TORNIAMO INDIETRO.

scritto da Frantizan
Scritto 15 anni fa • Pubblicato 15 anni fa • Revisionato 14 anni fa
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TORNIAMO INDIETRO.
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Testo: TORNIAMO INDIETRO.
di Frantizan

Torniamo indietro?


Una fastidiosa pioggerellina gentile, un fenomeno umido e fitto nella luce chiara e fredda del mattino. La vernice metallizzata trapunta dal gocciare guadagna in iridescenza. Una simpatica piccola porsche; l’uomo aiuta la donna a caricare il lussuoso set di valigie alviero martini nel vano portabagagli. E’ una persona triste, una smorfia ed una miriade di rughe si oppongono all’esistenza protestando sdegno, in pigiama e vestaglia di raso fregiata da ghirigori di minuscoli birilli, palle, tricicli e buffi orsetti strabici. E’ lei che si sobbarca il grosso del lavoro, solleva e sistema le valigie una dopo l’altra; le più grosse e pesanti le fa preventivamente oscillare producendo un grazioso movimento delle natiche. Lui si limita a reggere un gigantesco ombrello granata angosciato dalla visione profetica di stille tambureggianti sulla sua persona, sulle valige, sulla donna. E’ ridicolo e lo sa, goffo e rigido, inabile ma pronto a dispensare consigli, appeso all’impugnatura in legno come a una scusa mentre lei fa il lavoro da uomini, cioè quello che lui è convinto gli spetterebbe.

Non sembra preoccuparsi della pioggia, non pare neppure accorgersi del brivido del mattino nonostante la bianca pelle sia protetta solo da un sobrio e virginale golfino rosa, e da una gonna a pieghe di seta leggera, un giardino tagliato due dita sopra il ginocchio, e da calze a rete nivee che finiscono in scarpe a tacco alto, del medesimo colore, strisciate di argento sulla punta.

-Ricordati del gatto, e dei fiori sul retro. Devi chiamare i tuoi. Hai l’appuntamento dal dentista.- Il suo è il viso di un angelo, pura crema di latte spalmata di delicata nocciola con efelidi cacao, la chioma bionda appena ondulata le ricade graziosamente sulle spalle.
-Certo.- Smorfia di dolore -Cosa dici? Chiamo subito per avere la prenotazione per mercoledì alle dieci e trenta o chiamo martedì e prendo appuntamento per venerdì nel secondo pomeriggio?
Si ferma un istante, irritata forse, risponde dolce però, scandendo le parole con attenzione.
-Fai come meglio ti conviene, ma ti prego fallo.
-Ma tu cosa dici che è meglio?
-Paolo come posso saperlo?! Se per te è più opportuno venerdì alle due o martedì alle tre? Di che utilità ti può essere la mia opinione?- Il tono adatto ad un bambino, il braccio a mezz’aria, la chiave elettronica stretta nel pugno.
-No è mercoledì alle dieci e trenta e venerdì tra le sedici e le diciotto. Ti sei certo confusa, martedì devo solo chiamare.- Condisce le frasi con spezie di protesta e stizza infantile, e sorregge l’ombrello.
-Ma tu cosa dici che è meglio?
-Non lo so, Paolo, sta a te decidere. E’ il tuo dentista- Eloquio lento, tornito, infinitamente paziente.
-Ma tu cosa dici che è meglio?
-Smettila di ripetere all’infinito la stessa domanda! Non lo sopporto. Lo sai.- L’ultima frase ad attenuare il tono concitato delle precedenti.
-Elisa scusami. E’ che questa partenza proprio non ci voleva.
-Ah sì?- Il viso tondo e morbido, bello, si irrigidisce in un ghigno di sfida, una miscela di soddisfazione e astio, ah, qui ti volevo, ti ho di nuovo beccato gran figlio di puttana!
-Lo sapevi da mesi. Senza contare che a causa tua ho già rinviato la partenza due volte.
-Una sola volta.
-Due! Una volta è stata la laringite, un’altra la visita dal cardiologo.
-Comunque ora questo non c’entra. E’ il momento meno opportuno. Per te.
-Scusa?
-Hai quella cosa.
- Ma… Non mi dire che intendi la causa Longoni? Non puoi essere così stronzo. Eravamo d’accordo che saresti andato tu. Me lo sono guadagnata occupandomi delle merdate più rognose. Eravamo d’accordo.
-Non posso. Non ti starò neanche a dire che ora non ne ho il tempo, e sarebbe pure vero, ma proprio non ho la testa. Lo ammetto, non ne sono all’altezza. Finisce che mi agito e faccio dei casini.
-Perché me lo dici solo ora? Perché non lo hai detto prima?- In falsetto.
-Che ne sapevo che sarei stato così occupato?
-Hai detto che non l’avresti detto.
-Che cosa?
-Questa cosa che sei occupato. Oltretutto non lo sei.
-E’ vero, è che non me la sento.
-Pazienza. La devi lo stesso sbrigare tu.
-No! Non me la sento proprio.
-Paolo non dire stronzate.- Adirata.
- Non dovevi accettare il caso.
-Ma cosa dici?
-Sai benissimo che io non faccio mai, e sottolineo mai, penale. Per nulla al mondo.
-Non ne parliamo più.
-Giusto. Perché non rimandi? Potremmo trascorrere la serata nel nostro ristorantino preferito e cenare a ostriche e champagne. E il prossimo week end andare in Provenza.
-E’ un tantino tardi, come vedi sto partendo. Mi ci dovevi portare la settimana scorsa, come ti avevo chiesto.- Acida.
-Non potevo, lo sai benissimo.
-Per te i miei desideri non contano niente. Io vengo comunque sempre dietro alla valanga di cazzate che ti assilla la mente. - Attira a se lo sportello. -Ma questa volta devo andare.
-Non sei obbligata.
-Mia sorella, Paolo, hai presente?! Non gli posso chiedere di rinviare il parto perché tu non sei pronto. E spiegare che pure di evitare di dibattere il caso Longoni-Rosati sei disposto anche a farti venire l’eczema e la diarrea.
-Non ho mai avuto l’eczema. E gli attacchi di diarrea non mi vengono certo per quello.
-Ciò che conta è che mia nipote non aspetta.

Elisa spalanca la portiera e sale, di schiena, prima il culo, dopo avere raccolto la gonna con garbo, che si evidenzia modellato e sodo. Le gambe snelle si uniscono, i piedi si sollevano dall’asfalto lustro e granellato di piccoli detriti bituminosi, le ginocchia aggraziate girano, le lunghe ali si chiudono, si stringono, si accomodano ai pedali.
Paolo, armato dell’ombrello e di una maschera di dolenza. -Non ti preoccupare per me. In fondo si tratta di sole due settimane, ce la farò.
Elisa chiude la portiera e abbassa il cristallo, lo fissa un istante dolcemente.
-Bhe, allora ciao. Mi raccomando riguardati.- Aziona l’accensione, gli occhi rossi, manovra lo sterzo.
-Non andare forte, non fare come il solito. Appena arrivi chiama. Poi, ricordatene, fammi uno squillo almeno cinque volte al giorno. Così rimango tranquillo.
Elisa avvia lentamente l’auto e aziona la chiusura del finestrino.
-Non mangiare troppe caramelle.
Ma ormai lei non sente più, incapsulata come è nell’abitacolo.
La porsche immessa sulla strada si avvia come scivolando, Paolo si volta, sale curvo i bassi e larghi gradini d’ardesia che si arrampicano a balzi sul prato tagliato all’inglese, fino alla lussuosa porta in noce chiaro. Uno strillo clacsone lo blocca. Dal finestrino dell’auto, ferma al centro delle via, la mano di Elisa sventola le dita; pochi istanti, e le ruote slittando per la foga la portano via, oltre la vista.
Paolo resta fisso, il braccio alzato nel saluto, l’altro disteso a reggere l’ingombrante parapioggia, un’espressione amara impastata in viso, l’aria del bastardino bastonato. Un’istantanea raggelata nel tempo che scorre, che fugge ed è inutile inseguire. E’ allora che l’apriporta per propria iniziativa prende a guizzare producendo un battere ritmico. Tattatà tattatà tattatà. Ah, la vita che frastuono inconcludente.

Torniamo indietro. Piove e piove, come sempre, ed Elisa non ne può più. Non vede l’ora di allontanarsi dal tempo scivoloso, dalla casa lucida e brillante, asettica, vuota e fredda, e di riabbracciare le sorelle e la madre, di distendere le dita dei piedi sul vecchio divano della grande cucina, di masticare pietanze e chiacchierare a bocca piena, di ridere di cuore nel frastuono della televisione sempre accesa.
Paolo è un maniaco compulsivo, ossessivo, pazzo mitomane. Non entra oggetto o persona, nella sua casa o nella sua esistenza, che non abbia da subito una precisissima collocazione ed una accurata etichetta mentale. Paolo ama le lunghe liste, i repertori, le schede accuratamente compilate, le mappe. Martedì l’analista, e alla sera sesso e aragoste, il giovedì tennis e anatra all’arancia, mai bere mentre si mangia, la luce sul comodino accesa tutta la notte, la tivù sempre spenta perché volgare e principale causa di abbassamenti della vista ed emicranie. Il suo motto è: se ti organizzi non avrai mai sorprese.
Ha paura della gente, e si chiama coinofobia, degli spazi aperti, e si dice agorafobia, dei rumori improvvisi e forti, e del vento quando si volge a tempesta, e naturalmente dei temporali, e dell’acqua che beve, dei certo persistenti effetti di Cernobyl, e delle radiazioni spaziali che filtrano dal buco nell’ozono, dei batteri che galleggiano in aria, e degli acari che sciano nella polvere, delle mani che stringe fra le sue, e, in generale, di ogni intimità.

Elisa ora non sa spiegarsi come ha potuto abbassare sempre il capo, reprimere la propria individualità, resistere per quattro anni. Come poteva trovare attraente Paolo? Le pare impossibile, chi stimerebbe intrigante un colon lamentoso e sempre irritato, ripieno di merda e ricoperto di strati di delicata polpa carnosa? Il suo lato materno probabilmente, il desiderio di proteggere i cuccioli più goffi e sprovveduti.
Il punto è che Elisa parte per non tornare. Ha sistemato le sue cose, torna a casa, basta Paolo. Non glielo ha mica detto però, ha intenzione di inviare una e-mail, o al massimo di fare una telefonata. Spiegherà che le dispiace ma che tra loro è finita, che non si rincontreranno mai, che preferisce neppure sentirlo, perché così è più facile, per entrambi.
Già, meglio fare le cose di netto. Elisa si è sentita una vigliacca ma semplicemente non ce la fatta a dirglielo in faccia. Il suo cuore si sarebbe spezzato alle scene che Paolo avrebbe certo messo in piedi. Impossibile. Avrebbe dovuto letteralmente divincolarsi dagli abbracci lacrimosi, dalla stretta dei peana e dalle minacce di suicidio. Molto meglio in questa maniera.
Un amore morto il loro. Finalmente è finita. Anche al momento della partenza, nonostante la sua buona disposizione e i sensi di colpa per la fuga alla chetichella, i modi di lui sono comunque riusciti ad innervosirla. E’ più forte di lei, Paolo la fa troppo incazzare, è un inetto, un insetto. L’unica sua abilità è la notevole capacità adesiva. Peggio della carta moschicida. Uno sfruttatore insensibile, un vile codardo, uno zombie, un ramo secco nella contabilità dell’esistenza.
Elisa non avrebbe voluto arrivare a detestare Paolo. Non pensava neppure di esserne capace, e invece il suo sguardo è scivolato nell’indifferenza, e in seguito in disprezzo astioso e accanito. Ultimamente tutto di lui le risulta insopportabile, persino l’acconciatura, piatta e molle, composta da capelli senza corpo, distribuiti in rotte innaturali a coprire fantomatici vuoti, il tono della voce, per abitudine un filo lagnoso anche nei momenti di gioia, chi non piange non tetta, addirittura la sua predilezione per certi vocaboli e allocuzioni, secondo lei manifestazione di debolezza e di rinuncia alla vita. Pazienza, ormai non ha importanza.

Paolo, lo sfigato a cui si sfracella il cielo addosso, il braccio ancora steso nel saluto nell’attimo che la porsche scompare alla vista e l’apriporta avvia il suo lamento. L’ha appena lasciata andare via per sempre. Senza opporre alcuna resistenza, senza gettarsi in ginocchio ai suoi piedi, senza piangere o recriminare.
Già, Paolo lo sa, che Elisa non tornerà. Lo ha scoperto per un caso la settimana scorsa, ma ha tenuto tutto dentro di sé, chiuso a chiave, raggelato. E’ riuscito persino a non pensarci, malgrado fosse uno degli eventi più importanti della sua intera esistenza, ed Elisa non ha sospettato niente.
Sarebbe stato troppo penoso rivelarsi. Forse sarebbe servito urlare e piangere, magari sì, ma Paolo non ne ha avuto la forza, troppa la pena. E, anche se sembra impossibile, si vergognava. Si sarebbe sentito imbecille ad essere abbandonato alla presenza di Elisa. Certo, è ugualmente accaduto, ma facendo entrambi finta di niente è diverso, almeno non è morto per l’imbarazzo.
Tattatà tattatà tattatà.
Paolo lo sa di essere eccessivo, ma non può farne a meno. Credetemi, è davvero una grave fatica e lui per primo ne paga le spese. Tutto deve essere lucido, brillante, al proprio posto. Ricerca l’armonia, un millimetro più in là, o l’impronta di un pollice , e la placida perfezione si rovescia in caos e angoscia.
La casa, per esempio, c’è voluto tempo, certo, ma ormai è solo un gradino sotto dall’essere magnifica. Ogni mobile, suppellettile, elettrodomestico, è stato scelto con cura maniacale in mezzo ad altri mille simili. Cose belle di per sé, Paolo è ricco di gusto e portafogli, che se inserite con precisione nel coro sono capaci di sprizzare sazietà e perfezione; certo a patto di contrastare la polvere, senza mai abbassare la guardia, che quella non smette un istante di agitarsi, spostarsi, depositarsi e generare altra polvere e dei piccolissimi esserini nocivi.
Non è affatto facile, non lo è la vita di Paolo, provateci voi. Una sera, un paio di settimane fa, il meccanismo elettrico per aprire la sontuosa porta esterna si è improvvisamente inceppato e ha preso a ticchettare con grande sdegno di Paolo, imbarazzo e persino sensazione di sporcizia. Era in programma una cena e gli è toccato ricevere gli ospiti con quel ridicolo verso, stupido e osceno, che temeva che in qualche modo potesse sembrare provenire da lui stesso. Una cosa semplicemente assurda e Paolo lo sa, eppure anche durante la cena, il boccone sulla punta della forchetta, gli pareva d’essere totalmente indifeso e difettoso mentre si sforzava di individuare nel baccano del banchetto, a maggiore vergogna sua, tracce del rumore distante.
Paolo non ha potuto fare a meno di rimanere sveglio tutta la notte a pensarci sopra, la mattina presto per prima cosa ha chiamato il tecnico. Lo ha aspettato per assicurarsi che ogni cosa fosse eseguita con cura, senza danni o imbrattamento, tardando così ad un importante impegno di lavoro con esiti rovinosi. Quello ha sentenziato che doveva trattarsi un contatto causato da un forte colpo e ha sistemato la faccenda in cambio di un centone senza fattura.
La settimana successiva, un pomeriggio, mentre Paolo si prendeva cura della breve siepe il martellamento è cominciato da capo. Il tecnico era già lì un’ora dopo, non vi erano dubbi si trattava di un contatto provocato dall’eccessiva umidità di quei giorni, ha sistemato la faccenda in cambio di un altro secco centone senza.
Questa volta la quiete è durata solo pochi giorni, ieri è ripreso l’infernale ticchettio. Essendo sabato pomeriggio, il tecnico al telefono ha cercato di prendersi tempo, di rimandare a lunedì, ma Paolo, dopo avere calato le carte della cortesia e del compenso extra, è esploso in un ingorgo di minacce e di improperi.
Un contatto, su questo non ci piove. Un difetto di fabbrica? Forse sì, forse no. Chi lo può dire? Meglio cambiare l’intero aggeggio, con lo sconto… un paio di centoni… e mezza fattura.

Ticchetetticchetetticchetetà. L’uomo ha gli occhi spenti ed una terribile aria da sfigato, una ridicola vestaglia, un braccio sopra la testa a sollevare l’ombrellone, proprio come Mary Poppins, l’altro teso scolpito nel saluto, il calore alla testa, la voglia di rompere tutto, ma neppure un gesto, solo un tic alla palpebra destra. La donna fugge leggera e libera. Una lunga corsa di milleduecento chilometri direzione sud, praticamente rotta verso il sole. L’unico cruccio è il minimo senso di colpa per non averne alcuno. L’auto è una freccia d’argento che ronza come un ape regina, il paesaggio scorre nella luce e nella pioggia. Elisa è destinata a schiantarsi prima che il viaggio abbia termine. Morirà senza giungere a destinazione, grumi di carne rosa e sangue nelle lamiere contorte. Diranno che la colpa è della carreggiata viscida e che lei andava troppo forte. Niente sorella, mai più.

La morale? Domandarsi se la strategia degli struzzi, il nascondere il capo nella sabbia, sia efficace. Ma poi gli struzzi lo fanno davvero? No dico, lasciano fuori il culone e nascondono la testina? E i leoni non se li mangiano? Che a noi il tempo ci rosicchia, l’esistenza ci smozzica, crediamo di ripararci dietro il filo dei pensieri mentre il creato gioca con noi allo schiaffo del soldato, ci prende a calci in culo, fino all’ultimo sobbalzo, quello che ci precipita nella buca, ed allora è game over.
Siamo tutti presi all’amo da un pezzo e neanche lo sappiamo.
TORNIAMO INDIETRO. testo di Frantizan
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