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Ne ho tenute cinque,
non per ricordo,
per abitudine delle mani.
Le tiro fuori dal cassetto
come si tira fuori qualcosa
che fa paura guardare.
Le stendo sul letto,
cinque linee d’ombra,
cinque cappi travestiti da eleganza.
E faccio i nodi. Cinque nodi diversi.
Mio padre non sceglieva la cravatta,
sceglieva il nodo
in base al colore
non della stoffa,
ma del giorno.
C’erano giorni da stringere forte,
giorni che chiedevano sangue al collo,
giorni da lasciare respirare,
giorni che non riusciva
a portare da solo.
E mi chiamava.
Arrivavo sbuffando. Sempre.
«Fallo tu, lo fai meglio.»
E io lo facevo.
Passo. Giro. Stringo.
Il nodo preciso,
il nodo lento.
il nodo che non perdona errori.
l nodo che si scioglieva da solo.
il nodo che lui non commentava mai,
ma fissava più a lungo,
come se gli misurassi il respiro.
La quinta cravatta era l’ultima.
La facevo piano,
come se stessi imparando un mestiere
che non avrei mai voluto usare,
come chi prende la misura a una ferita.
Ora non c’è nessuno a guardare,
ma le mie mani ritornano alle cravatte
e ogni tanto continuano.
Passo. Giro. Stringo,
e quando sciolgo la seta
non torna liscia,
la stoffa conserva il collo
come la terra conserva
la forma di ciò che ha perduto.
Resta la piega,
resta il solco,
e io continuo
a stringere le cravatte
senza più un collo
da trovare sotto le dita.
Allora ne porto una al mio,
piano,
e lascio che la seta
cerchi sulla mia pelle
il posto in cui respirava lui.