Quale dei tre

scritto da Di Arimatea
Scritto 3 anni fa • Pubblicato 3 anni fa • Revisionato 3 anni fa
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Testo: Quale dei tre
di Di Arimatea

Arrivò la lettera. Quella mattina uscii presto per ritirare la posta dalla cassetta,  il “village”  era ancora silenzioso, addormentato; attraversai il prato davanti casa e mi inzuppai le pantofole: l’umidità della notte non era ancora evaporata. La lettera giallognola recava i timbri del Dipartimento di Stato. Prima che vi racconti quel che accadde, bisogna che vi dica qualcosa di me e forse allora comprenderete il mio stato d’animo e la mia angoscia.

Sono nato e cresciuto con la convinzione che la pena di morte non serva a niente, o meglio che serva ad eliminare la persona e non la causa del male, e quindi non risolve il problema alla radice, visto che comunque i delitti continuano ad essere commessi nonostante il deterrente della pena di morte. E i fatti mi stanno dando ragione. Negli ultimi anni i delitti erano andati aumentando, specie quelli minorili e a questo proposito si scatenò una vera gara a chi era più giustizialista dell’altro. Qualcuno propose di diminuire la maggiore età, qualcun altro disse che bisognava condannarli lo stesso e poi aspettare che diventassero maggiorenni per giustiziarli, una vera follia omicida si scatenò tra i sostenitori del governatore dello Stato, tutti volevano essere rieletti. Quella gente gioiva nell’uccidere.

Lo Stato ha il dovere di redimere il malfattore, non di abbatterlo quasi fosse una belva selvaggia finita nell’urbanità; non può mettersi sullo stesso piano degli assassini. Questo era il mio verbo, questo era il mio credo.

Cresciuto con questa convinzione, che si era andata rafforzando con l’andare del tempo, avevo partecipato a tutte le marce e a tutte le dimostrazioni in favore della sua abolizione. Ormai ero diventato un personaggio scomodo. Ero stato più di una volta intervistato dalla radio, della televisione, e persino la stampa aveva dato risalto alle mie parole, sempre avevo portato argomenti e prove in favore della mia tesi.

In qualsiasi Stato dove si stava per uccidere qualcuno, o per meglio dire si stava per giustiziare qualcuno, sia esso donna o uomo, di qualsiasi colore o stato sociale, io ero là in prima fila con il mio megafono che arringavo la folla. Già il fatto che l’uccisione di un uomo la chiamassero “giustiziare” mi dava fastidio. Come si fa a dire giustizia, l’uccisione?

L’uccisione, in qualsiasi modo tu lo faccia e in nome di chi, è sempre un assassinio, nient’altro che un assassinio. Anche un mafioso uccide per ordine di una volontà a lui superiore, così pure lo Stato uccide per un ordine a lui superiore che è il popolo, ma: che il boia sia armato di pistola o di una fiala di cianuro non fa differenza. Ora che il mio stesso Stato uccida in nome del suo stesso popolo e quindi anche il mio, non mi andava bene.

Cominciai a pensare che la democrazia fosse in realtà una strana cosa, laddove il quarantanove percento aveva torto, e che uno solo valeva per tutti e più di tutti, incominciava ad andarmi stretta. Firmai petizioni, feci il giro di tutto lo Stato a raccogliere firme in favore della sua abolizione. Forse vi ricordate di quel tale che qualche settimana fa fu giustiziato.

Io non so se era colpevole ma, credo anzi che la giustizia in questo paese sia abbastanza congrua alle vicende e che nonostante tutto quel tale abbia avuto un processo equo, tranne la condanna. Non voglio entrare nel merito del processo, io non sono un avvocato, e fortunatamente fino ad ora non sono mai stato chiamato a far parte di una giuria.  Eppure..

Eppure era forse proprio per le mie idee liberali, che qualcuno mi fregò ugualmente. Ero un personaggio molto discusso, scomodo, forse stavo dando fastidio al Governatore che avrebbe voluto volentieri farmi tacere, vista la sua ferma convinzione sulla necessità della pena di morte.

Eravamo in campi opposti. Le elezioni a governatore si stavano avvicinando e lui voleva dare un esempio della sua inflessibilità, della sua forza, e ordinò che l’esecuzione avesse luogo.

Troppo tempo era stata rimandata, io credo di non sbagliare se dico “ad arte”. Voleva fare qualcosa di cui la gente e lo Stato stesso ne parlasse. Propaganda! E comandò l’esecuzione di quel poveraccio che tanto per dirla in breve dopo quindici anni di braccio della morte quante volte lo Stato lo ha moralmente ucciso? Mancava solo di metter fine alla sua chimica!

Nessuno fermò la macchina delle iniezioni letali; aveva passato tanti anni nel braccio dei condannati a morte che adesso non era più l’uomo che aveva commesso quell’orrendo crimine. Quello era l’uomo di quindici anni fa, analfabeta e violento. Avrebbe dovuto, ammesso che fosse giusto, morire quindici anni fa, non ora. Quindici anni di lenta agonia, di speranza, e di delusione: quella era già “morte”, che senso aveva ucciderlo e che giustizia era mai questa?

Io non so a chi venne l’idea, o chi gliela suggerì, sta di fatto che mi tolsero di mezzo nel modo più banale e intelligente nello stesso tempo. Mi scelsero come uno dei tre che doveva abbassare quella leva. Quella leva che spingeva uno stantuffo di una enorme siringa che collegata ad un tubicino andava mescolandosi con altri due tubicini sì da formare un groviglio inestricabile e indecifrabile, confluendo nella vena del malcapitato, dandogli la morte. Ero stato scelto come uno dei tre che avrebbe dato la morte. Potenzialmente ero il boia.

Ora non venite a dire che avevo una possibilità su tre di essere stato io, che c’erano sessantasei probabilità su cento che non fosse la mia leva a dare il sonno letale, ma il dubbio ti rimane dentro. Erano stati furbi. Mi avevano tolto di mezzo senza farmi male fisicamente. Mi avevano tolto la certezza, avevano insinuato il dubbio. Avevano giocato con me come fa il gatto con il topo, ed io conoscendoli ero quasi certo che la morte l’avessi iniettata io.

Io avevo dato la morte. Io che da una vita cercavo di difenderla, di abolirla, di cancellarla, io mi ero macchiato del loro stesso crimine. Come potevo ritornare nelle piazze, come guardare in faccia quelle povere vedove, quella madre, quei bimbi a cui era stata tolda ogni speranza? ..e come potevo ancora guardare quelli che mi avevano seguito e sostenuto?

Adesso sono qui a macerarmi l’anima, crogiolarmi nella mia angoscia e nel mio dolore intellettuale. Qualcun altro prenderà il mio posto, per fortuna il mondo è pieno di gente come me e meglio di me. Qualcuno con l’animo puro e la coscienza intatta porterà avanti quella crociata che non è più soltanto mia, nella speranza che il mondo intero capisca, perdoni e agisca nella giusta misura.

Quale dei tre testo di Di Arimatea
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