Curva il tempo quel lembo di terra senz’aria e senza tregua, e la liscia sabbia che dal nugolo del nulla incalza, proprio da quel nulla che sugge la vita alla vita e straziante sradica il suono alla parola.
E tra l’acre odore di pioggia che spettina la rena, di muta preghiera s’ erge il silenzio, e sgrana rosari l’esiguo attimo d’un negato canto, tra sediziose arpe roventi.
Ma è nell’abisso in cui l’ anima fluisce tra serrate catene al pensiero, che divampano le stigmate purpuree di mani tra avelli che scavano buche, di mani che invocano ali tra leggiadri spicchi d’ erranti aquiloni.
E allora leggimi le labbra o nudo cielo che all’alba appari, attico d’ un tacito verbo alcova di rossi papaveri e ortiche pungenti, brullo è il solco su cui distendesti il seme e glabro manto il ciglio su cui cercasti appiglio.
Ma ghermisci le carni tra corvi affamati e svella le suppliche tra umide piaghe, e tra sussurri d’eco infinito distendi le braccia al nudo velo di tristezza sibilando pace pace ed ancora pace …
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