5 minuti

scritto da parlodime
Scritto 15 anni fa • Pubblicato 15 anni fa • Revisionato 15 anni fa
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Autore del testo parlodime

Testo: 5 minuti
di parlodime

Dammi 5 minuti e chissà, chissà se ti piacerò
dammi 5 minuti e nel tuo cuore non credo che entrerò
non è facile stupirti, e tu sei così esigente
che non ti accontenti, no, si vede, lo so
se mi dai 5 minuti non credo che ti conquisterò ...
Dammi 10 minuti e forse ti incuriosirò
dammi 10 minuti e vedrai, ti meraviglierò
sono timido però so far ridere se voglio
e non sono male no, sono un tipo, lo so
se mi dai 10 minuti un amico almeno io sarò ...
Se ogni cosa ha il suo tempo trova il tempo per me
ho bisogno d'amore e d'affetto perché
non so stare da solo, forse sono un bambino
ma per questo ti voglio, voglio averti vicino ... “

Stadio




Sai quanti 5 minuti ci sono in 5 anni 7 mesi e 17 giorni?

590'976.

In tutto questo tempo ci sono stati 590'976 5 minuti.

Sai quanti ce ne vogliono per creare un bambino? Meno della miliardesima parte della metà del totale dei 5 minuti della nostra relazione.

Fuori piove. E l’acqua si riversa nel fiume sotto casa. L’acqua entra nell’acqua: si diluisce o si concentra?

Fuori piove e tu sei la persona con la quale voglio guardare fuori quando piove.

Appiccico il naso alla finestra. Lo faccio da sempre, da quando sono bambina.
Mi piace sentire il freddo sul naso e mi piace vedere il vetro appannarsi. Mi piace che una cosa così divertente per me, sia invece considerata da molti inappropriata, se non addirittura stupida.

Appiccico il naso alla finestra, guardo l’acqua che scende e vorrei tenere in braccio nostro figlio.

Gli farei vedere la pioggia e gli direi che probabilmente tu ed io avremmo da discutere anche sul fatto che forse sale, forse scende, la pioggia.

Curreri chiedeva 5 minuti per entrare nel cuore. Io te ne ho dati quasi 600'000 di 5 minuti che come l’acqua si diluiscono o si concentrano, che come l’acqua scivolano o s’impregnano.

Curreri chiedeva 5 minuti per stupire. Ne sono passati quasi 600'000 di 5 minuti, ed ogni giorno per me tu sei una meraviglia.

Non mi stancherò mai di scriverti che, nonostante viviamo lontani, abbiamo altre vite, altri lavori, parliamo con altre persone, siamo profondamente simili.
Ed è proprio questa somiglianza che ci ha tenuti, nella lontananza, vicini.
Abbiamo uguale la capacità di indignarci di fronte ai poveri pensieri delle persone (forse siamo un po’ snob, ma va bene così), abbiamo in comune la volontà di non accontentarci.
Siamo composti, però, anche di universi diversi. Ognuno di noi vive i minuti, i giorni, le settimane, i mesi in modo diverso, concentrandosi su aspetti che all’altro possono sembrare strani.

È bello tu non riesca a capire fino in fondo il mio mondo perché questo è la mia ricchezza.
Io non posso contare su altre particolari doti. Sono una donna normalmente normale, in tutti i sensi. Mi salva questo mio sguardo incantato e un po’ naïf sul mondo. Mi salvano le mie incertezze, le mie insicurezze.

Soprattutto, mi salva avere te.

In questo momento noi due siamo divisi da una quotidianità e da una progettualità diverse. È normale ma un po’ anche triste. Perché, nonostante gli sforzi, la nostra quotidianità prende il sopravvento e l’altro universo parallelo un po’ perde priorità.

Passerà, non passerà, poco importa. Conta solo tu sappia che quello che stiamo vivendo è parte integrante di un processo di crescita e che è giusto non pensarla sempre allo stesso modo. È giusto non vedere il mondo dello stesso colore. Ci saremmo già lasciati, di questo ne sono sicura.

Così, mentre io tengo appiccicato il naso alla finestra e l’alito appanna il vetro, fuori i contorni di questa città buia si confondono ed io penso a te.

Che pensi alla vera vita, non quella strana che vivo io. Che pensi a come garantire una certa sicurezza alla tua famiglia, a come renderti sopravvivente, piuttosto che sopravissuto.

Io invece con il naso appiccicato alla finestra penso al figlio che non avrò perché è giusto sia andata così. Non si crea un figlio se mancano delle condizioni di base per poterlo fare.
Per te sarebbe stato inconcepibile avere un figlio a distanza.

E così, mentre i 600'000 5 minuti che costellano la nostra relazione se ne vanno impietosi e leggeri come fa il tempo, mi lascio rapire da pensieri fatui e indefiniti che forse per te non avrebbero molto senso ma che per me rappresentano parte vitale della mia vita.

Pensieri eterni, circolari, ricorsivi. Non hanno inizio e non hanno fine. Ci sono, ci sono sempre stati.
Io di te probabilmente non dimenticherò mai niente, momenti bui compresi.
Ma c’è una tua frase che resta impregnata, come l’acqua fa con i vestiti, con la pelle, con le scarpe, e che resta lì. Indelebile, incancellabile, immutata.

“Ti stavo aspettando”.

Basta una frase a tenerti con me? A me sì.

Ho imparato ad accontentarmi di quel che mi dai, dei minuti del mattino rubati alla cassa malati, ai minuti della sera quando forse avresti altro da pensare, altro da fare.
Ho imparato che la gente che tutti i giorni ti saluta, ti stringe la mano, ti dà una bella pacca sulla spalla, la gente con cui bevi il caffè e con cui vai a pranzo, è fortunata perché non sa cosa darei io, per darti una pacca sulla spalla al mattino.
Per dirti buongiorno, guardarti lavorare, bere un caffè.

Ed è anche un po’ cattiva, questa povera gente, perché ti sta rubando un sacco di gesti, tempi, attenzioni, che invece vorrei fossero per me.

Sì.

Il tuo mondo è diverso dal mio. Più semplice, forse. Più vivo, certamente.
Ma io nel mio, dove tu rappresenti la parte migliore di me, tutto funziona bene e tutti siamo disincantatamente più sereni.

Nel mio io sono gelosa, lo so. Ma solo perché fatico ad accettare che nel tuo, di mondo, tu possa aver bisogno di “un altro” che io non ti do.

Perciò, amore, sappi che sono sostenuta certamente da difetti importanti, ma ti amo.
E amarti per me significa restare qui, in piedi davanti alla finestra, con il naso appiccicato al vetro sognando un figlio che non ti chiedo (per rispetto) e che non avrò (giustamente).







Con amore. Tutto l’amore del mio mondo.

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