Contenuti per adulti
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Ripetere è deperire interiormente per non vivere più.
Ripetere: muoversi ed agire schematicamente, perché non è rimasto altro, aggirandosi nei meandri sadici ed oscuri del sé per alimentare il proprio tempo attraverso le abitudini, le vanità, le fobie, le speranze, le sofferenze, i piaceri e le paure.
Chi ripete è vittima della scelta ed è ostaggio della meccanicità: per una persona del genere c'è sempre la fine per ogni inizio, compresa la dolorosa fine della propria sopravvivenza che ha avuto inizio proprio con la determinazione della propria coscienza.
La notte scendeva repentinamente sulla terra in quei giorni di fine estate, ma l'alba tardava ad arrivare in quei mattini taciturni ed in una di quelle ambigue occasioni, si ritrovò ad osservare con uno strano e curioso senso di inconsistenza interiore lo scandire continuo dei tempi trascorsi che consumavano lentamente il suo essere. Era oramai avanti con l'età ed il mistero della morte lo soffocava sempre più, logorando quella sua marcia abitudine di sopravvivere agli eventi che lo tediavano abbandonandosi sovente all'oblio del distacco: si ubriacava oramai quotidianamente cullato da una oscura solitudine in quelle notti di un bistrot qualunque che non passavano mai.
Si chiedeva quale senso potesse mai avere questo costante ripetere, quel cercare per mai trovare, il desiderare per non essere mai appagati, quello sperare per essere puntualmente delusi, lo stringere qualcosa a sé per poi accorgersi che non è bastevole, il pensare di vivere per ritrovarsi ancora isolato nelle fauci acuminanti del dolore, della paura, della sofferenza e della disfatta.
Eppure anche il mondo aveva le sue stagioni, i suoi ritmi, i suoi schemi, i suoi movimenti, i suoi colori, il palco degli eventi, il giorno e la notte, il domani figlio dell'oggi, il sole dopo la tempesta, la pioggia dopo la calura, la morte improvvisa con la susseguente vita rigogliosa. Ad un tratto giunse un vento flebile e non molto caldo che sembrava lenire il suo essudato, ma perdurò solo pochi istanti: in quei giorni la calura era davvero intensa ed insostenibile, una dura prova per la madre terra che attendeva trepidante l'acqua copiosa delle piogge per dissetarsi.
Chi o cosa è che osserva e che si chiede tutto questo?
Se il mondo fosse così schematico, meccanico e ripetitivo, non sarebbe una cosa definita e morta?
Se fosse così soggetto al tempo, ai limiti, alle distanze ed alle misure, non sarebbe qualcosa con un inizio ed una fine e quindi finito?
Il finito può rinnovarsi veramente o immaginare solo di esserlo?
Solamente una mente limitata e divisiva, che si è separata dalla verità per determinare una realtà dove si proietta come una entità che esiste, può definire ciò che non è utilizzando tempo, limiti e misure ritrovando in quella proiezione sempre un’altra forma di sé stessa; solamente il finito può delimitare ciò che riconosce dal suo sfondo accumulandolo pensando di diventare ciò che non è ed oltrepassarsi; solamente una parte può dividere e sezionare supponendo di riempire il vuoto senza però mai toccare l'intero; solamente il noto può riconoscere ciò che sa già asserendo di imparare ed essere giunto nell'ignoto; ma l'infinito, l'eterno, il nuovo e l’incommensurabile non appartengono ad una simile mente, per tale motivo tutto esiste solamente perché c'è un osservatore distaccato dall'interezza che modella una realtà nella sua visione, dove pone lui stesso ed il rapporto con il mondo che lo contiene: quella dimensione è reale per lui certo, ma non è vera.
In quella divisione dall'intero c'è lo spazio dell'osservatore dove si viene a formare il tempo in cui l'agente proietta le immagini di sé stesso per riconoscersi, trattenersi, stabilizzarsi, non finire e sentirsi così apparentemente reale, sicuro e vivo.
Aprì gli occhi ed un silenzio profondissimo l'attraversò, espandendo a dismisura il suo essere: non sapeva più chi o cosa fosse, il tempo si era fermato, quel vento fresco e clamoroso riprese adesso e sollevava nella sua mente dei ricordi opachi di una memoria avulsa in lontananza, mentre il respiro misterioso dell'immensità apriva le porte ad una pace sconosciuta che gli donò caste lacrime di gioia.
Non seppe per quanto i suoi occhi rimasero aperti ad osservare la verità, ma si rese conto di quanto preziosa fosse quell'emozione pura che aveva toccato forse per la prima volta il suo cuore.
Non si azzardò a toccarla con il pensiero per possederla e manovrarla, non poteva e non doveva farlo: l'inerzia dell'amore vero gli fece dono di istanti infiniti di puro vivere nel quale osservava con attenzione assorta come la memoria si sforzava in ogni modo di rinvenire con i suoi ricordi per assumere una forma e riportarlo nel tempo. Scelse però di vivere finalmente, morendo a sé stesso: la luce giunse a dissolvere ogni ombra ed il pensare si placò.
La morte è parte della vita ed il vivere, per essere davvero nuovo, deve morire al tempo: ecco perché vita e morte non sono affatto divisibili, ma rappresentano un unico movimento sacro e inviolabile. Non c’è morte senza vita e non c’è vita senza morte: il futuro è la speranza dell'accaduto che attraversa l'accadere ed il presente deve morire al passato per vivere per sempre, altrimenti rimane una cosa ripetitiva, limitata, finita e quindi senza vita.