava veramente. In camera si fece ancora silenzio ma stavolta come aria piena, che pulsa invisibile e sottende ad un prima e soprattutto ad un dopo che, si capisce, sarà sorprendentemente vivo, inesorabilmente movimentato.
Nella testa di lei, la divertiva quella sua finta aria da burbero che si cuciva addosso come una camicia ben stirata e lo trovava anche sexy nel vederlo abbandonato nella sua parte di letto come un eroe spossato di ritorno dalla sua ultima, mitica impresa.
Con una rapida mossa, lui si sistemò seduto sul letto, ribattendo con una poco elegante visione della sua schiena e lei sorrise muta, ammirando un trentenne abbastanza robusto e incasinato, con i progetti di un uomo, il comportamento di un bambino ed i sogni di un eterno ragazzino.
Allora lo abbracciò delicata, passandogli un braccio attorno al collo e baciandogli la nuca e lui subito, capì.
La stretta si fece robusta, sempre più forte e le sue braccia cominciarono ad annaspare nel vuoto alla ricerca di un vano appiglio. I loro movimenti si fecero veloci e con uno sforzo immane, lui riuscì ad alzarsi con tutta quella zavorra sulle spalle, ormai senza più respirare e con un gesto violento e deciso catapultò la sua partner verso la finestra davanti a sé. In un secondo i vetri si infransero scatenando una tempesta di frammenti plastici e taglienti che inondarono l’aria umida, mentre la sagoma gettata spariva verso la terrazza e restava solo il tenue e costante rumore della pioggia mattutina.
Dentro la stanza lui, tossendo aspramente, tornava con difficoltà a respirare e si preoccupava di raccogliere quante più forze poteva, per prepararsi all’imminente.
Infatti, proprio mentre si rivolgeva verso lo spazio vuoto sulla finestra, dal basso riemerse lei con le unghie ben affilate ed un sorriso beffardo; uno sguardo rapido tra i due e con un balzo gli fu di nuovo addosso, sferrando unghiate velenose che vennero però parate con mestiere dai suoi avambracci, sapientemente posti a difesa del viso.
Appena poté scorgere un’esitazione nello spazio, lui indietreggiò leggermente e con una rapida occhiata alla situazione raccolse le energie residue in un pugno secco che andò diretto al bersaglio sul bel viso agitato di lei.
Allora lei cadde all’indietro ma organizzando istantaneamente la contromossa, sferrò un calcio micidiale sullo stinco ben piantato di lui.
Si fece silenzio e i due si allontanarono, come animali feriti in cerca di riparo.
Lui, sofferente, ricadde seduto sul letto con la testa tra le ginocchia e dopo una breve pausa, in cui pareva essersi fermato anche il tempo, si mise lento a cercare i vestiti e raccolse le scarpe sparse sotto il letto.
Mentre infilava la giacca specchiandosi, percepì rumori indistinti provenire dalla cucina. Si diede una rapida sistemata ai capelli e si diresse verso la porta. Proprio quando fu sulla soglia lei riapparve elegantemente avvolta nel suo accappatoio; si avvicinò lentamente, mentre i loro sguardi si fissavano e quando furono vicini si baciarono con passione, abbracciandosi.
Poi, staccatisi, lui prese la maniglia e lei sussurrò:
- Doggy, non stare via molto, ti prego.
Lui sorrise e la salutò senza parlare, mentre alzava il bavero per ripararsi dall’aria fresca.
Lei lo guardò scendere le scale e imboccare la via aprendosi l’ombrello, poi si voltò con un’espressione di soddisfazione e con un sinuoso colpo di coda richiuse la porta dietro di sé, trottando leggera verso la cucina.
Cane e gatto testo di effe