Cinque

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Ispirato alla mia poesia "la quinta volta"
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Testo: Cinque
di GZ

Luciano arrivò poco dopo le quattro con un sacchetto d’uva che Giacomo non avrebbe mai mangiato, lo posò sul davanzale accanto ai guanti in lattice lasciati dall’infermiera e andò ad aprire la finestra.
«Fa freddo» disse Giacomo.
«C’è puzza»
«È un ospedale»
Luciano richiuse; rimase con la mano sulla maniglia guardando il parcheggio sei piani più sotto: sembrava così lontano. Aveva ancora addosso la giacca dell’ufficio; ogni volta che veniva a trovarlo sembrava capitato lì per una commissione.
«Il medico?» chiese.
«È passato prima»
«Cosa ha detto?»
«Le solite cose»
La mattina, invece, il medico era rimasto quasi mezz’ora. Aveva tirato una sedia vicino al letto e parlato senza preoccuparsi dell’orologio. Giacomo aveva capito prima che finisse: forse quella notte, forse il giorno dopo.
Giacomo non aveva chiesto di chiamare i figli; aveva ringraziato il medico e aspettato Luciano.

«Annamaria lo sa che sono qui?»
Luciano si voltò. «Credo di sì»
«Credi?»
«Gliel’avrà detto qualcuno»
«Non tu»
Luciano tirò fuori il telefono, controllò lo schermo e lo rimise in tasta. «Siamo ancora a questo?»
«Siediti un attimo»
«Sto bene in piedi»
La sedia era lì vicino, a mezzo metro; Giacomo non insistette: gli dava fastidio che suo figlio avesse preso da lui proprio le cose che di sé non aveva mai sopportato.
«Tuo zio Davide è morto a quarantatré anni», disse.
«Sì, lo so pa'»
«Non sai niente. Avevi sei anni»
«So dell’incidente»
«Quello lo sanno tutti»
Luciano si sedette rassegnato.

Dopo la morte della loro madre, Giacomo e Davide avevano svuotato insieme l’appartamento di via Gramsci. In due giorni riempirono due furgoni. Giacomo aveva fatto l’inventario di ogni oggetto. In quel periodo contava tutto: le medicine rimaste, i mesi della malattia, le notti passate sulla poltrona. Davide invece viveva a Milano e tornava quando poteva. Giacomo sosteneva che potesse tornare più spesso.
Il litigio fra i due cominciò per un servizio di piatti: Davide voleva lasciarlo alla vicina del piano di sotto, Giacomo disse che la roba della madre non si regalava alla prima persona che bussava alla porta; Davide gli ricordò che la vicina l’aveva aiutata con la spesa per anni.
«E io invece? E io cosa avevo fatto?» disse Giacomo stizzito. «Le avevo pulito il culo. Così gli dissi»
Luciano abbassò lo sguardo.
Davide allora posò i piatti sul tavolo e disse che nessuno gli stava togliendo quello che aveva fatto; Giacomo rispose che era comodo riconoscerglielo adesso; comodo arrivare il sabato con i cornetti, far ridere la mamma e ripartire prima che cominciasse a lamentarsi. Gli elencò tutte le visite mancate, una per una: Davide alcune neanche le ricordava.
«Lo zio mi lasciò parlare. Poi mi disse “Va bene, il migliore sei tu”.»
«E tu cosa hai risposto?» chiese Luciano.
«Gli diedi un pugno»
Luciano sgranò gli occhi. «Un pugno vero?»
«Si»
Davide urtò il tavolo e due piatti caddero: uno si ruppe, l’altro rimase intero – Giacomo ricordava questa cosa come se fosse successa due minuti prima – Davide asciugò il sangue con la manica. Non restituì mai quel colpo.
Prima di andarsene disse: «Quando ti passa, sai dove sto»

«E ti passò» chiese Luciano.
«La rabbia subito, il resto credo mai»
«Non lo chiamasti?»
«No»
Giacomo aprì il cassetto del comodino e prese una busta: l’angolo in basso era piegato e sul davanti c’era scritto DAVIDE. «Scrissi questa»
Luciano la prese. «È ancora chiusa»
«Non gliel’ho mai data»
«Questo l’avevo capito»
Giacomo lasciò passare la risposta: sentiva che se l’era meritata.

La lettera cominciava con cinque “scusa”, scritti uno sotto l’altro. Quando la scrisse gli era sembrato che ripetere la parola potesse darle più significato. Alla terza volta invece aveva già cominciato a suonare falsa.

«La so a memoria» disse Giacomo sforzandosi di sorridere. «Scrivevo “scusa” per tante cose, ma in realtà chiedevo scusa perché sapevo dove colpirlo, dove fargli male. E lo sapevo perché era mio fratello»
Si fermò per riprendere fiato: il monitor accelerò per qualche secondo, poi tornò regolare.
«Noi eravamo figli della stessa ferita, ma io ho fatto di tutto per diventare l’unico erede. Gli scrivevo che lui era lì. Lui aveva visto le stesse cose. Aveva respirato la stessa aria. Aveva imparato la stessa paura. Eppure io pretendevo che la mia fosse più profonda, più oscura, più difficile da portare. Gli dicevo che avevo parlato piano per anni, con quella voce controllata, quella voce intelligente, quella voce che riusciva sempre a spiegare tutto solo perché non mi sentivo davvero colpevole. Perché stavo male, perché avevo paura, perché anche io ero stato ferito. Come lui. Più di lui. Meno di lui. Sempre io. Parlavo sempre e solo io»
Nella stanza non si sentì più la ruota del carrello. Da qualche parte una donna chiamava un’infermiera, prima con educazione, poi sempre più forte.
«Avevi scritto proprio così?» chiese Luciano.
«Sì, quasi»
«Quasi?»
«Nella lettera cercavo di sembrare migliore» fece un respiro «alla fine cercavo un modo per essere assolto»
Luciano rigirò la busta. «Se l’avesse letta, secondo te ti avrebbe perdonato?»
«Non lo so, forse sì»
«Avresti dovuto dargliela. Sarebbe cambiato tutto»
Giacomo scosse la testa. «Questo lo pensavo prima. Ora no» si tirò su sul cuscino, «Davide mi avrebbe perdonato e allo stesso tempo avrebbe avuto ancora paura delle mie mani. Avremmo potuto ricominciare a parlarci senza mai più litigare - attenti a ogni parola - ma il pugno non sarebbe sparito. Quelle ferite non spariscono. Il dolore che gli ho rubato, quello di cui mi sono appropriato… quello non potrò mia ridarglielo»
«E allora a cosa è servito scrivere questa lettera»
«Forse a non aggiungere altro dolore. Forse soltanto a perdonarmi»
I due si guardarono intensamente.
«Hai scritto tanto» disse Luciano come per consolarlo.
«Quattro pagine»
«Quattro?»
«Scrivevo grande»
Luciano sorrise appena. Giacomo si strofinò il naso: il tubicino dell’ossigeno gli aveva arrossato la pelle.
«Aspettavo che mi chiamasse lui. Ogni giorno pensavo che la lettera gliela potevo dare anche l’indomani. Magari se avesse chiamato gliel’avrei letta: avrei rischiato meno»

Davide morì undici giorni dopo. Pioveva, ma non abbastanza da spiegare l’incidente: l’auto uscì di strada vicino a una stazione di servizio e si fermò contro un platano. Giacomo riconobbe il bomber nero prima del corpo.

«Al funerale volevo mettergliela nella bara, poi ho pensato che tua nonna l’avrebbe trovata una cosa troppo teatrale»
«Nonna era già morta»
«Appunto: ho continuato a discutere anche con lei»
Luciano passò un dito sotto la piega della busta. «Posso leggerla?»
Giacomo ci pensò. «No»
«Me l’hai fatta prendere»
«Te l’ho fatta vedere»
«E che cambia?»
«Cambia. Cederei ancora alla vanità. E poi è per lui»
Luciano rimise la busta sul letto. «Quindi devo chiamare Anna?»
«Non ho detto questo»
«È da quando sono entrato che lo stai dicendo»
Giacomo si aggiustò il lenzuolo: aveva caldo alle gambe e freddo alle spalle. «Fai come ti pare»
«Lei ti ha detto che non vengo mai a trovarti?»
«Annamaria non mi parla mai di te»
«Sì certo»
«E tu non mi parli mai di lei»
«Perché non c’è niente da dire»
«Va bene»
Luciano si alzò, fece due passi verso la porta e poi tornò indietro a prendere il telefono che aveva lasciato sulla sedia. «Quando ti dimettono?»
Giacomo guardò il sacchetto d’uva: alcuni acini si erano staccati e stavano sul fondo. Ne prese due.
«Non mi dimettono»
Luciano aspettò. «In che senso?»
«Il medico dice che è questione di poco»
«Poco quanto?»
«Poco»
«Ma prima hai detto le solite cose»
«Ho mentito»
«Perché?»
Giacomo fece un movimento leggero con le spalle. Non aveva una risposta decente; forse aveva voluto raccontare tutto prima che la morte si portasse via l’ultima speranza d’esser perdonato dal fratello; forse aveva paura che Luciano fosse come lui.
Luciano gli si avvicinò. «Da solo non ci torno a casa, pa'»
Si sedette di nuovo, prese il telefono, cercò un numero e rimase fermo. Giacomo non disse nulla. Dopo un po' Luciano avviò la chiamata.
Annamaria rispose al secondo squillo. «Che è successo?»
Luciano guardò suo padre. «Sono in ospedale»
«Papà?»
«Si»
«Che è successo?» ripeté lei.
Luciano inspirò, ma non riuscì a parlare. Giacomo sentì Annamaria chiamare suo fratello: “Luci, Luci”. Non lo chiamava per nome: lo chiamava come quando erano bambini. Lui si piegò in avanti e si coprì gli occhi con una mano.
«Vieni?» riuscì a dire.
Dall’altra parte ci fu un rumore: forse delle chiavi prese da un tavolo.
«Dammi venti minuti»
La telefonata rimase aperta: nessuno dei due sembrava volersi lasciare. La busta scivolò dal letto. Annamaria non aveva ancora riattaccato. «Ho paura» disse.
«Anch’io» rispose Luciano mentre raccoglieva la busta.

Giacomo si assopì mentre il figlio ascoltava la sorella scendere le scale.

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