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Una tardiva nottola con il funereo canto
non lungi dall’ albeggiar irrompe
nella mesta quiete, che d’un tratto,
in un arido mattino, ella corrompe.
Quanto io quella crudele voce di creatura
notturna sperava non udir! Fuggire vorrei,
un vuoto nel cuor, negli occhi paura,
lontano dai tormenti miei.
Angelo silvestre, agli animi rammenti
desolati la loro ineludibil sorte,
mentre essi ascoltano sgomenti
il tuo canto di morte.
Al mio destino guardo ora e tra le mani
stringo taglienti i cocci d'una vita vuota,
trascorsa a sperare un domani
fors’altro per me avrebbe serbato il fato.
Albeggia ormai e tu rapace taci,
attendi le stelle per levar il tuo grido mortale.
Io ti aspetto, tra le braci,
di questa valle del male.