I miei genitori mi hanno cresciuta con un solo principio: gioca con tutti, non fare distinzioni. Man mano che gli anni passavano, quella frase diventava sempre un po’ più seria, prendendo diverse sfaccettature in base al contesto. Alle elementari non mi sono mai posta alcun problema, ho sempre giocato con chiunque, infatti ero una di quelle bambine a cui non piacevano i “club riservati”, tanto che quando cominciavo a far parte di uno di questi, inconsapevolmente, venivo subito “espulsa” perché passavo del tempo con persone al di fuori del club. Poi sono arrivate le medie, e le cose si sono fatte un filo più serie; cominciavo a sentire certe parole che in casa non avevo mai udito, parole che non riporterò. Mi sono ritrovata trasportata in un mondo che non sentivo appartenermi, a situazioni a cui non avevo ancora assistito, come emarginazioni, discriminazioni per l’aspetto (dal colore della pelle ai kg, se troppi o troppo pochi, dai vestiti firmati al “la mia mamma mi ha detto di non parlare con gente come voi”), tutte azioni non rivolte a me in prima persona, ma a cui ho potuto partecipare passivamente, ossia osservavo senza intervenire, un po’ per paura, un po’ perché ancora non riuscivo a comprendere. L’unica cosa che potevo fare era domandarmi perché io non vedevo nessun problema nei miei compagni di classe e negli altri undicenni nel corridoio all’intervallo, mentre gli altri avevano da ridire su cose a cui io non davo importanza; e così sono passati i tre anni delle fatidiche medie. Io ero una ragazzina in sovrappeso, sin dalle elementari ero l’eccezione tra le altre bambine, ma non mi hanno mai bullizzata, forse perché rispondevo a tono e non mi facevo vedere ferita (anche se, posso ammetterlo, lo ero eccome). Iniziano le superiori: scelgo il liceo, cambio città, mi son sentita dire “non andare in quel liceo, è per figli di papà” oppure “lo sai che ci vanno tutti i ricchi?” ma io me ne son fregata, mi piaceva studiare, mi avevano detto che quello era uno dei licei più tosti e io ho deciso di andare, sfidando la paura di mia madre di prendere i mezzi e spostarmi, e la convinzione dei professori che avrei dovuto fare un istituto tecnico perché non adatta ad un liceo. Come potete immaginare, le discriminazioni al liceo erano elevate, ed è proprio lì che la mia ideologia si è cominciata a formare (forse un po’ prima, quando in terza media avevo deciso di portare come tesina all’esame la dittatura Fascista). Oltre alle discriminazioni per il colore della pelle, per il fisico, i brufoli e l’estetica in generale, se n’è aggiunta una in particolare e molto diffusa: l’omofobia. Forse, questa discriminazione è riuscita a superare anche il razzismo. Nell’ora di religione non abbiamo mai parlato della religione in sé, ma abbiamo trattato temi come l’eutanasia, l’aborto, l’immigrazione, l’omosessualità, le culture del mondo, la mafia e quant’altro: gioia per il mio animo sempre in cerca di dibattito; però, questa mia gioia nell’intraprendere discorsi simili si è spenta quando ho constatato che la maggior parte dei miei coetanei provava odio nei confronti del “diverso”. Nel parlare di determinate persone ho sentito augurare la morte, la “tortura”, l’annegamento, addirittura il rogo! In certe situazioni, per quanto mi veniva voglia di alzarmi sul banco e mettermi ad urlare, stavo zitta, perché mi rendevo conto che non sempre si può ragionare con qualcuno, specialmente se quest’ultimo risulta ottuso e fermo sulla sua convinzione, non propenso ad una discussione tranquilla, con un semplice scambio di opinioni. Così, grazie alla mia professoressa di religione e alle sue continue istigazioni (positive, ci tengo a sottolineare) mi sono innamorata dei dibattiti, della politica, dei temi delicati e delle culture che esistono nel mondo. Ho cominciato ad informarmi, a leggere libri e articoli, a guardare video di discussioni, ho persino fatto una ricerca sulle parole giuste da usare durante i dibattiti, fino a partecipare ad un corso finalizzato a migliorare la nostra tecnica, in cui ci davano un argomento e dovevamo creare un dibattito (mi ricordo ancora, era un dibattito con tanto di arringa finale da parte delle due opposizioni sull’aborto). Io sono una ragazza piena di vergogna, che spesso vorrebbe esprimere la sua opinione ma la timidezza lega le mie corde vocali e dalla mia bocca non esce nulla, reprimendo così la mia rabbia e le mie ideologie, che vorrei poter condividere con gli altri; nonostante ciò, mi ricordo ancora quando, nel partecipare al corso sul dibattito, questa mia timidezza dopo i dieci minuti iniziali è scomparsa, e mi son ritrovata a parlare, dire la mia opinione, argomentare la mia tesi e dibattere con l’opposizione, in modo pacifico! È stato fantastico, ma se devo essere sincera, non si è più ripetuto.
Adesso ho 21 anni, devo compierne 22, e non sono mai stata così convinta delle mie ideologie come lo sono ora. In questo mondo pieno di odio mi sento come se fossi la pecora nera, dove la discriminazione dovrebbe essere vista come l’elemento fuori posto, al contrario, è la gente come me che viene considerata come “eccezione”. Sarà che sono di parte, ma ancora oggi non riesco a capacitarmi di come possa esistere tanto odio nei confronti del prossimo: siamo tutti esseri umani, eppure se ci fosse la possibilità alcuni di noi ucciderebbero il prossimo, senza scrupoli. Com’è possibile che il colore della pelle possa categorizzare negativamente una persona? O il suo orientamento sessuale? O le sue scelte di vita? O la sua estetica? Com’è possibile che la gente non riesca a prendere in mano la sua vita e dargli un senso, ma si ritrova ad insultare gli altri come se fosse l’obiettivo principale della propria esistenza?
A me viene spontaneo accettare le persone, non mi pongo neanche il quesito perché non mi sembra necessario; è così facile vivere e lasciar vivere, senza pensare a come vivono gli altri, a come si comportano nella loro vita, cosa gli piace, come la pensano.
Io sono credente ma non praticante, credo in Dio ma non credo nella Chiesa, non sento la necessità di andarci la domenica, come penso che se si è credenti lo si è anche nel proprio piccolo. La cosa che mi da più fastidio è che vedo tante persone cristiane come me odiare il prossimo, credere nella tortura, augurare la morte al diverso, insistere sul rinnegare dei DIRITTI a delle persone solo perché hanno uno stile di vita diverso, spesso giustificandosi con “Dio dice così”. No, no e ancora no! Tralasciando che penso che non sia necessario essere credenti per credere nelle cose che sto per dire, ma semplicemente un essere umano rispettoso nei confronti degli altri, vorrei constatare l’affermazione che ho antecedentemente citato: se siete davvero credenti come dite, come vi vantate di esserlo, dovreste sapere che Gesù in primis dice che siamo tutti uguali, siamo fratelli, bisogna portare rispetto e non fare agli altri ciò che non si vuole venga fatto a sé stesso, ma questo voi non lo accettate, no, prendete dei pezzi di Bibbia e li interpretate a modo vostro, quando basta scendere di qualche riga e trovate il continuo della frase che avete volontariamente tralasciato, ma che dice il contrario di quello che volete affermare voi. Io penso che bisogna smetterla di usare scuse per la propria crudeltà, prendere in mano il Rosario e dire “è in nome di questo che io dico che..”, no! È in nome tuo, è la tua opinione, è il tuo odio e la tua cattiveria nei confronti del prossimo, che anche tu ti rendi conto di quanto sia inutile e ipocrita, ma non hai il coraggio di assumerti la responsabilità di ciò che dici, quindi ti attacchi a qualcun altro di superiore, per raccattare consensi, per toccare nel profondo, per farti spazio nella mente delle persone.
Adesso mi ritrovo all’università, precisamente l’università Bicocca di Milano, e tutta la gente che ho conosciuto finora ha un animo buono, è altruista, ha una mente molto aperta, anche perché è risaputo, la cultura e l’intelligenza aprono la mente e gli orizzonti, cancellando i confini che l’ignoranza crea.
Dopo questo sfogo personale, necessario per lasciar raffreddare un po’ i nervi surriscaldati, dato che con la mia voce non riesco a far uscire neanche una parola, mi sento un po’ più libera.
Io ho fiducia negli esseri umani, non odio la creatura che è l’Uomo, non odio tutta la politica per certi elementi, non odio il mio Paese per determinati stereotipi. Sono aperta ai cambiamenti, sono speranzosa nel futuro, mi auguro che la gente, con l’avanzare sempre di più dei mezzi di comunicazione, come Internet, possa acculturarsi un po’ di più, e spero che si renda conto, come dice Socrate, di sapere di non sapere, per essere disposto a fare spazio a nuove informazioni, che possono assimilare solo se prendono la fatidica decisione di aprire la mente.
Auguro a tutti di conoscere la cultura.
Auguro a tutti di studiare, di informarsi, di leggere.
Auguro a tutti di conoscere.
Auguro a tutti di amare.
Auguro a tutti di perdonare.
Auguro a tutti una mente aperta.
Auguro a tutti una mente aperta testo di Peach