Come tanti bambini, anch’io, sono cresciuto a pane e pallone. Erano gli anni ‘60, per strada non c’erano ancora così tante automobili ed il viale sotto casa era un perfetto campo di calcio. All’epoca il Vomero, quartiere di Napoli dove sono cresciuto, era quasi un’isola felice, l’unica cosa che facevamo era giocare. Non sempre il mitico Super Santos era disponibile, ma le alternative non mancavano, dal gettonatissimo guardie e ladri, alla settimana o campana, poi le catenelle, nascondino, i quattro cantoni, palla avvelenata e tutti quei giochi che avevano come posta le intramontabili figurine dei calciatori Panini. Il giocatore di calcio più amato e con il maggior numero di emuli era Gigi Riva ed i pomeriggi volavano. Volutamente, non citerò, tutta una serie di “passatempi” di una pericolosità che, a pensarci oggi, posso considerarmi un miracolato e solo per dimostrare di avere coraggio. Tutto questo fino a quando, una mattina svegliandoci, ci siamo accorti che esistevano le ragazze, un universo da esplorare, ma fino a quel giorno il nostro unico desiderio era di prendere a calci un qualsiasi oggetto che ci ricordasse, anche lontanamente, una sfera. A quei tempi si incominciavano, anche inconsciamente, ad elaborare le prime teorie esistenzialistiche e sul perché c’erano quelli che potevano dire: “il pallone è mio…”. Posso definirmi, senza rischiare di essere smentito, un reduce di quei campi di “battaglie” dove ho versato sudore e sangue ed ho immolato innumerevoli indumenti senza prendere una lira, ma felice. Una felicità che ancora oggi mi accompagna nei ricordi e che se potessi non so cosa darei per poterla, fisicamente, riprovare, anche per pochi minuti. Una cosa, oggi come allora, che non riesco a digerire è il “portatore di palla”. Quell’essere “infelice” che, strisciando con apparente indifferenza, lungo il viale, stringeva la palla al petto ed aspettava di essere esortato a giocare, per poter così decidere sul come, quando, cosa e chi, senza averne titolo, tranne per il fatto che aveva quella sfera arancione, con tratti neri e dal nome, vagamente, brasileiro. Quante volte per non cedere al ricatto abbiamo rinunciato a giocare per rimanere in disparte a guardare. L’alternativa a tutto ciò era la intramontabile palla di pezza, fatta di stracci e tenuti insieme da un filo di spago o di ferro.
I materiali si trovavano in quantità anche per strada, come il filo di ferro, che era un materiale indispensabile nei cantieri edili che, ai quei tempi, abbondavano e grazie ai quali i “palazzinari” hanno cementificato l’intera collina napoletana con lauti guadagni, permettendo che, discutibili individui, con funzioni o cariche istituzionali, potessero crearsi, in cambio di favori ed intercessioni, dei veri e propri feudi immobiliari.
Così realizzata, la palla, aveva due cose che non la rendevano molto apprezzata, la prima è che non rimbalzava, la seconda è che se la prendevi in faccia si rischiava di brutto, ma con un po’ di attenzione si poteva giocare.
Quei tempi, ormai, sono lontani e per strada non gioca più nessuno. La palla di pezza, poi, come la clava, roba da cavernicoli, eppure i “portatori di palla”, come d’incanto, sono sopravvissuti, sempre pronti a ribadire il solo concetto che li fa sentire, in qualche modo, indispensabili e, pertanto, come il mazziere, distribuiscono le “carte” o dirigono la “banda”. L’evoluzione non li ha contagiati, ma hanno imparato ad usare internet ed i social network per poter continuare ad applicare quel subdolo principio, secondo il quale, chi “seglie” di partecipare soggiace al volere del “portatore di palla”.
Non sempre è possibile capire gli altrui progetti ed il tempo che passa, nel capirli, ti è nemico. L’importante non è partecipare, ma non esserne complice.
Il portatore di palla testo di Leonardo Bottiglieri