Io ti proteggo

scritto da Bondorello
Scritto 4 mesi fa • Pubblicato 4 mesi fa • Revisionato 4 mesi fa
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Autore del testo Bondorello

Testo: Io ti proteggo
di Bondorello

Adoro questo locale. Si trova in fondo a uno stretto vicolo che i più evitano, e solo chi è del posto ne rammenta l’esistenza. Il proprietario, un uomo alto e magro, si aggira tra i tavoli col suo grembiule verde e gli occhi perennemente arrossati. È un brav’uomo dopotutto, e a volte sa anche essere divertente con le sue folle previsioni da tuttologo; sostiene di avere una sorta di sesto senso che gli consente di “predire” molti avvenimenti futuri, anche se in realtà si sbaglia quasi sempre.
L’arredamento è scarno, giusto tre o quattro tavolini e un terrazzino dal quale si può vedere il mare aperto. In effetti non è un granché, ma la vista di quell’enorme distesa d’acqua mi rilassa non poco facendomi dimenticare per un breve attimo la geometria disordinata di questa zona della città, che è sempre più ammalata. Lo testimoniano i muri delle case, umidi e scrostati, e le strade sporche e maleodoranti. Nei vicoli laterali si possono scorgere le siringhe luccicanti e i vari sacchi di plastica sparpagliati qua e là, in attesa che qualcuno li venga a raccogliere. I netturbini passano però sempre più di rado, quasi come se vogliano a tutti i costi evitare di entrare in contatto con questa umanità secondaria, costituita perlopiù da vecchi alcolizzati, disoccupati di mezza età e giovani prostitute che usano il denaro guadagnato per procurarsi poi le dosi. E in parte li capisco: non è facile avere a che fare con questo genere di persone, a differenza di me che vivo qui da sempre e che mi sono ormai abituato. 
Com’era bello questo posto quando gli affari andavano a gonfie vele e le strade brulicavano di persone; dolci ricordi ora sbiaditi, che però di tanto in tanto riaffiorano nella mia mente quando scorgo le insegne sbiadite delle botteghe di un tempo. D’altra parte gli interessi delle amministrazioni comunali sono rivolte altrove, là dove cioè vige il consumismo e la parola d’ordine è “produrre”. Ecco allora che non c’è più il tempo di apprezzare l’arte e la gente preferisce vivere dentro a dei casermoni tutti uguali, che caratterizzano a loro volta degli interi quartieri dormitorio che sono senza negozi e spesso senza servizi.
Gente che a me spaventa non poco. Persone tranquille e normali all’apparenza, ma diaboliche e perverse quando si ritrovano a tu per tu con le rispettive mogli. E clienti abituali di quelle stesse prostitute di quartiere che davanti agli altri “deridono” e “detestano”.
La pensa così anche Mara, seduta accanto a me e intenta a fumare l’ennesima sigaretta della giornata. Anche lei guarda verso il mare, con le gambe raccolte e un sorriso spontaneo, difficile a vedersi in una zona come questa. Mi fa notare ogni volta le luci delle navi immobili, per poi mettersi a piangere appoggiando il mento sulla mia spalla. Mi dice sempre che vorrebbe partire, per andare chissà dove: un posto qualsiasi, purché lontano da qui. Ed io le rispondo che prima o poi un bel giorno ce ne andremo, ma la cosa finisce poi lì, anche se devo ammettere che non mi dispiacerebbe affatto viaggiare su un transatlantico con il ponte illuminato e l’orchestra che suona. Una crociera fatta di serate eleganti con tanto di personale cortese e sorridente, con Mara che indossa un abito da sera bianco e che mentre balliamo mi abbraccia così forte fino quasi a stritolarmi.
Ma questi sono solo dei sogni, che affiorano nella mia mente proprio mentre lei mi racconta dei suoi studi, della sua laurea in architettura presa controvoglia, dello spreco di tempo e di denaro e di una vita in generale che non la soddisfa minimamente. 
La lascio fare, perché in fin dei conti sono la sua unica valvola di sfogo, anche se di storie così ne ho sentite davvero tante: scelte sbagliate e destini incrociati di persone che hanno perso l’occasione della vita e che si sono in qualche modo rassegnate.
Io invece a scuola ho smesso di andarci da un bel pezzo e mi sono riproposto più volte negli anni di riprendere a studiare all’università, ma la voglia è sempre stata poca e comunque nel mio caso una laurea servirebbe a ben poco. Quando decidi infatti di vivere in una zona come questa chi ti assumerebbe come  architetto o peggio ancora come avvocato?
Di tanto in tanto lei insiste, io non rispondo e dopo un po’ allora lei smette, lasciando così morire il discorso e mostrandomi poi le cicatrici sui polsi. Se le è procurate qualche anno fa con un pezzo di vetro di un bicchiere scaraventato sul pavimento, ma per sua fortuna le ferite non sono state così profonde da reciderle le vene.
Non le piace proprio il lavoro che fa e alcuni clienti sono davvero fastidiosi, ma questa è la vita e ognuno il proprio destino se lo crea da solo anche se lei non sembra essere così d’accordo: sostiene infatti che nella vita ci sono delle situazioni che si devono semplicemente subire e io le rispondo che non sono d’accordo. Allora lei alza la voce e vuole iniziare a bere, ma io non voglio e glielo dico. E lei si mette di nuovo a piangere, stringendo le sue mani nelle mie e scusandosi per come si è comportata. Le sussurro all’orecchio che va tutto bene e lei mi ringrazia baciandomi poi sulle labbra.
Mi chiede anche se voglio avere un figlio. Le rispondo che la vita coniugale non fa per me e che l’idea di dover affrontare un marmocchio sfuggente con le sue problematiche esistenziali mi terrorizza non poco. E poi la mia ex moglie si è distrutta con l’alcool dopo che l’ho piantata per l’ennesima lite. 
Sogno spesso il suo cadavere. Mi trovo in un obitorio e uno dei cassetti improvvisamente si apre. Scorre lentamente su delle piccole rotaie,  mostrandomi a poco a poco il suo macabro contenuto: prima le gambe, poi il tronco e infine la testa col suo viso asciutto. È lei senza ombra di dubbio, che dopo qualche attimo spalanca gli occhi e si mette a ridere a squarciagola. E mi sveglio così di colpo, con gli occhi puntati al soffitto e impossibilitato a muovermi, in quanto occorrono sempre un paio di minuti prima che il terrore in me svanisca. E a quel punto mi metto a piangere, come un bambino capriccioso a cui non sono state date la caramelle.
Non è forse meglio che le cose tra noi due restino così? Un rapporto clandestino e bizzarro che possiamo interrompere quando e come vogliamo?  Lei non sembra essere d’accordo; vuole una vita regolare e soprattutto qualcuno che le voglia bene e che la protegga. E non lo sto forse facendo?

Ricordo ancora quel giorno.
Camminavo per le stradine del quartiere, senza che nessuno si accorgesse di me. La gente mi passava accanto facendo finta di niente, mentre io assorbivo tutti i loro pensieri. Donne indaffarate che si affrettavano a rincasare per preparare la cena ai rispettivi mariti, alcuni ragazzi con le mani in tasca che si guardavano intorno in cerca di droga da fumare, qualche vecchio ubriacone diretto in qualche locale dove scaldarsi e bere fino allo sfinimento, una giovane coppia d’innamorati che si baciava incurante di coloro che li fissavano quando la mano di lui s’infilava sotto la gonna di lei,  un venditore ambulante che vendeva accendini e anche qualcos’altro, almeno a giudicare dai ragazzi di prima che gli erano andati incontro… e poi la vidi.
Camminava rasente al muro, con la schiena un po’ curva e i lunghi capelli biondi che le nascondevano parzialmente il viso, ed era tallonata da un tizio vestito di tutto punto. Capitava sovente in una zona degradata come questa, ben differente dal centro storico caratterizzato dai nobili palazzi imponenti e dalle dimore settecentesche.
A prima vista potevano sembrare padre e figlia ma quando, in prossimità di un portone, quell’uomo aveva iniziato a guardarsi intorno con la classica paura di essere osservato, avevo capito tutto.
Li avevo visti entrare nel palazzo e li avevo seguiti, salendo a piedi insieme a loro due rampe di scale, con lei che si fermava davanti a una porta e frugava nella borsetta in cerca delle chiavi, e lui che invece cercava di sfilarle il reggiseno dalla maglietta incurante dei vicini che avrebbero potuti vederli.
Lei glielo aveva fatto notare e lui in risposta l’aveva spinta con violenza nell’appartamento, ricordandole chi era e chiudendosi la porta alle spalle, illudendosi che così facendo io sarei rimasto fuori. E invece ero lì, accanto a loro, ad osservarli mentre si spogliavano.
Lui si era disteso sul letto e stava scrivendo un messaggio a sua moglie sul cellulare, dicendole che quella sera sarebbe tornato più tardi del solito: lo avevano trattenuto in ufficio perché doveva assolutamente terminare un lavoro.
Una delle scuse più banali al mondo.
Lei invece si era accovacciata in un angolo e, poiché le sue braccia erano piene di buchi e di lividi, aveva deciso d’iniettarsi una dose d’eroina sulla gamba destra.  
Lui le aveva chiesto di fare in fretta e lei si era alzata, nuda e barcollante, rimanendo poi immobile ai piedi del letto.
Mi aveva visto, mentre mi ero accovacciato su di lui e gli avevo premuto il suo bel cappotto sulla faccia.
Mi aveva visto quando lui mi aveva afferrato gli avambracci nel vano tentativo di allentare la presa.
Mi aveva visto quando lui, ormai esausto e privo di forze, aveva lasciato cadere le braccia lungo i fianchi.
E mi aveva infine anche visto quando, ormai privo di vita, lo avevo sollevato da quel lurido letto per poi scaraventarlo con violenza contro il muro.
Era tutto finito e lei, per nulla spaventata, si era avvicinata a me chiedendomi chi potevo mai essere. Io non le avevo risposto e lei, barcollando sempre più vistosamente, aveva perso i sensi finendo poi tra le mie braccia.

Da allora le sono sempre accanto. 
Quando è da sola o con qualche cliente. 
Quando è in preda alla disperazione e cerca di drogarsi.
O quando è in compagnia di qualche vecchio alcolizzato per potersi ubriacare a sua volta.
No Mara, io non ti abbandono e ti prometto che prima o poi ce ne andremo via da qui, magari su una di quelle navi che sembrano piacerti così tanto.
Perché io… io ti proteggo, soprattutto adesso che - triste e rassegnata - sei di nuovo finita tra le mie braccia. È una promessa.

Io ti proteggo testo di Bondorello
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