Amore e Morte

scritto da Fedro Anacoreta
Scritto 9 anni fa • Pubblicato 9 anni fa • Revisionato 9 anni fa
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Autore del testo Fedro Anacoreta

Testo: Amore e Morte
di Fedro Anacoreta

AMORE E MORTE
Fedro Anacoreta (www.anellodigige.jimdo.com)

INDICE

Prologo
PARTE PRIMA
Breve saggio sul paradigma neghentropico
PARTE SECONDA
Amore
Morte
Epilogo


PROLOGO
V aveva 5 anni quando si ammalò.
Giunse in Ospedale in primavera e la diagnosi fu inappellabile; una neoplasia maligna del cervello. Nessuna possibilità di intervento né di guarigione, solo quella di cure palliative per rimandare il più possibile l'inevitabile decesso.
I genitori non si arresero; sentirono svariati pareri, provarono cure convenzionali e non, finirono tra le mani di sospetti luminari che sottoposero V a trattamenti sperimentali dal dubbio fondamento scientifico.
Pochi mesi dopo, l'inverno successivo per essere precisi, V lasciò questo mondo.
E con lei il suo sorriso, la sua gioia di vivere, i suoi sogni di bambino, tutto il suo amore.
Quando conobbi V avevo già visto soffrire e morire molti bambini.
Pensavo di essermi costruito una spessa corazza. Ma V la infranse in pochi attimi.
Aveva qualcosa che la rendeva drammaticamente penetrante ed ossessivamente speciale.
Qualcosa che non mi faceva dormire la notte, che mi faceva piangere nel silenzio di un bagno d'ospedale e che continuava insistentemente a pretendere che dessi un senso a tutto questo, smettendo di fuggire.
Pensare a lei faceva male ma era anche sottilmente piacevole perché, nonostante avessi smesso di credere in Dio da tempo, mi convinse del fatto che l'esistenza e il vissuto di quella splendida bambina avessero un senso profondo che, se solo fossi riuscito a comprendere, mi avrebbe insegnato ad accettare la sofferenza e la morte.
In poche settimane, mentre V festeggiava il suo ultimo Natale, terminai il lavoro teorico sul paradigma neghentropico.
Ma quando tornò per l'ultima volta in ospedale, mi resi conto che non ero ancora pronto.
Mancava un tassello fondamentale per comprendere la profonda relazione e il significato dei due aspetti essenziali della vita di V e di quella di tutti noi: l'Amore e la Morte. Perché non esiste vita senza morte e una vita senza amore, breve o lunga che sia, non è degna di essere vissuta.
L' intuizione giunse mentre la piccola varcava la soglia dell'infinito.
E questo manoscritto, nato dal dolore e dall'addio, è, per me, il più grande dono di V.

PARTE PRIMA

BREVE SAGGIO SUL PARADIGMA NEGHENTROPICO

Il nostro mondo è pregno di sofferenza, distruzione, angoscia.
In una parola, caos.
E questo caos è alimentato dalla paura della “non vita”, intesa come incapacità di riconoscere il significato della propria esistenza giungendo, di fatto, impreparati, delusi, spaventati e frustrati di fronte alla morte.
L'uomo è perso in un oceano di “energia distruttiva”, foriera solo di confusione, pazzia e sofferenza.
Ma la profonda comprensione della mente e dei suoi meccanismi è forse il pilastro fondamentale di quel cambio di paradigma necessario per contrastare il regno del caos. Ed è proprio su tale presupposto che nasce e si sviluppa il Neghentropismo.

CONCETTI FONDAMENTALI
1. Le infinite realtà sensibili, molteplici e divenienti (Ordine Esplicito) vengono emanate costantemente dall'Ordine Implicito (l'Essere Trascendentale, Dio, Uno), una “matrice” di infinita informazione ed energia, alocale e atemporale, dotata necessariamente di coscienza. Il processo di emanazione della realtà fenomenica avviene grazie alla osservazione e percezione, da parte dell'Ordine Implicito, del proprio contenuto informativo, della propria Essenza, nel quale risiede l'immagine e il disegno di tutto ciò che costituisce le infinite realtà sensibili.
2. Mentre l'Ordine Implicito è alocale e atemporale, infinito ed eterno, la realtà sensibile è vincolata, dal secondo principio della termodinamica, ad un progressivo incremento di entropia, fino alla morte per consunzione di energia “Utile”.
3. Il cervello è una macchina neghentropica; l'unica entità in grado di ridurre la propria entropia e quella dell'ambiente circostante, se correttamente impiegata. Utilizzare correttamente il cervello significa agire lasciandosi guidare da stati d'animo illuminati e gioiosi (ad es la vitalità, la consapevolezza, l'interesse, l'empatia, la calma) ed evitando per quanto possibile gli stati d'animo oscuranti (ad es la rabbia, la paura, l'avidità, il sadismo, il cinismo, la cupidigia, la volgarità, l'aggressività, l'invidia). La via più semplice per conquistare stati d'animo illuminati consiste nel seguire la propria singolarità, le proprie Peculiarità Trascendenti ( il coraggio, la resilienza, la creatività, l'intuizione, la compassione, il carisma, la capacità sintetica, la memoria storica di sé), ciò che rende ognuno di noi speciale di per sé. In tale modo, infatti, l'individuo concede libero sfogo alla propria Volontà di Vita e si pone nella condizione di raggiungere l'Eudaimonia; uno Stato di Grazia caratterizzato dalla gioia per la realizzazione del proprio sé.
Dalla continua negazione, repressione o ignoranza della propria singolarità, invece, nascono solo stati d'animo oscurati, sofferenza e caos.
4. Il Neghentropismo può quindi essere definito come la teoria dell'esaltazione dell'Eudaimonia come fondamento del benessere globale. Ma non ci può essere Eudaimonia se non esiste un sistema sociale che fornisca a ciascun individuo la possibilità di conoscere e valorizzare il proprio potenziale.
5. La Comunità devi farsi garante della possibilità, per ogni individuo, di identificare, perseguire e raggiungere la propria eudaimonia. Ma per potere garantire ciò deve prima essere rivoluzionata dal punto di vista dell'educazione, dell'economia e della giustizia sociale. Ecco quindi che il paradigma neghentropico, nato dallo studio della mente e dalla ricerca della Verità, può di fatto essere fondamento e giustificazione di una vera rivoluzione sociale.

PARTE SECONDA

AMORE
“Chi è amato non conosce morte, perché l'amore è immortalità, o meglio, è sostanza divina. Chi ama non conosce morte, perché l'amore fa rinascere la vita nella divinità”
(E. Dickinson)

Parlare dell'Amore non è semplice anche se è piuttosto palese la funzione che esso svolge nella vita di ognuno di noi, contribuendo, di fatto, a determinarne il senso.
Inoltre con il termine “amore” indichiamo non solo il classico legame romantico tra due persone ma anche un insieme di accezioni del tutto differenti tra di loro.
Parliamo infatti di amore tra genitori e figli e verso entità ideali quali il bene, la giustizia, la propria nazione. Vi è l'amore per se stessi, per “il prossimo” e tra uomo e Dio. Identifichiamo anche un amore per gli oggetti (il denaro) o per determinate attività (gioco, lavoro) che spesso possono anche trasformarsi in vere e proprie ossessioni.
Ma quindi l'Amore, in ultima istanza, è uno solo, o invece tendiamo ad indicare realtà totalmente diverse con la stessa parola?
Che cosa è l'Amore?
Che cosa significa Amare?
Nel mondo antico l'amore viene identificato con Eros, inteso inizialmente come una forza che esprime la sovrabbondanza d'essere e che vuole riversare al di fuori di sé questa ricchezza.
Ma quando “Il più bello tra gli immortali” assume soprattutto il ruolo di figlio di Afrodite acquista anche la funzione di fatto più conosciuta, quella di relazione tra due esseri umani per mezzo della seduzione: la relazione erotica appunto.
Ma è proprio la relazione erotica a celare il senso umano della propria incompletezza, del bisogno dell'altro, della ricerca nel proprio “oggetto amoroso” di ciò che ci manca per sentirci completi. A proposito di questa visione dell'amore come ricerca dell'unità Nicola Abbagnano ha scritto: “L'unità...non ha niente a che fare con l'amore, ed è anzi negazione di esso perché esclude il rapporto e la comunità che costituiscono l'amore in tutte le sue manifestazioni. E' abbastanza ovvio che dove c'è una cosa sola non c'è chi ami né chi sia amato”.
Platone, oltre ad assegnare all'amore/Eros questa valenza di mancanza, da cui nasce la ricerca e il desiderio di ciò che si ama, è stato il primo a descrivere anche un'altra forma di sentimento che va al di là del mero rapporto fisico con la persona amata, trasformandosi in contemplazione delle Idee di Bellezza, Verità e Bene.
Questo Amore Platonico che trascende la realtà sensibile verso il Mondo delle Idee è stato ripreso anche da Plotino il quale lo ha trasformato in amore di Dio; questo esprime il desiderio di tornare al proprio padre, l'Uno. Nell'estasi mistica l'anima viene così posseduta da Dio e, allo stesso tempo, lo possiede.
L'Amore di Dio per l'uomo e degli uomini per Dio e tra di loro diventerà anche il fondamento del Cristianesimo che lo considera come immagine stessa della Trinità. In ogni amore, infatti, ci sono sempre tre elementi: chi ama, ciò che è amato e l'Amore stesso.
Per Sant'Agostino l'amore per il nostro prossimo non solo deriva da Dio, ma è Dio stesso.
Con la Filosofia Scolastica nasce la distinzione dell'Amore in due tipologie: l'”Amor benevolentiae”, nel quale si desidera il bene di chi si ama, e l'”Amor Concupiscentiae”, dominato dal desiderio di possesso, in cui c'è l'amore solo di chi ama, non dell'amato.
Il pensiero moderno rivaluterà poi l'istinto erotico e le pulsioni sessuali come componente fondamentale dell'Amore.
In particolare Sigmund Freud ipotizzerà l'esistenza di una energia psichica, la libido, che opera in tutte le fasi della vita dell'individuo determinandone i comportamenti.
Oggi giorno, anche al di fuori della sfera religiosa, la pulsione sessuale e la visione “spirituale” della persona amata si compenetrano strettamente.
L'Amore autentico viene descritto come costituito da reciprocità e libertà; esso deve mirare alla felicità della persona amata, anche qualora si dovesse fondare sulla rinuncia a possedere l'essere amato, e all'altruismo. L'Amore diventa così naturale tendenza a volere il proprio bene con l'impegno a cercare il bene degli altri, in quanto oggetto d'amore.
Infine, nella realtà odierna, l'amore tende a configurarsi come spazio esclusivo ed intimo, scisso dalla società e dai ruoli imposti da essa: “diventa un assoluto (soluto ab, sciolto da tutto) in cui ciascuno può liberare quel profondo se stesso che non può esprimere nei ruoli che occupa nell'ambito sociale...E' come se l'amore reclamasse, contro la realtà regolata dalla razionalità tecnica, una propria realtà che consenta a ciascuno, attraverso la relazione con l'altro, di realizzare se stesso. E, in primo piano, naturalmente, non c'è l'altro, ma se stesso” (U.Galimberti)

Il pensiero neghentropico individua, fondamentalmente, due forme di amore.
Vi è un amore istintivo, erotico, fatto di passione ed infatuazione, più o meno limitato nel tempo, che vede la propria ragione di essere nell'”istinto di sopravvivenza” e nell'attività delle aree cerebrali più arcaiche (sistema limbico).
Ma vi è anche, o forse soprattutto, un Amore Assoluto, inteso come esempio sublime di fattore illuminante, che ripone la propria ragione d'essere nella “Volontà di Sopravvivenza” dell'universo fenomenico e che risiede nelle aree cerebrali filogeneticamente più recenti ed evolute (neopallium) da cui originano anche le funzioni cerebrali superiori (mente, pensiero, memoria).
E' proprio questo Amore Assoluto l'oggetto di indagine del paradigma neghentropico il quale, pur essendo una dottrina profondamente laica, vede nelle parole di Papa Benedetto XVI il senso principale della ricerca e del significato dell'Amore:
“Tra l'Amore e il Divino esiste una qualche relazione: l'amore promette infinità, eternità, una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro essere”. (Benedetto XVI).
Ma qual è questa realtà altra, infinita ed eterna, se non quella dell'Ordine Implicito atemporale e alocale da cui deriva l'intero universo fenomenico?
Come può l'Amore renderci partecipi di tale realtà?
E' indubbia la sensazione di benessere totalizzante che si accompagna ad esso, indipendentemente dall'oggetto d'amore.
E perché questa sensazione di Benessere?
Perché, di fatto, nell'atto di amare si diventa consapevoli, grazie all'altro, del proprio valore trascendente, della propria singolarità.
Possiamo quindi definire l'Amore Assoluto come uno Stato di Grazia che consegue alla contemplazione dell'immagine riflessa nell'altro, dell'Universo Trascendente presente in noi stessi.
Questo Stato di Grazia è, di fatto, uno stato ad elevata coerenza dell'attività cerebrale (scarsa entropia) che consente, quindi, un maggiore scambio di informazione con l'Ordine Implicito.
Si parla volutamente di scambio in quanto il canale comunicativo generato dall'incremento di coerenza consente alle informazioni di transitare in entrambi i sensi. Colui che ama, quindi, non solo può percepire uno scorcio di Verità Assoluta, ma può anche improntare la matrice alocale e atemporale dell'Ordine Implicito con la propria immagine riflessa e i propri ricordi più vivi, compreso quello dell'oggetto amato.
L'Amore Assoluto diventa così una porta per l'infinito.
Esso è pura illuminazione, compassione, visione chiara.
L'Universo dell'Amore Assoluto non è quello dei sensi bensì quello della mente, prodotto dall'interazione tra l'Ordine Implicito e l'Ordine Esplicito. In questo mondo non può esistere alcun legame fondato sul desiderio di possesso né sull'istinto di sopravvivenza, e non esistono disuguaglianze: ognuno è libero di essere se stesso e di ricercare la propria via per l'Assoluto.
E' vero, per la maggior parte degli individui l'Amore Assoluto è un'esperienza temporanea, più o meno rapidamente soffocata dal potere entropico delle incombenze quotidiane e delle responsabilità sociali. Talvolta, però, Esso può assumere i connotati di una vera e propria estasi mistica, non solo totalizzante ma anche imperitura e immune a qualsiasi artificio deviante dell'universo fenomenico.


MORTE


“Ad eccezione dell'uomo nessun essere si meraviglia della propria esistenza...è invero la cognizione della morte, insieme con la vista del dolore e della miseria della vita, che ha senza dubbio dato l'impulso più forte alla riflessione filosofica e alle spiegazioni metafisiche del mondo. Se la nostra vita fosse senza fine e senza dolore, a nessuno forse verrebbe in mente di domandarsi perché il mondo esiste e perché sia fatto proprio così”
(A. Schopenhauer)

Tutti gli esseri viventi, ma in particolare l'uomo, si sono sempre dovuti confrontare la realtà della morte e con le sensazioni di angoscia e di privazione che si accompagnano ad essa.
Per la società contemporanea, però, ormai caratterizzata dal consumismo edonista, la morte diventa quasi un tabù, anziché, come era per gli antichi, uno sprone a vivere con intensità, consapevolezza, senso di responsabilità ed eticità.
Renè Guenon, uno dei massimi filosofi esoterici della prima metà del XX secolo, ha scritto:
“la civiltà moderna appare nella storia come una vera e propria anomalia: fra tutte quelle che conosciamo essa è la sola che si sia sviluppata in un senso puramente materiale, la sola altresì che non si fonda su alcun principio di ordine superiore. Tale sviluppo materiale...è stato accompagnato da una regressione intellettuale...Intendiamo qui, beninteso, parlare della vera e pura intellettualità, che si potrebbe anche chiamare spiritualità...”.
Eppure l'uomo ha sempre sentito dentro di sé, fin dai tempi della mitologia, il richiamo di una realtà spirituale alla quale ritiene di appartenere di diritto in quanto essere dotato di coscienza.
Tutti noi siamo mortali ma aspiriamo indistintamente all'immortalità; esiste quindi un qualcosa che ci spinge al di là dello spazio e del tempo, oltre la morte. Si tratta forse di quella nostra vera natura che si rivelerà solo quando potrà separarsi dal corpo; una forza misteriosa che genera la vita e che si muove perpetuamente di generazione in generazione.
Non a caso nella simbologia esoterica occidentale ed orientale vita e morte sono rappresentate in modo inseparabile dalla ruota. Essa infatti non è altro che una circonferenza dove l'inizio corrisponde necessariamente alla fine in assenza però di qualsiasi termine ultimo.
La Filosofia, nata dal confronto con la morte e dalla ricerca della suprema conoscenza mistica, e nutrita dalla aspirazione al Bene, al Bello e al Vero (i tre aspetti dell'Uno, dell'Assoluto) ha la stessa funzione del rito iniziatico: quella di guidare l'anima verso il divino.
Il pensiero socratico-platonico, così come quello mistico orientale, ritiene che la pratica della concentrazione e della meditazione possano preparare l'anima al distacco dal mondo sensibile. Essa vuole di fatto giungere alla illuminazione e al risveglio mistico, in assenza però di alcuna forma di gesto o rituale religioso.
Platone, in particolare, ritiene che ci si avvicini tanto di più al sapere quanto maggiore è il distacco dal corpo materiale.
Per Parmenide vita e morte non sono scindibili; sono due aspetti del mondo sensibile, irreale perché transeunte. In realtà l'Essere, cioè la Vita, non nasce e non muore; l'universo divino è indistruttibile.
Le dottrine della filosofia ellenistica e della mistica orientale riguardo alla morte hanno però, di fatto, un grosso limite “emotivo”: quello di individuare e descrivere una eventuale salvezza del tutto anonima e impersonale.
L'eternità viene promessa ma solo sotto forma di un frammento impersonale e inconsapevole di Cosmos o di Potenziale Karmico, con la perdita, quindi, di tutto ciò che ha costituito la nostra individualità cosciente.
Stoicismo e Buddhismo, ad esempio, cercano entrambe di liberarci della paura della morte al prezzo di una completa eclissi dell'Io che non è necessariamente il nostro sommo desiderio.
Infatti, più di ogni altra cosa, l'uomo vuole ritrovare coloro che ha amato e che l'hanno amato, ognuno con la propria individualità e i propri ricordi.
E proprio su questo punto il Cristianesimo ci promette tutto; una mortalità personale e la salvezza dei nostri cari, se solo sapremo allontanarci dai beni questo mondo e aprirci alla Grazia di Dio.
Con il Rinascimento si recupera il mondo classico e una spiritualità di tipo universalistico discendente dal pensiero platonico-plotiniano.
Ma con la rivoluzione scientifica, avviata dalle opere di Newton, Copernico e Cartesio, l'energia vitale e la coscienza assumono il carattere di “epifenomeni del corpo”, sue semplici manifestazioni secondarie e dipendenti, aprendo, di fatto, la strada al materialismo moderno.
Così, con l'Illuminismo la Ragione diventa l'unica guida e il tema della morte viene ricondotto e limitato all'ambito biologico e soppiantato da una nuova “fede laica” nella Scienza e nel Progresso in grado di creare migliori condizioni di vita per gli esseri umani di questo mondo.
A tale orientamento cerca, tuttavia, di opporsi l'esistenzialismo che rimarca l'irriducibilità dell'uomo ad una semplice “cosa”, in quanto dotato di consapevolezza ed anelito alla libertà.
Per l'esistenzialismo l'uomo non può fare a meno di confrontarsi con la ineluttabilità della morte e con il relativo sentimento di angoscia.
Per Heidegger solo il costante confronto con la morte può salvare l'uomo da una esistenza inautentica, banale, convenzionale, insignificante, omologata all'opinione comune, priva di reale consapevolezza.
Nell'ottica del pensiero neghentropico la morte coincide con l'azzeramento della Energia Metabolica (EM). Tuttavia ogni essere vivente cosciente possiede anche un Potenziale Neghentropico (PN) strettamente legato alla realizzazione della singolarità, delle proprie qualità trascendenti, alla coerenza della attività cerebrale, e in grado di contribuire alla Volontà di Sopravvivenza dell'Universo.
Il PN è scambio di informazione con l'Ordine Implicito e, proprio in quanto tale, può imprimere l'immagine della singolarità individuale nella matrice eterna trascendentale.
Quindi, per qualsiasi essere vivente che abbia riconosciuto e realizzato la propria singolarità, anche grazie all'Amore Assoluto, la Morte, intesa come scomparsa totale dell'individuo dall'universo, non esiste.
Infatti imprimere la propria immagine trascendente nella matrice alocale e atemporale, significa soprattutto assicurarsi una eterna rinascita. Questo perché l'autocoscienza riflessa dell'Ordine Implicito, dalla quale deriva l'Universo sensibile, consentirà alla nostra essenza impressa in essa di rinascere nella perenne creazione dell'Ordine Esplicito.
Quindi non importa chi siamo stati né chi o cosa abbiamo amato né da chi siamo stati amati. Ciò che importa è aver incontrato, almeno una volta nell'arco della nostra esistenza, l'Amore Assoluto; quello Stato di Grazia che consente alla nostra “immagine” di imprimersi nell'infinita informazione dell'Ordine Implicito e nell'eterno ciclo di rinascita degli infiniti universi sensibili.

EPILOGO
Nella sua breve vita V ha amato ed è stata amata incondizionatamente.
Il suo corpo ha sofferto, ma il suo spirito ha avuto il privilegio di conoscere e trasmettere l'Amore Autentico, Assoluto, Totalizzante.
E' vero, questo universo è stato privato del suo sorriso, dei suoi gesti d'affetto, del suono della sua voce e della sua risata, e tutti coloro che l'hanno conosciuta ne piangono ancora l'addio, nella consapevolezza che per sempre sentiranno la sua mancanza.
Ma, in verità, la splendente singolarità di V è già rinata in infiniti mondi preclusi alla nostra mente razionale ma non alla nostra immaginazione né, tanto meno, al nostro sé spirituale ed intuitivo.
L'immagine di V ha varcato in solitudine la soglia dell'infinito e, grazie all'Amore, ha avuto accesso all'immortalità. E chiunque la ricordi con amore, potrà di fatto riunirsi a lei nell'eterno ciclo di rinascita degli infiniti universi sensibili.
In molti di questi mondi V realizzerà tutti i sogni che le sono stati negati e i suoi cari potranno coronare il diritto naturale di vederla crescere e compiere la propria volontà di vita.
Per quanto mi riguarda...
Il pensiero di V mi ha fatto piangere molte volte ma ora, in realtà, sorrido.
Perché ora capisco.
E non ho più paura.





“Fedro era un conoscitore della logica.
Fedro era molto isolato...
Viaggiava da solo. Sempre. Era solo anche in mezzo agli altri. La gente a volte se ne accorgeva e si sentiva respinta, per cui non provava simpatia per lui,
ma questo non lo toccava...
Nessuno lo conobbe mai veramente. Probabilmente lui voleva che fosse così...
Come quel lupo sulla montagna, Fedro aveva una specie di coraggio animale. Andava dritto per la sua strada senza preoccuparsi delle conseguenze, tanto da lasciare spesso gli altri sbalorditi. Questo coraggio non nasceva da un idealistico concetto di abnegazione, ma solo dalla intensità della sua ricerca, e non aveva nulla di nobile”.

(R.M.Pirsing)
Amore e Morte testo di Fedro Anacoreta
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