Al rogo la strega Isabella

scritto da Rimedio
Scritto 5 anni fa • Pubblicato 5 anni fa • Revisionato 2 anni fa
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Appennino Modenese 1498
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Testo: Al rogo la strega Isabella
di Rimedio

Il mio nome è Isabella, nasco in un paesello sperduto sui monti, cento anime in tutto.  Mio padre maniscalco ferrava muli e cavalli e s'ingegnava a stagnare pentolacce e paioli di rame e forgiava chiodi e stoviglie.
La mamma aiutava senza nozioni di scienza le donne del borgo nel partorire e i morti a ben apparire. In entrambi i servigi possedeva un certo talento e innata coscienza... detergeva con acqua e sapone le membra consunte, poi con perizia inusuale cospargeva unguenti con carezze gentili, sulle guance spente poneva un po' di belletto ch'ella stessa aveva prodotto, macinando cocciniglie innocenti acchiappate nei pressi del convento dei frati.  Alfine la vestizione... e dopo tale e tanto comporre, il defunto pareva dormiente e beato.

Quanto sgobbare per pochi denari e così la mia infanzia veloce è stata una
croce.  Però non mi lagnavo, appena potevo di corsa nel bosco volavo, in cerca di erbe e di funghi e di miele di favo randagio.  Com'ero felice lì, tra le felci, i castagni e i rovi di more e i mirtilli e i grilli che cantavano serenate sfrenate.  Nel bosco fuggivo pure nelle ore più scure, per annusare l'odore della terra, dei licheni, dell'erba bagnata dalla rugiada.  E udivo il respiro fremente dei rapaci in agguato sui rami dei noci, ne ravvisavo al chiaro di luna le sagome alate ghermire le prede impaurite.  Soltanto nel bosco mi sentivo felice a mirare l'incanto attorno e in ogni stagione. 

Poi, in un gelido inverno il mio babbo in un botto cadde esanime a terra nel ferrare un cavallo... e fu il tracollo.  Allo strazio s'aggiunse l'amaro supplizio d'un desco svuotato e dovetti ingegnarmi e pensare il da farsi.  Ogni giorno raccoglievo erbe dai prati selvaggi, dai declivi e dal bosco e approntavo intrugli e convincevo le genti degli ottimi effetti e dei grandi portenti.  M'ero inventata i più vari espedienti: la pozione che donava vigore, l'altra rilassante per nervi agitati, le bacche risolventi l'intestino incagliato, l'impacco di malva per gengive in fiamme, i semi di lino d'apporre nel panno di lana sul petto di bimbi stremati da tosse canina.  Infine giuravo che tal altro composto funzionasse d'afrodisiaco prodigioso per coppie annoiate, scommettendo sull'effetto placebo.

A neppure quindici anni e il popolino mormorava sulla mia condotta insana... ero intoccata, ma per infamarmi fui descritta puttana!  E bisbigli e insulti velati e male parole e ingiurie acclarate.  Ora so, il perchè di tanto astio e veleno, di tanta perfidia: preferivo alle amiche garrule, frivole e sciocche, l'amicizia dei maschi.  Mi parevano più schietti, mai banali e li sentivo sinceri, ma questa mia scelta non rientrava negli schemi.  M'accorsi ben presto, che pure tra essi s'insinuavano parecchi millantatori sleali.  Si gloriavano in più d'una dozzina d'avermi deflorata.  D'imene vi giuro n'ebbi uno solo e fu del primo amoroso, che giunse al mio ventesimo anno.  Lo amavo davvero, ma in un plumbeo mattino d'autunno mi lasciò, dopo tanta intesa per una giovane dama contesa.  Caddi nel più profondo sconforto, una ferita che mai si richiuse... disse parole astruse, che m'amava e non capiva il perchè mi abbandonava.

Intrapresi quel cammino che da illibata mi era stato affibbiato e trattenni lo stigma e lo feci mio.  Mi diedi a destra e a manca, cercando il calore che mi era stato negato.  M'ingannavo, concupivo derelitti e profittatori, ammogliati e mezzi uomini e bellimbusti, ogni volta mi dicevo fosse quello giusto, si trattava quasi sempre di un farabutto.

Si seppe che uno di questi onesti virgulti a cui vendetti pozioni e ben altri favori, era morto stecchito tra atroci dolori e nell'esalare l'ultimo fiato, il mio nome con un filo di voce avea pronunciato.  La moglie cornuta, con ancora il caldo trapassato panciuto nel letto, volò dal curato, che attonito si volle informare al vicino convento.  Pure i frati spifferarono molte cose, alcune reali, perlopiù calunniose: che fin da piccina ero strana e appena potevo m'inoltravo nel bosco e da giovinetta ci andavo per copulare lussuriosa con uomini a frotte e con il demonio e che raccoglievo acònito e belladonna e stramonio!  Aggiunsero che nel far partorire uccidessi il neonato per offrire la sua anima pura al diavolo alato! Che accuse infondate, che atrocità mi furon rivolte diritte o di sbieco... ancora mi giunge la eco!  Tutti uniti nelle ingiurie più bieche: il dottore, il farmacista, l'avvocato, il notabile, il curato, la perpetua e la plebaglia petulante, stolta e bigotta.  Poi, presi da fremito orgiastico, si rivolsero al tribunale ecclesiastico.

Fui imputata d'omicidio del notaio Arnaldo Ponchielli, quell'anima bella. Il domenicano con croce in mano, sgranando i carati mi poneva i quesiti in latino, vi giuro non capivo una mazza, ma intuivo.  Erano accuse farlocche e a tutte rispondevo no…. no… no… Si arrivò com'era usanza da millenni alla tortura, senza troppi tentennamenti mi poggiarono sui carboni ardenti!  Confessai cose inaudite, folli, scurrili, tutto ciò che intendevan sentire!  Con le piaghe che ancora sanguinavano al processo ritrattai!
Rincararono la dose, riconfessai!  Ero innocente!  Non furono le mie erbe ad uccidere il notaio, fu infarto al miocardio, ma tant'è!

L'inquisitore inquisì e sentenziò.  Il braccio armato laico attuò.

Si approntò una pira alta sempre con legna eccellente e sopra fui issata.  Chiusi gli occhi e rividi le civette, i gufi, gli allocchi... ero là, nel mio mondo sincero, l'unico vero.  Non implorai perdono, non implorai nè un dio, nè un demonio.

Finchè soffocata dall'acre fumo, caddi in quel sonno profondo che mi tolse dalle pene del mondo.

Si dice che nei tempi nell'Europa dei lumi più di 55.000 tra donne e uomini siano stati fatti fuori.  Amavamo madre terra e le piante, l'acqua pura e le creature selvagge, la pioggia e la cura dei morti.  Questi a quanto pare costituivano riti pagani, non eravamo dei buoni cristiani!

Fummo definite streghe... eravamo povere, emarginate, non istruite e davamo fastidio.  I nostri mestieri dettati da pratica secolare furono ritenuti da clerici e laici concorrenza sleale!

Fummo tolte di torno come sempre è successo...

prima e dopo il mio falso processo.



Isabella.

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