Da un eremo, di sconfinati e vasti
panorami, che ad ubriacar lo sguardo
ci si può perdere, se non hai dritta
la direzione e il verso delle ali
sto, solitario, a rimirare il piano
dove si affanna il gioco degli umani
che tutto macera, e in tutto si consuma.
Chiuso nel mio saio, il capo calvo e glabro,
feroce il cappio dei miei sopraccigli
acchiappa e accocca l’arco di orizzonti
acuminati come alpestri rocce,
opra scolpita da un solenne rostro.
Questo è il mio chiostro, altissimo e infinito.
È qua che sgrano in preci d’orazione
la mia esistenza: questo è il mio rifugio.
Fui guerriero. Un tempo, tanto tempo fa,
quando ideali mossero i miei simili
a ritirarci in questo sacro speco
sopra dal chiasso e d’ogni frenesia
che avvolge il basso, e non l’aere leggiero
di chi l’altezza aggrappa coi runcigli.
Tu, uomo, un tempo tu, mi sterminasti:
ti ravvedesti poi, e un tuo sotterfugio
la mia presenza quivi ripropose.
Prigioniero di questa libertà
concessami dalla tua compassione
ora il mio spazio torno a misurare
e quel che m’era tolto, lo ritrovo.
Serrato ho il labbro, chiusa è la mia bocca
in un sottile e immobile sorriso
quando ti vedo, uomo, me cercare
per controllare se le provvigioni
m’abbian scansato il rischio d’estinzione.
Tu, che mi odiavi, uomo, vuoi ch’io sia:
tu vuoi ch’io esista, ch’io rimanga e stia
a dominar le vette dei nevai
che tu scalasti, senza mai afferrare.
Quanto ti sfugge l’incommensurabile!
So la vertigine dei miei silenzi
e tutto ciò che al tuo pensier trascura;
conosco il vuoto ch’è tra rupe e rupe
che, non riuscendo a computar, non sai.
Qua vola libero con stilo impenne
il verso mio, maestà dall’ombra involta
da stuole alate e nobili rapaci:
il corvo cessa il suo gracchiar, m’ascolta
il nibbio; e il gheppio, e il capovaccaio
mi fan fedele scolta di seguaci.
Incoronato nel mio augusto trono
ch’è incastonato in ripide falesie
da brezze asperse e accarezzate a graffi
di ciuffi sparsi d’erica e lentisco
non temo nulla: chino il basilisco
la sua ossequiosa riverenza espone
quand’apro l’ali, e turbinan le fronde
tra il leccio e il tamerice. Sono felice.
Mi basta il vento, per esser felice.
E tu? Ti scopri, infine, realizzato?
Ha avuto un senso il tuo escavar le cose?
Hai dato sazio a tanta bramosia?
Non leggo pace nel tuo cuor, né ancora
quel sentimento di condivisione
che noi creature, tutte, ci accomuna.
Il tuo discernere vuol dir sfortuna:
il tuo coltello è solo divisione.
La tua superbia ti è condanna, inflitta
dalla tua stessa tracotanza antica:
non ha riposo il tuo inseguir potenza,
quel tarlo che ti rode e t’affatica.
Non era infine il viver che chiedemmo
al Mondo? E il Mondo il viver ce lo diede.
Ci diede tutto. Tutto ciò che avemmo
era già tutto ciò che ci bastava.
Ma di quel tutto tu non fosti domo.
Volevi ancora, e ancora più impaziente
urlare al cielo, al tuono, in un sussurro
ch’eri il più forte. Ch’eri onnipotente.
E quel ch’io vedo, oggi, è che sei niente.
Un niente distruttivo, devastato
dalla tua avidità penosa e afflitta.
Io sono qua, uomo,… piccolo uomo…
Io vivo… vivo! So la felicità,
e innanzi a questa immensità d’azzurro
respiro. E contemplo la tua sconfitta.
Invictus (Il Grifone) testo di Il Girfalco