Forfora

scritto da Rubrus
Scritto Ieri • Pubblicato 8 ore fa • Revisionato 3 ore fa
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Un ringraziamento a @shockanafilattico che, con "quando un gatto si addormenta" mi ha fornito lo spunto.
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Testo: Forfora
di Rubrus

Un ringraziamento a @schocknalafilattico che, con "Quando un gatto si addormenta" mi ha fornito lo spunto. Il problema è che con me gli spunti spesso sviluppano le punte. Spero non se la prenda.



DRRIIIIIIN
Il trillo perforò la barriera del sonno di Lucia.
Era un velo, non un muro, e non ci volle molto.
Si alzò dal letto, ciabattò fino alla stanza di Lorenzo e, lentamente, molto lentamente (troppo lentamente, senza dubbio, secondo Lorenzo) aprì la porta.
Scorse la sagoma di suo marito adagiata sul letto, poi i suoi occhi si abituarono alla penombra fino a distinguere il braccio di suo marito, infine l’indice, puntato verso l’angolo opposto della stanza.
Due piccoli occhi gialli accanto all’appendiabiti, vicino all’armadio, riflettevano la poca luce che entrava dalla porta.
«Nives» ansimò Lorenzo.
Ancora lei.
Ancora quella maledetta gatta.

Il dottor Boselli porse a Lucia le ricette.
Quattro, non sette.
Lei gli rivolse uno sguardo interrogativo.
«Suo marito non ha bisogno delle altre medicine» disse il medico, poi, prima che le labbra strette della donna si aprissero in una protesta, soggiunse: «Pensavo che fosse un caso di ipocondria. Me ne capitano sempre di più: uno va su internet e comincia a credere di avere tutte le malattie di questo mondo. E quel che è peggio, pensa di curarle da solo, così viene qui – o, come nel suo caso, manda qualcun altro – e pretende che io gli fornisca la terapia che lui stesso ritiene adatta alla patologia che si è autodiagnosticato». Lo schermo del computer si oscurò; Boselli allungò una mano per interrompere lo standby ma, all’ultimo, la ritirò. «Pensavo che suo marito fosse uno di quei casi, ma ultimamente ho cambiato idea».
«Che cosa intende dire?» domandò Lucia. Teneva la mano che impugnava le ricette ancora sollevata a mezz’aria, come se le prescrizioni non si fossero rassegnate all’idea di rimanere quattro.
«Tutti i farmaci che suo marito chiede curano patologie di poco conto, molto diverse tra loro, ma tutti hanno in comune una caratteristica». Puntò gli occhi sulla donna. «Devono essere somministrati frequentemente».
«L’asma comporta attacchi frequenti» disse Lucia.
«Sappiamo entrambi che spesso è di origine psicologica e, con ogni probabilità, questo è uno di quei casi. Suo marito consuma troppi medicinali. Una quantità così cospicua implica la presenza di patologie ben più gravi – ora non sto a scendere nei dettagli. Suo marito Lorenzo, però, non manifesta nessuna di esse».
Lucia pensò all’odore che stagnava perennemente nella stanza, come se Lorenzo, quando era solo, spruzzasse nell’aria il contenuto dell’inalatore. E, naturalmente, come la donna aveva scoperto da un mese, lo faceva davvero.
Il medico interpretò il silenzio di Lucia come una conferma. «Ora sono costretto a ricordarle che sono anche il suo medico curante. Quanto spesso esce? A parte i duecento metri che percorre per venire qui e starsene al chiuso in sala d’attesa, intendo».
Stavolta, il silenzio di Lucia era davvero una conferma. “Mai”, era la risposta. «Lorenzo ha bisogno di assistenza continua» si giustificò. «Praticamente non si alza mai dal letto».
«Non ne dubito. Come non dubito che, in realtà, non voglia alzarsi».
Lucia mise le ricette nella borsetta. Era vecchia e la chiusura era difettosa: come sempre, dovette armeggiare un po’.
«Sa», disse il dottore in tono un po’ più leggero, «ho sempre pensato che “il malato immaginario” sia una tragedia travestita da commedia. E, se devo dirla tutta, non credo neanche che suo marito immagini di essere malato. Credo che studi per esserlo». La voce e l’espressione del medico tornarono serie. Molto più serie. «Quanto dorme? No, non quanto dorme suo marito. Quanto dorme lei».
Ha una specie di sesto senso, sa? Mi addormento e...DRIIN. Vado in bagno e DRIIN. Rispondo al telefono e DRIIN.
«Lo immaginavo» disse il medico. Accese il computer e cominciò a scrivere. «Questa è per lei. Un sonnifero. Lo prenda e non superi le dosi consigliate, anche se qualcosa mi dice che non c’è pericolo che lo faccia».
No, naturalmente. Lui non mi permetterebbe mai che gli sfugga, nemmeno nei sogni. E se scoprisse che prendo un sonnifero, adotterebbe delle contromisure. Lo ha già fatto. Un sacco di volte.
«Ecco fatto» disse il dottor Boselli smettendo di battere sulla tastiera. «Forse mi sbaglio e forse chissà». Pigiò un ultimo tasto e la stampante, con un ronzio quasi garrulo, fece uscire un foglio. «Forse lei è una di quelle persone che ha un’intensa vita virtuale, ma se così fosse...» Allungò il foglio, lo porse a Lucia, lei lo afferrò, ma il dottore lo trattenne un secondo più del necessario. «Esca e provi con le persone reali. Relazioni reali. Questa è la vera ricetta».

Nives era arrivata due mesi prima.
Lucia l’aveva trovata accanto all’androne del palazzo in una giornata di pioggia, come in una vecchia pubblicità o come, a volte, capita in certe favole.
La gatta era bagnata e arruffata e il naso era pieno di micosi. Il pelo, inzaccherato e aggrovigliato, aveva lo stesso colore del fumo che usciva dalle vecchie ciminiere.
Lucia l’aveva raccolta senza pensarci due volte e l’animale non aveva tirato fuori le unghie, ma aveva risposto con un miagolio tenue e soddisfatto, nascondendo la testa sotto l’ascella della donna.
Succede davvero aveva pensato Lucia – e, nelle settimane seguenti, se lo sarebbe ripetuto spesso, come una preghiera – a volte le piccole cose belle succedono davvero, come l’arcobaleno dopo una giornata di pioggia come questa.
Naturalmente, non era spuntato nessun arcobaleno.
E, prima che facesse notte, era spuntato l’inferno.

«Lo sai che sono allergico ai gatti, no? Alla loro maledetta forfora!» aveva sbraitato Lorenzo «Quante volte te l’avrò detto? O ti sei dimenticata anche della mia asma?».
Non me l’hai mai detto. E quanto alla tua maledetta asma, non dev’essere tanto grave, visto che riesci a strillare così.
«Porta subito quella bestiaccia fuori di qui e non entrare più in questa stanza senza esserti fatta prima una doccia».
E Lucia l’aveva preso in parola.
Non era più entrata in quella stanza.

Lucia passò la mano sul dorso di Nives.
Il pelo era candido, non grigiastro, e la micosi era sparita da tempo.
«Ssst» fece piano. «Ssst».
La gatta rispose con un ron ron musicale.
La donna si addormentò.
Il campanello dovette squillare due volte prima che si svegliasse.

Dopo aver portato in casa Nives per la prima volta, Lucia non era entrata nella stanza di Lorenzo per due giorni.
Il primo era stato una serie ininterrotta di urli. Lo strepito era proseguito fino a sera e poi, fino a notte. Verso mezzanotte, un vicino aveva telefonato per chiedere che cosa stesse succedendo. Lei aveva risposto che suo marito stava male, che aveva chiamato la guardia medica, ma che non erano arrivati. Si sa come andavano certe cose. Che la scusassero.
Intorno alle due, Lorenzo aveva smesso di urlare.
Lucia non era entrata lo stesso.
Il silenzio era proseguito per tutta la notte e per tutto il giorno successivo.
Tuo marito è morto e tu l’hai lasciato crepare per poterti tenere uno stupido gatto gridava una voce nella sua testa, ma lei era riuscita a non ascoltarla.
Verso mezzogiorno si era cucinata qualcosa.
A un certo punto non aveva resistito e, in punta di piedi, aveva accostato l’orecchio alla porta della camera.
Lorenzo si rigirava nel letto. A un certo punto aveva emesso un gorgoglio che sarebbe stato impercettibile se il silenzio non fosse stato assoluto: il suono (un rumore che Lucia conosceva bene) di qualcuno che inghiotte una pastiglia deglutendo solo un sorso d’acqua.
Lei era tornata in cucina e, per tutto il pomeriggio, aveva evitato di avvicinarsi alla stanza del marito. In effetti, aveva trascorso quasi l’intera giornata dormendo, con Nives acciambellata in grembo.
A sera, il cigolio della porta della stanza da letto che si apriva l’aveva destata.
«Lucia» l’aveva chiamata Lorenzo.
Lei aveva scosso la testa, confusa. Non ricordava quando suo marito l’aveva chiamata per nome l’ultima volta.
Nives, invece, era ben desta e puntava i suoi occhi gialli verso la stanza in penombra.

Forse potevano giungere a un compromesso.
Che la bestiaccia non entrasse mai nella stanza.
Che Nives si lavasse per bene prima di entrare, se stava vicino a quel maledetto animale, e, dato che ci era sempre appiccicata, due docce al giorno, come minimo, erano necessarie.
Che Lorenzo non dovesse mai lasciare la stanza se non era lui stesso a decidere di farlo. In tal caso, che la creatura venisse relegata sul balcone.
Che pigiami, biancheria e lenzuola venissero sostituiti e, poi, lavati con frequenza doppia rispetto a prima e a partire da quel momento, dato che Lorenzo aveva urinato nel letto. Naturalmente dalla parte di Lucia.
E, ovviamente, a partire da quel momento, DRRIIIN.

Per la prima settimana, il campanello aveva squillato parecchio.
Nives era fortemente attratta da Lorenzo.
Appena Lucia apriva la porta della stanza, s’intrufolava – o forse sarebbe meglio dire sgattaiolava – dentro e non c’era verso di toglierle quell’abitudine.
Un paio di volte si era messa a grattare la porta, miagolando, e, in un’occasione, era riuscita a saltare fino alla maniglia, abbassandola e socchiudendo l’uscio quel tanto che bastava per entrare.
Lucia era diventata abbastanza svelta da lasciarla fuori, il più delle volte, ma non sempre, e Lorenzo aveva voluto che una scopa fosse sempre accanto al letto.
«Se mi capita a tiro, l’ammazzo, fosse l’ultima cosa che faccio» aveva giurato.
Dopo un po’, le cose erano migliorate, ma poi erano peggiorate di nuovo.
Lucia aveva tolto la maniglia esterna della porta, ma la gatta era diventata sempre più brava nell’intrufolarsi. Capitava sempre più spesso che né Lucia né Lorenzo se ne accorgessero, come l’ultima volta. Ad avvedersene era immancabilmente Lorenzo, in un paio di occasioni perché la gatta, approfittando del suo torpore, era riuscita a raggiungere i piedi del letto.
E allora DRRIINN
DRIINN
DRIINN

«Non dormo da due giorni, questo lo sai, vero?».
Lucia carezzava Nives, sdraiata sulle sue ginocchia.
«Non potresti, almeno per un po’...».
La gatta faceva le fusa.
Aveva piovuto tutto il giorno. Una di quelle piogge degli ultimi anni, fatta di scrosci violenti, irosi, ma adesso non c’era che un tenue sgocciolio. Guardando bene, s’intravedeva una promessa di sereno prima di notte.
«Colpisce il mio cuore con monotono languore».
Il verso di una poesia.
Chissà di chi era.
DRRRIIIIN.
Lorenzo aveva di nuovo finito la medicina per l’asma.

Non superare le dosi consigliate.
Lucia lasciò cadere la quinta nell’inalatore.
O era la sesta?
Difficile dirlo: la vista era annebbiata e le si chiudevano gli occhi.
Non superare le dosi consigliate.

Alla fine, l’arcobaleno spuntò davvero.
Era di quelli che compaiono al tramonto, destinati a dissolversi in un batter d’occhio, ma era già tanto.
Lucia rimase a guardarlo per un po’. Solo in un secondo momento si accorse che Nives, diversamente dal solito, non le giaceva in grembo.
Si passò una mano sulle ginocchia ed ebbe la conferma di quello che la sua pelle le diceva da tempo: erano fredde.
Ho portato la medicina per l’asma a Lorenzo e… sì, ci ho messo dentro un po’ di sonnifero ma... (non superare le dosi consigliate).
Ho chiuso la porta?
Si alzò di scatto, incespicò, quasi cadde, ma riuscì a rimanere in piedi.
Il campanello non ha suonato, perciò …
Invece era aperta.
Nives era acciambellata sul petto di Lorenzo.
Immobile.
Nessun urlo, nessun dito che premeva il campanello.
La gatta, invece, faceva le fusa.
Sembrava molto soddisfatta.

Forfora testo di Rubrus
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